Beerbliotek Session IPA Citra Motueka

Ci sono un australiano, un neozelandese, uno svedese ed un sudafricano: può sembrare l'inizio della solita barzelletta, ma qui si fa invece sul serio: Adam Norman, Richard Bull, Anders Hedlund e Darryl de Necker (seguendo l'ordine di nazionalità) fondano a Göteborg nel 2013 il microbirrificio Beerbliotek. Il nome scelto rimanda alla biblioteca ed è esplicativo della filosofia operativa del birrificio: in biblioteca si va per prendere libri a prestito, e solitamente si prende ogni volta un libro diverso, senza tornare su quelli già letti. Questo concetto viene applicato alla produzione delle birre: se non erro solamente una birra viene prodotta tutto l'anno,  la Pale Ale Bobek Citra, a soddisfare i requisiti per essere venduta tramite il  Systembolaget, monopolio di stato svedese.  Tutta la restante produzione è fatta di birre stagionali, occasionali e leggere varianti di altre birre prodotte, destinate all'export: i 410 ettolitri prodotti nel 2013, primo anno di vita del birrificio, sono stati fatti realizzando ben 36 birre diverse tra le quali dodici IPA in dieci mesi. Questa continua e assurda ricerca di novità asseconda i beergeeks ma anche il comportamento del birraio Adam Norman, il quale ammette di bere raramente la stessa birra più di una volta nei bar, perché ce ne sono sempre di nuove da provare. Lui e Richard Bull sono i proprietari del Café Doppio di Göteborg, dove due clienti abituali (Anders Hedlund e Darryl de Necker) si trovavano quasi tutte le mattine a bere il caffè e a parlare di birra: dalle appassionate conversazioni si passa all'acquisto di un Braumeister per fare la birra a casa e poi a quello di un impianto Brewfab che inaugura i birrificio di Sockerbruket 11 a Göteborg. Dal debutto di marzo 2013 con la Black Ale Chilli si è arrivati ai 1800 ettolitri del 2015, anno in cui si è concretizzata l'espansione in un secondo sito produttivo ad un solo chilometro di distanza, in Fotögatan 2. Chissà che in futuro uno dei due non venga destinato alla produzione di birre acide; in cantiere c'è anche l'apertura di un bar/pub dove i clienti potranno soddisfare la loro sete di novità.La birra.Dalla già vasta libreria di Beerbliotek ecco una Session IPA che debutta a fine 2014, in pieno inverno, per poi essere disponibile in lattina anche a partire dallo scorso marzo 2016: il suo nome, seguendo la prassi introdotta da The Kernel, altro birrificio inglese che ama sfornare novità, è dato semplicemente dai due luppoli utilizzati: l'americano Citra ed il neozelandese Motueka.Il suo colore opaco si colloca tra il dorato carico e l'arancio, con un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma offre un bouquet goloso di frutta tropicale (soprattutto mango e passion fruit) al quale s'affianca la marmellata d'agrumi: una semplicità fatta di opulenza più che di finezza, ma se i mesi passati dalla messa in lattina sono effettivamente tre mi sarei aspettato una maggior fragranza/freschezza. In bocca la bevuta inizia senza sorprese: il corpo è ovviamente leggero, la carbonazione delicata a favorire il massimo della scorrevolezza con una consistenza acquosa che non scivola mai "nell'annacquato".  La base maltata (crackers) è quella strettamente necessaria a sostenere la generosa luppolatura che prima regala frutta dolce tropicale a richiamare in toto l'aroma e poi dispensa amaro (resina, vegetale, pompelmo) con generosità ma anche con giudizio, evitando di trasformare una birra molto leggere in una tisana verde o in un succo di frutta. L'intensità è senz'altro ottima per la modesta gradazione alcolica, e la chiusura è secca e abile nel rinfrescare il palato e renderlo subito bisognoso di un altro sorso; lasciano invece un po' a desiderare pulizia ed eleganza, che alla fine rendono questa Session IPA un po' grezza e con ampi margini di miglioramento.Formato: 33 cl., alc. 3.5%, scad. 24/11/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery – Modesta

L’appuntamento di maggio con HOMEBREWED!, lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe, vede il ritorno di Giacomo Savattieri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. In chiusura di 2015 aveva assaggiato la sua stout Sweet Black Lady. In una zona della Sicilia dove purtroppo non ci sono molte opportunità di reperire birre di qualità, una possibile ""salvezza"" dalle birre industriali è stata per Giacomo iniziare a farsela da solo; la sua passione è nata cinque anni fa, dapprima con i soliti kit rapidamente rimpiazzati da produzioni All Grain. Negli ultimi anni anche la Sicilia, con un po' di ritardo rispetto ad altre regioni settentrionali, ha visto nascere molti nuovi microbirrifici e beerfirm che stanno portando una ventata di novità: speriamo che sia davvero l'inizio di una rivoluzione e che sempre più persone abbiano accesso alla birra di qualità. E, perché no, a sempre più persone venga voglia di provare l'avventura dell'homebrewing. “Modesta” è il nome dato alla primo tentativo di produrre un’American Pale Ale; Giacomo mi confessa la sua passione per le birre belghe e di non avere troppa dimestichezza con gli stili, e mi sembra che questa sua ammissione si sia poi concretizzata nella birra.  Ad ogni modo, qui non siamo ad un concorso e non si tratta di valutare l’aderenza allo stile; per chi si fa la birra in casa per uso personale conta soprattutto che sia buona da bere, e su questo punto non posso che essere d’accordo. La cosa che mi ha sorpreso, nella mia pressoché completa ignoranza sulle tecniche di produzione, è come Giacomo sia riuscito a tirare fuori una birra dal profilo belga utilizzando un lievito neutro come l’US-05: il resto della ricetta include malti Maris Otter, Vienna e Biscuit, luppoli Hallertau (immagino Hallertauer Mittelfrüh) e Cascade, quest’ultimo utilizzato anche per un modesto dry-hopping. All’aspetto è di colore arancio opaco, con qualche riflesso dorato: la schiuma biancastra è piuttosto esuberante, cremosa e abbastanza compatta, dalla lunghissima persistenza e rapidissima nel rigenerarsi agitando il bicchiere. L’aroma si sposta da subito in territorio europeo, evidenziando la speziatura del luppolo “nobile” e una lieve terrosità che accompagnano gli agrumi (polpa d’arancio, scorza di mandarino): non pensate però al classico pompelmo del Cascade, qui il profilo agrumato è continentale con il contributo degli esteri ad affiancare quello del luppolo. In sottofondo c'è anche qualche lieve sentore di erbe officinali. Dovrei definire la carbonazione troppo elevata per un'APA, ma spostandoci in territorio belga le bollicine sono quelle giuste per rendere vivacità e vitalità ad una birra dal corpo medio che scorre bene e solletica il palato ad ogni sorso. Al palato le note di biscotto e miele fungono da supporto a quanto anticipato dall'aroma: delicata spaziatura, polpa d'arancia per il dolce, abbondanza di scorza di limone, lime e pompelmo accompagnano verso l'amaro erbaceo e leggermente terroso del finale. La birra è molto secca, con un buon potere dissetante e rinfrescante e, considerando la gradazione alcolica, una notevole facilità di bevuta. Il risultato è una buona birra che a me ha richiamato senza dubbio la tradizione belga, in quel territorio di Farmhouse/Belgian Ale generosamente luppolate: l'intensità e pulizia sono ad un buon livello, mentre sull'eleganza devo fare alcune considerazioni. Nel caso di un'APA dovrei dire "migliorabile", mentre se penso ad una Farmhouse Ale trovo che la mancanza di una "precisione chirurgica" contribuisca a formare quel carattere ruspante e rustico che è uno degli aspetti fondamentali di quelle birre, e quindi in questo caso qualche leggera imperfezione è quasi un valore aggiunto.  Questa la  valutazione su scala BJCP:  36/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 50 cl., alc. 6%, imbottigliata 01/2016.

Unibroue La Fin du Monde

André Dion e Serge Racine acquistano nel 1990 il 75% della Brasserie Massawippi di Lennoxville, Canada, che si trovava in difficoltà finanziarie arrivando poi al 100% l'anno successivo e creando contemporaneamente la società Unibroue. L'idea di Dion è di realizzare in Quebec quelle birre delle quali si era innamorato in Belgio: ad aiutarlo chiama come consulente il birraio fiammingo Gino Vantieghem per creare una linea di birre rifermentate in bottiglia. La prima nata è la Blanche de Chambly, una witbier che diventerà col tempo anche la Unibroue più popolare e venduta; il cantante e attore canadese Robert Charlebois se ne innamora e fa un'offerta per rilevare il birrificio, ma ottiene solamente un'importante quota societaria. Il suo investimento permette al birrificio di spostarsi nella nuova sede di Chambly, dove tutt'ora si  trova, e di iniziare un progressivo ma regolare piano di espansione. Nel 1999 al posto di Vantieghem arriva come consulente Paul Arnott, precedente collaboratore dei trappisti di Chimay. Nel 2003 viene assunto anche Jerry Vietz per iniziare la produzione di distillati, ma l'anno successivo la Unibroue viene acquistata dal birrificio canadese Sleeman, che si trova in Ontario. I birrofili francofoni del Quebec non sono entusiasti di sapere che il loro amato birrificio è ora di proprietà degli "odiati inglesi" dell'Ontario, ma la loro preoccupazione dura solo 24 mesi perché nell'ottobre del 2006 i giapponesi di Sapporo acquistano Sleeman per 400 milioni di dollari e quindi anche Unibroue. Nel frattempo il programma di distillati era stato soppresso e Jerry Vietz era stato nominato "head brewer", ruolo che ricopre ancora oggi. Sapporo è il più antico birrificio commerciale giapponese ancora attivo ed operante dal 1876, con oltre seicentomila ettolitri prodotti ogni anno; attualmente Unibroue ne produce invece 180.000.La birra.E' datato febbraio 1994 il debutto de La Fin du Monde: da allora  la tripel di Unibroue ha portato a casa una cinquantina di medaglie in svariati concorsi. Al di là del valore che questi premi hanno, si tratta della birra canadese più medaglietta in assoluto; secondo quanto dichiara il birraio Jerry Vietz viene prodotta utilizzando coriandolo e scorza d'arancia. Il nome fa riferimento al tempo in cui le Americhe erano ancora un territorio inesplorato dagli europei, i quali pensavano che il mondo finisse in mezzo all'oceano Atlantico.Nel bicchiere è perfettamente dorata, leggermente velata e forma un generoso e compatto cappello di schiuma bianchissima e cremosa, dall'ottima persistenza. L'ottimo aspetto trova immediata corrispondenza nell'aroma, pulitissimo e di buona intensità: c'è una delicata speziatura (coriandolo, forse chiodo di garofano) che avvolge i canditi, la polpa d'arancia, le note di pane e di miele, il curaçao, la frutta secca ed un accenno di banana. I profumi sono vivaci e queste sensazioni si travasano immediatamente al palato, con una carbonazione sostenuta che caratterizza tutta la bevuta, rendendola vitale e scattante; il corpo è medio. Il gusto riparte del dolce del miele e dello zucchero candito, per poi attraversare la frutta sciroppata (pesca, albicocca) e quella candita, il tutto avvolto da una leggerissima speziatura che richiama l'aroma. Non c'è di fatto amaro, ma c'è un'impressionante attenuazione che asciuga il palato lasciandolo quasi fresco: sembra quasi un controsenso, ma è una birra dal tenore alcolico elevato (9%) nascosto in modo surreale, con il risultato di una facilità di bevuta quasi paragonabile ad una "session beer"; c'è solamente un velo di tepore etilico nel retrogusto  di frutta sotto spirito e candita. Grandissimo equilibrio, eleganza e pulizia ineccepibili, una tripel sorprendente dove ogni cosa è al posto giusto. Una pericolosa arma a disposizione di chi vuole farvi ubriacare: fatevi qualche bicchiere senza che ve ne sia rivelata la gradazione alcolica e arriverete davvero "alla fine del mondo".Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 19, lotto F23150904Q B, imbott. 06/2015.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brouwerij Kees Export Porter 1750

Kees! Se questa parola non vi è nuova, avete ragione: Kees Bubberman, homebrewer dal 1996  e poi birraio per sette anni (2007-2014) presso il birrificio olandese Emelisse. Nell’autunno del 2014 ha presentato le sue dimissioni per mettersi in proprio, e non ci ha messo molto a partire. Acquistato il vecchio impianto da 25 hl dagli inglesi di Magic Rock e aggiunto sei fermentatori, a febbraio 2015 ha prodotto il primo lotto di East India Porter alla nuova Brouwerij Kees!, che si trova ad una ventina di chilometri di distanza da Emelisse ed ha un potenziale annuo di circa 1800 hl.In poco più di un anno d'attività Kees ha già alle spalle una trentina di etichette che includono un'inevitabile collaborazione con Magic Rock ed anche i primi invecchiamenti in botte. Al di là di questo, la gamma si compone di otto birre prodotte regolarmente: Double Rye IPA, Export Porter 1750, Peated Imperial Stout, East India Porter, Pale Ale Citra, Barley Wine, Just Another IPA, Session IPA, Mosaic Hop Explosion.La birra.Kees dichiara di essersi ispirato ad una ricetta inglese del 1750, un'interpretazione piuttosto personale visto che i luppoli utilizzati sono Fuggles e Sorachi Ace, quest'ultimo disponibile solo a partire dal 1984; l'elenco dei malti include invece Pale Ale, Caramel, Carafa 1 e Carafa 2.Nera, forma un dito circa di schiuma nocciola un po' scomposta e grossolana, poco persistente. Al naso, di scarsa intensità, annoto tostature, carne e pelle/cuoio, un lieve salmastro e, in sottofondo, cioccolato, vaniglia e un tocco di cenere: il bouquet è tutt'altro che goloso, anche se abbastanza pulito. La sua consistenza è piuttosto densa, quasi masticabile, con poche bollicine ed un corpo tra il medio ed il pieno: la scorrevolezza ne risente e sin dall'ingresso appare chiaro che questa è una birra che va sorseggiata lentamente. Il gusto picchia duro, monotono, con tostature intense circondate da caffè, liquirizia ed una discreta componente etilica; il dolce (caramello, uvetta) è ridotto ai minimi termini, mentre all'opposto l'acidità portata dai malti scuri è invece piuttosto marcata. Non c'è molto movimento, non ci sono emozioni: una Imperial Porter che martella dall'inizio alla fine battendo sugli stessi tasti, senza particolare eleganza e con un livello di pulizia ampiamente migliorabile. Rilevo anche una lieve nota salmastra che richiama quella dell'aroma. In internet leggo descrizioni molto diverse di questa birra e opinioni molto positive: in verità questa bottiglia è stata da me acquistata nel 2015 appena Kees ha aperto i battenti, e dovrebbe quindi trattarsi del primo lotto prodotto. Evidentemente il birraio ha successivamente corretto il tiro sistemando il necessario: mi ripropongo quindi di tornarla ad assaggiare alla prima occasione.Formato: 33 cl., alc. 10.5%, IBU 108, lotto e scadenza non riportati, 5.19 Euro (beershop, Germania).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hop Valley Citrus Mistress

Contea di Lane, Oregon: verso la fine del diciannovesimo secolo in questa zona veniva prodotta la maggior parte di luppolo di tutto gli Stati Uniti. Il proibizionismo, alcuni parassiti e la concorrenza dei produttori dello stato di Washington ridussero il potere di questa regione che tuttavia oggi continua a produrre il 17% del totale dei luppoli statunitensi, ovvero il 5% del totale della produzione mondiale. Su questi terreni trova oggi sede la Hop Valley Brewery, aperta il 12 febbraio del 2009 a Springfield, un agglomerato urbano adiacente ad Eugene, capitale della Contea di Lane. Il birrificio è partito con un impianto da 17 ettolitri ed è rapidamente passato dai 1000 barili prodotti nel primo anno ai 4000 del 2012 che hanno reso necessario il trasloco nella nuova sede di Eugene, dove ha trovato posto un impianto da 70 hl che nel 2015 ha prodotto 12.000 barili: questo quartiere periferico chiamato Whitaker è stato rinominato il “Fermentation District” in quanto a poca distanza l’uno dall’altro si trovano birrifici (Ninkasi, Oakshire e Hop Valley) e diversi produttori di vino e distillati. Hop Valley Brewery  viene fondata  Trevor Howard, nativo di Eugene, assieme ad altri quattro soci: il padre Ron Howard, Charles Hare e  Jonas Kungys  (co-fondatori nel 2004 della Oregon Taxi, una delle maggiori compagnie dell’Oregon) e Jim Henslee. Il birraio Trevor, dopo l’homebrewing e gli studi di “Fermentation Science” alla  Oregon State University, ha lavorato alla  Pelican, alla Rogue (2004-2008) e alla Eugene City Brewery, collezionando con le proprie ricette una quarantina di premi in vari concorsi.La birra.Citrus Mistress è una IPA stagionale, suppongo disponibile solamente nei primi mesi dell'anno, prodotta con quattro diverse varietà di luppolo non dichiarate e scorza di pompelmo; l'utilizzo di agrumi o frutta in generale nella birra non è di certo una novità ma una tradizione piuttosto consolidata; più complicato risalire a chi abbia realizzato la prima IPA al pompelmo. Probabilmente nata da un'idea di alcuni homebrewers, ma il primo vero successo commerciale è quello della Ballast Point di San Diego che realizzò la versione Grapefruit della propria Sculpin IPA. Nel bicchiere si presenta tra il dorato e l'arancio, velato ma luminoso, con un bel cappello di schiuma leggermente biancastra cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. La sua data di nascita risale al 10 gennaio scorso e i quattro mesi passati in bottiglia non sono di certo il massimo per uno stile che andrebbe bevuto il più fresco possibile. L'aroma in effetti non brilla di fresco, pur mantenendo una discreta intensità ed una buona pulizia: fedele al proprio nome, troviamo arancio, pompelmo, mandarino accompagnati da sentori floreali e da un accenno di frutta tropicale (ananas, mango).  Uno scenario simile dove la freschezza non è la caratteristica principale si ripropone anche al palato: i quattro mesi in bottiglia sono tanti ma non tantissimi, eppure non c'è quell'esplosione di frutta (agrumi) che t'aspetteresti. Dall'ingresso maltato di pane, biscotto e lieve caramello si passa subito ad un'amaro resinoso e vegetale, intenso ma privo di quella fragranza necessaria a renderlo leggero e pungente piuttosto che pesante e monotono; di agrumi rimane solo un lieve passaggio che richiama la marmellata, mentre dell'aromatizzazione al pompelmo si ha una debole traccia solo nel retrogusto. La sensazione palatale è gradevole, morbida e mediamente carbonata, ma è difficile esprimere un'opinione su una bottiglia invecchiata abbastanza precocemente:  si beve,  ci mancherebbe, con il piacere che cerca però di farsi strada tra la monotonia e la noia.Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 80, imbott. 10/01/2016, 4.50 Euro.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cuvée De Ranke

Nasce nel 2005 la Cuvée di De Ranke, nello stesso anno in cui Nino Bacelle e  Guido Devos, homebrewers dagli anni ’80 e poi beerfirm a partire dal 1994 con gli impianti della Deca di Vleteren, decidono di aprire le porte della loro Brouwerij De Ranke a Dottignies. Il birrificio non si trova distante dalla regione di Poperinge, nota per la coltivazione del luppolo e il nome scelto (De Ranke) fa per l’appunto riferimento ai “filari” (rank) delle piante di luppolo. Nomen omen,  Nino e Guido sono stati tra i primi in Belgio a offrire birre “amare”, come ad esempio  la splendida XX Bitter, divenuta rapidamente la loro flagship beer: quasi la totalità dei luppoli utilizzati proviene da un coltivatore di Warneton, vicino a Poperinge.Attualmente vengono prodotti circa 5000 ettolitri l'anno, la cui metà viene  destinata all'export: sei i dipendenti che lavorano e piani di espansione  futura mirati a raddoppiare la capacità produttiva.La birra.Come il termine Cuvée indica, qui siamo al cospetto di un blend: per la precisione birra maturata in botte e lambic Girardin, in una proporzione di 70/30. Su alcuni siti (non su quello di De Ranke) viene riportato che la birra del blend è fermentata con lieviti Rodenbach, ma su questo punto sono piuttosto perplesso in quanto da quel che so Rodenbach ha smesso nel 1999 di vendere il proprio lievito ad altri birrifici dopo essere stato acquistato dalla Palm.Il suo colore è un ambrato scarico, opaco, con venature arancio: la schiuma ocra è un po' grossolana e svanisce abbastanza rapidamente. Al naso i classici descrittori da lambic: brettanomiceti e quindi note lattiche e "funky" di sudore, cantina, carta vecchia "polverosa", scorza di limone; c'è anche un leggero acetico (mela), di frutti rossi acerbi e un sottofondo di frutta dolce (albicocca, pesca?) che sebbene non bilanci l'asprezza dell'aroma ne costituisce indubbiamente una fondamentale sfaccettatura. Al palato rivela un corpo medio e una sensazione palatale morbida, con un'appropriata quantità di bollicine. Il gusto prosegue il percorso in linea retta, mettendo in scena una convivenza assolutamente  ben riuscita tra note lattiche e acetiche, tra l'asprezza di ribes e mela acerba ed il dolce della mela stessa, dell'albicocca e del caramello, quest'ultimo appena accennato; c'è una gran bella complessità nella quale emerge il "funky" del sudore e della cantina, del legno umido affiancato dalla scorza di limone e pompelmo, il cui amaro nel finale ben si lega a quello dell'acido lattico. E' una birra ruspante ma raffinata al tempo stesso, acida ma molto ben bilanciata tra le sue diverse componenti, complessa ma non difficile da leggere grazie ad un eccellente livello di pulizia. L'alcool è nascosto in maniera superba e la sua grande secchezza la rende una bevuta rinfrescante e dissetante. Una splendida birra che ha un rapporto qualità prezzo elevatissimo e che - pensate ai costi attuali di molte birre acide - probabilmente non ha eguali, soprattutto se riuscite ad acquistarne qualche bottiglia direttamente in Belgio.Formato: 75 cl., alc. 7%, imbottigliata 11/2014, scad. 21/11/2019, pagata 4.65 Euro (drink store, Belgio)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Borgo Duchessa

Non vi tedierò a lungo con l’ennesimo articolo sull’argomento più caldo delle ultime settimane nel mondo della cosiddetta “birra artigianale italiana”, l’acquisizione di Birra  del Borgo da parte della multinazionale AB-Inbev, proprietaria di marchi quali Budweiser, Corona, Stella Artois, Beck's, Hoegaarden, Leffe, Diebels, Franziskaner/Spaten, Labatt e Bass, solo per citare i più noti. Da qualche anno la strategia AB-Inbev prevede l’incorporazione nel proprio portfolio anche di birrifici “craft” e, l’uno dopo l’altro, sono caduti nella rete  Goose Island (USA, 2011),  10 Barrel  (USA, 2014), Blue Point Brewing Company  (USA, 2014, 24 M$),  Camden Town (UK, 2015, 85 M£), Elysian Brewing Company  (USA, 2015), Breckenridge Brewery  (USA, 2015), Four Peak (USA, 2015), Golden Road  (USA, 2015), Devil's Backbone  (USA, 2016) e forse ne ho dimenticata qualcuna. Inevitabile che prima o poi toccasse anche all’Italia ed ecco Birra del Borgo passare nelle mani della multinazionale che conferisce contemporaneamente la carica d’amministratore delegato al fondatore Leonardo Di Vincenzo. Le cifre non sono state divulgate, ma al di la delle solite motivazioni di facciata scritte sui comunicati stampa si vocifera che la cessione sia avvenuta soprattutto a causa della pericolante situazione finanziaria nella quale Birra del Borgo si era venuta a trovare. L’annuncio ha suscitato reazioni contrastanti negli addetti ai lavori: chi è rimasto in rumoroso silenzio, chi ha invidiato Di Vincenzo ed il contante da lui incassato, chi ha gridato allo scandalo dell'artigiano che si vende all'industria  e chi ha addirittura giurato di boicottarlo, in quanto ora parte di una multinazionale: pieno rispetto per questa scelta ideologica, ma siamo sicuri che sia oggi possibile vivere una vita (telefono, automobile, etc..) depurata dalle multinazionali? Più comprensibili invece le scelte commerciali di alcuni operatori del settore che hanno scelto la coerenza  anche a discapito dell'amicizia con Di Vincenzo: al Ma Che Siete Venuti A Fa' e negli Open Baladin (giusto per citare i casi più emblematici di due soci in affari con Di Vincenzo) non saranno più servite le birre Del Borgo, così come al Moeder Lambic di Brussels. Jean Van Roy ha immediatamente escluso Birra dal Borgo dal Cantillon Quintessence 2016 mentre Sam Calagione ha annunciato che la birra realizzata in collaborazione con Di Vincenzo, l'imperial pils My Antonia, non verrà più prodotta.Immagino che sia a forte rischio anche la sopravvivenza della Duchessic, realizzata con un blend della saison Duchessa e lambic Cantillon, a meno che Di Vincenzo non trovi qualche altro produttore di lambic disposto a vendere il proprio prodotto ad AB-Inbev. La birra.Una delle birre più versatili di Del Borgo, la Duchessa è una birra al farro (saison, dice il birrificio) che viene anche utilizzata come base per realizzare L'Equilibrista, Caos, Duchessic, Fragus e Rubus. Il suo nome è quello dei monti che circondano Borgorose, piccolo paese in provincia di Rieti al confine tra Lazio ed Abruzzo, 730 metri sul livello del mare nella riserva naturale dei monti della Duchessa. Se non erro le prime versioni di questa birra erano prodotte con una percentuale di farro superiore al 50% del totale dei cereali utilizzati, mentre attualmente l'etichetta indica il 23%.Nel bicchiere arriva al confine tra il dorato e l'arancio, opaca e con un modesto cappello di schiuma biancastra, abbastanza fine e dalla discreta persistenza. L'aroma non fa dell'intensità e della fragranza il suo punto di forza, pur evidenziando una discreta pulizia: cereali, banana, farro, una delicata speziatura e un'altrettanto lieve suggestione di agrumi. La carbonazione va a pari passo con l'intensità aromatica e questa Duchessa soffre della mancanza di vitalità al palato: è tuttavia molto scorrevole, con un corpo che si colloca tra il medio ed il leggero. L'intensità del gusto è perlomeno maggiore, ripassando in rassegna il pane e i cereali, la banana, un accenno di agrumi (marmellata), un tocco di miele e un finale terroso leggermente amaro che, assieme ad un'evidente nota acidula, riportano l'asticella dei sapori in perfetto equilibrio. La sua funzione dissetante e rinfrescante la svolge, con un discreto livello di pulizia ed un'ottima bevibilità e fruibilità: latitano invece fragranza ed emozioni. Le poche bollicine non l'aiutano e non la valorizzano, e in quanto Saison l'espressività del lievito è tutt'altro che entusiasmante, mettendo in evidenza fin troppa banana. La sufficienza la porta a casa, ma di quell'"emozioniamo la birra" che è lo slogan di Del Borgo in questa bottiglia ce n'è molto poco.Formato: 33 cl., alc. 5.8%, lotto LS191 15A, scad. 04/2017, 2.50 Euro (drink store, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bells Two Hearted Ale

Kalamazoo, città del Michigan con 75.000 abitanti equidistante (230 chilometri circa) da Detroit e Chicago: qui nel 1980 Larry Bell inizia a farsi la birra in casa e nel 1983 apre con i soldi del regalo di compleanno (200 dollari) un negozietto di materiale per l’homebrewing.  E’ aperto dieci ore alla settimana, ma contribuisce a creare un piccolo giro di clienti ai quali Bell inizia a vendere anche la sua birra fatta in casa, attività ovviamente illegale ma che riscuote successo. Ricorda Larry:  “una sera Rock Bartley, un musicista di Kalamazoo, bussò alla mia porta alle 10 di sera perché voleva comprare una cassa di birra. Mi spaventai a morte, avevo paura di finire in galera e il giorno successivo mi recai negli uffici governativi per chiedere che cosa dovevo fare per aprire legalmente un birrificio”. Bell prende in affitto da un idraulico una porzione del suo magazzino in disuso in Kalamazoo Avenue: “allora la zona era molto diversa, nei locali c’erano dei senzatetto e la strada era piena di prostitute, anche di giorno. I locali erano fatiscenti, pioveva dentro e temevamo che il tetto potesse crollare al passaggio di ogni treno sulla  ferrovia adiacente”. Nel settembre 1985 nasce la Kalamazoo Brewing Company, poco più di un negozio di homebrewing con un impianto da 15 HL posizionato sul retro che in un anno produce 158 ettolitri;  non è permesso il consumo della birra sul posto e Bell si occupa personalmente della distribuzione in tutto lo stato del Michigan. Nel 1992, stanco di bussare porta a porta, trasforma la licenza che consente l’autodistribuzione in quella di “brewpub”: l’undici giugno dell’anno successivo viene inaugurato l’Eccentric Cafè, ovvero la prima taproom del Michigan. Una primitiva cucina viene affiancata da uno spazio pubblico utilizzato per mostre d’arte e concerti. La crescita esponenziale di Bells va dai 9 impiegati e i 586 ettolitri prodotti nel 1989 ai 450 dipendenti e 364.000 HL del 2014;  nel mezzo ci sono l’inaugurazione (2003) del nuovo sito produttivo da 58 HL nella vicina cittadina di Comstock e, nel 2005 il cambiamento da Kalamazoo a Bell's Brewery, un nome che veniva ormai usato da quasi tutti i clienti. Nel 2008 l’acquisizione di una fattoria da 80 acri a Shepherd, Michigan, nella quale viene coltivato l’orzo; nel 2011 l’apertura del centro logistico di Galesburg, 2700 metri quadri dedicati allo stoccaggio e alla distribuzione di fusti e bottiglie, mentre a maggio 2014  l’inaugurazione del nuovo birrificio da 234 HL e 12000 metri quadrati di Comstock, con l'avvio della linea per la produzione di lattine e un potenziale annuo che si spinge sino a 590.000 ettolitri.La Birra.Two Hearted Ale, una delle birre più famose di Bell’s prende il nome dall’omonimo fiume che attraversa la penisola superiore dello stato del Michigan, una destinazione molto popolare per pescatori e turisti. Si tratta dell’evoluzione di una ricetta casalinga di Larry Bell che voleva realizzare una birra molto luppolata da bere nel corso di una giornata di pesca sul fiume:  la prima versione prevedeva malti inglesi e luppoli del Wisconsin, ma il risultato fu poco soddisfacente e subito abbandonato. Un secondo tentativo fu fatto dal birraio Robert Skalla, ma è solamente grazie agli aggiustamenti messi in atto da John Mallett (oggi Director of Operations per Bells) e dall’attuale head brewer Andy Farrell che la IPA di Bells è riuscita ad ottenere un grande successo nel Midwest statunitense.  Della birra originale sono rimasti solamente il nome e l’etichetta raffigurante una trota: nel 2011 la American Homebrewers Association incoronò la Two Hearted Ale come seconda miglior IPA al mondo, mentre il popolo di Ratebeer la colloca attualmente all'ottavo posto. Si tratta di una IPA single hop, realizzata solamente con Centennial, il lievito di casa Bell’s e una varietà di malti non specificata; inserendo il numero di lotto riportato in etichetta sul sito di Bells è possibile risalire alla data esatta d’imbottigliamento, che è comunque riportata anche sulla bottiglia stessa. Il suo colore è dorato antico con riflessi arancio, velato, con una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dall’ottima persistenza; i due mesi passati dall’imbottigliamento si riflettono in un’aroma ancora fresco e pungente, molto pulito ed elegante, benché non esplosivo.  C’è una buona prevalenza floreale alla quale s’affiancano le note di aghi di pino e di agrumi (limone, lime, cedro, polpa d’arancio); in sottofondo un accenno molto leggero di mango e ananas. La sensazione palatale è perfetta, morbida e scorrevole, con un corpo medio ed il giusto ammontare di bollicine. Il gusto passa per una base maltata nella quale convivono pane/crackers e un lievi sfumature  biscottate/caramellate, un sottofondo necessario a sostenere la bevuta che si svolge principalmente in territorio agrumato con pompelmo, lime, cedro, polpa d'arancio; il carattere "zesty" è splendidamente amalgamato con le note resinose per un amaro intenso e molto elegante, raffinato, lontano da eccessi asfalta-palato. L'alcool è nascosto in maniera impressionante, ma c'à sopratutto una grande secchezza ad aumentare il ritmo dei sorsi con il palato che si ritrova puntualmente pulito ad ogni sorso. Non siamo in California  e quindi non cercate in lei quel carattere (ruffiano/piacione) tropicale tipico di una IPA West Coast. Non è forse al passo con le mode attuali, a partire dall'etichetta spartana e quasi "amatoriale", e per quanto sia sempre difficile farsi un'opinione veritiera su birre delicate che hanno attraversato l'oceano, se volete assaggiare una IPA assolutamente ben fatta, pulitissima, molto equilibrata tra i suoi elementi e dalla facilità di bevuta disarmante, ecco la Two Hearted Ale. Dopo un'assenza abbastanza lunga, diverse Bells sono arrivate di recente in Europa ed anche in Italia, non lasciatevi sfuggire l'occasione di assaggiarle. Formato: 35.5 cl., alc. 7%, IBU 55, lotto 15449, imbott. 01/03/2016, 5.00 Euro. NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bells Two Hearted Ale

Kalamazoo, città del Michigan con 75.000 abitanti equidistante (230 chilometri circa) da Detroit e Chicago: qui nel 1980 Larry Bell inizia a farsi la birra in casa e nel 1983 apre con i soldi del regalo di compleanno (200 dollari) un negozietto di materiale per l’homebrewing.  E’ aperto dieci ore alla settimana, ma contribuisce a creare un piccolo giro di clienti ai quali Bell inizia a vendere anche la sua birra fatta in casa, attività ovviamente illegale ma che riscuote successo. Ricorda Larry:  “una sera Rock Bartley, un musicista di Kalamazoo, bussò alla mia porta alle 10 di sera perché voleva comprare una cassa di birra. Mi spaventai a morte, avevo paura di finire in galera e il giorno successivo mi recai negli uffici governativi per chiedere che cosa dovevo fare per aprire legalmente un birrificio”. Bell prende in affitto da un idraulico una porzione del suo magazzino in disuso in Kalamazoo Avenue: “allora la zona era molto diversa, nei locali c’erano dei senzatetto e la strada era piena di prostitute, anche di giorno. I locali erano fatiscenti, pioveva dentro e temevamo che il tetto potesse crollare al passaggio di ogni treno sulla  ferrovia adiacente”. Nel settembre 1985 nasce la Kalamazoo Brewing Company, poco più di un negozio di homebrewing con un impianto da 15 HL posizionato sul retro che in un anno produce 158 ettolitri;  non è permesso il consumo della birra sul posto e Bell si occupa personalmente della distribuzione in tutto lo stato del Michigan. Nel 1992, stanco di bussare porta a porta, trasforma la licenza che consente l’autodistribuzione in quella di “brewpub”: l’undici giugno dell’anno successivo viene inaugurato l’Eccentric Cafè, ovvero la prima taproom del Michigan. Una primitiva cucina viene affiancata da uno spazio pubblico utilizzato per mostre d’arte e concerti. La crescita esponenziale di Bells va dai 9 impiegati e i 586 ettolitri prodotti nel 1989 ai 450 dipendenti e 364.000 HL del 2014;  nel mezzo ci sono l’inaugurazione (2003) del nuovo sito produttivo da 58 HL nella vicina cittadina di Comstock e, nel 2005 il cambiamento da Kalamazoo a Bell's Brewery, un nome che veniva ormai usato da quasi tutti i clienti. Nel 2008 l’acquisizione di una fattoria da 80 acri a Shepherd, Michigan, nella quale viene coltivato l’orzo; nel 2011 l’apertura del centro logistico di Galesburg, 2700 metri quadri dedicati allo stoccaggio e alla distribuzione di fusti e bottiglie, mentre a maggio 2014  l’inaugurazione del nuovo birrificio da 234 HL e 12000 metri quadrati di Comstock, con l'avvio della linea per la produzione di lattine e un potenziale annuo che si spinge sino a 590.000 ettolitri.La Birra.Two Hearted Ale, una delle birre più famose di Bell’s prende il nome dall’omonimo fiume che attraversa la penisola superiore dello stato del Michigan, una destinazione molto popolare per pescatori e turisti. Si tratta dell’evoluzione di una ricetta casalinga di Larry Bell che voleva realizzare una birra molto luppolata da bere nel corso di una giornata di pesca sul fiume:  la prima versione prevedeva malti inglesi e luppoli del Wisconsin, ma il risultato fu poco soddisfacente e subito abbandonato. Un secondo tentativo fu fatto dal birraio Robert Skalla, ma è solamente grazie agli aggiustamenti messi in atto da John Mallett (oggi Director of Operations per Bells) e dall’attuale head brewer Andy Farrell che la IPA di Bells è riuscita ad ottenere un grande successo nel Midwest statunitense.  Della birra originale sono rimasti solamente il nome e l’etichetta raffigurante una trota: nel 2011 la American Homebrewers Association incoronò la Two Hearted Ale come seconda miglior IPA al mondo, mentre il popolo di Ratebeer la colloca attualmente all'ottavo posto. Si tratta di una IPA single hop, realizzata solamente con Centennial, il lievito di casa Bell’s e una varietà di malti non specificata; inserendo il numero di lotto riportato in etichetta sul sito di Bells è possibile risalire alla data esatta d’imbottigliamento, che è comunque riportata anche sulla bottiglia stessa. Il suo colore è dorato antico con riflessi arancio, velato, con una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dall’ottima persistenza; i due mesi passati dall’imbottigliamento si riflettono in un’aroma ancora fresco e pungente, molto pulito ed elegante, benché non esplosivo.  C’è una buona prevalenza floreale alla quale s’affiancano le note di aghi di pino e di agrumi (limone, lime, cedro, polpa d’arancio); in sottofondo un accenno molto leggero di mango e ananas. La sensazione palatale è perfetta, morbida e scorrevole, con un corpo medio ed il giusto ammontare di bollicine. Il gusto passa per una base maltata nella quale convivono pane/crackers e un lievi sfumature  biscottate/caramellate, un sottofondo necessario a sostenere la bevuta che si svolge principalmente in territorio agrumato con pompelmo, lime, cedro, polpa d'arancio; il carattere "zesty" è splendidamente amalgamato con le note resinose per un amaro intenso e molto elegante, raffinato, lontano da eccessi asfalta-palato. L'alcool è nascosto in maniera impressionante, ma c'à sopratutto una grande secchezza ad aumentare il ritmo dei sorsi con il palato che si ritrova puntualmente pulito ad ogni sorso. Non siamo in California  e quindi non cercate in lei quel carattere (ruffiano/piacione) tropicale tipico di una IPA West Coast. Non è forse al passo con le mode attuali, a partire dall'etichetta spartana e quasi "amatoriale", e per quanto sia sempre difficile farsi un'opinione veritiera su birre delicate che hanno attraversato l'oceano, se volete assaggiare una IPA assolutamente ben fatta, pulitissima, molto equilibrata tra i suoi elementi e dalla facilità di bevuta disarmante, ecco la Two Hearted Ale. Dopo un'assenza abbastanza lunga, diverse Bells sono arrivate di recente in Europa ed anche in Italia, non lasciatevi sfuggire l'occasione di assaggiarle. Formato: 35.5 cl., alc. 7%, IBU 55, lotto 15449, imbott. 01/03/2016, 5.00 Euro. NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Weißenoher Bonator Doppelbock

Dopo le impressioni piuttosto positive sulla Altfränkisch Klosterbier, ecco un'altra birra prodotta dalla Klosterbrauerei di Weißenohe, comune dove abitano un migliaio di abitanti situato ad una cinquantina di chilometri a sud di Bamberga. "Klosterbrauerei" significa ovviamente il "birrificio del monastero", precisamente l'abbazia benedettina di Weissenohe fondata nel 1052 e consacrata a San Bonifacio nella quale i monaci produssero birra sino al 1803, quando a causa della secolarizzazione il monastero fu definitivamente dissolto e venduto a privati. Nel 1827 il birraio Friedrich Kraus acquistò fattoria, taverna e birrificio, rimettendolo in funzione; oggi lo guida la quinta generazione di discendenti, Katharina ed Urban Winkler, con l'aiuto dal 2010 del birraio Martin Pelikan che produce circa 20.000 hl l'anno. Weißenohe significa "luogo del bianco ruscello", nome dato al vicino fiume Kalkack le cui acque hanno originato le profonde falde acquifere utilizzate dal birrificio attraverso i due pozzi di proprietà. La birra.Bonator è una Doppelbock dedicata a San Bonifacio, monaco inglese (673 DC) di nome Winfrid giunto a Roma e ordinato vescovo Bonifacio da papa San Gregorio II per poi essere inviato in Germania ad evangelizzare le popolazioni oltre il Reno; venne ucciso dalla spada dei pagani nel 754. Il suo colore è un limpido ambrato carico con intense venature rossastre, sormontato da una fine e compattissima testa di cremosa schiuma dalla lunghissima persistenza. L'aroma regala un bouquet  di discreta intensità, pulito e piuttosto dolce, composto da ciliegia e prugna sciroppata, toffee, pane nero/pumpernickel e una delicatissima speziatura. Si tratta di un anticipo del gusto, che segue quasi perfettamente la strada indicata dai profumi: pane nero, biscotto e caramello sono affiancati da note sciroppose di ciliegia e susina, uvetta, che compongono un percorso molto dolce e ricco. La lieve speziatura cerca di portare un po' di vivacità in assenza quasi totale di bollicine: la birra, dal corpo medio, risulta comunque morbida e avvolgente pur mantenendo la grande scorrevolezza tipica della tradizione tedesca. Nonostante la spiccata dolcezza questa Doppelbock riesce a non essere mai stucchevole grazie ad un tocco amaricante di pane tostato e terroso ma soprattutto grazie ad una buona attenuazione che regala un finale pulito e dagli strascichi zuccherini abbastanza contenuti. L'alcool è forse sin troppo nascosto, la facilità di bevuta ne risulta agevolata ma il bevitore potrebbe avvertire un po' la mancanza di un confortante calore etilico. Il profilo dei malti é molto pulito, ricco e fragrante, costituendo quella sorta di pasto liquido (in questo caso molto ben fatto e gustoso) che i monaci utilizzavano come forma di sostentamento quotidiano nel periodo di digiuno della Quaresima.Formato: 50 cl., alc. 8.2%, lotto 2102, scad. 10/08/2016, 1.58 Euro (beershop, Germania).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.