Omnipollo Noa Pecan Mud Cake

Una delle beerfirm più chiaccherate tra quelle arrivate in Italia nel 2015 è senz'altro Omnipollo, la creatura svedese dell’ex-homebrewer Henok Fentie e del socio Karl Grandin, disegnatore grafico di tutte le serigrafie che caratterizzano le bottiglie. A Stoccolma è stato da poco inaugurato  l'Omnipollos Hatt, un bar dove potrete assaggiare le produzioni della beerfirm che attualmente vengono realizzate in Belgio (De Proef) ed in Olanda (De Molen).Nell'ultimo periodo Omnipollo sembra aver definitivamente abbracciato il concetto di "birra disney", elevandolo all'ennesima potenza; alle birre "normali" degli esordi se ne sono affiancate altre sempre più stravaganti, soprattutto IPA con aggiunta di frutta e Imperial Stout arricchite da golosi ingredienti. Nel bene o nel male, sappiatelo.Henok Fentie ha dichiarato che a dodici anni il suo sogno era di diventare un pasticciere; due decenni più tardi prova a coronarlo in forma liquida. Rischiosa ma molto ben riuscita e convincente la Hypnopompa bevuta qualche mese fa, una massiccia imperial stout prodotta con marshmallow e baccelli di vaniglia tahitiana. Una volta realizzata un'ottima "base" di una Imperial Stout diventa facile per lo "chef" sbizzarrirsi e partorirne potenzialmente infinite versioni. Ritento la fortuna con la Noa Pecan Mud Cake che, da quanto ho capito, viene prodotta con aggiunta di pecan (noce americana) e di caramello; la "mud cake" è invece la cosiddetta "torta di fango" americana, così chiamata in quanto dopo la cottura mantiene un interno di cioccolato morbido e denso, simile appunto al fango. Viene realizzata presso gli impianti di De Molen. Assolutamente nera, forma una bella testa di schiuma beige scuro cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  L'aroma trasporta idealmente in una pasticceria: praline di cioccolato al latte, granulato di arachidi, pecan, vaniglia, cacao in polvere, gianduia, fudge, caffellatte, nocciolato e senz'altro avrò dimenticato qualcosa; i profumi sono ovviamente molto dolci e quasi sfacciati, riuscendo tuttavia a mantenere una certa eleganza senza dare nessuna impressione d'artificiosità.  Un "naso" così goloso invoglia ad assaggiare la birra subito, senza indugiare: bene la sensazione palatale con poche bollicine ed una consistenza più oleosa che cremosa, comunque abbastanza morbida. Il gusto inizia continuando il percorso dell'aroma in forma di dessert liquido: biscotto, pan di spagna imbevuto nell'alcool, cacao, gianduia, vaniglia, arachidi e frutta secca. La prima parte della bevuta, dolce, è golosa quasi quanto l'aroma ma poi la birra si perde un po' per strada: l'ABV dichiarato è 11% ma l'alcool è fin troppo nascosto, facendo sentire la sua mancanza. La dolcezza, più che dall'etilico, è stemperata dall'acidità dei malti scuri e da un finale amaro dove le tostature non sono eleganti come dovrebbero e spunta una nota terrosa che mi pare un po' fuori dal contesto di una birra-dessert: io avrei preferito l'amaro del caffè o del cioccolato fondente. Nel retrogusto ci sono una carezza etilica troppo timida ed una nota di cenere/affumicato. Molto più convincente al naso che al palato, la Noa Pecan Mud Cake di Omnipollo non va comunque presa troppo sul serio: chiamatela se volete "birra-Disney", ovvero una sorta di gioco, divertente, che può far inorridire alcuni o piacere ad altri. Personalmente ho sentito la mancanza di corpo e di cremosità al palato: se birra-dessert dev'essere, la vorrei davvero quasi masticare. Anche l'alcool è troppo timido: i sapori in gioco sono tanti ma non perfettamente amalgamati tra loro e la loro l'impalcatura andrebbe  meglio sostenuta con maggior "warming etilico". Immagino sia quello che accade nella sua immancabile versione barricata "Noa Bourbon": sappiatelo prima di procedere all'(esoso)acquisto di una o dell'altra.Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto e scadenza non riportati, 9.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Borgo Keto Reporter

Nasce nel 2009 la Keto Reporter di Birra del Borgo, una leggera variazione di una birra, la Reporter, oggi non più prodotta; l'idea viene qualche anno prima a Leonardo Di Vincenzo durante una serata di degustazione sigari al club Maledetto Toscano. Alla Reporter vengono quindi aggiunte foglie di tabacco Kentcky Toscano in infusione; la ricetta viene completata con malti Pils, Crystal e Chocolate, ed una luppolatura di Northern Brewer per l'amaro e di E.K. Golding e Willamette per l'aroma. La descrizione commerciale recita "una birra scurissima, nera, impenetrabile, con un naso molto ricco, che offre sensazioni di tostature, tabacco, speziato e mallo di noce. In bocca ritroviamo le tostature, una leggera acidità e il tabacco che regala toni pepati, quasi piccanti. Molto ampia, lunga, complessa, specie rispetto al basso grado alcolico".Versata nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con uno splendido cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. Al naso sentori di frutti di bosco (soprattutto mirtilli), cioccolato al latte, tostature, lieve note di agrumi e una delicatissima sensazione di tabacco e di cenere. La pulizia è buona, mente l'intensità è un po' carente. Fin qui tutto bene ma al palato la sorpresa è davvero tanta: nel contesto di una porter non ti aspetteresti un domino di agrumi e di caramello rispetto alla componente "scura", rilegata molto in sottofondo con leggere tostature e liquirizia. Bene l'intensità, bene la sensazione palatale, discreta la pulizia del gusto: birra poco carbonata, morbida e molto scorrevole al tempo stesso.  La bevuta risulta quasi dolce, con l'amaro (più luppolo che tostature) che esce dal guscio solo in chiusura; nel retrogusto fa finalmente capolinea una suggestione di tabacco per tentare di tener fede a quanto promesso in etichetta.Bottiglia che mi lascia piuttosto perplesso: l''avevo già bevuta un po' di anni fa, con impressioni piuttosto diverse. Non so se la ricetta sia stata rivisitata o se si tratti semplicemente di un lotto/bottiglia un po' fuori standard che ha davvero poco da spartire sia con la descrizione commerciale che con l'idea di una porter (al tabacco) Formato: 33 cl., alc. 5.2%, lotto LS41914, scad. 01/2017, 2.50 Euro (drink store, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ellezelloise Quintine Blonde

Nel 1993 l'esperto birraio Philippe Gérard realizza finalmente il suo sogno di mettersi in proprio e, ristrutturata la propria casa di campagna, fonda la Brasserie Ellezelloise, con la sua gamma di birre chiamate Quintine; il nome è quello di leggendaria strega che viene anche raffigurata in etichetta a cavallo del classico manico di scopa. La produzione raggiunge il picco nel 2006 con 1600 hl di birra ma in quel stesso anno Philippe, ormai in età pensionabile, vende il birrificio alla Brasserie des Géants (ovvero Brasserie Goliath). Dall'unione dei due birrifici, che continuano ad operare con i propri marchi nei rispettivi impianti, nasce la Brasserie de Légendes;  lo scorso giugno i proprietari Pierre Delcoigne e Vinciane Wergifosse hanno finalmente ottenuto i permessi per costruire una nuova e più grande sede produttiva che consentirà di aumentare i volumi: impossibile sapere al momento se saranno mantenuti operativi tre siti produttivi o se tutte le birre verranno realizzate con il nuovo impianto. Nel frattempo potete ancora assaggiare le birre nei weekend alla taverna "Au Chaudron des Légendes", adiacente alla casa di campagna di Ellezelles. Il 26 ottobre del 1610 la trentottenne strega Quintine fu arsa in un rogo pubblico; tuttavia vi potrebbe ancora capitare d'incontrare il suo fantasma nei dintorni di Ellezelles; nel caso, non dimenticate di accarezzarle la testa e di pronunciare, con accento vallone, la seguente formula: "HOUP, HOUP, RIKI, RIKI, RIKETE, PADZEUR LES HA IES ET LES BOUCHONS VOLES AU DIABLE ET CO PU LO". Esprimete poi un desiderio e vedrete che si avvererà.Era da qualche anno che non mi capitava di bere le birre di Ellezelloise; ecco una bottiglia di Quintine Blonde, con il classico tappo a macchinetta che caratterizza  tutte le produzioni di Philippe Gérard. Dorata con qualche sconfinamento nell’arancio, leggermente velata: perfetto il cappello di schiuma bianca, fine, cremosissimo e compatto, con un’ottima persistenza. Al naso c’è una buona pulizia ma lo stesso non si può dire dell’intensità;  si riescono comunque ad apprezzare i profumi di crackers e pane, cereali, scorza d’arancia, canditi, curaçao, ma non è certo  l’aroma il “pezzo” forte di questa bottiglia. E’ tuttavia sufficiente il primo sorso a far salire rapidamente il livello: pulita e fragrante, la Quintine Blonde è ricca di miele e crosta di pane, frutta candita, pesca sciroppata, mentre il lievito contribuisce con una delicatissima speziatura. Dolce e morbida, avvolge il palato con un’ottima intensità di sapori nascondendo in modo straordinario la sua gradazione alcolica (8%); la sua dolcezza è ben bilanciata da un’ottima attenuazione e da una chiusura, terrosa e zesty, ben al di sopra del livello d’amaro che normalmente incontrereste in una strong ale belga. Il retrogusto lo enfatizza ulteriormente, con un accenno di curaçao ed un lieve tepore etilico.  Le si può forse imputare di essere un po’ avara di emozioni, ma tecnicamente questa Quintine Blonde è forse ineccepibile: pulita, solida, molto equilibrata, facilissima da bere, godibile.Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 1 4 1, scad. 06/2017, 2.25 Euro (drink store, Belgio),NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Courage Russian Imperial Stout 1983

Secondo appuntamento con la rubrica "Dalla Cantina" dedicata al vintage, alle birre dimenticate in cantina; oggi si tratta di una birra  prodotta nel 1983, anno in cui forse molti lettori del blog non erano ancora nati!  In verità non si tratta solo di una birra, ma di un pezzo di storia di quello che poi è diventato uno stile brassicolo.Facciamo prima un salto indietro nel tempo lungo 228 anni:  nel 1787 John Courage fonda a  Bermondsey, Londra,  la Courage & Co rilevando la Anchor Brewhouse.  Il birrificio fu rinominato Courage & Donaldson nel 1797 e, nel 1888, semplicemente Courage; nel 1955 avvenne la fusione con la Barclay, Perkins & Co Ltd. Nel suo massimo splendore, alla fine degli anni ’60, il gruppo aveva 15.000 dipendenti e produceva circa 340 milioni di litri l’anno; nel 1970 il nome fu accorciato in Courage Ltd e, due anni dopo, il birrificio fu acquistato dalla Imperial Tobacco Group Ltd. L’impianto originale (ex Anchor Brewery) fu definitivamente chiuso nel 1981 e la produzione spostata a Reading presso la Simonds' Brewery, anche lei parte del gruppo; una successiva serie di acquisizioni portò il marchio Courage prima nella mani della Scottish & Newcastle (1995) e poi dal 2007 in quelle della Wells & Young’s Brewing Company che ancora oggi ne detiene i diritti. Tra le birre prodotte dalla Courage verso la fine del diciottesimo secolo vi era anche una porter dall'elevato contenuto alcolico destinata all'esportazione verso la corte dell’imperatrice Caterina di Russia, dove queste birre erano particolarmente richieste ed apprezzate. Ovviamente a quel tempo la birra non era chiamata "Imperial Russian Stout", con i due aggettivi che iniziarono ad apparire sulle etichette dei produttori inglesi solo successivamente (si pensa al 1821 per "imperial" e al 1921 per "russian"); per chi volesse approfondire segnalo le meticolose ricerche di Martyn Cornell, sulle cui pagine troverete anche documenti storici per sfatare la credenza che queste birre avessero una gradazione alcolica elevata solo per sopravvivere al lungo viaggio in nave verso la Russia. Nel 2011 Wells & Young decide di ritornare a produrre la Russian Imperial Stout di Courage, la cui produzione era di fatto cessata nel 1993, se si eccettua un cask prodotto in un birrificio segreto in Scozia che apparve al GBBF del 2003. Oltre a quella di Wells & Young, prodotta una volta l'anno, potete provare la versione di Thornbridge che si basa sulla ricostruzione di una ricetta di Courage datata 1850.Ci sarebbe tanto altro da dire sulla Courage Russian Imperial Stout, sulla storia delle Russian Imperial Stout in generale e anche sulla Harveys Extra Double Stout (alias Le Coq) che ha tra l'altro un pezzo di storia in comune con Courage, ma non voglio dilungarmi e passo dritto al sodo. La Courage Russian Imperial Stout  è una di quelle poche birre che riescono ad invecchiare per molti anni restando (con discreta probabilità) ancora bevibili. L'etichetta della bottiglia in questione, millesimo 1983, non riporta indicazioni sul luogo di produzione; ci sono invece scritte in italiano, segno che la birra veniva importata anche nel nostro paese, con una data di scadenza di fine 1986.Al momento di stappare una bottiglia prodotta quanto tu avevi solo undici anni l'emozione viaggia di pari passo con il timore: ignoro dove e come sia stata conservata in tutti questi anni. In cantina al buio e la fresco? Sul ripiano di una libreria di un'appartamento dove in estate si raggiungono 35 gradi? Nella vetrina esposta al sole di un qualche negozio di vintage? Il rischio di trovarsi nel bicchiere venticinque centilitri di salsa di soia imbevibile è concreto ma al tempo stesso contribuisce ad aumentare l'emozione che accompagna lo stappo.Per fortuna i primi segnali sono incoraggianti; l'interno del tappo (vedi foto qui sopra) mostra i segni del tempo ma l'aroma è buono, oserei dire quasi ricco di dolci sensazioni vinose ossidate e liquorose. Porto, sherry, uva passa, prugna, pelle e cuoio, caramello, persino una suggestione di cioccolato; la salsa di soia c'è, ma è molto leggera e per nulla fastidiosa, accompagnata da dei sentori di carne. Nessuna sorpresa invece per quel che riguarda l'aspetto: niente schiuma, solo qualche bolla grossolana che si adagia stanca ai bordi del bicchiere;  il suo colore è un mogano piuttosto torbido e spento. Procedo con un primo piccolissimo sorso, anch'esso un po' timoroso: l'aroma mi ha confortato ma è meglio non fidarsi di quello che sta per arrivare in bocca.Inizialmente il gusto risulta meno intrigante dell'aroma ma è sufficiente lasciare la birra riposare per diversi minuti nel bicchiere per spalancare un'interessante ventaglio di  sapori ed emozioni che corrispondono quasi in pieno all'aroma. Predomina la sensazione di vino liquoroso, ossidato (porto, sherry) con leggere note di cuoio e salsa di soia, asperità che si presentano in un sorso per poi scomparire - come per magia - in quello successivo; la bevuta è dolce ma c'è ancora un latente ricordo dell'amaro di un tempo che mi fa pensare al pane abbrustolito. La dolcezza è stemperata dall'acidità dei malti scuri e dall'alcool, morbido ma sempre presente: più che una birra, si tratta di un liquore da sorseggiare con parsimonia. Il finale è lievemente salato, ma anche questa è una sensazione che non è sempre presente: a volte viene sostituita da un'impressione di tabacco o di cioccolato. Rimane un lungo retrogusto dolce e morbido, etilico, che mi riporta dove la birra era iniziata, nel territorio dei vini liquorosi. Si spengono le luci, resta il sedimento di lievito sul fondo della bottiglia fotografato qui a fianco. Che altro dire su di una birra che ha trentadue anni? Sicuramente una bevuta complessa e molto interessante, ancora gratificante ma indubbiamente più "didattica" ed emotiva che edonistica. La birra è perfettamente bevibile e buona, sorprendendoti con la magia di profumi e sapori che vanno e vengono, spariscono e poi riappaiono a (quasi) ogni sorsata: al punto che alla fine quasi ti dispiace di averla svegliata dal suo sonno trentennale solo per averla fatta sparire per sempre.Formato: 25 cl., alc. 9.5%, lotto 1983, scad. 12/1986.

d’Oude Maalderij Qantelaar

Quattro amici di strada (la Lichterveldsestraat a Koolskamp, località nei pressi di Ardooie, Fiandre Occidentali) formano una sorta di “beer club” trovandosi per scambiare impressioni su quello che bevono. Dalle bevute si passa all’homebrewing che, nel 2011, prende il nome “ufficiale” di Brouwfirma D'Oude Maalderij; i protagonisti sono Jef Pirens, Wouter Pollet, Joris Vankeirsbilck e Pieter Deleersnyder. In assenza d’informazioni "ufficiali" in lingue inglese, se ho ben capito traducendo dal fiammingo il nome D'Oude Maalderij si riferisce al “vecchio mulino” un tempo in funzione a Koolskamp. Nel autunno del 2012, dopo nove mesi passati ad affinare la ricetta, arriva il debutto con i 6 ettolitri di Qantelaar prodotti presso il birrificio Maenhout; da allora sono passati tre anni e non si può certo dire che i quattro ragazzi siano stati con le mani in mano. Lo scorso settembre hanno infatti inaugurato il “Brouwerij Cafè” dove ogni weekend è possibile assaggiare le birre prodotte, in attesa della messa in funzione degli impianti di proprietà prevista per maggio 2016. Jef Pirens ha infatti preso in affitto i locali di un ex fiorista ad Emelgem dove avrà a disposizione 280 metri quadri di magazzino, 45 di beershop e 65 destinati alla mescita. Dopo la Qantelaar sono arrivate un’altra decina di birre prodotte, a seconda dei volumi richiesti, presso i birrifici ‘t Gaverhopke, De Leite, Gulden Spoor ed Alvinne. Ma facciamo un passo indietro tornando al debutto del 28 settembre 2012:  Qantelaar, una belgian dark strong ale prodotta con cinque tipi di malto, due varietà di luppolo e zucchero candito, nessuna spezia, con 8% di ABV. Ne esiste anche una versione "Oak Aged" che è stata affinata per sette mesi in botti ex-whisky Makers Mark e poi altri tre mesi in quelle ex-Wild Turkey.  Non sono riuscito a risalire al significato del nome scelto, Qantelaar: ci si può forse riuscire traducendo dal fiammingo la lunghissima storia riportata nello splendido "poster" che avvolge la bottiglia. Al momento è disponibile solamente nel formato da 75 cl., in quanto i quattro soci della beerfirm credono che la birra sia soprattutto "condivisione"; è tutta via già previsto l'arrivo delle bottiglie da 33, su esplicita richiesta dei rivenditori, non appena saranno operativi gli impianti operativi.Una bottiglia così bella rappresenta un importante biglietto da visita che crea aspettative ancor prima di versare la birra nel bicchiere; il gushing che accompagna lo stappo non è certamente un buon inizio, ma fortunatamente la fuoriuscita di liquido si riesce a controllare senza troppe difficoltà. Il colore è quello della tonaca del frate, torbido, con riflessi ambrati e rossastri; la testa di schiuma beige è abbastanza fine e compatta, molto cremosa e ha un'ottima persistenza. L'aroma è piuttosto intenso e ricco, dolce e goloso: caramello, biscotti speculoos, toffee, uvetta e prugna, zucchero candito, pera, frutta secca e una delicatissima speziatura. Nessuna sorpresa in bocca, dove c'è una grande corrispondenza con il "naso": anche il gusto è molto ricco e intenso, spiccatamente dolce. Biscotto, ricordi di pan di spagna inzuppato nell'alcool, prugna e uvetta sotto spirito, frutta secca, mou e caramello, zucchero candito, accenni di tostature, caffè e forse di cioccolato amaro nel finale. Qantelaar mostra rispetto alla tradizione delle Strong Ale scure delle Fiandre Occidentali, senza rincorrere le mode; una birra pulitissima, intensa e molto ben fatta la cui marcata dolcezza è ben stemperata dalle vivaci bollicine e da una buona attenuazione. La potete bere senza sforzo ma che dovreste preferibilmente sorseggiarla in tutta tranquillità. L'autunno fa capolino tra i colori del bicchiere e anche al palato: una Strong Ale che scalda senza mai bruciare, un ricco e morbido abbraccio maltato che rinfranca dalle prime serate fredde della stagione. Formato: 75  cl., alc. 8%, lotto Q015, imbott. 10/01/2015, scad. 10/01/2020, 6.50 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Il Conte Gelo Kamchatka

Dalla Lomellina, una zona ad elevata concentrazione “birraria”, arriva da Vigevano sul blog il Birrificio Conte Gelo: il nome che può sembrare alquanto particolare in realtà è  l’unione dei cognomi dei due proprietari, Paola e Andrea (Conte-Gelo). Entrambi appassionati birrofili e beer-hunter, hanno abbozzato a metà 2013 il progetto per aprire un proprio birrificio, idea che si è poi concretizzata ad ottobre 2014.  Il Conte Gelo ha dunque da poco compiuto un anno; in sala cottura ha trovato posto Davide Marinoni, homebrewer (con alle spalle corsi di degustazione Unionbirrai  I° e II° livello) che è poi passato nel mondo dei professionisti con un periodo di apprendistato da Bad Attitude ed un’esperienza al BQ di Milano. Chi bazzica il “web brassicolo” da un po’ di anni ricorderà il sito “La Bussola della Birra” gestito proprio da Davide. Quattro al momento le birre prodotte: una golden ale chiamata “Gragnola”, la IPA “Gelo Jack” , la Tripel “Lavalanga” e la nuova Imperial Stout “Kamchatka” (avete tutti giocato almeno una volta a Risiko!, non è vero?). Quest’ultima vede anche un bel cambio d’etichetta rispetto alle altre compagne, un rinnovamento necessario se si vuole “lottare” visivamente con altri birrifici sugli scaffali dei negozi.  E’ proprio questa la birra che il Conte Gelo mi ha invitato ad assaggiare:  si tratta di una robusta (9.8%) imperial stout prodotta con caffè Port Moka (Vigevano) e fiocchi d'avena.Molto bella nel bicchiere, vestita di nero impenetrabile alla luce con un compatto e cremoso cappello di schiuma beige, dalla buona persistenza. L'aroma è abbastanza elegante ma poco intenso: il caffè è l'elemento principale che viene circondato dai leggeri profumi di mirtillo e di fruit cake, della liquirizia, dai lievi sentori luppoli di agrumi e di resina, con un accenno di carne.Il caffè è protagonista indiscusso anche della bevuta, caratterizzando un'imperial stout che va dritta al sodo, senza fronzoli, con pochi elementi a costruire un'impalcatura solida, e abbastanza elegante: tostature, un po' di liquirizia ed una decisa luppolatura che contribuisce con le sue note resinose (e una suggestione di anice) a ripulire il palato. A sostenere l'amaro c'è in sottofondo una patina dolce di caramello con qualche ricordo di polpa d'arancia. Il caffè è protagonista anche del finale, dove l'alcool esce dal "guscio" per portare un morbido tepore etilico che ben si amalgama all'amaro delle tostature e della liquirizia. La sensazione palatale è gradevole all'imbocco, grazie alla cremosità donata dall'avena, ma nel corso della bevuta la birra si slega un po' e si ha l'impressione che acqua e sapori viaggino un po' su binari paralleli senza regalare quella sensazione di pienezza e di rotondità che in una birra dalla gradazione alcolica importante vorrei sempre trovare; l'intensità è quella giusta, senza mai costituire un ostacolo alla facilità di bevuta. Trattandosi della prima cotta d'imperial stout effettuata dal birrificio il livello è comunque buono: il gusto è forse un po' troppo monotematico e, per una birra nata da sorseggiare con calma nei mesi meno caldi dell'anno, sarebbe secondo me auspicabile una maggiore complessità. Ringrazio il birrificio per avermi inviato la bottiglia da assaggiare.Formato: 33 cl., alc. 9.8%,  IBU 80, lotto 0515, scad. 09/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Verzet Oud Bruin (Experimenteel) 2014

Nuovo debutto belga sul blog: si tratta di Brouwers Verzet,  "birrificio" con virgolette obbligatorie visto che per il momento stiamo parlando di una beerfirm proprio in questi mesi alle prese con l'installazione dei propri impianti.  I birrai "della resistenza" sono Alex Lippens, Joran Van Ginderachter e Koen Van Lancker, compagni di studi e nel 2008 diplomati birrai alla scuola di Gent. Subito al lavoro in diversi birrifici, i tre erano soliti ritrovarsi durante i weekend per sperimentare o per produrre birre secondo il proprio gusto. Famigliari ed amici apprezzavano, arrivando a convincerli di fare le cose un po' più in grande; in assenza di finanziamenti per progettare il proprio birrificio, i tre ragazzi decidono nel 2011 di partire a produrre presso gli impianti del vicino birrificio Gulden Spoor di Gullegem. Nel 2012 si spostano presso De Ranke e, nel 2013, si aggiunge anche il birrificio Geert Toye.Nella loro città natale, Anzegem, è già operativo il Café Local, un locale dove poter assaggiare le proprie birre destinato a diventare tra qualche mese un vero e proprio brewpub. Sono circa una decina le birre prodotte da Verzet sino ad oggi; la gamma si compone di un paio di IPA (Golden Tricky e Rebel Local), una stout ed una belgian ale. Più interessante è invece la scelta di produrre una Oud Bruin, uno stile che raramente mi è capitato di vedere proposto da queste nuove realtà belghe.Viene assemblata con un blend di birra fresca e di birra che viene invecchiata un anno in botti ex-vino rosso; secondo quanto classificato da Ratebeer, oltre alla Oud Bruin "classica" ne esiste anche una "sperimentale". Non sono riuscito a reperire notizie sulla differenza tra le due, ma l'etichetta della bottiglia in mio possesso riporta la scritta "Experimenteel"; il millesimo è 2014.All'aspetto è ambrata con intense venature rossastre e qualche riflesso ramato; la schiuma ocra è "croccante" e cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Bella da vedere e bella anche da annusare, la Oud Bruin di Verzet regala un "naso" elegante e ricco di profumi aspri (mela verde, amarena, aceto di mela, lattico) e più dolci (ciliegia, frutti di bosco) che sono accompagnati da sentori  floreali, legnosi e terrosi. I primi sorsi sono un po' deludenti rispetto ai profumi, ma è una birra che ha bisogno di scaldarsi un po' più del solito per aprirsi completamente. L'asprezza acetica e quella dei frutti rossi e della frutta acerba (mela, ribes, amarena) è contrastata da un'elegante dolcezza di ciliegia, miele e caramello che rimane inizialmente in sottofondo per poi raggiungere il livello ottimale quasi a temperatura ambiente. Le bollicine sono vivaci e rendono la birra snella e piacevole, stemperandone in parte l'asprezza; la chiusura è ovviamente secca, a garantire un ottimo effetto rinfrescante, mentre il retrogusto è caratterizzato da piacevoli note legnose, qualche tannino e da un'acidità acetica abbastanza discreta e per nulla invadente. E una Oud Bruin ben assemblata e costruita; la manca ancora un pochino di profondità, complessità e/o maturità per raggiungere livelli d'eccellenza, ma la strada intrapresa dai giovani di Verzet sembra essere davvero quella giusta.Formato: 37.5 cl., alc. 6%, lotto 2014,  scadenza non indicata, 2.95 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! With a little help from my friend

Eccoci ad un nuovo appuntamento con “Homebrewed!”, dedicato alla vostre produzioni casalinghe. Oggi è il debutto di Vincenzo Messineo dalla provincia di Avellino che da poco più di due anni si dedica con passione a produrre la birra in casa; Vincenzo non è solo homebrewer ma anche un birrofilo entusiasta che ammette di organizzare le proprie ferie ed il proprio tempo libero con viaggi o serate sempre a tema birrario. L’homebrewing lo ha contagiato dopo aver assaggiato una produzione casalinga di un amico e la sua seconda passione è la cucina, ovviamente da abbinare ad una buona birra.Quella di oggi è una Russian Imperial Stout generosamente luppolata; Vincenzo mi ha confidato di essersi "vagamente" ispirato alla Export India Porter di The Kernel depurata - aggiungerei io - della sua componente più dolce. La compongono malti Pale Ale, Aromatic, Crystal e Caramunich, Roasted e Carafa, un tocco di fiocchi d'orzo; luppoli Admiral e Northdown per l'amaro, Chinook da aroma e lievito US-05 completano la ricetta per una OG di 1092.  Il nome dato alla birra, deciso proprio al momento di spedirla, è un With A Little Help from my Friend di Beatlesiana memoria che m trova perfettamente d'accordo. Si riferisce al conforto che una buona Imperial Stout può darti alla fine di una lunga giornata di lavoro, rassicurante ed incoraggiante tanto quanto l'abbraccio o la pacca sulla spalla da parte di un amico. La birra non ha etichetta ma - hey! - siamo qui per la sostanza, non per la forma.Assolutamente nera, forma un bellissimo cappello di schiuma beige bianca e cremosa, dall'ottima persistenza. Il suo bel "vestito", goloso, contrasta però con l'aroma che quasi assente: bisogna davvero concentrarsi per estrarre qualche remoto ricordo di orzo tostato e cioccolato al latte, ma quello che emerge soprattutto è un odore strano e non esattamente gradevole, che ho annusato per diversi minuti senza riuscire a dargli un nome preciso. Alla meglio mi ha ricordato il pudding inglese.Molto buona la sensazione palatale, con una discreta cremosità che arriva subito l'ingresso in bocca "watery"; il corpo è medio e la carbonazione è bassa: la scelta in fase di ricetta era chiaramente di realizzare una Imperial Stout morbida ma scorrevole, senza scivolare nel territorio "catramoso" tipico della scuola scandinava. Il gusto è volutamente privo di fronzoli ed orpelli e va dritto al sodo: tostature, caffè e l'amaro resinoso dei luppoli dominano la scena, con un leggerissimo sottofondo dolce di caramello e di frutta a supporto. Bene il finale, dove un bel calore etilico avvolge ed amalgama in modo convincente resina, caffè e tostature con un buon livello di pulizia e di eleganza. Purtroppo ogni tanto anche in bocca fa capolino quello che all'aroma ho definito come "pudding", sporcando un po' la birra e diminuendo un po' la gradevolezza complessiva della bevuta. E' comunque una Imperial Stout solida che si beve senza grosse difficoltà nonostante la gradazione alcolica di tutto rispetto; eliminato il difetto "pudding", nel bicchiere si trova un'intensa compagna da sorseggiare nei mesi meno caldi dell'anno.Questa la  valutazione su scala BJCP:  32/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10). Ringrazio Vincenzo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 33 cl., alc. 9.2%, IBU 70, OG 1092, imbott. 11/05/2015.

Westmalle Tripel

Nel giugno del 1794 una decina di monaci francesi si stabiliscono nei boschi di Kempen, sulla vecchia strada che collegava Anversa con Turnhout, con il progetto di costruire un’abbazia basata sul progetto di  Notre Dame de la Grande Trappe. L’imminente rivoluzione francese li costrinse però all’esilio in Germania sino al 1802, quando fecero ritorno a Westmalle per iniziarne la (ri)costruzione; l’inizio della produzione di birra sembra risalire al 1836, con la nomina di Padre Bonaventura Hermans – un ex farmacista e quindi esperto di erbe - come birraio. Al solito la birra era riservata inizialmente per il consumo dei frati e degli ospiti del monastero, e solo a partire dal 1860 iniziano le occasionali vendite all’esterno; nel corso della prima guerra mondiale i tedeschi s’appropriarono di tutti gli impianti del birrificio, che fu ricostruito solamente nel 1920. In questo periodo Westmalle produceva due birre scure chiamate Extra Gersten e Dubbel Bruin; alcuni problemi di qualità su quest’ultima avevano spinto i frati a chiedere la consulenza di Hendrik Verlinden, ingegnere birrario e proprietario del birrificio Drie Linden.  Verlinden viene considerato da Michael Jackson come l'artefice della prima "tripel" belga, lanciata nel 1932 con il nome di Witkap Pater. Facile ipotizzare che ci sia la sua mano anche dietro alla ricetta della Westmalle Tripel,  una strong ale “chiara” la cui ricetta viene abbozzata assieme al frate Thomas a partire dal 1931 per  poi debuttare nel 1934 durante i festeggiamenti per l’inaugurazione del nuovo birrificio del monastero.  La ricetta fu sensibilmente ritoccata negli anni ’50, quando fu leggermente aumentata la quantità di luppolo utilizzato; oggi la Tripel ha scalzato la scura Dubbel ed è diventata la birra più venduta dai monaci di Westmalle, occupando il 60% della produzione.Attualmente i monaci continuano a supervisionare la produzione della birra e tre di loro sono membri del consiglio direttivo; in sala cottura non è più presente il fratello Thomas – ritiratosi all’età di 70 anni  - che ha passato il testimone al birraio Jan Adriaensen, collaboratore di Westmalle sin dagli anni ’80 e  anche di St. Sixtus-Westvleteren ed Achel. La Tripel di Westmalle  (la “madre” di tutte le Tripel, non me ne voglia la Witkap) ha oggi 81 anni, ma non li dimostra affatto e continua a splendere nel suo luminoso color dorato, leggermente velato, sul quale si forma un solidissimo “cappello” di schiuma bianca e cremosa, compatta, molto persistente. Perfetta nella sua sobrietà. L’aroma mantiene il rigore monastico, lontano da quelle esplosioni di profumi (spesso un po’ cafone) che spesso incontriamo oggi. Un’eleganza fragrante e quasi discreta, fatta di fiori bianchi, zucchero candito, cereali, miele, arancia e pesca candita, un tocco di fieno, una delicatissima speziatura proveniente dal lievito. Al palato si presenta perfetta, con corpo medio ed un vivace carbonatazione che non preclude assolutamente una sensazione quasi morbida in bocca. La bevuta inizia con una freschezza fruttata sorprendente per una Tripel dal contenuto alcolico elevato (9.5%), per passare poi al dolce della frutta candita (albicocca, arancia e pesca), del pane e del miele sino alla delicatissima chiusura amaricante che oscilla tra l'erbaceo ed il terroso; il tutto all'insegna dell'equilibrio più assoluto. Impressionano sia la secchezza che il modo in cui l'alcool è nascosto quasi sino alla fine, consentendo una bevuta agile e quasi "veloce" per poi rallentare il tempo nel retrogusto, un caldo abbraccio etilico ricco di frutta sotto spirito. Pulitissima e fragrante, caratterizzata da una facilità di bevuta quasi omicida, la Tripel di Westmalle non si può altro che definire un classico senza tempo, ancora attuale, ancora straordinario, ancora da prendere a modello ogni qualvolta abbiate voglia di bere (o di realizzare tra le mura domestiche) una tripel.Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 3 030472, scad. 05/08/2017, 1.45 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Statale Nove J and B

Ritorna sul blog dopo un lungo periodo d’assenza il birrificio bolognese Statale Nove, fondato da quattro soci nel 2008 e guidato in sala cottura principalmente dal birraio Filippo Bitelli; il birrificio produce oggi una gamma di birre abbastanza ampia che spazia dalla tradizione tedesca a quella anglosassone senza tralasciare l’utilizzo di prodotti locali (pere, miele di castagno).  La Germania rimane tuttavia il territorio sul quale il birrificio ha sino ad ora ottenuto la maggior parte dei riconoscimenti, con medaglie che puntualmente arrivano ad ogni edizione di Birra dell’Anno. Così è stato anche per la birra di oggi, una doppelbock premiata con l’argento a Birra dell'Anno 2013  (Categoria 5 Birre a bassa fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione tedesca) e con il bronzo all’ultima edizione 2015. Come spiega lo stesso birraio, la J and B è dedicata al suo secondo figlio Jacopo, la cui data di nascita (18/05/2011) è anche impressa in etichetta. Le Doppelbock sono birre tradizionalmente stagionali che vengono prodotte nel periodo della Quaresima. Secoli fa, i monaci che dovevano affrontare un lungo periodo di digiuno erano soliti realizzare una birra più alcolica e “nutriente” da  consumare in sostituzione del cibo, ma non solo: siccome vigeva la credenza che i liquidi avevano la funzione di ripulire sia il corpo che l'anima, una birra particolarmente forte avrebbe avuto un potere "purificante" ancora più grande. La storia ve l’avevo già raccontata in occasione della Paulaner Salvator. Fedele alla tradizione, la doppelbock di Statale Nove è pronta ogni anno a maggio; la bevo con qualche mese di ritardo, approfittando del fresco autunnale. Anche se priva del classico suffisso “ator”  con il quale vengono spesso chiamate le doppelbock, la J and B di Statale Nove arriva nel bicchiere di un bel color ambrato carico velato con sfumature dorate e ramate; la schiuma ocra è “croccante” e cremosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Il naso è abbastanza ricco e pulito, con un bel bouquet profumato di biscotto e pane nero, toffee, uvetta e prugna, frutta secca, frutti rossi (ciliegia). La scuola e la tradizione tedesca richiedono che le birre siano ben scorrevoli e facili da bere e questa doppelbock le rispetta in pieno: corpo medio e poche bollicine, in una birra che non richiede grosso impegno nonostante si tratti di una "strakbier" dal buon contenuto alcolico (8.1%). Biscotto, pane nero e caramello, miele, uvetta e prugna compongono il gusto dolce che è ben sostenuto da un morbido alcool warming che alza la testa solamente quando deve, ovvero nel finale; la chiusura è leggermente amara di pane tostato, frutta secca, una suggestione di cioccolato. La bevuta procede pulita e morbida, intensa e ben  equilibrata nella sua dolcezza, in un'interpretazione molto convincente della tradizione tedesca come peraltro il birrificio bolognese ha spesso dimostrato di saper fare.Tutto bene, ma purtroppo non posso esimermi dal menzionare il fattore prezzo, croce (senza nessuna delizia) della cosiddetta "birra artigianale"  italiana; la doppelbock di Statale Nove tiene testa alle famose sorelle tedesche, ma costa 10 Euro al litro, mente Celebrator, Salvator, Triumphator, Speziator e altre doppelbock tedesche viaggiano tra i 2 e 3 euro al litro, se acquistate in Germania. Raddoppiate la cifra se le acquistate in Italia: vi lascio trarre le debite conclusioni e pensare a quante potreste berne.Formato: 75 cl., alc. 8.1%. IBU 20, lotto 353, imbott. 07/05/2015, scad. 07/02/2016, 8.00 Euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.