L’artigianale del discount: NYC India Pale Ale

Di tanto in tanto torno ad occuparmi della “birra artigianale” che si trova sempre più di frequenta anche sugli scaffali dei discount, a dei prezzi finalmente interessanti e lontani da quelli esosi ai quali siamo purtroppo abituati quando si parla di “birra artigianale”. La domanda però è sempre la stessa: si può bere bene spendendo il giusto? Una possibile risposta cerca di darla Target 2000, società per azioni con sede a Riccione che dal 2000 fornisce birre e altre bevande analcoliche alla grande distribuzione;  della società fa anche parte Amarcord, birrificio  “artigianale” con sede operativa ad Apecchio (PU), che produce molti dei marchi distribuiti. Se non erro Target 2000 è stata la prima a proporre birre artigianali anche presso i discount: da molti anni sono disponibili in alcuni discount le birre Lucilla (Bionda, Bianca e Rossa) mentre più di recente sono arrivate (in altri discount) le Arcana (Golden e Red)  e le due Italian  (Pale Ale e Amber). Dedicata ai supermercati (no discount)  è invece la linea Bad Brewer, che con un lieve sovrapprezzo offre sicuramente una migliore qualità, almeno per quello che sono riuscito a provare. Ma l’offerta di Target è molto più ampia: ci sono le Tosca e le Contessa (nomi non proprio originali, vedi birrifici San Michele e Amiata) a altre tre IPA, visto che la moda del luppolo non è affatto tramontata: Lucilla La IPA, Postina IPA, NYC India Pale Ale. Non ho ancora avvistato le prime due, mentre grazie alla segnalazione un lettore del blog, Angelo, sono riuscito a recuperare una bottiglia di NYC India Pale Ale, distribuita presso una catena di discount ancora diversa rispetto a quella di Lucilla e Arcana/Italian. Molto carina l’etichetta, sebbene non riveli  dove (Amarcord) la birra viene prodotta, ma il contenuto? Se poi vi chiedete perché New York City, ecco quanto afferma il distributore: "lo stile cosmopolita per eccellenza,  l' INDIA PALE ALE, dalla città cosmopolita per eccellenza: NYC. Da qui un giallissimo taxi, e il motto "On radio call: Beer": una birra italiana da gustare quando la sete chiama."La birra.Bella nel bicchiere, di colore oro carico con venature arancio e una compatta testa di schiuma bianca e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non brilla per intensità e freschezza/fragranza, ma è sostanzialmente pulito e privo di difetti: sentori floreali, una leggera presenza di agrumi che richiama più la marmellata che il frutto fresco. Neppure il gusto è un manifesto d'intensità, ricalcando in buona parte l'aroma: miele e un tocco di caramello introducono il dolce-ma-non-troppo della marmellata d'arancia per poi arrivare abbastanza rapidamente alla conclusione amara. Il livello anche qui è medio-basso, giusto un "colpetto" resinoso, vegetale e terroso e poi riemerge il dolce: intendiamoci, in sé non è di certo una birra dolce, ma non ha neppure quel livello d'amaro che t'aspetteresti in una IPA. La sua secchezza è ben lontano dall'essere esemplare, con il palato avvolto dopo ogni sorso da una patina dolce che riduce di molto il potere rinfrescante di questa IPA: tutto sommato bene la sensazione palatale, con un corpo tra il medio ed il leggero e una carbonazione delicata, e tutto sommato non è neppure un male che l'intensità sei sapori sia modesta. Finezza e grazia non sono di casa, basta farla scaldare un po' per aumentare il tasso d'amaro e veder apparire le prime poco gradevoli avvisaglie di gomma bruciacchiata. Una birra che si beve ma che - se devo esprimere un giudizio - si ferma al di sotto della sufficienza, sopratutto se la bevete da sola e fuori pasto: costa relativamente poco, intorno ai 4 euro/litro, ma non offre particolari soddisfazioni pur restando ampiamente preferibile ad una qualsiasi lager industriale presente sugli scaffali della grande distribuzione, o alla IPA "crafty" di Poretti.Mi sembrerebbe leggermente meglio della Italian Pale Ale prodotta dallo stesso birrificio per lo stesso distributore, anche se le ultime bottiglie di quest'ultima le ho trovate migliori rispetto a quelle assaggiate un paio di anni fa. Il livello è comunque più o meno quello: valutatene l'acquisto se volete qualcosa da bere ad una grigliata tra le chiacchiere degli amici senza fare troppa attenzione a quello che vi mettono nel bicchiere: con meno di venti euro ve ne portate via una dozzina. Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 40, lotto 501602, scad. 19/05/2017, prezzo 1,48 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Verhaeghe Vichtenaar

Verhaeghe, birrificio attivo sin dal 1885 a Vichte, una quindicina di chilometri ad est di Kortrijk/Courtrai, fu fondato da Paul Verhaeghe ed in seguito (1928) guidato dai figli Leon e Victor, quindi (1944) dai nipoti Pierre e Jacques e (1991) dai figli di quest’ultimo Karl e Peter. Dei due, Peter è il birraio, mentre Karl si occupa della parte commerciale  ed amministrativa. Nel 1919 il birrificio era stato completamente ricostruito dalle macerie della Prima Guerra Mondiale: tutte le attrezzature (malteria e bollitori in rame) furono asportate dai tedeschi in seguito al rifiuto da parte di Paul Verhaeghe di produrre birra per l’invasore nemico.  Per i successivi 5-6 anni la produzione si fermò e ovviamente tutta l'abituale clientela si rivolse altrove. Al momento della ripartenza non ci fu solamente da recuperare l'intero parco clienti; le classiche Flemish Red Ales che Verhaeghe aveva sempre prodotto erano state spodestate, nel gradimento popolare, dalle Lager e dalle Pils. Il birrificio fu costretto ad un nuovo investimento economico per produrre basse fermentazioni creando la Verhaeghe Pils, che oggi occupa all’incirca il 10% della produzione.   Karl e Peter, gli attuali proprietari, si sono ritrovati nel 1991 con un birrificio piuttosto vecchio sul quale non venivano fatti investimenti da molti anni: la loro decisione fu di proseguire per la strada della tradizione, continuando a produrre soprattutto Flemish Red Ales anziché mettersi a seguire le mode imposte dal mercato. Le birre di maggior successo prodotte oggi da Verhaeghe continuano ad essere la Duchesse De Bourgogne, la Vichtenaar e la Echt Kriekenbier.La birra.Vichtenaar è la birra di Vichte, casa di Verhaege; questa Flanders Red matura per diversi mesi (almeno otto, leggo) in grandi botti di rovere (foeders) che vanno dai 5000 ai 25000 litri. All'aspetto è di un ambrato piuttosto carico, vicino alla tonaca del frate, con intensi riflessi rossastri; la schiuma ocra è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Il naso apre con profumi di ciliegia e fragola, ricordando più lo sciroppo che la frutta fresca: s'affiancano il pane leggermente tostato, accenni di pasticceria, una speziatura che richiama alla lontana zenzero e cannella, legno; l'acetico è piuttosto rilegato in sottofondo, prendendo le dolci sembianze del balsamico quando la birra è ancora fresca per poi scivolare delicatamente verso l'aspro con l'innalzarsi della temperatura. E' uno scenario non troppo diverso quello che si presenta al palato: anche qui l'aceto rimane in secondo piano, rinunciando al ruolo di protagonista per andare a bilanciare il dolce sciropposo della ciliegia, dei frutti di bosco e del caramello. Il legno esce soprattutto nel finale di una birra "acida ma dolce", se mi passate il controsenso, e priva di amaro; la sensazione palatale è gradevole e morbida, libera da asprezze o asperità, con poche bollicine ed un corpo medio. Bevuta a temperatura fresca mette in evidenza un ottimo potere rinfrescante e dissetante, grazie ad un'ottima secchezza. Lasciatela riscaldare se desiderate una maggiore struttura, perderete l'aceto balsamico rimpiazzato da  una asprezza più evidente nella quale, oltre all'aceto di mela, apparirà anche una delicatissima nota lattica. Con una pulizia sempre elevata, la Vichtenaar è una Flanders Red versatile, molto ben fatta e piuttosto accessibile anche a chi non ha grande familiarità con lo stile o con le "birre acide": segnatevela se volete avventurarvi in questo affascinante mondo.Formato: 25 cl., alc. 5.1%, scad. 18/12/2016, 1.00 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller Porter

Nell’occasione dell’ultima Mikkeller bevuta mi ero divertito a fare il conto delle sue birre, secondo quanto contabilizzato nel database di Ratebeer:  784 in totale dal 2006 al 2015, una media di 87 birre diverse ogni anno, ovvero una nuova ogni 4 giorni lavorando 365 giorni o ogni 3 ipotizzando 250 giorni lavorativi in un anno; vero che una buona parte di queste sono delle leggere variazioni di altre birre, ma i numeri sono comunque inquietanti. In un elenco di quasi 800 birre prodotte in 9 anni è facile perdersi e il sito ufficiale di Mikkeller elimina il problema alla radice, non elencandole: c’è la sezione birrificio con le foto di San Diego, c’è la sezione dedicata ai numerosi Mikkeller Bar aperti nel mondo e c’è quella relativa al webshop/merchandising. Delle singole birre non si parla. In un portfolio così sterminato e disseminato di “birre disneyland”, di “birre pupazze”, di birre estreme fatte solo per stupire (ricordate la 1000 IBU?) fa quasi impressione parlare di una “semplice” Porter (ovviamente poi replicata in versione barricata e natalizia) che nella sua semplicità quasi passa sotto traccia, eclissata dall’hype di altre decine (forse centinaia) di  (imperial)stout/porter prodotte dalla beerfirm danese ad uso e consumo dei beergeeks. E poco importa se proprio su questo stile Mikkeller o qualcuno a nome suo abbia commesso qualche errore storico nella compilazione del suo libro “Mikkeller's Book Of Beer.La birra.La Porter di Mikkeller è in verità una “Robust Porter” (8%) che arriva assieme all’etichetta disegnata da Keith Shore. Prodotta in Belgio da De Proef, nel bicchiere è praticamente nera, sormontata da una cremossissima testa di schiuma color cappuccino, fine e compatta, dall’ottima persistenza. L'aroma mantiene le "golose" aspettative create dall'aspetto, regalando un bouquet pulito che apre con sensazioni di scorzette d'arancia ricoperte di cioccolato, caffè, orzo tostato, fruit cake, suggestioni di tiramisù; più in sottofondo qualche traccia di cenere e anche il luppolo fa sentire la sua presenza con un tocco di resina. Uno degli aspetti che secondo me non bisogna mai sottovalutare quando si parla di porter/stout dalla robusta gradazione alcolica è la sensazione palatale: la Porter di Mikkeller non lo fa, anzi, prende la cosa piuttosto seriamente. Il mouthfeel è splendido, setoso, vellutato, morbidissimo: poche bollicine, corpo medio, avrei scommesso ad occhi chiusi sull'utilizzo di avena ma l'etichetta non lo riporta. Il gusto parte deciso per la direzione amara, ricca di caffè e tostature, con il caramello bruciato e qualche accenno di zucchero candito a bilanciare; ogni tanto anche qualche agrume fa capolino, incastrandosi all'interno di un ipotetico fruit cake. Terminata la breve parentesi dolce centrale, il finale riporta caffè amaro e tostature a volontà, con uno strascico luppolo (terra, resina) a pulire il palato. Nulla da eccepire sulla pulizia, già detto della sontuosa sensazione palatale: la Porter di Mikkeller è robusta ma si beve con facilità, riscalda quanto basta, dispensa amaro e torrefatto senza mai perdere la ragione. Ottima birra, a dimostrazione che per stupire non è necessario sempre "farlo strano".Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 23/11/2019, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Unibroue Don de Dieu

Secondo appuntamento con il birrificio canadese Unibroue che vi avevo presentato giusto un mesetto fa: è stato fondato nel 1990 da André Dion e Serge Racine che si sono poi avvalsi di alcuni consulenti belgi per la realizzazione delle ricette. Gino Vantieghem prima e Paul Arnott (un passato a Chimay) hanno contribuito a dare al birrificio quel DNA belga che il fondatore Dion voleva. Nel 2004 Unibroue venne acquistata dal birrificio canadese Sleeman il quale, due anni dopo, passò nelle mani giapponesi di Sapporo per 400 milioni di dollari. Il birraio è Jerry Vietz, in Unibroue dal 2003.La Fin du Monde del mese scorso era una birra dedicata alla credenza europea che il mondo finisse in mezzo all'oceano atlantico, quando le Americhe non erano ancora state scoperte. Il nome della birra di oggi ha un'ispirazione simile: Don de Dieu ("il dono di Dio") era il nome del vascello capitanato dall'esploratore Samuel de Champlain, considerato il padre fondatore della "nuova Francia" altresì nota come Canada. Nel 1599 per conto del Re di Spagna si era recato in America Meridionale, mentre nel 1603 questa volta inviato dal Re di Francia, raggiunse le coste del Canada, un immenso territorio raggiunto per la prima volta da Giovani Caboto nel giugno del 1497; Samuel de Champlain, fondò nel 1605 Port Royal, nel luglio 1608 da Quebec City e nel 1611 Montreal. A lui dobbiamo la prima mappa dettagliata delle coste canadesi.La birra.Il birrificio la definisce una Triple wheat ale, che corrisponde ad una Belgian Strong Ale prodotta dal 1998 con una buona percentuale di frumento. Il suo colore, leggermente velato, è tra il dorato e l'arancio; forma un compatto cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza. L'aroma mette in primo piano le note speziate del lievito (pepe, coriandolo) che introducono il dolce dello zucchero e della frutta candita; in sottofondo pane, cereali e crackers ma anche un pochino di mais cotto (DMS). Una sostenuta carbonazione rende la bevuta vivace, accompagnata da un corpo medio e da un'ottima scorrevolezza, se si considera la gradazione alcolica (9%); il gusto ricalca nel bene e nel male l'aroma, con le note di pane e biscotto, miele e frutta candita (arancia e pesca), e di nuovo mais cotto in sottofondo. In assenza completa d'amaro, l'equilibrio viene dall'ottima attenuazione del lievito e dall'acidità del frumento, ma c'è po' d'astringenza a rovinare la festa. L'alcool è ben nascosto, con un morbido tepore che si fa notare solamente nel retrogusto di frutta sotto spirito. La pulizia ci sarebbe anche, ma qualche difettuccio di troppo rende questa bottiglia di Don de Dieu poco memorabile, contrariamente alla Fin du Monde, che mi aveva davvero impressionato in positivo. Si riesce a bere, certo, ma con un po' di delusione.Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 10.5, lotto J171510630.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tempest A Face With No Name

Tempest Brewing Company viene fondata nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada (Whistler, British Columbia) dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la a craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale. Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. Gavin e Annika hanno scelto di focalizzarsi sulla produzione di birra affidando in gestione/affitto il pub Cobbles a Luca e Olivia Becattelli: il locale continua comunque a funzionare come una specie di Brewery Tap di Tempest, che al momento ne è sprovvisto. Nello scorso maggio il British Institute of Innkeeping Awards ha nominato Tempest “birrificio scozzese dell’anno”.La birra.La IPA Brave New World e la Pale Ale  Long White Cloud sono le Tempest di maggior successo:  il debutto sul blog avviene però con  amber ale abbondantemente luppolata chiamata A Face With No Name, basata su di una ricetta formulata da Gavin ai tempi dell’homebrewing nella propria cucina, con le materie prime che aveva a disposizione in quel momento e chiamata Bastard Child.  La versione attuale rielaborata prevede malti  Golden Promise,  Amber, Vienna, Carared e Crystal T50, luppoli Cascade, Centennial e Green Bullet; i beer-raters di Ratebeer la eleggono tra le cinquanta migliori Amber Ale al mondo, per quel che conta.All'aspetto è di un bell'ambrato con intense venature rossastre, e forma un compatto e cremoso cappello di schiuma ocra dall'ottima persistenza. Sono i luppoli a dare il benvenuto al naso con i loro profumi di resina, pino e, più in secondo piano, di pompelmo, passion fruit e terrosi; i malti non stanno comunque a guardare, contribuendo con note di biscotto e di quel nutty che riesco a tradurre solo con "frutta secca". L'ottima pulizia permette di apprezzare quello che sembra essere un incontro tra Stati Uniti e Regno Unito. Il percorso prosegue al palato con un ottimo mouthfeel, morbido, scorrevole e con poche bollicine: qui sono i malti ad inaugurare la bevuta (biscotto, caramello, frutta secca) formando una base solida ma non ingombrante che, dopo un rapido passaggio dolce di frutta tropicale, porta ad una bella chiusura amara che chiude perfettamente il cerchio laddove era iniziato: resina, pino, terra. L'alcool (6%) è molto ben nascosto e la facilità di bevuta è ottima; pulizia ed eleganza ci sono, la freschezza è ancora presente e permette di apprezzare il retrogusto amaro, intenso-ma-con-giudizio, di un'ottima Amber Ale dal profilo americaneggiante che non dimentica però di guardare ogni tanto alla propria terra di origine. Particolarmente azzeccata, secondo me, la scelta di non indulgere nel fruttatone tropicale in presenza di una base maltata già ricca di per sé, scegliendo poi di bilanciarla con resina e terra piuttosto che con il solito amaro della scorza d'agrumi. Non siamo al livello di questa Amber Ale, ma si beve ugualmente bene,Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 50, lotto 214, scad. 01/03/2017, 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery – Saison

L’appuntamento di giugno dedicato alle produzioni casalinghe è di nuovo con  Giacomo Savattieri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. Nei mesi scorsi avevo già ospitato la sua stout Sweet Black Lady e più di recente l’American/Belgian Pale Ale chiamata Modesta. Sono particolarmente curioso di assaggiare la birra di oggi per due motivi: è una Saison, stile che adoro, ed è realizzata isolando un ceppo di lievito da una bottiglia di Saison Dupont, probabilmente la birra che mi porterei su di una ipotetica isola deserta.  Il tentativo di Giacomo di clonare la Dupont si avvale anche delle stesse tipologie di malto e luppolo, almeno secondo il libro Farmhouse Ales di Phil Markowski; 100% malto Pilsner,  luppoli EK Goldings e Styrian Goldings. Segnalo anche la bella etichetta realizzata da Marta Sagone, una studentessa del liceo artistico di Caltagirone, che cattura l’essenza dello stile “saison”: birre destinate ai contadini e ai braccianti valloni nel corso delle lunghe, calde e faticose giornate estive di lavoro nei campi, per rifocillarli e dissetarli al posto dell’acqua, a quel tempo spesso insalubre. Due sono le bottiglie che Giacomo mi ha inviato, una da 33 ed una da 50 centilitri, che ho deciso di bere una dopo l'altra, per rifocillarmi da una (dura, ma non come quella di un bracciante agricolo) giornata di lavoro.La birra.Il suo colore è dorato, ovviamente velato, con netti riflessi arancio e una bella testa di schiuma bianca, cremosa e compatta ,dall’ottima persistenza. L’aroma presenta una rustica terrosità affiancata dalle spezie (pepe, accenni di coriandolo) e dalla polpa dell'arancio che a tratti sconfina nello zuccherino del candito. I fenoli però si portano dietro anche qualche nota meno gradevole di plastica/gomma, quasi impercettibile nella bottiglia da 50 cl. ma un po' fastidiosa in quella da trentatré. La sensazione palatale è quella giusta: corpo "quasi" medio, bollicine vivaci a solleticare il palato a movimentare la bevuta senza intaccare per nulla la scorrevolezza. Al gusto passano in rassegna cereali e miele, polpa d'arancio, una delicata speziatura che di nuovo richiama un po' il coriandolo e una discreta componente zuccherina e candita. Anche al palato i fenoli sporcano un po' la bevuta, "difetto" quasi inavvertibile nella bottiglia da mezzo litro; la chiusura finale terrosa è amara e piuttosto gentile per quel che riguarda l'intensità.Personalmente l'ho trovata un po' poco attenuata, con un residuo zuccherino che mi ha ricordato alcune birre di Stillwater piuttosto che la secchezza della Dupont: siamo nell'ambito del gusto personale, ma anche l'amaro è un po' carente (sempre con riferimento alla Dupont) e la sua maggior presenza avrebbe forse contribuito a ripulire un po' il palato dal dolce. La pulizia al naso è migliorabile, sopratutto per quel che riguarda l'espressività del lievito che regala pochi esteri fruttati, con il risultato di un bouquet olfattivo un po' povero.La birra comunque si beve con ottima facilità, l'alcool (6.5%) è molto ben nascosto e tutto sommato la birra risulta più che discreta svolgendo con dignità il suo compito dissetante e rinfrescante: mi è capitato anche di recente di bere delle Saison "professionali" molto meno riuscite di questa. Non faccio (non ancora)  la birra in casa quindi non so dare precisi consigli a Giacomo: considerando che una Saison la fa il lievito, direi che questo è l'aspetto su cui focalizzarsi, con tutte le attenuanti del caso visto che per questa birra è stato "recuperato" il fondo di una bottiglia di Dupont.Questa la  valutazione su scala BJCP:  34/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 33 e 50 cl., alc. 6.5%, imbottigliata 12/2015.PS - per chi volesse rinfrescarsi la memoria con la Saison Dupont, qui trovate l'originale e alcune versioni dry-hopped.

Get Radical Mars Need Women 2015

Get Radical è un progetto/beerfirm cui fanno capo  Brandon Evans e Simon Thillou, proprietari del beershop parigino La Cave a Bulles, fino a qualche anno fa uno dei pochissimi luoghi in cui poter acquistare birra di qualità nella capitale francese, nelle vicinanze del Centre Pompidou. Fortunatamente la scena brassicola di Parigi ha subìto un netto miglioramento e negli ultimi anni hanno aperto diversi beershop e bar specializzati in cui poter fare buoni acquisti e bere bene. Nel 2013 Evans e Thillou hanno deciso di collaborare con alcuni birrifici per realizzare ricette ispirate dalla musica. L’esordio avviene con due birre realizzate presso la Brasserie des Garrigues a giugno 2013 che vengono poi messe in vendita nel novembre dello stesso anno: si tratta  della Promised to the Night (6%) che il birrificio definisce una “India Small Beer” ispirata dalla canzone Is She Weird dei Pixes (700 litri prodotti) e di una sorta di barley wine (10%) chiamato Bodacious Cowboy (300 litri) che prende il nome da un personaggio della canzone Gaucho di Steely Dan. A settembre 2013 ci si sposta alla Brasserie Correzienne dove viene prodotta la Double IPA Wollt ihr das Bett in Flammen sehen, ispirata dall’omonimo brano dei Rammstein.A gennaio 2014 tocca alla Brasserie Thiriez di Esquelbecq ospitare i Get Radical per realizzare una Biere de Mars generosamente luppolata chiamata Train to Mars sulle note della canzone Stars degli Hum; la birra coglie l’attenzione di Shelton Brothers che decide di importarla negli USA. Manco a dirlo, Train to Mars è diventata la birra di maggior successo di Get Radical entrando da allora in produzione stabile ogni anno: cotta a gennaio, in vendita a partire (ovviamente) da marzo; il successo ne ha fatto nascere anche una versione barricata con il nome di Mars Need Women. Le ultime nate sono la Feathers of Angels, una English IPA alla frutta realizzata alla Brasserie Mont Saleve alla fine del 2014 e la Thrill is Gone, una Porter nata alla Brasserie Goutte d'Or e dedicata a BB King. Lo scorso febbraio 2016 il popolo di Ratebeer ha eletto Get Radical come miglior "birrificio" francese del 2015 e Train To Mars miglior birra francese.La birra.Come detto, dietro ad ogni Get Radical c’è un’ispirazione musicale; per la Mars Needs Women si tratta dell’omonimo brano di Rob Zombie tratto dal suo disco Hellbilly Deluxe 2.  Per chi non lo sapesse (me compreso) Zombie fa all’anagrafe Robert Bartleh Cummings ed è uno dei fondatori del gruppo americano White Zombie; perdonate l’ignoranza ma il metal non sono mai riuscito a sopportarlo. Detto questo, Mars Needs Women altro non è che la versione barricata delle Biere de Mars chiamata Train to Mars; l’invecchiamento dura sette mesi in botti di vino provenienti dalla Valle del Rodano (Cote du Rhone).  Viene rifermentata con aggiunta di brettanomiceti e miele che di fatto la trasformano in un quella che Get Radical definisce una French Style Sour Ale; la ricetta della birra prevede invece 100% malto pils, luppoli Mosaic, Aramis e Simcoe. Ogni anno ne vengono prodotti circa 500 litri.Nel bicchiere si presente di un bel color dorato, velato ma solare,  con una compatta testa di schiuma bianca e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso apre con profumi floreali, di agrumi (limone, mandarino) e di ananas. Le caratteristiche "selvagge" dei brettanomiceti si fanno più evidenti man mano che la birra si scalda: lattico, sudore e legno completano un bouquet pulito, dalla buona intensità e piuttosto invitante. Leggera, molto scorrevole e facilissima da bere,  andrebbe tutto per il meglio al palato se solo ci fossero un po' più di bollicine. La vitalità ovviamente ne risente ma il gusto è ugualmente soddisfacente e ricco di frutta che riprende l'aroma: ananas, forse mango, polpa ma sopratutto tanta scorza di agrumi (lime e limone) a rendere la bevuta secca, lievemente aspra e  molto dissetante. Annoto il miele, il crackers dei malti, un lieve carattere vinoso ed chiusura amara nella quale convivono lattico, scorza d'agrumi e tannini. A fronte di un contenuto alcolico modesto (5%) questa Mars Need Women mette in campo un'ottima intensità risultando una saison rustica/funky, caratterizzata con criterio dal passaggio in botte e soprattutto  attraversata da una gradevolissima acidità molto rinfrescante e quindi particolarmente adatta a questi mesi dell'anno. Formato: 75 cl., alc. 5%, IBU 45, lotto 2015, scadenza non riportata, 11.00 Euro (beershop, Francia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Amager/Jester King: Danish Metal

Eccoci ad un nuovo capitolo nella serie delle collaborazioni americane del birrificio danese Amager. Come sempre il fattore scatenante è la  CBC, ovvero la Copenhagen Beer Celebration, un evento che rende per un weekend all’anno la capitale danese uno dei luoghi più ambiti da beergeeks e che al tempo stesso porta in Danimarca numerosi birrai stranieri. Nonostante non sia Amager ad organizzare la CBC, nei giorni precedenti o posteriori all’evento alcuni birrifici si recano presso il birrificio danese, nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen, per realizzare una birra collaborativa. Le birre vengono poi solitamente presentate a luglio, nel corso dell’American Day che si tiene ogni anno da Amager  il quattro di luglio, tra musica rockabilly ed esibizioni di Harley Davidson Nell’edizione 2014 fu il turno di  Orange Crush, una Session IPA realizzata con Cigar City, Todd - The Axe Man, un’American IPA con Surly Brewing, Shadow Pictures, una Double IPA assieme a Grassroots Brewing e Danish Metal realizzata con i texani di Jester King. Dopo aver già assaggiato le altre tre, è il momento di chiudere il cerchio con l’ultima rimasta.  L’idea di Morten Valentin Lundsbak, Jacob Storm (Amager),  Ron Extract e Garrett Crowell (rispettivamente uno dei fondatori e head brewer di Jester King)  è di mettere mano alla Imperial Stout  texana chiamata della Black Metal, della quale esistono già due versioni. Una prodotta con lievito farmhouse, assaggiata in questa occasione, ed una con English Yeast che Jester King ha smesso di produrre. La collaborazione punta a riesumare proprio questa birra, cambiandone leggermente gli ingredienti. Quella originale prevedeva malti Pale, Black, Chocolate, Caramalt, Carafa, Dark Crystal e orzo tostato,  luppoli Millennium ed East Kent Goldings;  quella elaborata assieme ad Amager parla invece di malti Maris Otter, Caramunich, Brown, Black, Chocolate, Carafa 3, Dark Crystal e orzo tostato; solo un luppolo utilizzato, il Polaris.La birra.Dal “Dark Metal” texano si passa quindi al “Danish Metal”, una birra che sfoggia anche un’etichetta meno minacciosa realizzata da Simon Hartvig Daugaard, fido collaboratore di Amager.Il bicchiere si riempie subito di una cremosa ed esuberante schiuma color cappuccino che obbliga ad una lunga attesa prima di riuscire a comporre un bicchiere decente; è un’imperial stout assolutamente nera che regala profumi di caffè e tostature con accenni più dolci di fruit cake imbevuto di liquore e liquirizia. Intensità, eleganza e pulizia sono complessivamente buone ma non mandano in estasi chi avvicina il naso al bicchiere. L’irrequietezza della schiuma come c’era d’attendersi si manifesta purtroppo in una carbonazione eccessiva che mal si abbina con lo stile, disturbando parecchio la percezione dei sapori: il mouthfeel risulta troppo spigoloso, nonostante una consistenza oleosa che riesce a renderla bevibile senza ricorrere a quella masticazione che spesso le imperial stout scandinavi richiedono. Il gusto ripropone in toto l’aroma, con l’amaro del torrefatto e del caffè  bilanciato dal dolce di caramello e liquirizia; in sottofondo fa ogni tanto capolino un pochino di salsa di soia, mentre l’alcool (10%) non alza mai la testa più del dovuto irrobustendo e riscaldando la bevuta quanto basta. Gli elementi in gioco sono pochi e neppure disposti con quella maniacale pulizia/eleganza che sarebbe necessaria: chiude piuttosto amara di caffè e tostature che a tratti sconfinano un po' nel bruciato. Bottiglia solo discreta, davvero penalizzata da troppe bollicine, rimane la delusione per l'incontro di due birrifici che solitamente lavorano molto bene. Formato: 50 cl., alc. 10%, lotto 880, scad. 09/2019, 9.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bells Kalamazoo Stout

Secondo appuntamento con Bell's, birrificio del Michigan incontrato qualche settimana fa per la prima volta. A settembre saranno 31 le candeline sulla torta del fondatore Larry Bell, nato nell'area di Chicago ma alla fine degli '70 trasferitosi ventiduenne a Kalamazoo, a 200 chilometri di distanza, per lavorare alla Sarkozy Bakery. Un collega di lavoro lo introdusse all'homebrewing, che Larry portò avanti con grande passione arrivando  ad aprire qualche anno dopo un minuscolo negozio di homebrewing, dal quale nacque poi la Kalamazoo Brewing Company, rinominata Bell's nel 2005.Fondamentale fu per lui la frequentazione della Real Ale Co. di Chelsea, aperto nel 1982 da Ted Badgerow e di fatto il primo microbirrificio non solo del Michigan ma di tutto il Midwest: la Real Ale chiuse i battenti nel 1986 passando a Bell's (aperto nel 1985) il testimone di microbirrificio in attività più antico di tutta quell'area che si estende dalla East Coast alle Montagne Rocciose.Kalamazoo, 75.000 abitanti, prende il suo nome da una parola  in Potawatomi, la lingua parlata dall'omonima popolazione residente in una piccola area tra il Michigan ed il Wisconsin. Nel 1829 s'insediarono i primi commercianti di pellicce europei che edificarono  un villaggio inizialmente chiamato Bronson, dal nome del fondatore Titus Bronson, poi rinominato nel 1836 Kalamazoo come il fiume che vi scorreva nelle vicinanze. Kalamazoo fu anche il luogo dove Orville Gibson nel 1902 fondò la  Gibson Mandolin - Guitar Co., Ltd: la produzione delle chitarre di quello che oggi è uno dei marchi più famosi nel mondo fu poi trasferita negli anni '80 nel stabilimenti di Memphis (Tennessee) e di Bozeman (Montana). La birra.Sono cinque le stout prodotte da Bell's: Expedition Stout, Special Double Cream Stout, Java Stout e Cherry Stout sono disponibili sono in alcuni mesi dell'anno, mentre potete bere ogni giorno la Kalamazoo Stout,  prodotta con aggiunta di liquirizia e commercializzata per la prima volta nel 1986. Diamo un sguardo al beer-rating: 100/100 e quinta miglior stout al mondo per Ratebeer, punteggio di 90/100 per Beer Advocate.Il suo vestito è quasi nero e lascia intravedere in controluce solo leggeri riflessi ebano scuro; la schiuma color cappuccino è perfettamente cremosa e compatta, dall'ottima persistenza.  Semplicità e pulizia sono le fondamenta sulle quali appoggia l'aroma: caffè e tostature la fanno da padrone, circondandosi di comprimari come mirtilli, cenere, cioccolato e liquirizia. Uno scenario pressoché identico viene riproposto anche al palato, con uguale semplicità, pulizia ed eleganza, nel quale l'amaro del caffè e del tostato indica subito la strada da percorrere senza indugi. Il dolce del caramello è anch'esso bruciacchiato, lasciando il compito di bilanciare la birra all'acidità dei malti scuri e alla generosa luppolatura finale, efficace nel ripulire assieme ad una nota quasi rinfrescante di liquirizia; dopo un attimo di pausa, il retrogusto ritorna a dispensare amaro nella forma di caffè e tostato, con una lieve terrosità. Una Stout solida e priva di fronzoli che regala una bella intensità a fronte di un'ottima bevibilità e di un contenuto alcolico ben lontano dalla doppia cifra; non capita spesso di vedere le Bells in Europa/Italia e quindi cercate di cogliere l'occasione, ora che sono arrivate: la Kalamazoo Stout si è rivelata piuttosto spinta sull'amaro del torrefatto, probabilmente se cercate qualcosa di più dolce potreste orientarvi sulla Double Cream Stout.Formato: 35.5 cl., alc. 6%, lotto 15308, imbott. 27/01/2016, 5.00 Euro.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bells Kalamazoo Stout

Secondo appuntamento con Bell's, birrificio del Michigan incontrato qualche settimana fa per la prima volta. A settembre saranno 31 le candeline sulla torta del fondatore Larry Bell, nato nell'area di Chicago ma alla fine degli '70 trasferitosi ventiduenne a Kalamazoo, a 200 chilometri di distanza, per lavorare alla Sarkozy Bakery. Un collega di lavoro lo introdusse all'homebrewing, che Larry portò avanti con grande passione arrivando  ad aprire qualche anno dopo un minuscolo negozio di homebrewing, dal quale nacque poi la Kalamazoo Brewing Company, rinominata Bell's nel 2005.Fondamentale fu per lui la frequentazione della Real Ale Co. di Chelsea, aperto nel 1982 da Ted Badgerow e di fatto il primo microbirrificio non solo del Michigan ma di tutto il Midwest: la Real Ale chiuse i battenti nel 1986 passando a Bell's (aperto nel 1985) il testimone di microbirrificio in attività più antico di tutta quell'area che si estende dalla East Coast alle Montagne Rocciose.Kalamazoo, 75.000 abitanti, prende il suo nome da una parola  in Potawatomi, la lingua parlata dall'omonima popolazione residente in una piccola area tra il Michigan ed il Wisconsin. Nel 1829 s'insediarono i primi commercianti di pellicce europei che edificarono  un villaggio inizialmente chiamato Bronson, dal nome del fondatore Titus Bronson, poi rinominato nel 1836 Kalamazoo come il fiume che vi scorreva nelle vicinanze. Kalamazoo fu anche il luogo dove Orville Gibson nel 1902 fondò la  Gibson Mandolin - Guitar Co., Ltd: la produzione delle chitarre di quello che oggi è uno dei marchi più famosi nel mondo fu poi trasferita negli anni '80 nel stabilimenti di Memphis (Tennessee) e di Bozeman (Montana). La birra.Sono cinque le stout prodotte da Bell's: Expedition Stout, Special Double Cream Stout, Java Stout e Cherry Stout sono disponibili sono in alcuni mesi dell'anno, mentre potete bere ogni giorno la Kalamazoo Stout,  prodotta con aggiunta di liquirizia e commercializzata per la prima volta nel 1986. Diamo un sguardo al beer-rating: 100/100 e quinta miglior stout al mondo per Ratebeer, punteggio di 90/100 per Beer Advocate.Il suo vestito è quasi nero e lascia intravedere in controluce solo leggeri riflessi ebano scuro; la schiuma color cappuccino è perfettamente cremosa e compatta, dall'ottima persistenza.  Semplicità e pulizia sono le fondamenta sulle quali appoggia l'aroma: caffè e tostature la fanno da padrone, circondandosi di comprimari come mirtilli, cenere, cioccolato e liquirizia. Uno scenario pressoché identico viene riproposto anche al palato, con uguale semplicità, pulizia ed eleganza, nel quale l'amaro del caffè e del tostato indica subito la strada da percorrere senza indugi. Il dolce del caramello è anch'esso bruciacchiato, lasciando il compito di bilanciare la birra all'acidità dei malti scuri e alla generosa luppolatura finale, efficace nel ripulire assieme ad una nota quasi rinfrescante di liquirizia; dopo un attimo di pausa, il retrogusto ritorna a dispensare amaro nella forma di caffè e tostato, con una lieve terrosità. Una Stout solida e priva di fronzoli che regala una bella intensità a fronte di un'ottima bevibilità e di un contenuto alcolico ben lontano dalla doppia cifra; non capita spesso di vedere le Bells in Europa/Italia e quindi cercate di cogliere l'occasione, ora che sono arrivate: la Kalamazoo Stout si è rivelata piuttosto spinta sull'amaro del torrefatto, probabilmente se cercate qualcosa di più dolce potreste orientarvi sulla Double Cream Stout.Formato: 35.5 cl., alc. 6%, lotto 15308, imbott. 27/01/2016, 5.00 Euro.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.