Monkey Beer Goldie

Il contatore di Microbirrifici.org segna 953 (numero che include anche coloro che hanno cessato attività) ed è dunque impossibile non imbattersi nella novità: il debutto di oggi sul blog è della beerfirm Monkey Beer, aperta nel 2013 da Luca Tassinati. Sei anni di homebrewing alle spalle e partecipazioni a diversi concorsi nonché al campionato italiano di MoBi; per la sua beerfirm Luca mantiene il nome (Monkey) che utilizzava per le birre fatte in casa con le pentole. Impossibilitato ad acquistare impianti propri, trasforma l'homebrewing in professione nel modo più rapido e meno impegnativo dal punto di vista economico, ovvero quello di andare a produrre le proprie ricette presso impianti altrui. Lo "aiutano" il BAV - Birrificio Artigianale Veneziano, Birra Perugia e Rattabrew d Rovigo. La "sede" di Monkey Beer è un punto vendita a Migliarino/Fiscaglia, nella "bassa" ferrarese, zona a me cara per le nebbie (che "ormai non ci sono più come una volta"); all'interno dello spaccio, aperto venerdì e sabato, potete acquistare le birre Monkey ed anche di qualche altro produttore.Attenzione a non confondere Monkey Beer (Ferrara) con un'altra beerfirm di Ravenna chiamata Monkey Beer Company: fossimo negli Stati Uniti, sarebbero già partite le lettere di diffida.Quattro sino ad le birre realizzate: l'immancabile American IPA (Freezo), una stout con abbondante uso di luppoli americani (Noir), una belgian strong ale (Goldie) e la nuova arrivata Random, una single hop nella quale il protagonista è il mitico luppolo Cascade.La birra di oggi è la Goldie, personale interpretazione di una strong ale belga speziata con cardamomo, coriandolo e arancia dolce: viene prodotta presso gli impianti del Birrificio Artigianale Veneziano.La foto non tragga in inganno: il colore è arancio carico, opalescente, con qualche riflesso ramato: il cappello di schiuma biancastra che si forma è di discreta ampiezza, compatto, cremoso ed ha una buona persistenza. L'aroma ha un buon livello d'intensità e di pulizia: arancia, pesca, albicocca sciroppata, pera; in secondo piano canditi e miele, molto leggera la presenza di spezie (coriandolo).  Il gusto muove i suoi passi sullo stesso percorso, con il dolce dei canditi e della frutta sciroppata, del miele e del biscotto: la pera si fa invece sentire un po' troppo. La birra parte bene, con una bella intensità che però si perde un po' per strada nel corso della bevuta; il corpo è medio, le bollicine potrebbero essere un po' più presenti, mentre l'alcool è molto ben nascosto, dispensando un leggero tepore solo quando necessario. Chiude un po' timida, con una punta di amaro erbaceo e  di curaçao, scivolando un po' nell'acquoso. Buono il livello di pulizia, solo discreta l'espressività del lievito belga, ma è il mouthfeel che delude, con la birra che appare leggermente slegata: gusto da una parte, acqua dall'altra, lieve astringenza.La beerfirm è ancora giovane e lavorare su impianti altrui dovendo "tarare" le ricette elaborate tra le mura domestiche non è semplicissimo: Goldie è una discreta Belgian Strong Ale, ma le basi su cui lavorare per i necessari miglioramenti ci sono.Formato: 33 cl., alc. 7.1%, lotto 292, scad. 12/2015.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hornbeer Vårøl

Ritorna sul blog Hornbeer, birrificio sito a Kirke Hyllinge, nella penisola dello Hornsherred dal quale prende il nome, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen. Lo aprono a maggio del 2008 il birraio Jørgen Fogh Rasmussen e sua moglie Gundhild, punto d’arrivo (o di partenza) della passione per l’homebrewing iniziato negli anni ‘70. Pochi mesi dopo l'inaugurazione, in agosto, i locali vennero devastati da un incendio e la produzione sino all'autunno del 2009 dovette appoggiarsi ad altri birrifici.  Ma una volta ripristinato il piccolo impianto da cento litri, per Jørgen e la moglie Gundhild, illustratrice e pittrice, i cui quadri diventano poi le etichette delle bottiglie, arrivano finalmente le prime soddisfazioni.  Nell'anno del debutto, il 2008, la Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Si potrà obiettare che la scena brassicola danese non è particolarmente affollata e/o competitiva, con attualmente circa 150 microbirrifici molti dei quali hanno però una distribuzione molto limitata. Nel 2009 Hornbeer condivide a pari merito con Mikkeller il premio di birrificio (Mikkeller?)  danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013. Metti una calda serata di (quasi) estate con la temperatura oltre i 30 gradi.  Metti che trovi in frigorifero una bottiglia da mezzo litro che si definisce “nata per celebrare l’arrivo della primavera; dorata, molto carbonata, per la quale abbiamo utilizzato un sacco di luppoli, dandole il perfetto livello di amaro e un piacevole gusto fruttato”. Pregusti già mezzo litro di refrigerio e ti affretti a versare in tutta fretta l’American Pale Ale di Hornbeer  chiamata “Vårøl” (Vår indica proprio la primavera, in danese). Ti accorgi però subito che c’è qualcosa che non va: il colore dorato annunciato dall'etichetta nel bicchiere è in verità piuttosto ambrato, con sfumature arancio. L'aroma offre piuttosto un surrogato della frutta, nella forma della marmellata (agrumi); il vento di primavera porta poi profumi poco intensi e piuttosto dolci, con caramello e melassa. Man mano che la temperatura si alza, si avverte anche l'alcool.  Le premesse che si tratti di una birra non esattamente "solare" ci sono tutte, ed il gusto lo conferma: molta frutta matura (tropicale, frutti di bosco), marmellata, biscotto e caramello, con un accumolo di dolce poco rinfrescante ma che è il supporto necessario alla generosa luppolatura resinosa e leggermente terrosa. Al di là della sua palese incongruenza con quanto dichiarato in etichetta, in questa bottiglia c'è  un (American) Amber Ale piuttosto stanca e poco fragrante, con i luppoli che non brillano di fresco e con l'alcool fin troppo percepibile per la gradazione alcolica (6.4%). Capisco che la primavera danese non sia uguale a quella italiana e che là  in quel periodo c'è ancora bisogno di riscaldarsi piuttosto che rinfrescarsi, ma se proprio la devo collocare in una stagione io dico autunno.Formato: 50 cl., alc. 6.4%, IBU 53,56, scad. 30/03/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Scarampola Cocca di Mamma

Non riempivano il mio bicchiere ormai dal 2010 le birre del Birrificio Scarampola, “creatura” di  Maurizio “Flibus” Ghidetti, aperto come brewpub nel 2004 a Cairo Montenotte (Sv) nei locali del Palazzo Scarampi (da qui il nome scelto) e trasferitosi poi nel 2008 nella più suggestiva cornice all’interno dei resti del Monastero di Santo Stefano, in Val Bormida, a Millesimo. La sua passione per la birra nasce da alcuni anni trascorsi  in Inghilterra, nel corso dei quali accompagna nei weekend un’amica che deve redigere per una rivista specializzata le schede dei pub del Sussex. La sua avversione per il clima anglosassone lo riporta in Italia ma l’amore per la birra è ormai impossibile da estirpare: l’amico Teo Musso aveva nel frattempo aperto Baladin a Piozzo, dove Maurizio inizia a fare il suo apprendistato da birraio. La produzione di Scarampola è da subito partita sottolineando il legame con il territorio circostante:  chinotto di Savona per la blanche “Birra n° 8”, castagne essiccate di Murialdo e Calizzano per la Nivura, miele di castagno delle valli del Bormida per la St. Amè, quest’ultima realizzata per la linea “Abbazia di Santo Stefano” ( assieme a Donna Petronilla, Champale e  Birra del Lupo). Il birrificio utilizza anche il grano saraceno dell’alta Val Tanaro e il luppolo coltivato e raccolto nei terreni adiacenti all’abbazia. Nel 2013 a Roma, nel corso della settima edizione di Birre sotto l’Albero, debutta la nuova birra  di Scarampola aromatizzata all'albicocca di Valleggia, presidio Slowfood; un frutto di piccola dimensione, la cui raccolta si concentra in tre settimane tra giugno e luglio. La Valleggia “era presente sulla costa savonese già dalla fine dell’800, raggiungendo il momento di massima espansione negli anni ’50-’60 quando i frutteti si estendevano per centinaia di ettari, da Loano a Varazze. L’albicocca di Valleggia rappresentava il 70% della produzione della provincia”.  La sua produzione ha poi subito un forte calo a partire dagli anni ’70, quando molti terreni furono destinati al florovivaismo e all’edilizia. La birra, inzialmente chiamata BirCocca, ha ora mutato il nome in Cocca di Mamma, almeno nell'etichetta anteriore; quella posteriore riporta invece ancora quello originale: lascio a voi esprimere la preferenza. Prodotta con  il 30% di albicocche di Valleggia, si presenta nel bicchiere di colore arancio opalescente e forma un buon cappello di schiuma bianca, molto compatta e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma  oltre all'ovvia albicocca presenta sentori floreali, di miele e di pane, arancio e mela: discreta l'intensità, lascia invece piuttosto a desiderare l'eleganza. Al palato è purtroppo afflitta da una carbonatazione molto, troppo bassa, il che non aiuta ad allontanare una birra molto caratterizzata dalla frutta dallo sembrare un "succo". La presenza fruttata dell'albicocca (sia dolce e matura che acerba) è a mio parere troppo invadente, mangiandosi quasi completamente la birra che viene relegata in secondo piano con le sue note di pane e, forse, di agrumi: la carenza di pulizia non aiuta poi nella descrizione. Il gusto procede piuttosto confuso, con una generale sensazione di frutta che, albicocca a parte, non riesco a definire; ma c''è per lo meno una buona acidità finale che rende questa birra-cocktail piuttosto rinfrescante e dissetante. Leggera e scorrevole, Cocca di Mamma svolge quindi la sua funzione primaria (quella di levare la sete) senza però togliere le mie perplessità: ammetto di non averla capita. Formato: 75 cl., alc. 5.5%, lotto TO22014, scad. 31/12/2015, pagata 8.50 Euro (enoteca, Italia).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrificio.

Dugges High Five

Nuovo appuntamento con il birrificio svedese Dugges, attivo a Mölndal (periferia di Göteborg) dal 2005 e fondato da Mikael Dugge Engström; nonostante sia stata la craft beer revolution americana a convincerlo ad iniziare la sua avventura professionale, il birrificio svedese offre una gamma piuttosto ampia di birre che copre ormai quasi tutte le categoria stilistiche. Alla West Coast americana si ispira senza ombra di dubbi la India Pale Ale chiamata High Five.Prodotta dal 2007, l’anno in cui il birrificio ha affiancato ai fusti anche le prime bottiglie, viene realizzata con cinque diversi luppoli che dovrebbero essere  Centennial, Chinook, Citra, Columbus e  Simcoe. La ricetta ha subito di recente qualche variazione che ne ha abbassato il contenuto alcolico dal 7.5 al 6.5% e ne ha tolto il punto esclamativo alla fine del nome. Crystal, Munich, Pilsner e frumento sono i malti utilizzati: Dugges ha anche di recente rivisitato tutte le sue etichette, con una veste più sobria – e scandinava – rispetto a quelle originali.Buona, davvero molto buona questa High Five, una IPA che rappresenta un’interpretazione abbastanza fedele di quelle prodotte in California e che è subito entrata nelle mie grazie. Dorata, quasi limpida, sormontata da un solido e cremoso cappello di schiuma bianca, dalla trama fine e dall’ottima persistenza.  La bottiglia è ancora abbastanza fresca (aprile) e l’aroma esibisce il suo elegante bouquet di frutta molto ben bilanciato tra note dolci (mandarino, arancia, ananas e melone retato, mango) ed aspre (lime, limone, pompelmo rosa);  in sottofondo qualche suggestione di fragola, leggera presenza di aghi di pino, crosta di pane e quella nota “dank” che ricorda vagamente la cannabis.Molto gradevole al palato, poche bollicine, corpo medio ed una morbidezza che non intacca assolutamente la scorrevolezza. Rispetto all'aroma il gusto è molto più spostato verso gli agrumi, con pompelmo e lime sugli scudi; a bilanciare il dolce dei malti (pane e miele) e qualche lieve sentore di frutta tropicale. L'amaro è intenso ma non estremo, con tanta scorza d'agrumi e qualche intermezzo resinoso. Una IPA molto ben congegnata e realizzata, snella e pulita, ancora molto fresca e con un'ottima secchezza a renderla rinfrescante e dissetante, quasi ideale per la stagione estiva. Niente caramello, niente ammassi di dolce a bilanciare montagne di luppolo buttate senza criterio: qui ci sono relativamente pochi elementi, ben assemblati in modo da garantire quello che dovrebbe essere il "must" di ogni birra: la facilità di bevuta.  La West Coast è molto vicina ed il consiglio è di provare questa High Five, facendo molta attenzione alla data di scadenza: bevetela fresca, o lasciatela dov'è.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto T454, scad. 01/04/2016.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrificio.

Buddelship Gotland 1394

La mia ultima visita ad Amburgo risale al 2009 e per quel che riguarda la birra s’identificò in quel prodotto industriale chiamato Astra, birra un tempo prodotta  dalla Bavaria – St. Pauli, poi passata nelle mani della Holsten Brauerei che, a sua volta, fu acquistata  nel 2003 dalla Carlsberg assieme a tutti i suoi marchi.Noto con piacere che, dopo Berlino, anche nella seconda principale città tedesca stanno muovendo i loro primi passi alcuni microbirrifici; nel 2010 è partita la nuova Ratsherrn Bramerei, con il birraio americano Ian Pyle, seguita nel 2012 dalla Kehrwieder Kreativbrauerei e  poi da Von Freude e  Buddelship. Parliamo proprio di quest’ultima e del suo fondatore Simon Siemsglüß. Nato ad Amburgo, ha vissuto quattro anni in Canada dove si è laureato in Economia e si è appassionato di birra; seguono un master in Relazioni Internazionali a Londra e, nel 2008,  un corso per birraio di  sei mesi  al VLB di Berlino, con un periodo di praticantato prima alla Paulaner di Nockherberg in Baviera e poi in Cina, dove rimane un anno. Il suo successivo spostamento è di nuovo a Londra, dove lavora per un po’ come birraio allo Zerodegrees Brewpub; era il  2010 e la “craft beer”  londinese iniziava la sua rinascita con Camden Town e Kernel, che Simon visita regolarmente. Nel 2011 è di nuovo a studiare birra e distillati alla Heriot-Watt University di Edimburgo; terminato anche questo percorso formativo, nell’autunno del 2012 si trasferisce ad  Hong Kong per raggiungere la propria fidanzata con l’intenzione di aprire un brewpub. Le complicazioni pratiche e burocratiche gli consigliano però di ripensare il proprio progetto nella natia Amburgo. Ottenuto dalle banche il mutuo necessario per l’acquisizione e la ristrutturazione dei locali che un tempo ospitavano un’azienda produttrice di prodotti ittici in scatola nel quartiere Eimsbüttel di Amburgo, è lui stesso a progettare e ad installare l’impianto da 10 hl che diventa operativo a partire da maggio 2014. Due cotte a settimana, con i restanti giorni dedicati all’imbottigliamento, alle pratiche amministrative e commerciali; al momento il quarantenne Simon fa ancora tutto da solo ma un ampliamento dell’organico è già in programma. Buddelship produce anche le due birre della beerfirm di Amburgo chiamata Brewcifer. Una decina le birra prodotte sino ad ora dalla Buddelship, equamente suddivise tra rivisitazione della tradizione tedesca (Pils, Weissbier, Schwarzbier) e stili anglosassoni (IPA/APA) e belgi (Saison). Ben curata la parte grafica, con etichette che ovviamente ricordano quello che è il principale porto della Germania ed il terzo porto europeo. Gotland 1394  è una Baltic Porter che prende il suo nome dalla omonima seconda isola più grande del mar Baltico. La data dovrebbe essere quella in cui i Vitalienbrüder (compagnia di corsari e poi di pirati) occuparono l’isola svedese diventando una potenza di primaria importanza nel Mar Baltico, saccheggiando la città norvegese di Bergen e conquistando anche Malmö;  la Lega Anseatica li sconfisse nel 1398, scacciandoli definitivamente dall’isola di Gotland. Baltic Porter (quindi lievito a bassa fermentazione) che si colloca nella parte inferiore minore della gradazione alcolica (6.5%)  prevista dai parametri dello stile: marrone scuro un po' torbido, compatto cappello di schiuma beige fine e cremosa, molto persistente. L'aroma è molto pulito e raffinato, con cioccolato al latte, pane nero/pumpernickel, orzo tostato; in secondo piano qualche sentore di cenere, frutta secca (nocciola) e gianduia. Le premesse sono ottime, ed il gusto le mantiene, o forse le supera: morbidissima, quasi cremosa al palato, poche bollicine, corpo medio e alto livello di scorrevolezza. Il gusto non lesina intensità, con una ricchezza fatta di caffè ed orzo tostato, cioccolato amaro e quel tocco di caramello sufficiente a non rendere l'amaro troppo opprimente. Semplicissima da descrivere ma ancora più facile da bere, regala intense tostature eleganti, ed una chiusura amara di caffè: a temperatura ambiente c'è anche quella carezza etilica ideale per le bevute autunnali. Gran bella birra, pulitissima e raffinata, capace di abbinare perfettamente l'intensità alla facilità di bevuta: una di quelle bottiglie che ti ripagano dalle varie delusioni derivanti dalla malattia del "beer-hunting", che spesso comporta acquisti alla cieca. Non credo sia mai arrivata in Italia, ma sarebbe davvero il caso che qualcuno ci pensasse: se nell'attesa capitate dalle parti di Amburgo, avete già un indirizzo dove andare a bere.Formato: 33 cl, alc. 6.5%, scad. 16/07/2015, pagata 2-99 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrificio.

Smuttynose Rhye IPA

Il percorso che porta Peter Egelston dall’essere un semplice bevitore di birra ad aprire un brewpub è abbastanza noto: sbronze al college con bottiglie industriali di pessima qualità, incontro casuale con un rudimentale kit per l’homebrewing (erano gli anni ’70, e farsi la birra in casa era da poco tornata ad essere una pratica legale grazie al presidente Carter) e i primi imbarazzanti esperimenti assieme ad un amico. Homebrewer occasionale e insegnante di Inglese in una scuola pubblica di New York City, Peter riceve nel 1986 la visita della sorella Janet che lavora per un agenzia viaggi di San Francisco. E’ lei a raccontargli, mentre bevono la birra fatta in casa da Peter, di quello che sta succedendo sulla West Coast, in California e a Portland, Oregon.  L’idea inizialmente buttata lì quasi per scherzo di aprire assieme un brewpub sulla costa ad est si fa sempre più concreta e si realizza in pochissimo tempo: è il 1987 e viene inaugurata la Northampton Brewery, nell’omonima città del Massachusetts, che vede Peter impegnato anche come birraio sino al 1991, quando apre un secondo brewpub a Portsmouth,  nel New Hampshire: è la Portsmouth Brewery. Nel 1993 Peter partecipa più che altro per curiosità ad un’asta pubblica riguardante il fallimento di un brewpub di  Portsmouth, la Frank Jones Brewing Company: se ne torna invece a casa con l’edificio e gli impianti di quella che diventerà  poi la Smuttynose Brewing Company,  aperta l’anno successivo inzialmente in partnership con la Ipswich Brewery ma la cui quota societaria di maggioranza arriva in breve tempo nelle mani degli Egelston.Il sodalizio professionale di Janet e Peter s’interrompe alla fine del 2000: Janet rimane l’unica proprietaria della Portsmouth Brewery, mentre il fratello si tiene la  Northampton Brewery e la quota maggioritaria della Smuttynose. Da allora Smuttynose (che prende il suo nome da una delle nove isole che compongono il piccolo arcipelago delle isole Shoals, a sette miglia dalla costa del New Hampshire)  ha svolto un percorso di crescita annuale con percentuali sempre in doppia cifra che l’hanno portata a superare abbondantemente, per volumi e redditività, quelli della Northampton. Terminate tutte le possibilità di ampliamento ed espansione sulla proprietà attuale, Peter Egelston ha dovuto combattere per oltre cinque anni con le amministrazioni locali ed i vari comitati di cittadini prima di poter annunciare un piano di espansione da 22 milioni di dollari  che si è concretizzato con l’apertura del nuovo birrificio da 4000 metri quadrati a Hampton, una quindicina di chilometri più a sud dello stabilimento originale. In sala cottura ci sono da ormai lungo tempo i birrai Dave Yarrington e Greg Blanchard.Negli ultimi mesi in Italia sono arrivate diverse Smuttynose, buona occasione per ripassare un po' un birrificio che non bevo da qualche anno.Nel 2013 la Smuttynose lancia la sua prima IPA alla segale per la propria linea "Short Batch Series", chiamandola Rhye, un gioco di parole che combina il rinoceronte (Rhinoceros) dell'etichetta con la segale (Rye). La base di partenza è la classica Finestkind IPA (o Smuttynose IPA) aggiungendo il 30% di malto di segale e sostituendo il malto C-60 con quello Aromatic. La ricetta quindi prevede malti North American 2-Row, segale, Crisp Pale Ale, Aromatic; luppolo Magnum per l'amaro, Amarillo e Simcoe in dry-hopping.Si presenta di color ambrato chiaro, con riflessi dorati ed arancio; la shcuma, ocra, fine e cremosa, ha una buona persistenza. Chi legge abitualmente il blog conosce la mia diffidenza verso le birre luppolate che arrivano dagli Stati Uniti: troppo il rischio di trovarle in Italia stanche e poco fresche, solo una copia sbiadita di quello che erano alla partenza. Spesso le evito, a meno che non siamo nella stagione invernale/primaverile (viaggio e magazzini italiani al fresco) e non abbia notizie certe sulla data d'imbottigliamento. La bottiglia in questione mi è stata regalata e riporta una scadenza abbastanza vicina, agosto 2015; da quanto trovato in rete, Smuttynose dà una shelf life di 6 mesi. Dovrebbe quindi trattarsi di una birra prodotta a febbraio, che ha poi impiegato i classici due/tre mesi per arrivare nei negozi italiani. L'aroma mantiene comunque ancora una buona intensità ed una bella eleganza, anche se la fragranza della frutta appena tagliata è stata sostituita da sentori meno pungenti e più tendenti al dolce: mandarino, arancio, mango, papaya e melone retato sfilano in una parata ben costruita, nella quale trovano anche posto il caramello ed i primi accenni di marmellata. Il naso promette bene (immaginate solo come poteva essere 4 mesi fa!) mentre è in bocca che la stanchezza del viaggio oceanico si fa sentire maggiormente: caramello e biscotto fanno da supporto alla classica "speziatura da segale" e al dolce della frutta tropicale e della marmellata d'agrumi. L'amaro (vegetale, resina) non morde molto e si spegne un po' troppo presto, facendo perdere alla bevuta un po' di equilibrio spostandola sul versante  del dolce. Chiude con il leggero "piccante" della segale che, in una bottiglia fresca, ben s'abbinerebbe alle note resinose amare; in questo caso il pepe è invece un po' abbandonato a se stesso a lottare contro il dolce dei malti. La bevuta risulta quindi gradevole ma un po' stanca, perdendo equilibrio, eleganza e facendo nascere il solito rimpianto di non averla bevuta qualche mese prima.Formato: 35.5 cl., alc. 6.8%, IBU 65, scad. 18/08/2015.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.

Brick by Brick Bosun’s Moustache IPA & Cerveza de Garage +56 Pale Ale

Expo 2015: anche la birra si è ritagliata il suo spazio con ben due mini-padiglioni italiani ovviamente monopolizzati dalle grandi multinazionali Moretti (Heineken) e Poretti (Carlsberg). Avviso subito chi non ci è ancora stato: l'Expo non è una sorta di Salone del Gusto, ma piuttosto una specie di luna park o, se volete, una "strip" che ricorda con le dovute proporzioni quella di Las Vegas. Architetture interessanti, ardite, a volte un po' kitsch e contenuti che spaziano dall'interessante, all'artistico, al superfluo. Non andate assolutamente all'Expo per la birra, perché non c'è nulla, o quasi, che non abbiate già visto; tralasciando il dominio delle multinazionali, le poche occasioni che avrete di dissetarvi con un po' di gusto vi vengono offerte dal padiglione della Repubblica Ceca, che offre la Pilsner Urquell non pastorizzata e non filtrata, anche se sempre "industriale". Ogni paese o quasi al bar del proprio padiglione offre l'industriale di casa (Messico e Corona, Russia e Baltika, Germania e HB, Olanda e Heineken), e non fatevi illusioni neppure su USA e Belgio. Detto questo, se anche voi siete un po' "malati" e ogni volta che passate davanti ad un bar non potete far a meno di dar un'occhiata alle birre che vengono vendute, sappiate che qualche remota alternativa ai soliti nomi noti c'è.Il bar del padiglione della Lituania, nazione dove esiste un sottobosco artigianale (vi segnalo qui il breve report di Cronache di Birra), offre una serie di bottiglie della Brick By Brick Beer Workshop, nome a noi più comprensibile di quello che sarebbe l'originale, ovvero Raudonų Plytų (che in realtà significa "mattone rosso"): quattro o cinque le birre proposte, con stili che attraversano la tradizione anglosassone e quella belga. Ma quello che sembrerebbe un microbirrificio è, da quanto ho capito, un marchio della  Švyturys (Baltic Beverages Holding) di proprietà del gruppo Carlsberg; l'etichetta fa molto "craft" elencando i luppoli usati, inganna un po' perché parla di "microbrewery" ma in fondo in fondo ammette che si tratta di una birra pastorizzata.Bosun's Moustache (il nome originale sarebbe Bocmano Ūsai) è un'American IPA prodotta con Cascade, Citra, Centennial e Chinook. Nonostante si dichiari "non filtrata" in etichetta, nel bicchiere è perfettamente limpida nel suo color oro antico tendente al rame; la schiuma biancastra ha una buona persistenza, è compatta e cremosa. Nonostante la batteria di luppoli impiegata, l'aroma è piuttosto dimesso e poco attraente: sentori che richiamano le erbe officinali, marmellata d'agrumi, qualche richiamo di caramello e leggero diacetile. Le cose non migliorano di molto in bocca, con una IPA abbastanza sgraziata e poco gradevole, sebbene bevibile. Ingresso di pane e caramello e poi virata amara erbacea e resinosa, con qualche sconfinamento nel saponoso; praticamente priva di una qualsiasi componente fruttata o "succosa", poco carbonata. Una birra che pur presentandosi come "craft" non riesce a nascondere il suo DNA industriale.Per dimenticarla ci spostiamo di qualche migliaio di chilometri in Cile. Nel piccolo negozio del padiglione cileno trovate infatti un paio di "birre artigianali": ammetto la mia completa ignoranza per quel che riguarda la scena brassicola cilena, ma da quanto ho rapidamente letto in rete mi sembra di capire che anche là stanno aprendo molti microbirrifici e c'è fermento. La distanza del continente sudamericano non è ovviamente a favore dell'importazione in Europa di prodotti che andrebbero per la maggior parte consumati il più in fretta possibile.La mia scelta è caduta su una beerfirm che si chiama "Cerveza +56", con il numero che sta ovviamente ad indicare il prefisso telefonico internazionale del Cile.  Il progetto è stato lanciato nel 2013 da due ragazze, l'enologa  ed agronoma Maria Cecilia Zuñiga Morales e la commerciale Francisca Pacheco; due le birre prodotte, un'American Pale Ale ed una Oatmeal Stout, entrambe prodotte presso gli impianti del microbirrificio Casa Cervecera Quinta Normal di Santiago.Bottiglia di dicembre 2014: la freschezza è quella che è, con il viaggio oceanico e il caldo dell'Expo a fare il resto. Comunque: si presenta dorata e velata, con una testa di schiuma bianca molto persistente, fine e cremosa. Al naso c'è soprattutto miele d'arancio, con crosta di pane e agrumi (mandarino) in sottofondo assieme a qualche suggestione di menta e di marmellata d'agrumi. La pulizia è discreta, l'intensità piuttosto scarsa e anche qui mi sembra di avvertire un leggerissimo e perdonabile diacetile. Il gusto segue fedelmente l'aroma, riproponendo pane, miele e una leggera nota di agrumi; l'intensità porta a casa la sufficienza, mentre la sensazione palatale di una birra che si dovrebbe bere facilmente e anche velocemente è un po' troppo pesante. Finisce un po' corta, con una nota amaricante erbacea che si dilegua molto rapidamente. La sufficienza la porta comunque a casa, con l'attenuante dei sei mesi in bottiglia e del viaggio oceanico: alleggerendola e profumandola un po' potrebbe diventare un'onesta (American) Pale Ale da bere per dissetarsi e rinfrescarsi. Bene indicare la data di messa in bottiglia, e plauso al Cile per aver portato all'Expo almeno un paio di vere birre artigianali, con i loro pregi e difetti.Nel dettaglio:Brick by Brick Bosun's Moustache (Raudonų Plytų Bocmano Ūsai), formato 33 cl., alc. 6%, 60 IBU, lotto BU 003, scad. 19/03/2016, pagata 4.00 Euro.Cerveza de Garage +56 Pale Ale, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 16/12/2014, scad. 16/12/2015, pagata 4.40 Euro.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.

La Rulles La Grande 10 (2013)

Si appresta a compiere il suo quindicesimo compleanno la Brasserie Artisanale de Rulles, aperta nel 2010 da Gregory Verhelst nell’omonimo villaggio del Lussemburgo belga e nella regione della Gaume; qui, all’inizio del diciannovesimo secolo vi erano ben cinquanta birrifici, poi ridotti a solamente due nel 1990 (Orval e la  Brasserie Gigi). Ex chimico con la passione dell’homebrewing, Gregory inizia a pensare seriamente alla produzione di birra solo nel 1998, con una Blonde che viene minuziosamente perfezionata nel garage di casa; il debutto commerciale avviene due anni dopo, quando i minuscoli impianti produttivi trovano posto in una vecchia casa di campagna riadattata, ai bordi della strada principale del paese.  Lui è uno dei primi in Belgio ad iniziare ad utilizzare – in tempi non sospetti, lontano dalle mode – i luppoli americani nelle proprie birre; è la Rulles Estivale del 2004 che colpevolmente non bevo da troppo tempo.  Devo rimediare.Il loro utilizzo è tuttavia rispettoso della tradizione belga, senza nessuna intenzione di rinnegarla ma solamente di “rinfrescarla” con un po’ di aria nuova: niente estremismi, la birra per Gregory dev’essere sempre e comunque equilibrata e facile da bere.  La Brasserie de Rulles da allora ha iniziato un lento ma continuo percorso di crescita produttiva (e relativo ingrandimento degli impianti) che ha visto l’Italia come uno dei suoi mercati principali delle relativamente poche birre prodotte: perché, secondo quanto afferma Gregroy, non c'è continuamente bisogno di novità. Le etichette sono tutte realizzate dal fidato Palix, alias Pierre-Alexandre Haquin, disegnatore ed illustratore che per l’occasione ha creato un campesino chiamato Marcel le Rullot. Nel 2010, per celebrare il secondo lustro di vita, La Rulles realizza La Grande 10, che viene poi replicata (quasi) ogni anno; una birra dalla gradazione alcolica importante dietro la quale vi è però una ricetta volutamente semplice:  acqua, un ceppo di lievito, un tipo di malto e un luppolo: 100% malto Pilsner e luppoli che variano di anno in anno. Simcoe e Warrior per la prima edizione, mentre il millesimo 2015, prodotto in gennaio e messo in vendita a marzo, è stato utilizzato il luppolo alsaziano Aramis.La Grande 10 del 2013 all'aspetto è di color arancio opaco, con qualche riflesso dorato ed un solido cappello di schiuma avorio, cremosa e dall'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso ma rivela un'ottima pulizia ed un bouquet dolce composto da pesca ed albicocca, ananas, frutta candita, miele; la schiuma regala una nota di pepe, mente all'alzarsi della temperatura emerge un po' di alcool. Il gusto segue quasi fedelmente i profumi, riproponendo canditi, pesca (sciroppata) ed albicocca, miele, ananas. La partenza è molto dolce ma viene magistralmente bilanciata da una buona secchezza e da una splendida, leggera acidità che la rende a tratti quasi rinfrescante; la bevibilità, considerata la gradazione alcolica, è ottima, con l'alcool a dare il suo contributo in modo discreto e mai bruciante. Il corpo è medio, con poche bollicine ed una generale sensazione di morbidezza al palato. La chiusura è leggermente amara (resina e pompelmo) con - di nuovo - una funzione equilibrante più che caratterizzante: a posteriori direi che non sia una birra da invecchiare e sicuramente i due anni dall'imbottigliamento non l'hanno migliorata. Mantiene comunque un ottimo equilibrio e si congeda con un morbido retrogusto dolce di frutta sciroppata e sotto spirito. Molto pulita e ben fatta, a voi la scelta se berla relativamente "fredda" e lasciarvi sorprendere dalla sua freschezza o se lasciarla riscaldare un po' se preferite un po' di tepore col quale concludere la serata.Formato: 75 cl., IBU 50, alc. 10%, lotto 4, scad. 02/2018, pagata 9.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.

Menaresta Roots In Wine 2011

L’anno in corso si è aperto con la notizia della fuoriuscita del birraio Marco Valeriani dal Birrificio Menaresta, col quale aveva iniziato a collaborare nel 2009 entrando poi a far parte dello staff in  pianta stabile nel 2012. Nell’attesa di provare le nuove birre di Valeriani presso la sua nuova casa, il birrificio Hammer, ecco un’altra di quelle birre realizzate da Menaresta, la Roots in Wine.“Radici nel vino” ovvero – utilizzando la descrizione del birrificio stesso -   “una strong ale  invecchiata in botti di Nebbiolo della Valtellina, con aggiunta di ”cioccolato” di carruba. Viene fatta fermentare una prima volta in tino di acciaio e quindi fermentata di nuovo in barrique con aggiunta di polpa di carruba a dare lo zucchero e di malto caramello a dare il corpo, e impiego di lievito da vino bianco; la birra ottenuta è lasciata maturare in legno 6-8 mesi, dove acidifica, e altrettanti in bottiglia”.Si presenta di un luminoso e limpido color ambrato carico, con riflessi rossastri e ramati; in superficie forma una piccola schiuma a bolle grosse, biancastre, che svanisce quasi immediatamente. L’aroma è interessante e ricco, molto pulito ed intenso, e rappresenta effettivamente una porta d’accesso nel territorio dei vini liquorosi e marsalati, dei passiti: uvetta, frutti di bosco (soprattutto mirtillo e fragola), ciliegia sciroppata, zucchero caramellato. Più in secondo piano si scorgono i sentori del legno, della prugna disidratata, dell’aceto di mela e di pasticceria (immaginate una torta di fragole e ciliegie).L’inizio è davvero molto convincente, mentre la bevuta mantiene solo parzialmente le aspettative create. Corpo medio, perlage molto, molto fine e delicato, ma una consistenza palatale a mio parere un po’ troppo acquosa; il carattere vinoso domina anche in bocca con uvetta, prugna disidratata, frutti di bosco (more e mirtilli) e caramello. Il gusto è prevalentemente dolce, con le note acetiche relegate in sottofondo, a contrastarlo; la chiusura è tannica, con una buona secchezza ed una punta d’amaro che richiama il lattico ed il torrefatto. E’ assolutamente indispensabile lasciarla scaldare e raggiungere quasi la temperatura ambiente, per far emergere maggiormente la componente etilica che dona maggior struttura ad una birra che altrimenti rischia di risultare un po’ leggerina per la gradazione alcolica dichiarata (9.5%).E’ una sour ale piuttosto docile, adatta quindi anche a chi non ha abitudine all’acido, che affonda come da nome le proprie radici nel vino: l’impressione che si ha bevendola è che queste siano molto profonde, al punto di aver messo un po’ troppo in disparte la birra. Il livello complessivo è buono, soprattutto se lasciata adeguatamente riscaldare nel bicchiere ma, più che una completa soddisfazione ,lascia piuttosto intravedere un bel potenziale ancora non del tutto espresso.  Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 1/12, scad. 01/2017, pagata 5.35 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.

Mahrs Bräu Kellerbier Ungespundet Hefetrüb

Risalgono al 1670 le prime notizie documentate sull’esistenza di un birrificio in quello che allora era Wunderburg, un piccolo subborgo di Bamberga. L’area ad est del fiume Regnitz, che giusto per darvi un punto di riferimento  dista un paio di chilometri dalla centrale Dominikanerstraße dove potete bere la famosa Schlenkerla, è oggi a tutti gli effetti parte di Bamberga; nel 1895 Johann Michel acquista la proprietà che si trova al numero 10 di Wunderburg e la corrispettiva “cantina” scavata nella roccia della vicina collina di Stephansberg. Il birrificio esistente, chiamato “Zum Brenner”, viene demolito nel 1908 per far posto alla costruzione in mattoni che potete vedere ancora oggi;  dopo gli inevitabili disagi provocati dalla seconda guerra mondiale, nel 1949 la produzione riparte. Nel 1957 Albert e William Michel ricevono il testimone da Johann e fondano la Mahr's Brau, che nel 1971 passa nelle mani Ingmar Michel, nipote di Johann e  promotore dell’opera di ammodernamento ed ampliamento del 1985. Se vi capita di visitare Bamberga, opzione caldamente consigliata dal sottoscritto, potete bere le Mahr’s direttamente alla Gaststube del birrificio, sempre in  Wunderburg 10, dove ovviamente troverete anche l’immancabile Biergarten ad attendervi, dalle 9 di mattina alle 23.30. La più nota tra le produzioni di Mahr’s rimane ancora la Ungespundet Hefetrüb, una kellerbier non filtrata e quindi “torbida” (Hefetrüb) meglio nota semplicemente coma  “U”.  La lettera si riferisce al termine tedesco Ungespundet, che sta ad indicare una maturazione avvenuta in un fermentatore non pressurizzato, al fine di ottenere una birra dalla carbonatazione contenuta e dalle bollicine più fini. La ricetta, oltre al lievito della casa, prevede malti Pale, Munich ed una luppolatura di Northern Brewer e  Hallertau Tradition; la maturazione avviene per otto settimane. Per ordinarla in loco, vi basterà pronunciare due lettere: “A” (Ein) e “U” (Ungespundet), e avrete subito tra le mani mezzo litro di questa kellerbier che viene ancora servita dai barili di legno.Il suo colore è tra l’ambrato ed il ramato opaco, con qualche riflesso dorato e verdognolo: la schiuma, compatta e cremosa, è bianca ed ha una buona persistenza. Naso piuttosto elegante e pulito, nella sua semplicità: camomilla, crosta di pane, sentori erbacei e di miele. In bocca mi sorprende un po' per la quantità un po' alta di bollicine, mentre il corpo è tra il medio ed il leggero, con la scorrevolezza e la facilità di bevuta caratteristica della tradizione tedesca. In una birra così semplice, quasi nuda, non ci sono scappatoie o trucchi a cui ricorrere, come le abbondantissime luppolature: il più piccolo errore viene subito a galla. Pulizia, equilibrio e fragranza devono essere i pilastri fondamentali e questa "U" è un ottimo esempio di tutto ciò: c'è una bella freschezza dei malti con il sapore del pane appena sfornato, dei cereali, dal biscotto e del miele, a comporre una delicata dolcezza che viene poi bilanciata nel finale da una nota amara (pane tostato) appena accennata. La delicata luppolatura pulisce rapidamente il palato che non rimane troppo in compagnia del dolce ed è subito voglioso di un altro sorso: il bilanciamento è praticamente è il DNA di una birra che si rivela essere una silenziosa compagna di lunghe serate. E' sempre lì ad aspettarti, senza richiedere attenzione ma pronta a darti soddisfazione ad ogni sorso, ad ogni boccata, ad ogni bicchiere.Formato: 50 cl., alc. 5,2%, IBU 36 ?, scad. 17/09/2015.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.