Zundert Trappist

L’estate del 2013 vedeva l’annuncio della nascita del nono birrificio trappista al mondo, il secondo in territorio olandese: si  tratta dei monaci dell’Abbazia Maria Toevlucht (ovvero “il rifugio di Maria”), nella località  Klein-Zundert, poco lontano dal confine con il Belgio. Il monastero sorse all’interno della fattoria De Kievit, acquisita dal signor Van Dongen dallo stato olandese per poi darla in affitto al fattore Bart Nouws. Nel 1899, alla morte di Van Dongen, gli eredi decisero di donare il terreno e gli edifici all’abbazia di Koningshoeven (La Trappe): da qui arrivarono due monaci e, il 24 Maggio del 1900, fu inaugurata la cappella del nuovo monastero nel quale una dozzina di monaci iniziarono a dedicarsi all’agricoltura, all’allevamento e alla vendita di prodotti caseari. Gli edifici attuali, che rimpiazzano la vecchia fattoria, risalgono al 1950 ma ci sono stati ulteriori ammodernamenti nel periodo 2002-2005.  Negli ultimi venti anni il monaci si sono visti costretti a modificare le proprie attività, alcune di esse non più redditizie, e trovare nuovi metodi di autosostentamento: dalla fine degli anni ’60 è possibile pernottare all’interno del monastero e partecipare ai rituali di preghiera;  nel 1996 fu sospesa la produzione di caseari, nel 2009 terminò quella agricola e tutto il bestiame fu venduto. I terreni di proprietà del monastero furono affidati in gestione alla Natuurmonumenten, società olandese che si occupa di preservare siti naturalistici; nello stesso anno i monaci deliberarono che un nuovo potenziale mezzo di autofinanziamento era la costruzione di un birrificio. Dopotutto, a soli trenta chilometri di distanza ci sono i fratelli "belgi" trappisti di Westmalle, poco più in la quelli di Achel e, per restare in territorio olandese, La Trappe/ Koningshoeven: ed è proprio qui che due monaci di Zundert vengono inviati per imparare a fare la birra. Nel frattempo il sindaco di Zendert dà il suo benestare all’avvio dei lavori della costruzione del birrificio; allo studio d’architettura Oomen Architecten spetta il compito di studiarne la collocazione all’interno dei locali che un tempo ospitavano la fattoria; gli impianti sono invece forniti dai tedeschi di JBT.  I lavori iniziano il 24 ottobre 2012 e a fine giugno 2013 il birrificio è pronto ad entrare in funzione: si parte con una sola birra  che viene chiamata Zundert Trappist e le cui prime bottiglie arrivano sugli scaffali in dicembre.  E’ ambrata, leggermente velata, e forma un bel cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso una buona pulizia ed una discreta fragranza che si compone di profumi floreali, spezie (coriandolo?), suggestioni dolci di fragola e ciliegia, miele, pane e croissant, zucchero a velo.  Una “golosità” che si ripropone anche in bocca, con un gusto piuttosto dolce di biscotto e miele, pasticceria, zucchero candito e caramello, accenni di marzapane: sono le vivaci bollicine a stemperare un po’ la dolcezza, bilanciata poi da un finale lievemente amaricante (mandorla, erbaceo) e abbastanza asciutto. Il mouthfeel è ottimo, nonostante l’alta carbonazione questa Zundert non risulta affatto spigolosa ma è quasi morbida al palato. L’alcool (8%) mette fuori la testa dal nascondiglio solamente nel retrogusto, riscaldando un po’ il corpo (e l’animo) del bevitore con note  di frutta sotto spirito a concludere una bevuta soddisfacente che lascia un buon ricordo di sé. Un esordio già di buon livello quello dei frati trappisti di Zundert, con una Tripel intensa ma di facile bevuta  che, nonostante la giovane età, non sfigura affatto al confronto con le "storiche" trappiste. Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 02BO 08:21, scad. 02/02/2017, pagata 2.29 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

SchuppenAas

Hobbybrouwerij Het Nest, ovvero “la culla”, beerfirm nata quasi per scherzo e diventata ora una cosa seria.  La fondano un gruppo di amici residenti a Turnhout e dintorni,  compagni sin dalle scuole superiori, inizialmente come un “circolo di degustazione” che li tenesse occupati nelle serate in cui mogli e fidanzate si riunivano nel loro “circolo di cucina”; in breve le donne imparavano a cucinare, gli uomini a bere. Gli incontri quindicinali fanno nascere in cinque di loro la voglia di seguire un corso per fare la birra e, soprattutto, la convinzione di poterla fare meglio della maggior parte di quelle che assaggiavano. E’ Bart Cuypers, oggi “presidente”  di Het Nest, a recuperare un po’ di attrezzatura per homebrewing di seconda mano e gli esperimenti con le pentole hanno inizio nel 2006; dopo qualche anno di pratica e d ifeedback positivo da parte di amici decidono di iscrivere la propria Tripel ad un concorso olandese, ottenendo il terzo posto tra le 92 partecipanti. E’ il trampolino di lancio per la nascita “ufficiale” della beerfirm, che produce i suoi primi 500 litri di  Schuppenboer Tripel presso il birrificio Boelens:  in seguito si appoggeranno agli impianti della Brouwerij Pirlot per le birre che vengono poi affinate in legno e alla Brouwerij Anders per tutte le altre. Alla Tripel, oggi chiamata Jack of Spades, si aggiungono le  blonde ale Queen of Diamonds (luppolata con Cascade) e King of Hearts (luppoli europei), le saison Turnhoutse Patriot e KoekeDam e la strong ale KlevereTien, prima tra le loro birre a finire in botte, seguita poi a breve distanza dalla Imperial Stout  Dead Man's Hand. Nel 2012 un centinaio di cartoni vengono importate per la prima volta  da Shelton Brothers negli Stati Uniti, e nello stesso anno Het Nest inizia a pianificare il suo futuro birrificio proprio, sul quale sono state effettuate le prime cotte alla fine dello scorso agosto. L’inaugurazione ufficiale – con apertura al pubblico – si è svolta lo scorso weekend del 24/25 Ottobre. Het Nest produce circa 700 ettolitri di birra, dei quali 600 in Belgio ed i restanti esportati verso USA, Olanda, Svezia, Danimarca, Spagna, Italia, Taiwan e Japan. Caratteristica di tutte o quasi le birre Het Nest è il legame con il mondo delle carte di gioco; la città belga di Turnhout è infatti centro mondiale di produzione di carte (grazie alla presenza dell’azienda Cartamundi): ecco ad esempio la SchuppenAas, ovvero l’Asso di Picche. Leggo in internet che si tratterebbe di un omaggio all’Orval;  in verità sul sito di Het Nest non c’è nessun riferimento a questo, e quindi potrebbe essere che il legame con la birra trappista sia solo un'operazione di marketing dei distributori o degli importatori. Di certo vi è che la SchuppenAas viene rifermentata in bottiglia con aggiunta di Brettanomiceti e riceve una luppolatura di Tomahawk e Simcoe. I lieviti “selvaggi” le donano una certa irruenza che si manifesta sin dal momento in cui la si versa nel bicchiere: bisogna avere un po’ di cautela per domare la schiuma color ocra, cremosa, compatta e molto persistente: il corpo è invece di colore ambrato chiaro e leggermente velato.  L’aroma è pulitissimo e apre con quei profumi di fiori bianchi che effettivamente mi ricordano l’Orval “giovane”; in secondo piano gli agrumi (polpa e scorza d’arancia, limone), il biscotto, qualche suggestione di fragola e forse lampone, di zucchero vanigliato. Il naso è molto elegante e pulitissimo, permettendo di cogliere anche la leggerissima presenza di acido lattico. Le vivaci bollicine segnano l'inizio di una bevuta piuttosto facile, ruspante e scattante, watery quanto basta: si parte tuttavia un po' troppo sul dolce, con le note di biscotto, di pane "zuccherato", canditi, mango e papaya molto in evidenza, ma fortunatamente l'asticella viene posta abbastanza rapidamente in equilibrio da una leggera acidità lattica e soprattutto dalla chiusura amaricante finale caratterizzata da tonalità terrose e vegetali, che ricorda in qualche modo l'Orval un po' più adulta pur non replicandone la stessa eleganza. Interessante questa SchuppenAas, anche se a mio parere ancora un po' incompleta; personalmente ho trovato troppo contrasto/antagonismo tra l'elevata dolcezza dell'inizio, frutta tropicale inclusa, che va un po' a scontrarsi con l'intensità dell'amaro terroso: i due elementi in alcuni passaggi sembrano quasi respingersi, anziché amalgamarsi. Splendidamente nascosto l'alcool (6.5%), è una birra un po' rustica e molto rinfrescante dall'evidente carattere belga che potrebbe tranquillamente rientrare in quella categoria di Farmhouse Ales che vanno molto di moda oggi. Il potenziale è molto buono ma ancora in parte inespresso, ora che Het Nest ha un impianto di proprietà sarà interessante vedere in quale direzione le birre potranno crescere.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 44, scad. 04/11/2016, pagata 1.70 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Founders Imperial Stout

Le “scure” alla Founders Brewing Co. (Grand Rapids, Michigan)  le sanno fare, non c’è che dire:  Porter, Breakfast Stout, KBS (e anche CBS)  sono tutte grandi birre che si sono guadagnate un’eccellente reputazione, e non solo sui siti di beer-rating. E, per quel che mi riguarda, poco importa che lo scorso anno Founders abbia ceduto il 30% delle proprie azioni al birrificio spagnolo Mahou San Miguel, del quale non posso parlare con altrettanto entusiasmo: finché Founders continuerà a mantenere i suoi elevati standard qualitativi, non mi scandalizzo di certo  per   l’accordo con un “nemico” industriale (benché ancora di proprietà della famiglia Mahou)  che ha consentito di racimolare le risorse finanziarie necessarie per completare il previsto piano di espansione da 40 milioni di dollari e rendere così maggiormente reperibili le proprie birre, anche al di fuori degli Stati Uniti. Assaggiate le tre “scure” citate in precedenza, all’appello mancava l’ Imperial Stout, birra la cui “fama” è probabilmente un po’ oscurata dall’hype che circonda le altre due “sorelle” (Breakfast e KBS) prodotte aggiunta di caffè. Per questa vengono invece utilizzate “solamente“ dieci varietà diverse di malto, che il birrificio ha però scelto di non rivelare; in etichetta regna sovrana l’aquila bicipite, simbolo araldico usato per la prima volta dall’imperatore romano Costantino I e, in seguito, anche dai Romanov... visto che parliamo di una  “Russian Imperial Stout”. Fu il matrimonio tra il primo imperatore russo  Ivan III e Zoe, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore di Bisanzio, a consentire al primo di appropriarsi dei simboli bizantini. L’aquila bicipite, oltre a rappresentare il potete spirituale e temporale riuniti nelle disponibilità di una unica persona, simboleggiava anche le due parti del continente (Europa ed Asia) sulle quali si sviluppava la Russia; lo scudo sul petto dell’aquila  raffigurante il cavaliere che uccide il grado è l’antico stemma di Mosca di cui Ivan III era Granduca.La Imperial Stout venne inizialmente prodotta da Founders solo occasionalmente ed in modeste quantità, in quanto la capacità del birrificio era tutta impegnata a soddisfare l’enorme richiesta di Centennal IPA e Dirty Bastard.  E’ soltanto a Novembre del 2007, quando viene inaugurata la nuova e più capiente sede produttiva che questa ed altre birre, come ad esempio la Porter, riescono a trovare maggior spazio, soprattutto per soddisfare le richieste provenienti dal New England e da alcuni stati della costa ad Est.  L’Imperial Stout di Founders diviene così un appuntamento fisso stagionale di ogni anno, solitamente disponibile nel periodo tra gennaio e marzo. Nel bicchiere è assolutamente nera ed impenetrabile alla luce, formando un compattissimo cappello di schiuma cremosa e color beige scuro, molto persistente. L’aspetto è “goloso” e il naso non si tira indietro, con un’intensità che si sprigiona non appena la bottiglia viene stappata:  i profumi sono quelli del fruit cake, del cioccolato amaro, del rum e del caffè, con in sottofondo delle lievi sfumature di cenere e di carne. Al palato il suo percorso inizia con una specie di carezza, ovvero la sensazione tattile: birra molto morbida, cremosa poche bollicine, corpo tra il medio e il pieno, buona scorrevolezza. Quella che inizialmente sembra una birra "mansueta" non impiega troppo tempo per tirare fuori muscoli ed artigli; Imperial Stout, molto, davvero molto intensa nelle tostature, nelle note di caffè amaro e di liquirizia, con solamente una leggera presenza di caramello bruciato a sostenerle. E le cose si fanno ancora più serie man mano che si arriva a fine corsa, dove all'intenso (ma elegante) amaro delle tostature si aggiungono le note resinose dei luppoli, a pulire un po' il palato e preparare il terreno al lungo ed intenso retrogusto che si snoda tra note etiliche, tostate, di caffè e cioccolato amaro. Una birra relativamente semplice, pulitissima e straordinariamente "solida", potente: zero fronzoli, zero merletti, gli elementi in gioco sono pochi ma giocano davvero bene. L'alcool si sente ma non disturba affatto quello che risulta essere un tranquillo sorseggiare in un dopocena da poltrona; dicono che invecchi anche piuttosto bene, e allora perché non affidare una bottiglia al tempo della cantina?Formato: 35.5 cl., alc. 10.5%, IBU 90, scad. 05/10/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Founders Imperial Stout

Le “scure” alla Founders Brewing Co. (Grand Rapids, Michigan)  le sanno fare, non c’è che dire:  Porter, Breakfast Stout, KBS (e anche CBS)  sono tutte grandi birre che si sono guadagnate un’eccellente reputazione, e non solo sui siti di beer-rating. E, per quel che mi riguarda, poco importa che lo scorso anno Founders abbia ceduto il 30% delle proprie azioni al birrificio spagnolo Mahou San Miguel, del quale non posso parlare con altrettanto entusiasmo: finché Founders continuerà a mantenere i suoi elevati standard qualitativi, non mi scandalizzo di certo  per   l’accordo con un “nemico” industriale (benché ancora di proprietà della famiglia Mahou)  che ha consentito di racimolare le risorse finanziarie necessarie per completare il previsto piano di espansione da 40 milioni di dollari e rendere così maggiormente reperibili le proprie birre, anche al di fuori degli Stati Uniti. Assaggiate le tre “scure” citate in precedenza, all’appello mancava l’ Imperial Stout, birra la cui “fama” è probabilmente un po’ oscurata dall’hype che circonda le altre due “sorelle” (Breakfast e KBS) prodotte aggiunta di caffè. Per questa vengono invece utilizzate “solamente“ dieci varietà diverse di malto, che il birrificio ha però scelto di non rivelare; in etichetta regna sovrana l’aquila bicipite, simbolo araldico usato per la prima volta dall’imperatore romano Costantino I e, in seguito, anche dai Romanov... visto che parliamo di una  “Russian Imperial Stout”. Fu il matrimonio tra il primo imperatore russo  Ivan III e Zoe, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore di Bisanzio, a consentire al primo di appropriarsi dei simboli bizantini. L’aquila bicipite, oltre a rappresentare il potete spirituale e temporale riuniti nelle disponibilità di una unica persona, simboleggiava anche le due parti del continente (Europa ed Asia) sulle quali si sviluppava la Russia; lo scudo sul petto dell’aquila  raffigurante il cavaliere che uccide il grado è l’antico stemma di Mosca di cui Ivan III era Granduca.La Imperial Stout venne inizialmente prodotta da Founders solo occasionalmente ed in modeste quantità, in quanto la capacità del birrificio era tutta impegnata a soddisfare l’enorme richiesta di Centennal IPA e Dirty Bastard.  E’ soltanto a Novembre del 2007, quando viene inaugurata la nuova e più capiente sede produttiva che questa ed altre birre, come ad esempio la Porter, riescono a trovare maggior spazio, soprattutto per soddisfare le richieste provenienti dal New England e da alcuni stati della costa ad Est.  L’Imperial Stout di Founders diviene così un appuntamento fisso stagionale di ogni anno, solitamente disponibile nel periodo tra gennaio e marzo. Nel bicchiere è assolutamente nera ed impenetrabile alla luce, formando un compattissimo cappello di schiuma cremosa e color beige scuro, molto persistente. L’aspetto è “goloso” e il naso non si tira indietro, con un’intensità che si sprigiona non appena la bottiglia viene stappata:  i profumi sono quelli del fruit cake, del cioccolato amaro, del rum e del caffè, con in sottofondo delle lievi sfumature di cenere e di carne. Al palato il suo percorso inizia con una specie di carezza, ovvero la sensazione tattile: birra molto morbida, cremosa poche bollicine, corpo tra il medio e il pieno, buona scorrevolezza. Quella che inizialmente sembra una birra "mansueta" non impiega troppo tempo per tirare fuori muscoli ed artigli; Imperial Stout, molto, davvero molto intensa nelle tostature, nelle note di caffè amaro e di liquirizia, con solamente una leggera presenza di caramello bruciato a sostenerle. E le cose si fanno ancora più serie man mano che si arriva a fine corsa, dove all'intenso (ma elegante) amaro delle tostature si aggiungono le note resinose dei luppoli, a pulire un po' il palato e preparare il terreno al lungo ed intenso retrogusto che si snoda tra note etiliche, tostate, di caffè e cioccolato amaro. Una birra relativamente semplice, pulitissima e straordinariamente "solida", potente: zero fronzoli, zero merletti, gli elementi in gioco sono pochi ma giocano davvero bene. L'alcool si sente ma non disturba affatto quello che risulta essere un tranquillo sorseggiare in un dopocena da poltrona; dicono che invecchi anche piuttosto bene, e allora perché non affidare una bottiglia al tempo della cantina?Formato: 35.5 cl., alc. 10.5%, IBU 90, scad. 05/10/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Struise Pannepot 2009

Inauguro oggi un nuovo appuntamento, chiamato "dalla cantina" e dedicato al "vintage", a birre invecchiate che hanno passato qualche anno in cantina, a volte forse anche più del dovuto. Non è certo un segreto che la birra nove volte su dieci vada bevuta fresca, ma ci sono delle eccezioni ovvero birre che invece possono sopportare qualche o diversi anni d'invecchiamento, sviluppando gradevoli profumi e sapori. A voi scegliere se andare sul sicuro e mettere in cantina quelle birre già note per il loro potenziale "vintage", oppure rischiare con qualche altra bottiglia meno nota e sperare nella sorte.La prima birra ad essere riesumata dalla cantina è quasi una certezza, la Pannepot del birrificio De Struise, che era già apparsa sul blog nella sua versione Grand Reserva, e nella variante chiamata Pannepeut. Si tratta di una massiccia Strong Dark Ale la cui storia la trovate descritta in maniera impeccabile qui: prodotta da Carlo Grootaert  e Urbain Coutteau per la prima volta nel 2005, la Pannepot prende il suo nome dalla tipica barca che i pescatori di De Panne utilizzavano ogni giorno per navigare il freddo Mare del Nord nei primi anni del '900. A casa, le loro mogli, producevano una birra scura e la conservavano in cantina dentro a piccole botti, dalle quali veniva  "prelevata per essere versata in contenitori di acciaio fatti precedentemente arroventare sul fuoco.  Questa birra senza nome, piatta, arricchita a volte con tuorli d’uova e irrobustita dall’uso non morigerato di zucchero di canna, una volta che entrava in contatto con le pareti arroventate del contenitore di acciaio si caramellizava quasi all’istante, assumendo una caratterizzazione “spessa” e una consistenza altrettanto pronunciata. Perfetta per riscaldare i corpi e lo spirito dei marinai agghiacciati dall’inclemenza del Mare del Nord.". Con la Pannepot gli Struise omaggiano De Panne, quello che un tempo era un piccolo borgo di pescatori vicino al confine francese e oggi, dune escluse, è purtroppo soltanto una delle tante località balneari sulla costa belga caratterizzata da infinite schiere di anonimi condomini rivolti su di una grande spiaggia sabbiosa.Pannepot anno 2009, Strong Dark Ale che si dice essere speziata con coriandolo, timo, cannella, e buccia d’arancia dolce; a quel tempo gli Struise erano solo una beerfirm e veniva prodotta presso gli impianti della Deca di Woesten. Si veste di color marrone scurissimo, illuminato solamente da qualche riflesso ambrato; la schiuma beige non è particolarmente generosa ma rimane cremosa e compatta, anche se la sua persistenza è piuttosto limitata. L'aroma è ancora molto intenso e ricco di pane nero, prugna disidratata, uvetta e datteri, frutti di bosco, caramello, melassa e zucchero candito. I quasi 6 anni passati in cantina hanno provocato una lieve ossidazione che regala delle belle note di vino liquoroso, di porto; sono invece fortunatamente piuttosto lievi le caratteristiche negative, ovvero l'odore di cartone bagnato. La corrispondenza tra gusto e aroma è pressoché totale: la Pannepot restituisce anche al palato le note dolci di porto e di vino liquoroso, l'uvetta sotto spirito e la prugna disidratata, il caramello, i frutti di bosco. La presenza etilica è importante ma non va mai oltre il dovuto, consentendo di sorseggiare la birra in tutta tranquillità senza nessuno sforzo. Il corpo è ovviamente meno denso rispetto ad una bottiglia giovane, oscillando tra il medio ed il pieno, con poche bollicine; la sensazione palatale è comunque ottima, una birra molto morbida che scende avvolgendo il palato, ancora potente. Non c'è molta complessità (le spezie sono ovviamente già svanite) ma rimangono pulizia e tanta sostanza: pochi elementi sono sufficienti a garantire una bevuta ricca di soddisfazioni, impreziosita dalle note liquorose. Ancora lievi e del tutto "sopportabili" le conseguenza negative dell'ossidazione, come quella nota di cartone bagnato a fine bevuta che viene comunque subito assorbita dall'alcool, fondamentale anche nel bilanciare la dolcezza della birra. Mettetela nel bicchiere e gustatevela some se fosse un porto o un liquore per riscaldarvi in una serata d'autunno o d'inverno.Resta da rispondere alla domanda che bisognerebbe porsi dopo aver aperto ogni "vintage": vale la pena aspettare sei anni per berla?  La risposta è "ni": personalmente non amo le Strong Dark Ales belghe molto giovani, e preferisco sempre aspettare un po' prima di berle. La Pannepot è già ottima  e "perfetta" dopo 2-3 anni dall'imbottigliamento, avendo già smussato le irrequietezze della gioventù; mancano ancora le note liquorose dovute all'ossidazione, ma è una birra così intensa e così piena di sapori che non ne sentirete la mancanza. E' una birra che regge comunque bene il tempo, e che potrebbe restare in cantina tranquillamente per qualche altro anno senza che l'ossidazione le doni più difetti che pregi.Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto D, scad. 30/09/2015.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Spufi Brewing Sette e 1/2 IPA

Ritorna dopo un periodo d’assenza la rubrica (mensile ?) dedicata alle produzioni casalinghe; la calda estate che ci siamo lasciati alle spalle con le sue elevate temperature ha purtroppo sconsigliato l’invio per posta di qualsiasi bottiglia.  Voglio anche rassicurare gli homebrewers che stanno ancora attendendo di vedere le loro birre “pubblicate”: il ritardo è anch’esso dovuto al caldo, difficile per me affrontare dei Barley Wine in piena estate, ma ormai la stagione "giusta" è alle porte.Oggi vi presento l’homebrewer Mirko Pizzi da Limido Comasco, paese che si trova solo ad un paio di chilometri da Lurago Marinone, "casa" del Birrificio Italiano. Capitatovi una sera per caso, fu proprio l’incontro con un bicchiere di Bibock a far nascere in lui la passione per la birra e, di conseguenza, il beer-hunting e il desiderio di provare a produrla a casa;  dal 2008 inizia assieme ad amici a sperimentare con i vari kit da estratto, ma i risultati non sono molto soddisfacenti. Le cose migliorano solamente a partire dal 2012, quando Mirko decide di passare all’All Grain: nel tempo libero dal suo lavoro da programmatore si “forma” in modo completamente autodidatta, soprattutto attingendo informazioni da siti specializzati in internet. Diamo quindi il benvenuto alla “Spufi Brewing”, questo il nome del birrificio casalingo il cui logo raffigura il gatto di casa, Spufi; la prima birra che stappo è una IPA chiamata “Sette e 1/2", prodotta con malti  Pale, Pils, Carapils, una piccola percentuale di malto caramello e fiocchi  d'orzo. Per l’amaro è stato scelto il Magnum, affiancato da Chinook, Columbus, Mosaic, Citra, Amarillo, Simcoe e Galaxy; c’è anche un generoso dry-hopping di Mosaic. La fotografia la scurisce un po' troppo, perché in realtà nel bicchiere arriva molto torbida e di colore arancio, con qualche venatura ramata: la schiuma è biancastra, compatta e cremosa, con un’ottima persistenza. L’eccessiva opalescenza è subito “perdonata”  non appena si avvicina il naso al bicchiere. E’ una IPA in bottiglia da circa due mesi e l’aroma ne riflette tutta la freschezza, sorprendendomi soprattutto per  intensità, pulizia ed eleganza. C’è una macedonia di frutta ruffiana al punto giusto e molto ben assemblata con i profumi di litchi, ananas, melone retato, pompelmo, arancia e mango: davvero nulla da invidiare a birre “professionali”, anzi…  molto meglio di molte IPA da me assaggiate in questi anni.  I maligni potrebbero obiettare che un dry-hopping ben fatto e un po’ “spinto” conquista subito le narici del bevitore contribuendo anche a mascherare eventuali piccoli difetti;  ma il “problema”, se così si può chiamare, è che un tale aroma crea dell’elevate aspettative che il gusto deve poi saper confermare. Al palato questa IPA ha una buona scorrevolezza, anche se potrebbe essere più “leggera”  e snella per quel che riguarda la sensazione “tattile”: il livello di bollicine è giusto, medio, come il corpo.  In bocca arriva subito una bella fragranza dei malti, con note di cereali e crackers, una breve introduzione che spalanca poi le porte ad un’intensa macedonia di frutta che rivisita l’aroma. La corrispondenza profumi/sapori è quasi perfetta, mentre pulizia e finezza del gusto non sono allo stesso livello dell’aroma: la frutta domina andando però a coprire tutto il resto, e mi riferisco in particolare alla chiusura amara che, personalmente, vorrei sempre trovare in una IPA. L’amaro fa invece un po’ fatica ad emergere dal dolce della frutta, anche se le cose migliorano quando la birra s'avvicina alla temperatura ambiente mettendo un po' più in mostra le note di scorza di pompelmo e quelle vegetali.  E' comunque una chiusura in tono minore rispetto all'intensità del resto della birra, a "scendere" invece che  a "salire"; nel retrogusto ritornano un po' a sorpresa le note di cereali e crackers. E' una IPA di livello piuttosto buono, davvero: l'aroma mi ha assolutamente colpito in positivo, e  se devo quindi dare qualche "umile" consiglio all'homebrewer è di lavorare sopratutto sul "mouthfeel", un po' troppo pesante, e sulla parte amara finale che, almeno per i miei gusti è un po' sottotono rispetto al resto della bevuta. Il gusto è di ottima intensità, l'alcool è molto ben nascosto ma bisognerebbe trovare un po' più di equilibrio tra i vari elementi, senza lasciare che la componente fruttata e "ruffiana" sia padrone assoluta del palcoscenico. Questa la  valutazione su scala BJCP:  37/50 (Aroma 10/12, Aspetto 2/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 3/5, impressione generale 8/10). Ringrazio Mirko per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 52, OG 1065, imbott. 13/08/2015.

Witkap Pater Stimulo

Il birrificio Slaghmuylder viene fondato nel 1860 da Emmanuel Slaghmuylder, un ex-commerciante di grano, a Ninove, trenta  chilometri ad est di Brussels, ed è oggi l'unico superstite tra i tredici produttori esistenti in paese all’inizio del 1900; il birrificio – a seguito degli ampliamenti avvenuti negli anni – sorge oggi su quel terreno dove un tempo si trovava l’abbazia di Ninove. E’ sotto la guida di Edouard, figlio di Emmanuel, che Slaghmuylder si specializza nella bassa fermentazione, iniziando nel 1926 a produrre con successo la Slag Pils. Le ristrettezze economiche che caratterizzano il periodo della seconda guerra mondiale consigliano di ridurre i costi derivanti dall'energia necessaria alla refrigerazione e quindi il birrificio inizia a concentrarsi sulle alte fermentazioni.Ma il marchio "Witkap", che oggi costituisce la gamma di birre di maggior successo di Slaghmuylder, ha una storia leggermente diversa. Il suo ideatore è Hendrik Verlinden, ingegnere birrario che nel 1916 aveva rilevato il birrificio Drie Linden nella vicina Brasschaat; Verlinden è considerato secondo Michael Jackson come l'artefice della prima "triple" belga, ancor prima che lo stile s'identificasse  con quella prodotta da Westmalle; ed è proprio per questi monaci che Verlinden si trovò a lavorare negli anni '20 come consulente cercando di risolvere alcuni problemi che erano sorti con la Dubbel Bruin. Come racconta Stan Hieronymus in "Brew Like a Monk", Verlinden iniziò nello stesso periodo a produrre birre in stile "trappista"alla Drie Linden lanciando poi nel 1932 la Witkap Pater, oggi nota come Witkap Tripel, due anni prima di quella di Westmalle. I monaci, che non lesinavano azioni legali nei confronti di altri birrifici che utilizzavano in etichetta la dicitura "trappistenbier",  lasciarono invece il birrificio Drie Linden libero di utilizzarlo indisturbato sino al 1981. Hendrik Verlinden fu ucciso assieme al suo figlio più giovane nel maggio del 1939 quando una bomba lanciata dai tedeschi colpì il suo birrificio. Fu il figlio maggiore a continuare l'attività sino alla metà degli anni '60. Drie Linden, in grosse difficoltà finanziarie, passò poi nelle mani di diversi acquirenti finché, nel 1981, fu rilevato dalla famiglia Slaghmuylder che ancora oggi, alla quinta generazione di discendenti, ne detiene il controllo. Il birraio é Karel Goddeau che, nel tempo libero, si occupa anche del blend dei lambic presso De Cam.La Witkap Pater Stimulo negli Stati Uniti è commercializzata con il nome Witkap Singel per motivi che non sono riuscito a reperire; il "cappuccio bianco" (witkap) è ovviamente quello dei monaci cistercensi. E' una Belgian Ale prodotta con luppoli belgi e della Repubblica Ceca, ma ovviamente qui il protagonista è il lievito; l'etichetta riporta anche l'utilizzo di mais.Perfettamente dorata e velata, forma nel bicchiere un perfetto cappello di bianchissima e compatta schiuma cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma brilla per eleganza e pulizia: lievi sentori erbacei sono accompagnati da quelli fruttati di pera, limone, banana e scorza di mandarino; c'è una delicatissima speziatura che ricorda il coriandolo assieme a sentori di crackers, cereali, una suggestione di frutta secca (arachidi) e una spolverata di zucchero a velo. La sensazione palatale è praticamente perfetta, con un riuscitissimo compromesso tra una vivace carbonazione ed una morbidezza leggermente cremosa che non preclude assolutamente la scorrevolezza; il corpo è medio. Il gusto, pulitissimo, mette in evidenza note di cereali e crackers, polpa d'arancio e banana, una delicata speziatura e una dolcezza che ricorda il miele e il mais, accenni di frutta tropicale. L'intensità non è la caratteristica principale di questa Stimulo, che mette invece in mostra una pulizia, un equilibrio ed un'eleganza quasi maniacali; caratteristiche che ritornano anche nel finale, delicatamente amaro (erbaceo, zesty), che lascia poi spazio al ritorno nel retrogusto dei cereali e del dolce del miele. Una belgian ale che disseta e rinfresca senza richiedere attenzione o voler rubare la scena: svolge il suo compito con una discrezione ed un silenzio quasi monastico, al punto che probabilmente vi accorgerete di lei solamente quando il bicchiere è vuoto per domandarne ancora. Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto C, scad. 04/2016, pagata 1.40 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra Perugia Sidro Artigianale

Oggi facciamo una leggera deviazione al di fuori della birra per entrare nel mondo del sidro, prodotto dalla fermentazione di mele, diffusissimo in alcune regioni settentrionali dell’Europa come Normandia e Bretagna, Regno Unito, Irlanda, Portogallo, Asturie e Paesi Baschi. In Italia lo potete trovare alla spina in diversi pub ma la sua produzione, un tempo molto diffusa al nord, è oggi molto limitata ed è stata soppiantata da quella del vino. Onestamente ignoro quanti “reali” produttori di sidro siano attivi in Italia e non ho trovato nessun utile censimento o statistica in internet. Il sito Microbirrifici.org, che ovviamente limita la sua conta ai birrifici, ne annovera tre che sono anche produttori di sidro. C’è Melchiori in Val di Non,  c’è Baladin e il suo sidro prodotto (in Francia, se non erro) assieme alla sidreria Maeyaert, e c’è Birra Perugia in Umbria.  Proprio questo birrificio mi ha gentilmente invitato ad assaggiarlo: ammetto di non essere un gran bevitore di sidro ma qualche anno fa, nel corso di una vacanza tra Bretagna e Normandia, ho avuto occasione di assaggiarne diversi e si è trattata di un’ottima alternativa alle mediocri birre che si trovano in quelle zone. Il Sidro Artigianale di Birra Perugia viene prodotto utilizzando mele biologiche provenienti da un’azienda agricola di Montepulciano e viene fermentato con lievito saison ed aggiunta di miele di Torgiano. La sua presentazione ufficiale avviene il 16 maggio 2014 presso l’Umami di S. Maria degli Angeli (Assisi): è attualmente disponibile sia in bottiglia che in fusto.Nel bicchiere si presenta di colore paglierino, piuttosto pallido, co riflessi verdognoli e leggermente velato; la piccola schiuma che si forma è molto effervescente e svanisce immediatamente. Al naso c'è ovviamente la mela con un bel equilibrio tra le note più aspre di mela verde e quelle dolci di mela gialla; in sottofondo avverto un richiamo all'uva bianca (acerba) e un lieve carattere rustico che si traduce in sentori legnosi e di cantina. Nonostante la buona gradazione alcolica (8%) è un sidro che in bocca è piuttosto leggero e caratterizzato da bollicine molto sottili e fini, piacevoli e delicatamente vivaci. Il gusto ripropone l'asprezza della mela verde e il dolce di quella gialla, l'uva e, scaldandosi, qualche nota di miele. Il lievito apporta una delicata speziatura che ben interagisce con le bollicine, mentre l'alcool è incredibilmente nascosto. Nonostante l'etichetta dia istruzioni di "servire freddo, ideale come aperitivo", è ovviamente quando si riscalda che il sidro meglio apre il suo ventaglio di profumi e sapori, regalando anche qualche suggestione vinosa. Non ha tuttavia la "struttura" di certi sidri importanti che ricordo aver bevuto (non chiedetemi di ricordare i nomi) nel settentrione della Francia, privilegiando piuttosto la freschezza e la facilità di bevuta, mettendo in mostra un bel carattere dissetante e, con un'ottima chiusura secca e una gradevole asprezza/acidità, molto rinfrescante. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto 1S14, scad. 09/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

NatteLore Ferme Saison

Brouwerij NatteLore è una beerfirm belga fondata da otto amici residenti tra Lovanio e Kessel-Lo ed inaugurata nel 2011. L’unico segno di esistenza o quasi sul web è la pagina Facebook: due le birre attualmente prodotte, secondo il database di Ratebeer. La prima è la Hors Saison, prodotta presso il birrificio Anders, che viene poi affiancata dalla Ferme Saison, realizzata negli impianti di Hof Ten Dormaal, birrificio che si trova all’interno dell’azienda agricola di proprietà della famiglia Janssens  e che utilizza cereali e luppoli autoprodotti. Il birrificio è stato fondato nel 2009, ma lo scorso gennaio 2015 ha subito ingenti danni agli impianti a causa di un violento incendio dal quale si sono salvati solamente alcuni barili di birra utilizzati poi per produrre la birra chiamata “Inferno”. La bella fattoria di Hof Ten Dormaal appare un luogo ideale per realizzare la Ferme Saison  (“Saison della fattoria”) che in etichetta reca la scritta “Cuvée Spring 2014”. Il suo colore ricorda quello di un’intensa giornata di sole estiva: tra il dorato e l’arancio, leggermente velato, sormontato da un generoso cappello di schiuma bianchissima, compatta e pannosa, dall’ottima persistenza. Nell’aroma c’è un interessante mix di sentori eleganti di arancia (polpa e scorza), limone, mandarino, mela e pepe bianco, affiancati a quelli rustici e ruspanti di cantina, legno, paglia. C’è anche una leggera componente “skunky”, ma è soprattutto quando la birra si scalda che le note legnose del sughero aumentano dando quell’impressione poco piacevole “di tappo” che mi è capitata di trovare in altre bottiglie di Hof Ten Dormaal. La bevuta deve obbligatoriamente attendere un po’ per stemperare le bollicine che sono eccessive anche per lo stile “saison”: il percorso al palato segue le linee guida dell’aroma, alternando elementi “rassicuranti” (pane, miele, arancia e pesca, spezie) a caratteristiche molto meno eleganti e rozze, difficili da descrivere ma non esattamente gradevoli. Ogni tanto sbuca qualche stranezza, qualche puzzetta, ritorna il tappo di sughero, prima di arrivare ad un finale amaro erbaceo e di terriccio umido, una leggera astringenza finale e un leggero warming etilico (8%). Il risultato? Probabilmente una “farmhouse ale”  molto rustica, rozza, sincera, “originale”, forse simile a quelle che si bevevano qualche secolo fa per necessità più che per piacere; oggi siamo però nel 2015 ed è giusto riportare questa birra al “qui ed ora”. Ne risulta una saison piuttosto sgangherata, tenuta assieme da un immaginario spago nel quale convivono lampi di luce ed ombre, pregi e difetti: ci vorrebbe un piccolo miracolo  per trasformare questa  Ferme Saison in una birra davvero compiuta dove gli opposti si attraggono, anziché respingersi. Ma Hof Ten Dormaal non è Dany Prignon, e “quell’epifania”  della quali siamo ogni tanto testimoni stappando una Fantôme in questo caso non si è verificata.Formato: 37.5 cl., alc. 8%, lotto 07/2014, scad. 04/2015, pagata 2.90 Euro (beershop, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Amager Hr. Frederiksen & Hr. Frederiksen Niepoort Edition

Ne ha fatta di strada, il birrificio danese Amager, da quell’Aprile 2007 in cui Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm ne hanno aperto le porte di a sud di Copenhagen, nei pressi dell’aeroporto, sull’omonima isola; dei due amici ex-homebrewer è oggi Jacob ad occuparsi della produzione, mentre Morten segue soprattutto gli aspetti commerciali e amministrativi. Volumi costantemente in crescita e domanda che – nonostante siano già stati fatti ampliamenti – eccede la capacità produttiva, con una significativa porzione di domanda da parte dei mercati europei e, grazie all’importatore Shelton Brothers, anche degli Stati Uniti;  e proprio i birrifici americani sono stati protagonisti delle numerose birre collaborative che hanno visto la luce nell'ultimo anno, come questa o questa. Tra le birre che hanno indubbiamente contribuito a consolidare la reputazione di Amager, in patria e all’estero, vi è indubbiamente la Imperial Stout  “Hr. Frederiksen”,  così chiamata in onore del Signor Peter Frederiksen, un amico di Lundsbak e Storm senza il cui aiuto, dichiarano i fondatori di Amager, “il birrificio non sarebbe dov’è oggi”. Si veste completamente di nero, questo signor Frederiksen, ma indossa un bel cappello di schiuma beige, compatta e molto cremosa, dall’ottima persistenza; si presenta davvero bene regalando poi al naso eleganti profumi di cacao in polvere, grani di caffè, orzo tostato. In secondo piano le note dolci di vaniglia, liquirizia e quelle di pelle/cuoio; la generosa luppolatura americana (Centennial) dopo un anno di cantina fa ancora emergere qualche nota resinosa. In questo caso l’apparenza non inganna e il palato è appagato quanto gli occhi sin dal primo sorso: il mouthfeel è cremoso e morbido senza sconfinare in quella consistenza “catramosa” o “masticabile” che sovente caratterizza le Imperial Stout scandinave. Qui il corpo è al confine tra il medio e il pieno, con poche bollicine che permettono d’apprezzare il caffè, le tostature e la liquirizia, con l’alcool (10.5%) che si annuncia sin da subito, sebbene in modo tutto sommato “delicato” e mai invasivo. E’ un’imperial stout pulita e piuttosto amara grazie al contributo delle tostature e delle note resinose del luppolo, fondamentali anche nel ripulire un po’ il palato a fine bevuta; al caramello, leggermente bruciato, il compito di fornire quel minimo di dolcezza indispensabile, relegata in sottofondo. Il signor  Frederiksen è uno scandinavo dai modi duri e decisi, che nasconde sotto sotto un cuore (mouthfeel) morbido ed affabile:  predilige solidità e sostanza senza ricercare orpelli o raffinatezze di forma; un mezzo litro di birra semplice  e intensa che fa serata, da sorseggiare senza fretta riscaldandosi sorso dopo sorso in compagnia del lungo retrogusto etilico, tostature e caffè. Molto bene. Fatta (bene) la birra eccone poi nascere le inevitabili varianti barricate: il signor Frederiksen è finito di volta in volta in botti ex Colorado Whiskey, ex-vino rosso danese, porto, vino rosso svedese e Buffalo Trace Kentucky, tanto per citarne alcune. L’occasione era quella giusta per un assaggio “fianco a fianco” della Frederiksen “base” con una di queste varianti, ma purtroppo le cose non sono andate come previsto. Per la Niepoort Edition l’imperial stout di Amager riposa per 12 mesi in botti che hanno in precedenza ospitato il  Porto prodotto dall’omonima azienda portoghese, fondata nel 1813 da Franciscus Marius van der Niepoort, olandese poi trasferitosi in Portogallo per iniziare come semplice commerciante e venditore di Porto. Il suo colore tende sempre al nero ma presenta qualche sfumatura marrone scuro, mentre i mesi passati in botte non aiutano certo la formazione della schiuma che risulta in effetti piuttosto modesta, grossolana e dalla modesta persistenza. L’aroma è dominato dall’alcool, molto invadente, che relega i sentori di cacao in polvere e liquirizia molto, troppo in sottofondo; c’è qualche sentore di carne, non proprio gradevole ed una suggestione di porto che si manifesta soprattutto in un leggerissimo residuo zuccherino. Le speranze di miglioramento al palato vengono subito disattese: la birra è un po’ slegata, non c’è la cremosità della versione “base” ma soprattutto c’è di nuovo l’alcool troppo in evidenza: il gusto è poco pulito, risultante in un “amalgama “ alcolico privo di qualsiasi eleganza dal   quale si può cercare di indovinare la presenza di liquirizia, di caramello, di qualche tostatura. Persino il sorseggiare diventa problematico, lento e molto poco soddisfacente, con il palato sempre solleticato dall'alcool a reclamare una pausa dopo l'altra, in cerca di sollievo, in cerca di qualsiasi altro elemento che possa spezzare per un po' la monotonia etilica.  Bottiglia molto poco riuscita, e in questo caso il rammarico è doppio visto che si tratta di una birra il cui costo non è certo economico.Nei dettagli:Hr. Frederiksen, formato 50 cl., alc. 10.5%, IBU 85, lotto 833, scad. 01/07/2019, pagata 8.50 Euro (beershop, Italia).Hr. Frederiksen Niepoort Edition, format0 50 cl., alc. 11%, lotto 451, scad. 01/07/2018, pagata 12.50 Euro  (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.