Giesinger Baltic Rye Porter

Sono passate solo poche settimane dall'ultima bevuta ma eccoci ad un nuovo appuntamento con la Giesinger Brau di Monaco di Baviera, la cui storia vi è stata raccontata qui.Lo scorso aprile il microbirrificio che di trova nell'omonimo quartier della capitale bavarese ha inaugurato la propria  linea "Craftiges" ovvero "craft"; è abbastanza curioso notare come in questo momento in Germania la parola "artigianale/craft" coincida con il produrre  stili che si allontanano dalla tradizione tedesca. Non è quindi il metodo utilizzato per produrre ma quello che si produce; ecco allora che IPA ed APA di birrifici tedeschi dai grandi volumi, e quindi tutt'altro che "artigianali", vengono vendute nei negozi nella sezione "craft". Fanno eccezione alla regola solamente gli stili classici che vengono affinati in botte. Allo stesso modo è  significativo che un microbirrificio come Giesinger non voglia etichettare come "craft" le sue helles, bock o weizen, peraltro di ottima fattura e infinitamente più ricche di sapori di quelle prodotte dalle "grandi sorelle" di Monaco.Ad ogni modo, le quattro "craft" di Giesinger fortunatamente sfuggono al "cliché" IPA/APA: troviamo la Lemon Drop Triple, ovvero una triple che usa lievito trappist e l'omonimo luppolo, la Doppel-Alt bevuta qualche settimana fa, una Wheat Stout che utilizza anche e malto di frumento tostato e una baltic porter alla segale chiamata semplicemente Baltic Rye Porter.Utilizzare la segale è stato piuttosto impegnativo per il birraio Steffen Marx, ma alla fine la birra  riesce ad essere imbottigliata; la ricetta prevede malti tostati, Monaco e Caramello, malti di segale scuri, tostati e caramellati, luppolo Spalter Select.Il suo colore è ebano opaco con dei bei riflessi rossastri ai quali la foto non rende certamente giustizia; abbastanza modesta la schiuma, che è tuttavia compatta e cremosa ed ha una buona persistenza. L'aroma non è particolarmente pronunciato e regala i profumi del pane nero, pane tostato, frutta secca, toffee, butterscotch. L'intensità recupera terreno in bocca, in una birra dal corpo medio, morbida al palato ma quasi piatta per quel che riguarda le bollicine. Troviamo pane tostato, liquirizia, cioccolato al latte, qualche nota fruttata (ciliegia, prugna) e una leggera speziatura donata dalla segale; chiude lievemente astringente, con un delicato amaro di tostature e frutta secca ed un delicato "warming" etilico. Una Baltic Porter discreta, dall'aroma sottotono e un po' slegata in bocca, sicuramente penalizzata dalla carbonazione quasi assente; bene il gusto, ma per ora il microbirrificio di Monaco mi sembra molto più convincente nelle interpretazione degli stili classici bavaresi, davvero notevoli, rispetto a quando s'avventura un po' più lontano.Formato: 33 cl., alc. 6.7%, lotto 1, scad. 01/2016, pagata 3.07 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Leite Cuvée Mam’zelle

La birra di oggi è ideale continuazione di quella bevuta un paio di anni fa: la Enfant Terriple del birrificio De Leite, attivo dal 2008 e guidato da Luc Vermeersch in quel di Ruddervoorde, una ventina di chilometri a sud di Bruges. Luc è passato dall'homebrewing al mondo dei professionisti installando il birrificio in una una parte dello stabile occupato dalla propria ditta, la  Helbig, che produce sistemi modulari  e scaffalature per negozi. La Enfant Terriple finisce ad invecchiare per qualche mese in botti di rovere che hanno ospitato in vino provenienti dalla regione francese del Médoc, e prende il nome di Cuvée Mam'zelle. L'etichetta, come tutte le altre del birrificio, è opera del disegnatore  Lowie Vermeersch, nipote di Luc, che dopo aver lavorato per diversi anni alla Pininfarina, in Italia, nel 2010 si è messo in proprio fondando a Torino la società Granstudio.Cuvée Mam'zelle si presenta piuttosto torbida, con un colore che oscilla tra il dorato carico e l'arancio; la schiuma biancastra è abbastanza compatta e cremosa ed ha una buona persistenza. Al naso domina l'aspro, con sentori di uvaspina e frutta acerba (mela), legno, acido lattico e aceto di mela; la componente dolce (ananas e uva matura) rimane piuttosto in sottofondo ed è avvertibile solo quando la birra si scalda.In bocca non ci sono grossi cambiamenti: la bevuta inizia subito aspra riproponendo mela acerba e uva spina, acidità lattica e soprattutto acetica, quest'ultima un po' troppo invadente e fastidiosa, a tratti quasi tagliente. Il dolce assume le sembianze del vino liquoroso, dell'uva macerata e rimane sempre in sottofondo senza riuscire a portare equilibrio; chiude con una bella secchezza tannica, con sentori legnosi e con una punta amaricante di mandorla e lattica. Birra che si mantiene aspra e che si mostra particolarmente segnata dal passaggio in botte ex-vino, risultando però un po' grezza, poco pulita e molto, molto lontana dall'eleganza di birre come questa che hanno subito un invecchiamento simile. L'alcool rimane comunque molto ben nascosto e non è lui, ma la componente acetica, a rallentare di molto la velocità di bevuta. Le bollicine sono poche, la birra ha corpo medio e, soprattutto, è particolarmente marcata dal passaggio in botti ex-vino con un risultato che alla fine non è del tutto convincente.Formato: 33 cl., alc. 8.5%, IBU 50, lotto 04, scad. 25/11/2015, pagata 2.10 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pinta Imperator Bałtycki

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la “new wave” polacca ed uno dei suoi principali protagonisti: Browar Pinta con sede legale a Żywiec, nel sud est della Polonia e fondata da Ziemowit  “Ziemek“ Fałat,  Grzegorzem Zwierzyną e Marka Semlę. Si tratta in realtà di una beerfirm, uno status che riguarda la quasi totalità dei nuovi marchi che caratterizzano la “craft beer” polacca; un modello di business praticamente obbligato per chi proviene dall’homebrewing e non ha modo di reperire le risorse economiche necessarie per acquistare un impianto proprio. La produzione avviene principalmente presso la  Browar na Jurze di Zawiercie e la  Browar Zarzecze che ha sede nell’omonima città.  Pinta possiede anche un ristorante a Poznań  (Pinta Klepka) e ha inaugurato nel giugno 2014 il bar Viva la Pinta in centro a Cracovia. Il fondatore (e “birraio”) Ziemek è anche socio del sito Browamator che vende materiale per homebrewing e,  da quanto leggo, autore di libri ed articoli su come fare la birra in casa. Pinta testa il mercato nel 2010 con una Grodziskie, stile tipico della Polonia: 1666 bottiglie che vengono vendute nonostante il prezzo sia molto più alto di una classica birra industriale. E’ la prova che anche il bevitore polacco è disponibile a pagare di più per un prodotto di alta qualità.  A marzo 2011 nasce ufficialmente la beerfirm, che diviene il primo produttore polacco a proporre un’American IPA chiamata Atak Chmielu, lo stile che in poco tempo andrà a monopolizzare o quasi l’avanguardia polacca. Sono anche i primi a realizzare una collaborazione all’estero, nel marzo 2014, con il birrificio irlandese Carlow/O’Hara. Il portfolio di Pinta è oggi già piuttosto vasto e (fortunatamente) non include solamente IPA/DIPA/BIPA/WIPA; sfogliandolo con un po’ di pazienza di possono trovare anche sahti e alcuni stili “autoctoni” come la già citate Grodziskie e la Baltic Porter. Uno sguardo al beer-rating mostra che proprio l’interpretazione che Pinta fa di questo stile  è attualmente secondo Ratebeer la miglior birra polacca, seguita dalla “Quatro”, una imperial IPA anch’essa prodotta da Pinta. "L'imperatore del Baltico" (Imperator Bałtycki) è il suo nome, per una ricetta che prevede un ampio parterre di malti Weyermann ( Munich  I, Pilsen, Vienna, Caramunich III, Caraaroma, Carafa Special I) e di luppoli (Amarillo, Ahtanum, Centennial, El Dorado, Mosaic, Zeus); il lievito è Saflager W-34/70. Nel bicchiere si presenta scurissima e prossima al nero, con solo qualche sfumatura color ebano a portare un po’ di luce; la schiuma beige è cremosa ed abbastanza compatta, con una buona persistenza. L’aspetto è coerente con i parametri stilistici ma basta avvicinare un po’ il naso al bicchiere per restare spiazzati:  è il luppolo a dominare, con resina, pepe, agrumi, marmellata d’arancia. Non c’è nulla che riconduca ad una porter, se non un lieve sentore di toffee in sottofondo, accompagnato da una note etilica, che s’avverte quando la birra si scalda.  Bene il “mouthfeel” (corpo medio, poche bollicine e una morbidezza leggermente cremosa) ma anche al palato il gusto corre subito in territorio luppolato; l’imbocco regala qualche nota di pane nero, ma è solo un passaggio velocissimo che conduce ad un amaro resinoso e pungente che morde subito il palato e non lo lascia più. A cercare di controbattere c’è, oltre al caramello, qualche suggestione di ciliegia, un goccia in un mare di luppolo le cui ondate portano un retrogusto amaro, dove alcool e resina interagiscono a vicenda lasciando quasi una nota piccante a scaldare il corpo e lo spirito; fatela arrivare a temperatura ambiente se volete avvistare un remoto ricordo di cioccolato e caffè.  Pinta sceglie  di stravolgere completamente lo stile, realizzando una birra che alla fine risulta molto simile ad una luppolatissima american strong ale. Se cercate dunque una baltic porter fedele allo stile potete evitare di acquistarla, ne resterete delusi; se invece siete malati di luppolo e, come la maggior parte dei beer geeks polacchi lo mettereste anche nel caffè a colazione, allora godetevi questa birra intensa, pulita e ben fatta, da sorseggiare con calma perché l'alcool non si nasconde più di tanto.Chiudo con una postilla su Ratebeer, sito che leggo sempre con grande divertimento: passi per il punteggio di 100/100  (de gustibus non est disputando) per quel che riguarda la birra "in sé", ma come si fa ad attribuirle anche 100/100 per quel che riguarda l'aderenza allo stile??Formato: 33 cl., alc. 9.1%, IBU 109, scad. 29/06/2016, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dolle Arabier

Esen, paese dove vivono circa duemila anime a pochi chilometri da Diksmuide, Fiandre Occidentali; qui un tempo esisteva un castello assieme ad un paio di distillerie e sei birrifici; oggi rimane solamente uno di questi ultimi chiamato Costenoble, fondato nel 1835 e di fatto scomparso nel luglio 1979, quando il proprietario Louis Charles Hector Costenoble lo vende a due fratelli  che da tempo si davano da fare con l’homebrewing e che avevano di recente vinto un concorso a Brussels:  Kris e  Jo Herteleer. A loro si aggiunge anche un mugnaio appassionato di birra, Romeo Bostoen. Il tempo di sistemare un po’ gli immobili datati 1922 (Esen fu praticamente distrutta nel corso della prima guerra mondiale) e nel novembre 1980 viene effettuata la prima cotta da parte del nuovo birrificio De Dolle Brouwers, ovvero “i birrai pazzi”. Il nome scelto è una naturale variante di “Dolle Dravers” ( “i ciclisti pazzi”) un minuscolo circolo di ciclismo al quale appartenevano Kris e Jo; un gruppo che non contava mai più di quattro membri e che – si racconta – aveva delle regole abbastanza particolari: per farne parte dovevate essere in grado di percorrere in un giorno la gita di 266 chilometri che veniva organizzata ogni anno da Roselaere a Cap-Griz-Nez, in Francia.La prima birra realizzata è la Oerbier (“birra primordiale”) destinata a diventare una meraviglia grazie all’utilizzo per molti anni di un ceppo di lievito proveniente da Rodenbach. Dopo solo un anno Romeo Bostoen decide di ritirarsi dagli affari ed il neonato birrificio diviene di proprietà esclusiva della famiglia Herteleer; è Kris ad assumerne progressivamente il comando facendo birra nei weekend e diventandone, dal 2006, l’unico proprietario. Si dice che il fratello Jo stia facendo ancora birra in Sud Africa, dove svolge la sua professione di medico. Artista, grafico, architetto e birraio, Kris svolge in parallelo anche delle approfondite ricerche storiche sulla tradizione brassicola delle fiandre occidentali che nel 2000 gli portano il premio “Golden Hammer” da parte dell’associazione ’t Hamerken di Bruges. E' lui a disegnare personalmente quasi tutte le etichette e la simpatica mascotte gialla che crea come simbolo del birrificio: una cellula di lievito umanizzata "ottimista e gentile - dice Kris - che sorride al risultato ottenuto, la birra. Ma per ottenerla c'è voluto lavoro e conoscenza, simboleggiati dalla pala che tiene nell'altra mano".  E' lui ad indossare improbabili giacche, scarpe e papillon che fa indossare anche al "collo" delle bottiglie delle sue birre. Arabier: Kuaska la definisce "l'antesignana delle birre (belghe) luppolate". Una Strong Ale che appare alla metà degli anni '80 e rimpiazza pian piano la Oeral, una birra estiva (6%) che era disponibile solamente alla spina; nasce con una gradazione alcolica del 7% che aumenta nel corso del tempo a 7.8% e all'8% odierno. Michael Jackson citava l'abbondante utilizzo del luppolo Kent Golding, mentre attualmente il birrificio dichiara di usare fiori di Nugget proveniente dai vicini campi di Poperinge ed utilizzati anche in dry-hopping per i trenta giorni in cui la birra staziona nel maturatore.  Il nome scelto  si presta ad alcune interpretazioni: la più semplice è "la birra del pappagallo ara" raffigurato in etichetta, ma a confondere le certezze c'è il fatto che "Arabier" significa anche "arabo" e che qualche tempo fa - si vocifera - nella versione in fusto era comunemente chiamata "Arafat" dai bevitori locali. O, se volete, divertitevi a ripetere velocemente in alternanza Oerbier e Arabier come se fosse un scioglilingua.Il suo colore è dorato e velato, sormontato da un'immancabile ed esuberante schiuma bianca e pannosa, compatta e molto, molto persistente. L'aroma, sopratutto quello emanato dalla schiuma, si potrebbe semplicemente descrivere come una "brezza bianca": freschissimo ed intenso, ricco di fiori bianchi, suggestioni di menta, pera e di pepe bianco; ci vuole qualche minuto di pazienza per apprezzare i profumi del miele e della fetta biscottata, pera, canditi (albicocca e pesca) e qualche reminiscenza di frutta tropicale (ananas, papaia?). Perfetta nella sua vivacissima carbonazione che solletica continuamente il palato, ricalca al gusto buona parte dell'aroma; fetta biscottata, pane e miele seguiti dal dolce zuccherino della frutta candita. Ma non si tratta assolutamente di una birra dolce, tutt'altro: le bollicine ed una lieve acidità stemperano subito qualsiasi velleità stucchevole, con uno splendido intenso finale luppolato e secco che pulisce completamente il palato con le sue note "zesty" ed erbacee, leggermente pepate. La sua bevibilità è impressionante, con l'alcool pericolosamente nascosto in modo subdolo: può essere davvero considerata un birra estiva, che disseta e rinfresca, evocando a tratti lo zenzero. Bottiglia in stato di grazia, fragrante e pulitissima, con l'abbondante luppolatura che riesce a convivere magistralmente con il lievito belga, consentendone la sua piena espressione senza mai prevalicarlo: uno splendido esempio di strong ale belga luppolata, pressoché perfetta nella sua semplicità. La costanza non è certo la caratteristica principale di De Dolle (mi è capitato di berne alcune più o meno brettate) ma quando escono bottiglie come queste a Kris Herteleer si finisce per perdonare qualsiasi cosa. Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 55, scad. 01/2017, pagata 2.05 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Upright Five (#5)

Alex Ganum, nativo del Michigan, arriva a Portland (Oregon) nel 2002 per studiare cucina al Western Culinary Institute ma viene rapidamente risucchiato dall’attivissima scena brassicola che caratterizza la città americana con la più alta densità di birrifici. Inizia con l’homebrewing e l’anno successivo vola già sulla costa ad est per un periodo di praticantato al birrificio Ommegang; di ritorno a Portland, trova impiego come birraio presso il brewpub BJ's Restaurant and Brewhouse ed inizia progettare il proprio business plan finalizzato all’apertura del proprio birrificio. Le risorse economiche necessarie provengono dalla sua famiglia e dalla Portland Development Commission. A marzo 2009 nasce la Upright Brewing Co., nome che si riferisce allo strumento utilizzato dal contrabbassista e compositore Charles Mingus; impianto da 10 barili a cotta per una capacita produttiva di circa 1200 barili l’anno e soprattutto vasche di fermentazioni aperte, delle quali Alex si era innamorato nel suo periodo d’apprendistato alla Ommegang, birrificio dal forte legame con la tradizione belga del quale vi avevo parlato in questa occasione. Il debutto avviene con una Old Ale affinata in botte chiamata Billy The Mountain ma la birra più venduta, soprattutto nei locali e ristoranti vicino al birrificio, diventa la  Engelberg, una pils tedesca. La maggior influenza brassicola di Alex Ganum rimane comunque il Belgio e le sue farmhouse ales oggi così popolari negli Stati Uniti; ad aiutarlo in sala cottura arrivano i birrai Gerritt Ill e Bobby Birk. Assieme a due soci, Ganum è attualmente proprietario anche del pub  Grain and Gristle e dell’Old Salt Marketplace, un ristorante con macelleria annessa dove poter anche fare acquisti.  Nel pieno rispetto della tradizione belga sono i nomi dati a quattro saison/farmhouse ales prodotte da Upright tutto l’anno: viene semplicemente utilizzato il numero corrispondente alla gravità iniziale, espressa mediante la scala belga, come fanno ad esempio Rochefort, St. Bernardus e Westvleteren. Tutte le birre utilizzano luppoli cresciuti nell’Oregon e il nuovo ceppo di lievito sviluppato dal birrificio nel 2011. La saison di oggì è semplicemente chiamata “Five”:  malti Pale, Vienna e Caramel Triticale, luppoli Willamette, Liberty e Glacier. Il suo colore è arancio opaco, sormontato da una generosissima testa di pannosa schiuma biancastra, molto persistente ma un po’ scomposta. Al naso profumi floreali che ricordano rosa e lavanda, una delicata speziatura nella quale emerge soprattutto il pepe e un bouquet fruttato molto ben assemblato che include pesca bianca, pera, arancia, mandarino ed albicocca; pulizia davvero eccellente a privilegiare finezza ed eleganza piuttosto che l’intensità. La bevuta vede passare in rassegna le note di pane e biscotto, albicocca pesca ed arancia per una dolcezza iniziale alla quale fa rapidamente seguito una leggera acidità ma soprattutto  la controparte amara, erbacea e terrosa. La vivace carbonazione rende questa saison molto vivace enfatizzandone la delicata speziatura (pepe), con una bella pulizia ed una buona eleganza che viene un po’ a mancare solo nella chiusura  amara, intensa ma scomposta e piuttosto in contrasto con la delicatezza e l’equilibrio degli altri elementi. Ottima la secchezza e discreta la componente rustica; nonostante la gradazione alcolica abbastanza contenuta (5.5%)  la birra è piuttosto intensa ma un po’ pesante a livello tattile, risultando alla fine molto meno scorrevole della maggior parte delle Saison prodotte in Belgio dalla “bevibilità assassina”. Formato: 75 cl., alc. 5.5%, IBU 37, lotto e scadenza non riportati, pagata 10.80 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Contreras Valeir Extra

Risale al 1818 la nascita dalla Brouwerij Contreras, quando in una fattoria sulle colline di Gavere  (una ventina di km a sud-est di Gand) la famiglia Latte possiede una fattoria con annesso mulino e birrificio che viene venduto nel 1898 a René Contreras, antenati spagnoli e già proprietario di un birrificio a Evergem. Nel 1920 l’azienda passa nella mani del giovane nipote (classe 1901) Marcel Contreras; è lui che mette in atto il processo di ristrutturazione degli edifici e di modernizzazione degli impianti, con l’installazione di un sistema di refrigerazione che permette la produzione di birre a bassa fermentazione. Dopo le difficoltà provocate dalla seconda guerra mondiale il timone passa nella mani di Willy Contreras, figlio di Marcel: per molti anni il birrificio ha un mercato soprattutto locale destinato ad alimentare i bar di proprietà con le birre Contra Pils,  Raf Export Pils e l’ambrata Tonneke, quest’ultima poi dismessa a causa degli alti costi produttivi e resuscitata solo di recente. La svolta all’export per Contreras avviene all’inizio del ventunesimo secolo, quando alla guida subentra Ann, unica figlia di Willy, assieme al fidanzato Frederik De Vrieze. E’ quest’ultimo – birraio con un occhio di riguardo verso quello che sta accadendo negli Stati Uniti -  a prendere gradualmente il comando delle operazioni e ad introdurre nel 2004 la gamma Valeir,  che prende il nome da un leggendario  soldato al quale è anche dedicata una statua posta di fronte al municipio di Gavere.  Il campo di battaglia è quello di Semmerzake, nel 1453, dove l’esercito del Duca di Borgogna Filippo III sconfisse la città ribelle di Gand lasciando sul campo 16.000 vittime tra la popolazione.  Alla Valeir Blond si aggiungono rapidamente una birra natalizia e, nel 2006, la tripel “Valeir Divers” ed una “Donker”; il mercato le recepisce molto positivamente e decolla, rendendo necessario l'ampliamento della capacità produttiva, completato nel 2010. La quota export (Europa, USA e Giappone) riguarda oggi il 40% della produzione.Nel 2007 il Giro delle Fiandre transita per Gavere e per l’occasione viene prodotta una belgian ale abbondantemente luppolata (o Belgian IPA) che viene chiamata “El Toro” e che entra poi in produzione stabilmente con il più gradevole nome di "Extra". I luppoli utilizzati sono Sterling ed Amarillo.Nel bicchiere si presenta di un bel color dorato carico con riflessi arancio, velato: la "croccante" schiuma biancastra è perfetta nella sua compattezza e cremosità, con un ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso ed entusiasmante: il benvenuto è dato dai malti (pane, fetta biscottata) affiancati da sentori terrosi e, molto ma molto leggeri, di agrumi e spezie. Al palato viene rispettata la tradizione belga delle vivaci bollicine, in una birra dal copro medio che scorre bene mantenendo una buona presenza e morbidezza. Il gusto muove i suoi passi sul sentiero aperto dall'aroma senza allontanarsi mai; la base maltata è piuttosto solida (pane e biscotto), c'è una leggera presenza di agrumi e il finale si dirige in territorio amaro (terra e  resina) senza nessun estremismo. Facilità di bevuta ed equilibrio vengono assolutamente preservati, il lievito belga regala una delicata speziatura ma c'è una lieve presenza di diacetile che fa capolino al naso e in bocca man mano che la birra si scalda. La secchezza non è impeccabile, mentre latita un po' quella componente fruttata che oggi è componente quasi imprescindibili delle IPA moderne e ruffiane: il risultato finale è senz'altro innovativo nei confronti della tradizione belga, ma un po' datato se si raffronta con quanto va di moda adesso nel resto del mondo quando si parla di IPA. Birra comunque gradevole, anche se l'impressione è di aver trovato una bottiglia un po' fuori forma.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto CP 2015/08, scad. 22/05/2017, pagata 2.10 euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Founders KBS (Kentucky Breakfast Stout)

Per raccontate la storia della Kentucky Breakfast Stout di Founders occorre ritornare per un attimo alla Breakfast Stout bevuta in questa occasione. Riassumo per i pigri: una birra nata quasi per caso, nel giorno in cui Dave Engbers, fondatore del birrificio assieme a Mike Stevens, assaggia un chicco di caffè ricoperto di cioccolato offertogli da un cliente mentre sorseggia la sua Founders Porter. L'abbinamento è ottimo, e da lì nacque l'idea di realizzare una Stout/Porter con l'utilizzo di caffè e cioccolato.Più o meno nello stesso periodo (2002) a Mike Stevens viene l'idea di provare ad invecchiare la Breakfast Stout in una botte di Bourbon; una prassi alla quale siamo ormai abituati ma che a quel tempo era praticata soltanto da un paio di birrifici. "Chiamai gli uffici della Jack Daniel, gli dissi che avevo un birrificio nel Michigan e che volevo comprare alcune botti usate di bourbon per metterci dentro la birra. 'Cosa? - mi risposero sorpresi - che cosa vorresti farci?'.  Loro di solito le botti usate le buttavano via; andammo a prenderne un paio e le riempimmo con la Breakfast Stout"; sei mesi dopo iniziamo ad assaggiarla e ci rendemmo conto che avevamo creato qualcosa di importante".La ricetta della Breakfast Stout viene modificata per "irrobustire" un po' la birra al fine di farle meglio reggere gli effetti del passaggio in botte; nasce così la Kentucky Breakfast Stout, una birra costosa, laboriosa e inizialmente di non facile collocazione in un mercato ancora piuttosto acerbo per questo tipo di prodotti. I distributori di Founders non sono molto propensi ad acquistare una birra che sarebbe stata venduta a 20 dollari per un 4 pack e le vendite effettivamente non decollano. La situazione cambia drasticamente a partire dal 2005, quando Founders la porta all'Extreme Beer Festival di Boston: chi l'assaggia se ne innamora, la notizia si diffonde rapidamente via internet ed i distributori iniziano a ricevere centinaia di richieste. La sua produzione limitata contribuisce a farne aumentare la fama ed anno dopo anno la Kentucky Breakfast Stout inizia a diventare una delle birre più ricercate negli Stati Uniti; nel 2009 il birrificio decide di modificarne il nome in KBS (l'ABV passa da 10 a 11.2%) per tutelarsi da eventuali azioni legali derivanti dal fatto che la parola "Kentucky" potesse ingannare i clienti facendo loro pensare che si trattasse di una birra prodotta in quello stato americano. Founders ne raddoppia o quasi ogni anno la quantità prodotta, arrivando ad acquistare nel 2014 circa 3500 barili  di bourbon usati (principalmente Heaven Hill) e diventando così uno dei maggiori produttori americani di birre passate in botte; lo spazio necessario allo stoccaggio viene individuato all'interno di una cava di gesso in disuso non lontana dal birrificio dove ogni anno, oltre alle KBS, riposano anche la Backwood Bastard,  la Curmudgeon Old Ale ed altre produzioni occasionali.La KBS viene messa in vendita una volta l'anno, solitamente nel mese di marzo, attirando inevitabilmente centinaia di appassionati che cercano di acquistarne qualche cassa di birra per berla o per poterla scambiare via internet con altre birre "rare". Nel 2012 il numero degli accampati in tenda che sfidano il freddo di Grand Rapids  fuori dal birrificio dalla notte precedente raggiunge il numero di 1000 e alla Founders decidono di organizzare qualcosa di diverso. A partire dal 2013 la birra è acquistabile presso il birrificio solamente dopo aver comprato un biglietto via internet (5 dollari devoluti in beneficenza); senza biglietto potete anche evitare di mettervi in fila al freddo. In contemporanea viene organizzata la "KBS Week", che nel 2015 si è svolta nella settimana del 9-14 marzo; diversi bar e ristoranti di Grand Rapids hanno avuto a disposizione un fusto di KBS da aprire entro il 13 marzo, mentre il giorno 14 è avvenuta la festa "ufficiale" presso la taproom del birrificio. A partire dal 16 marzo la KBS è stata distribuita in tutto il Michigan e, a fine mese, a tutti gli altri distributori; tra questi va segnalato l'ottimo lavoro di Interbrau - distributore italiano di Founders - che è riuscito a portare qualche cartone di KBS anche in Italia.KBS millesimo 2015, quindi: praticamente nera e impenetrabile alla luce, forma un cappello di schiuma di ottime dimensioni, se si considera la sua gradazione alcolica, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Il naso è abbastanza complesso: bourbon, cioccolato al latte, vaniglia, caffè liquido e polvere di cacao, per un bouquet dolce che a tratti ricorda quasi un tiramisù liquido, mentre in sottofondo ci sono sentori di legno e liquirizia. Nel complesso l'aroma è intenso e pulito ma dall'eleganza migliorabile. Sontuosa con il suo corpo pieno le poche bollicine, avvolge morbidamente il palato pur mantenendo una consistenza discretamente oleosa che non obbliga a "masticarla". La componente etilica è decisamente in evidenza, soprattutto per i primi sorsi, con il bourbon che riscalda subito senza tuttavia arrivare a bruciare. Troviamo soprattutto caffè, cioccolato ed orzo tostato, mentre in secondo piano rimane il dolce della vaniglia e del cioccolato bianco a bilanciare la bevuta; l'acidità del caffè alleggerisce un po' il carico a fine corsa, concedendo qualche breve istante di pausa in preparazione allo splendido retrogusto, un lungo ed appagante abbraccio etilico ricco di bourbon, caffè, cioccolato ed un tocco di vaniglia. Una imperial stout che rincuora e che si sorseggia con calma ed enorme soddisfazione, prenotandovi l'intera serata, dilatando il tempo per poi accompagnarvi direttamente verso le lenzuola. Piccola postilla dedicata  "all'hype": è giustificato?  La KBS è uno dei primi esempi di Imperial Stout barricata ed è ovviamente diventata una sorta di benchmark dello stile col quale confrontarsi; ma ad oltre dieci anni dalla sua nascita esistono sul mercato molte altre Imperial Stout a lei paragonabili o migliori che, sopratutto, si possono reperire con maggiore facilità. Personalmente non mi metterei in coda di notte al freddo per acquistarla, e non lo farei per nessuna birra al mondo:  ma visto che negli Stati Uniti il "geekismo" ci fa spesso vedere gente accampata di notte fuori dai negozi per i saldi, per acquistare telefoni in anteprima e quanto altro, allora anche in campo birrario questi comporamenti hanno il loro (non)senso.Formato: 35.5 cl., alc. 11.2%, IBU 70, imbott. 11/02/2015, pagata 9.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Founders KBS (Kentucky Breakfast Stout)

Per raccontate la storia della Kentucky Breakfast Stout di Founders occorre ritornare per un attimo alla Breakfast Stout bevuta in questa occasione. Riassumo per i pigri: una birra nata quasi per caso, nel giorno in cui Dave Engbers, fondatore del birrificio assieme a Mike Stevens, assaggia un chicco di caffè ricoperto di cioccolato offertogli da un cliente mentre sorseggia la sua Founders Porter. L'abbinamento è ottimo, e da lì nacque l'idea di realizzare una Stout/Porter con l'utilizzo di caffè e cioccolato.Più o meno nello stesso periodo (2002) a Mike Stevens viene l'idea di provare ad invecchiare la Breakfast Stout in una botte di Bourbon; una prassi alla quale siamo ormai abituati ma che a quel tempo era praticata soltanto da un paio di birrifici. "Chiamai gli uffici della Jack Daniel, gli dissi che avevo un birrificio nel Michigan e che volevo comprare alcune botti usate di bourbon per metterci dentro la birra. 'Cosa? - mi risposero sorpresi - che cosa vorresti farci?'.  Loro di solito le botti usate le buttavano via; andammo a prenderne un paio e le riempimmo con la Breakfast Stout"; sei mesi dopo iniziamo ad assaggiarla e ci rendemmo conto che avevamo creato qualcosa di importante".La ricetta della Breakfast Stout viene modificata per "irrobustire" un po' la birra al fine di farle meglio reggere gli effetti del passaggio in botte; nasce così la Kentucky Breakfast Stout, una birra costosa, laboriosa e inizialmente di non facile collocazione in un mercato ancora piuttosto acerbo per questo tipo di prodotti. I distributori di Founders non sono molto propensi ad acquistare una birra che sarebbe stata venduta a 20 dollari per un 4 pack e le vendite effettivamente non decollano. La situazione cambia drasticamente a partire dal 2005, quando Founders la porta all'Extreme Beer Festival di Boston: chi l'assaggia se ne innamora, la notizia si diffonde rapidamente via internet ed i distributori iniziano a ricevere centinaia di richieste. La sua produzione limitata contribuisce a farne aumentare la fama ed anno dopo anno la Kentucky Breakfast Stout inizia a diventare una delle birre più ricercate negli Stati Uniti; nel 2009 il birrificio decide di modificarne il nome in KBS (l'ABV passa da 10 a 11.2%) per tutelarsi da eventuali azioni legali derivanti dal fatto che la parola "Kentucky" potesse ingannare i clienti facendo loro pensare che si trattasse di una birra prodotta in quello stato americano. Founders ne raddoppia o quasi ogni anno la quantità prodotta, arrivando ad acquistare nel 2014 circa 3500 barili  di bourbon usati (principalmente Heaven Hill) e diventando così uno dei maggiori produttori americani di birre passate in botte; lo spazio necessario allo stoccaggio viene individuato all'interno di una cava di gesso in disuso non lontana dal birrificio dove ogni anno, oltre alle KBS, riposano anche la Backwood Bastard,  la Curmudgeon Old Ale ed altre produzioni occasionali.La KBS viene messa in vendita una volta l'anno, solitamente nel mese di marzo, attirando inevitabilmente centinaia di appassionati che cercano di acquistarne qualche cassa di birra per berla o per poterla scambiare via internet con altre birre "rare". Nel 2012 il numero degli accampati in tenda che sfidano il freddo di Grand Rapids  fuori dal birrificio dalla notte precedente raggiunge il numero di 1000 e alla Founders decidono di organizzare qualcosa di diverso. A partire dal 2013 la birra è acquistabile presso il birrificio solamente dopo aver comprato un biglietto via internet (5 dollari devoluti in beneficenza); senza biglietto potete anche evitare di mettervi in fila al freddo. In contemporanea viene organizzata la "KBS Week", che nel 2015 si è svolta nella settimana del 9-14 marzo; diversi bar e ristoranti di Grand Rapids hanno avuto a disposizione un fusto di KBS da aprire entro il 13 marzo, mentre il giorno 14 è avvenuta la festa "ufficiale" presso la taproom del birrificio. A partire dal 16 marzo la KBS è stata distribuita in tutto il Michigan e, a fine mese, a tutti gli altri distributori; tra questi va segnalato l'ottimo lavoro di Interbrau - distributore italiano di Founders - che è riuscito a portare qualche cartone di KBS anche in Italia.KBS millesimo 2015, quindi: praticamente nera e impenetrabile alla luce, forma un cappello di schiuma di ottime dimensioni, se si considera la sua gradazione alcolica, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Il naso è abbastanza complesso: bourbon, cioccolato al latte, vaniglia, caffè liquido e polvere di cacao, per un bouquet dolce che a tratti ricorda quasi un tiramisù liquido, mentre in sottofondo ci sono sentori di legno e liquirizia. Nel complesso l'aroma è intenso e pulito ma dall'eleganza migliorabile. Sontuosa con il suo corpo pieno le poche bollicine, avvolge morbidamente il palato pur mantenendo una consistenza discretamente oleosa che non obbliga a "masticarla". La componente etilica è decisamente in evidenza, soprattutto per i primi sorsi, con il bourbon che riscalda subito senza tuttavia arrivare a bruciare. Troviamo soprattutto caffè, cioccolato ed orzo tostato, mentre in secondo piano rimane il dolce della vaniglia e del cioccolato bianco a bilanciare la bevuta; l'acidità del caffè alleggerisce un po' il carico a fine corsa, concedendo qualche breve istante di pausa in preparazione allo splendido retrogusto, un lungo ed appagante abbraccio etilico ricco di bourbon, caffè, cioccolato ed un tocco di vaniglia. Una imperial stout che rincuora e che si sorseggia con calma ed enorme soddisfazione, prenotandovi l'intera serata, dilatando il tempo per poi accompagnarvi direttamente verso le lenzuola. Piccola postilla dedicata  "all'hype": è giustificato?  La KBS è uno dei primi esempi di Imperial Stout barricata ed è ovviamente diventata una sorta di benchmark dello stile col quale confrontarsi; ma ad oltre dieci anni dalla sua nascita esistono sul mercato molte altre Imperial Stout a lei paragonabili o migliori che, sopratutto, si possono reperire con maggiore facilità. Personalmente non mi metterei in coda di notte al freddo per acquistarla, e non lo farei per nessuna birra al mondo:  ma visto che negli Stati Uniti il "geekismo" ci fa spesso vedere gente accampata di notte fuori dai negozi per i saldi, per acquistare telefoni in anteprima e quanto altro, allora anche in campo birrario questi comporamenti hanno il loro (non)senso.Formato: 35.5 cl., alc. 11.2%, IBU 70, imbott. 11/02/2015, pagata 9.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Bloed

Arriva a fine 2013 la prima birra "alla frutta" di Extraomnes: Bloed, ovvero "sangue" in fiammingo, questo il nome scelto per una birra realizzata, tra l'altro, con malto di segale,  lievito saison  e l'aggiunta del 22% di ciliegie provenienti dalla Valpolicella. Una one-shot che non è stata più ripetuta, affinata per circa quattro mesi in barriques usate per un totale di circa 700 bottiglie prodotte. Il suo colore, molto bello, ricorda effettivamente il sangue o se preferite è rosso rubino, con sgargianti sfumature ambrate ed arancio; la schiuma bianca, leggermente macchiata di rosa, è un po' grossolana e svanisce piuttosto rapidamente. L'aroma, oltre alle ovvie ciliegie, è espressione dei lieviti selvaggi naturalmente presenti sulla buccia del frutto che, ad un anno e mezzo dall'imbottigliamento, si fanno più evidenti: il suo profilo "funky" regala note di cantina, di sudore, qualche sentore di formaggio e di acido lattico, accompagnate dall'asprezza di frutto rossi acerbi (ribes),  uva, legno bagnato e una leggerissima speziatura.  La bevuta inizia piuttosto aspra (frutti rossi, acido lattico) per poi essere rapidamente bilanciata dalle note zuccherine e dolci di ciliegia, fragola e frutti di bosco (more, lamponi), uva matura. Accanto alla frutta convivono le note funky/rustiche, legnose ed una lieve componente acetica, mai fastidiosa, che si avverte quando la birra si scalda; l'alcool (7.7%) è molto ben nascosto con un'ottima secchezza finale ed una lieve nota amaricante lattica che la fanno alla fine risultare dissetante e rinfrescante. Il corpo è medio con una carbonazione piuttosto contenuta, mentre la sensazione palatale è morbida con un'ottima scorrevolezza.  Il risultato, piuttosto interessante, conduce a tratti in territorio vinoso (pensate ad un rosé) e, con le dovute, proporzioni, nel mondo delle fermentazione spontanee  e dei lambic alla frutta (kriek).  La discreta complessità non preclude assolutamente la facilità di bevuta e, sebbene in bocca non ci sia l'eleganza e la pulizia di una (cito a caso) kriek di Cantillon o Drie Fonteinen, anche la Bloed si ritaglia il suo spazio con discrezione.   Probabile  che qualche bottiglia in giro si trovi ancora; non ho idea se verrà mai nuovamente prodotta, nel caso potrebbe anche valer la pena dimenticarne qualcuna in cantina per poter seguire nel corso del tempo il lavoro dei lieviti selvaggi portati in dote dalle ciliegie. Formato: 33 cl., alc. 7.7%, lotto 326 13, scad. 30/11/2016, pagata 7.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brussels Beer Project Dark Sister

Ricordate il Brussels Beer Project del quale vi avevo parlato all’incirca un anno fa ? Due giovani intraprendenti homebrewers, Olivier da Brauwere e Sébastien Morvan , che hanno lanciato una beerfirm attraverso il crowfunding e che lasciano decidere ai social network quale birra mettere in produzione facendo assaggiare loro, nel corso di alcune degustazioni a Brussels, la migliore di quattro prototipi realizzati con le pentole in garage. La birra vincitrice (la IPA chiamata Delta) è stata poi commercializzata e prodotta presso gli impianti del birrificio Anders di Halen. A questa si sono poi aggiunte Grosse Bertha (una belgian hefeweizen), Dark Sister (Black IPA), Babylone (bitter), Cheeky Kamille (una Pale Ale aromatizzata alla camomilla),  Babeleir de Bretagne (Oyster Stout) e Babeleir de Saint-Jean (imperial porter al cioccolato). A fine 2014 è stata lanciata un’altra campagna di crowfunding che si è chiusa il 14 febbraio 2015: milleducento persone hanno versato 160 Euro a testa garantendosi in cambio 12 birre l’anno per il resto della loro vita. Le autorità della capitale belga hanno inoltre concesso le autorizzazioni necessarie alla costruzione del birrificio nei locali (500m²) in Rue Antoine Dansaert 188; siamo a circa 1,5 km distanza da Cantillon, tanto per darvi un’idea. Entro fine 2015 il centro di Brussels avrà dunque il suo terzo birrificio, dopo Cantillon e De la Senne. L’impianto sarà un Braukon dalla capacità di 10 ettolitri, con un l’obiettivo dichiarato di produrre 600.000 bottiglie l’anno effettuando circa duecento cotte. Per l’occasione Olivier da Brauwere e Sébastien Morvan hanno invitato a bordo del progetto anche  Antoine Dubois, birraio e biologo laureato all’Università di Lovanio. Parliamo ora di Dark Sister, la “sorella nera” della IPA Delta, la birra del debutto di Brussels Beer Project: le due condividono la stessa luppolatura  (Challenge, Smaragd e Citra) mentre per la versione scura vengono utilizzati malti Pale, Cara e Chocolate ed un lievito di tipo saison. Debutta ufficialmente il 6 febbraio 2014 al Via Via Cafè di Brussels; è anch'essa prodotta presso la Brouwerij Anders. All’aspetto è di color marrone scuro  con intensi riflessi bordeaux e una compatta testa di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. Nonostante l’etichetta indichi che è stato utilizzato un lievito di tipo saison sono i luppoli a dominare in lungo ed in largo: il naso è pulito ed ancora fresco e regala la classica macedonia di frutta che si compone di lychee, ananas, melone retato, pompelmo e qualche sentore di fragola ed aghi di pino; per avvertire qualche cenno di “black” bisogna attendere che la birra si scaldi ed ecco in sottofondo la leggerissima presenza di tostature e di caffè.  Il gusto ricalca in fotocopia quanto anticipato all’aroma: la bevuta è ricca di frutta tropicale ed inizia dolce per poi virare progressivamente in un amaro che si sviluppa tra note resinose e terrose, presenti anche nell’intenso retrogusto. Pulizia ed equilibrio non mancano, e la bevuta è agile ed agevole, grazie ad un mouthfeel morbido e scorrevole al tempo stesso; il corpo è medio.  Anche al palato  le tostature sono (correttamente) molto in secondo piano,  avvertendosi solamente con un po’ di concentrazione e quando la birra si scalda. Non c’è ovviamente traccia di tradizione belga in questa “Dark Sister” che rimane comunque una degnissima rappresentante della categoria Black IPA, ovvero una IPA colorata di nero, senza sconfinare nel tostato e nel territorio delle stout/porter molto luppolate. Personalmente non è certamente quello che andrei a cercare da bere in territorio belga, ma se te la trovi al supermercato a due euro che fai..  non la provi ?Formato: 33 cl., alc. 6.66%, IBU 45, scad. 23/06/2017, pagata 2.08 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.