Black Market Aftermath IPA

La Black Market Brewing Co. viene fondata da Kevin Dyer a Temecula, nell'entroterra della California del sud, un centinaio di chilometri a nord di San Diego. L'assolata cittadina californiana, 100.000 abitanti circa, ospita una decina di birrifici/brewpub tra i quali anche due succursali di Ballast Point e Karl Strauss di San Diego. Kevin Dyer è nato a Chico, all'opposto settentrionale dello stato americano, ed è ovviamente cresciuto ammirando la crescita del birrificio Sierra Nevada, uno dei pionieri della craft beer revolution, che lì è stato fondato. Dyer non ha una lunga esperienza con l'homebrewing ma decide ugualmente di lasciare il suo lavoro come dipendente di una multinazionale per mettersi in proprio ed aprire nel 2009 la Black Market. L'impianto da 15 barili viene affidato all'esperto birraio Shaun McBride: a lui il compito di rinfrescare le accaldate giornate estive di Temecula con una Hefeweizen, birra con la quale Black Market debutta e birra che Dyer aveva da sempre prodotto nel proprio garage. La line-up viene poi completata con le classiche luppolate  californiane, con imperial stout, con gli invecchiamenti in botte e, di recente, con le prime birre acide.Il nome Black Market rimanda ovviamente a quel "mercato nero", molto attivo a Temecula, che costituiva l'unica fonte di approvvigionamento negli anni del Proibizionismo americano; il bel logo del birrificio è stato disegnato da Randy Mosher, l'esperto autore di Tasting Beer  (in italiano "Degustare le birre"), un libro che vi consiglio assolutamente di leggere se non l'avete già fatto. Le etichette sono invece opera di Ian Law di Chicago.La birra.Cascade, Centennial, Citra, Columbus e Mosaic sono i luppoli selezionati per la ricetta dell'Aftermath IPA che viene prodotta tutto l'anno da Black Market; i malti sono Pale e Monaco. Bella la grafica dell'etichetta, con un minaccioso fungo di un'esplosione nucleare sullo sfondo e alcuni superstiti, quasi zombie, che in primo piano afferrano delle casse di birre dal rimorchio di un camion. Meno bene il fatto che non ci sia verso di risalire alla data di produzione di questa lattina.Il suo colore è tipicamente West Coast, oro carico con sfumature arancio, leggermente velato, ed una compatta e cremosa testa di schiuma biancastra. L'aroma purtroppo non è un manifesto di freschezza e d'intensità: c'è una discreta presenza di pompelmo e aghi di pino, mentre la frutta tropicale latita e quel poco che c'è (ananas, mango) richiama più la marmellata che la frutta fresca. La sensazione palatale è invece ottima, con una presenza morbida ma "ricca" per un contenuto alcolico tutto sommato contenuto per gli standard statunitensi: poche bollicine, corpo medio. Il problema è che il gusto ricalca l'aroma nell'assenza di freschezza e di fragranza, caratteristiche essenziali quando si parla di IPA. La base maltata scivola nel miele con accenni biscottati ed è subito incalzata dall'amaro che sostituisce la resina pungente e "pepata" con stanche sensazioni vegetali che appesantiscono la bevuta ad ogni sorso; colpisce l'assenza della parte fruttata e "succosa", quasi completamente svanita e rimpiazzata da un lieve tocco di marmellata. Non lasciatevi però spaventare dalla descrizione poco entusiasta che ne ho appena fatto:  la birra si beve, ci mancherebbe altro, con discreto piacere, ma è ovviamente completamente diversa da come era in origine. Il viaggio oceanico ed il caldo estivo hanno avuto il sopravvento: un rischio purtroppo da tenere sempre in considerazione al momento dell'acquisto di queste IPA che arrivano da così lontano.Formato: 35.5 cl., alc. 5.8%. IBU 44, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Aecht Schlenkerla Rauchbier Weizen

Aecht Schlenkerla Rauchbier Weizen, ovvero la birra di frumento prodotta dal birrificio Heller di Bamberga. Da sei generazioni nelle mani della famiglia Trum, ma il proprietario più famoso rimane senza dubbio Andreas Graser (1877-1906): dobbiamo a lui il nome Schlenkerla, indicativo della sua andatura zoppicante a causa di un incidente. Schlenkern è una vecchia parola tedesca che indica una camminata non esattamente diritta, simile a quella di un ubriaco, alla quale si aggiunge il suffisso "-la" del dialetto della Franconia.Schlenkerla si identifica per tutti (o quasi) con la Rauchbier Märzen che viene prodotta Bamberga tutto l’anno; lo stesso malto affumicato con legno di faggio viene utilizzato anche per produrre la Rauchbier Weizen, al quale si aggiunge ovviamente il frumento, visto che la legge tedesca richiede che qualsiasi birra etichettata Weissbier o Weizenbier debba essere fatta con almeno il 50% di frumento. La birra. L’aroma  conduce subito nel territorio delle Rauchbier di Bamberga, con un carattere affumicato predominante ed intenso: non solo il classico “speck.” (o Schwarzwälder Schinken, se preferite) ma anche il legno. Oltre al fumo, ci sono (molto) in secondo piano il chiodo di garofano e la banana e, più evidente, il caramello. Intensità e pulizia sono di ottimo livello: personalmente avevo qualche perplessità sull’abbinamento banana/affumicato, ma in questo caso la componente “smoked” è talmente predominante che il problema neppure si pone.Nel bicchiere non ci sono molte bollicine, ma quella che sarebbe un po’ una “colpa”  in una classica Hefeweizen risulta in questo caso un azzeccato accompagnamento al carattere affumicato e caramellato della bevuta; il corpo è medio, la sensazione palatale è morbida, con la classica scorrevolezza della scuola tedesca. La bevuta parte dal dolce del caramello, con un accenno biscottato e di banana, che liberano per qualche istante l’orizzonte delle nubi dell’affumicatura; una pausa molto breve, poi l’affumicato (di nuovo carne e legno) prende per mano la bevuta portandola al termine. La speziatura (chiodo di garofano) rimane delicatissima in una birra dolce ma sempre bilanciata nella quale chi ama la classica Schlenkerla Marzen ritroverà parecchi elementi familiari.  Nonostante ci sia la lieve acidità del frumento, non mi pare una classica Weizen da bere in piena estate per dissetarsi e rinfrescarsi: potrebbe proprio per questo “piacere” anche a chi non le ama particolarmente. Banana e chiodo di garofano sono davvero un delicato complemento in una birra pulita e molto ben fatta dominata in lungo e in largo dall'affumicato.Formato: 50 cl., alc. 5.2%, IBU 20, scad. 09/2016, 2.39 Euro (supermercato, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Sixpoint Brewery: Resin & Puff

Prima del proibizionismo la città di New York (in particolare il quartiere di Brooklyn) era uno dei principali centri di produzione della birra degli Stati Uniti, contribuendo al 10% dell’intera produzione nazionale; dei settanta birrifici operativi ne sopravvissero 9, ma nel secondo dopoguerra la Grande Mela ne (ri)contava già 55, numero che è andato poi riducendosi sino ad azzerarsi nel 1976, con la chiusura della Bushwick Brewery, uno dei principali produttori di tutti gli Stati Uniti dell’era pre-proibizionista. E’ stata necessaria un’attesa di venti anni per assistere all’apertura a Williamsburg nel 1996 della Brooklyn Brewery, operativa già dal 1987 come beerfirm; la Brooklyn continua a produrre  oggi soltanto il 20% della propria birra a New York, appaltando il resto altrove. Per avere il primo microbirrificio completamente newyorkese bisogna passare al 2004, quando Andrew Bronstein e Shane Welch fondano la Sixpoint Brewery in un abbandonato edificio di Red Hook, un sobborgo di Brooklyn. I due si conoscono all’Università del Wisconsin: è Welch a dedicarsi con passione all’homebrewing mentre Bronstein, cresciuto a Manhattan, è riuscito a recuperare i finanziamenti necessari per l’acquisto degli impianti di seconda mano; si dice che Sixpoint abbia prodotto la sua prima birra proprio nel giorno del ringraziamento del 2004. Sino a giugno 2011 Sixpoint ha prodotto solamente fusti, saturando completamente la propria capacità produttiva; dopo aver valutato le possibilità di espandersi all’interno dei locali di 40 Van Dyke Street a Brooklyn (650 metri quadrati circa) Bronstein e Shane Welch hanno invece optato per appaltare una parte della produzione di fusti e di tutte le nuove lattine presso la Lion Brewery di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Un cambiamento necessario per far fronte rapidamente all’aumento di richieste dal mercato, anche se ha comportato  - come per la Brooklyn Brewery - lo spostamento lontano da New York della maggior parte della produzione; da allora Sixpoint  ha più volte accennato ad ulteriori piani di espansione che però al momento non sono ancora stati ufficializzati: nel frattempo le lattine di Sixpoint vengono distribuite in diversi stati americani e, per la prima volta in assoluto, a giugno sono arrivate anche in Italia.La birra.Resin è una massiccia Double IPA (9.1%) che viene prodotta da Sixpoint sin dall’anno dell'esordio, il 2004: la ricetta è stata modificata nel corso del tempo e si basa su un mix di sei diverse varietà di luppolo che in origine erano Columbus, Simcoe, Amarillo, Centennial, Cascade e Chinook.  La versione nella stretta e affusolata lattina che ricorda quelle degli Energy Drink debutta a febbraio 2012 in un conveniente “4 pack” al prezzo consigliato di 8.99 dollari + tasse.  Il nome è ovviamente un tributo a quella caratteristica che alcuni varietà di luppolo impartiscono alla birra; la lattina, di colore verde, risulta perfettamente coerente. Chi legge il blog con regolarità conosce i miei timori sulle birre luppolate che arrivano dall’altra parte dell’oceano; nella migliore delle ipotesi sono birre che hanno almeno due/tre mesi di vita sulle spalle. E il tempo non è l’unico fattore di rischio per valutarne l'acquisto: siamo nel mezzo dell'estate, e in Italia le temperature sono molto poco amiche della birra, che ama il fresco. Basta che nella catena distributiva la birra prenda un colpo di calore e la frittata è fatta. Con questo non dico che non si possano bere buone IPA americane importate; sul blog trovate parecchi esempi piuttosto soddisfacenti. Dico solo che avrei preferito l'arrivo delle Sixpoint, peraltro "inlattinate" alla fine dello scorso aprile (neppure tre mesi di viaggio, un buon risultato), in autunno inoltrato o in primavera. Nel bicchiere Resin presenta tutte le possibili sfumature che spaziano tra il dorato e l'arancio; è leggermente velata e forma una testa di schiuma bianca un po' scomposta e leggermente "saponosa", anche se dall'ottima persistenza. Il naso non è purtroppo un trionfo d'intensità e neppure di freschezza: ci sono ovviamente il resinoso e gli aghi di pino promessi dal nome, c'è un accenno di pompelmo e di quel carattere dank; anche i malti si fanno sentire con una lieve presenza caramellata e biscottata. La sensazione palatale è invece sorprendentemente docile, per una Double IPA il cui contenuto alcolico sfiora la doppia cifra: corpo tra il medio ed il pieno, poche bollicine, mouthfeel morbido e gradevole, con una buona scorrevolezza.  Il gusto ha solide base maltate (caramello e biscotto, accenni di miele) e non fa molte concessioni alla frutta, se non un accenno di arancia candita, forse marmellata: la componente amaro resinosa inizialmente fa un po' fatica a recitare il ruolo di protagonista, risultando quasi "soffocata" dai malti. Bisogna avere un po' di pazienza ed attendere il retrogusto e la sua lunga scia amara, intensa e dominante, ricca di pungente resina e terra. L'alcool è molto ben controllato, presentando il conto solo alla fine: una Double IPA che mi sembra aver sofferto il viaggio più del dovuto, con la luppolatura sottotono per la maggior parte della bevuta che riesce a riscattarsi solo in extremis, risultando buona ma certamente non memorabile.La seconda Sixpoint si chiama Puff ed è stata commercializzata per la prima volta negli Stati Uniti alla metà dello scorso maggio, arrivando sorprendentemente anche da noi. Si tratta della versione non filtrata della Resin, con l'ABV leggermente elevato a 9.8%; molto vicino ad un'altra Double/Triple IPA di Sixpoint, chiamata Hi-Res (10.5%) che rappresenta una versione potenziata della Resin stessa. Se il termine "non filtrato" vi suona obsoleto, siete liberi di utilizzare il termine "cloudy" che  tanto va di moda adesso: probabile che Sixpoint abbia deciso di sfruttare la popolarità che queste IPA opalescenti prodotte nel New England stanno avendo in questo periodo. Il nome scelto, Puff (nuvola) sembra confermare.Nel bicchiere è di colore arancio opalescente, anche se non al livello di un succo di frutta, con qualche riflesso dorato: la schiuma è biancastra e cremosa, più compatta rispetto a quella della Resin. Anche l'aroma è nettamente migliore rispetto alla sorella filtrata, sia per quel che riguarda l'intensità che sopratutto per la fragranza, ancora accettabile. Non è un'esplosione di profumi ma c'è comunque un gradevole bouquet di pompelmo, frutta tropicale (mango, ananas) e ovviamente resina/aghi di pino, una delicata speziatura. Al palato vale quanto detto per la Resin: ottima sensazione tattile e morbidezza,  poche bollicine. Il gusto rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al naso: la base maltata è percepibile (miele, lieve biscotto) ma lascia subito il palcoscenico al ricco fruttato tropicale e al dolce della polpa d'arancia. L'amaro segue a ruota, con le sue pungenti note resinose, a completare una bevuta tutto sommato bilanciata nel suo DNA amaro. L'alcool rimane subdolamente nelle retrovie, consentendo un ritmo di bevuta pericoloso per una birra che sfiora i 10 gradi alcolici in percentuale e fornendo un po' di calore solamente nel retrogusto, accompagnando resina e frutta tropicale. Double IPA muscolosa e potente, sia nella componente succosa/fruttata che in quella amara/vegetale: ottima pulizia e, con tutte le attenuanti possibili dovute all'attraversata oceanica estiva, sicuramente da provare se vi capita a tiro. Certo, resta come al solito la curiosità di sapere come sarebbero entrambe nella loro terra d'origine a poche settimane dalla messa in lattina, ma per questo l'unica risposta è l'acquisto di un biglietto aereo. Nel dettaglio:Resin, formato 35.5 cl., alc. 9.1%, IBU 103, lotto 1524 (aprile 2016), scad. 06/11/2016, 5.00 Euro.Puff, formato 35.5 cl., alc. 9.8%. IBU 108, lotto 2347 (aprile 2016), scad. 24/08/2016. 5.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Opperbacco Eipiei

Ritorna sul blog dopo un’assenza di un paio d’anni il birrificio Opperbacco, fondato a Notaresco (Teramo) da Luigi Recchiuti, laurea in scienze agrarie e passato decennale da homebrewer. Il suo primo progetto di apertura birrificio è datato 2001 ma rimane incagliato tra gli scogli nel mare della burocrazia italiana; ci vorranno altri otto anni (febbraio 2009) per metterlo in pratica, ed in questo senso si rivela fondamentale l’aiuto di  Leonardo Di Vincenzo, quasi un vicino di casa visto che Birra del Borgo dista da Notaresco un centinaio di chilometri percorribili quasi tutti sulla A24. Nel frattempo Luigi si “consola” aprendo l’Agripub, una struttura agrituristica ancora operativa dove è possibile mangiare bevendo buona birra, soprattutto belga, che Recchiuti si occupa anche di distribuire per l’Italia con un’attività parallela. Ovviamente all’Agripub è ora possibile assaggiare soprattutto tutte le produzioni Opperbacco. Attualmente le birre sono divise in quattro categorie: “le origini” (4punto7, TriplIPA, Bianca piperita, 10 e Lode, L’Una e L’una Rossa – queste ultime disponibile anche sugli scaffali della grande distribuzione), “l’evoluzione” (6sonIPa, Eipiei e Tripping Flowers), “l’avanguardia” (Violent Shared, Deep Underground ed Overdose) e “le senza tempo”, dedicata agli invecchiamenti in botte: Re di Denari, 10 e Lode Barrique, Nr.1 Birra Cotta.La birra.Nasce nel 2011 l’American Pale Ale di Opperbacco, con il nome che ne italianizza lo spelling: Ei Pi Ei, riportato anche nella semplice ma non particolarmente attraente etichetta. I malti utilizzati sono pale, pilsner, monaco, crystal e frumento, mentre l’elenco dei luppoli annovera chinook, columbus, simcoe, centennial e  cascade, alcuno dei quali utilizzati anche per il dry-hopping. All'aspetto è di colore ramato con venature dorate, velata e sormontata da un cappello di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Ignoro la data di nascita di questa bottiglia, anche se il lotto di produzione (0916) suggerisce nella peggiore delle ipotesi sei mesi di vita; precisazione non irrilevante visto che l'aroma, nonostante il dichiarao dry-hopping, è lungi dall'entusiasmare chi avvicina le narici al bicchiere. C'è pulizia, d'accordo, ma l'intensità è piuttosto modesta: emergono profumi poco fragranti di pompelmo e frutta tropicale (mango), caramello, in sottofondo aghi di pino e anche una leggera componente zuccherina. Bene invece la sensazione palatale: è una birra morbida, dal corpo medio e discretamente secca, che scorre molto bene grazie ad una carbonazione contenuta e che nasconde bene il suo contenuto alcolico (6.5%). Lontana dai cocktail di frutta che vanno tanto di moda in questo periodo (la ricetta è del 2011, ricordo) la EiPiEi di Opperbacco si basa su solide basi maltate (caramello e biscotto) che, fatta eccezione per un breve intermezzo di pompelmo, conducono direttamente la bevuta nel territorio amaro, resinoso e terroso, pulito e di una buona intensità che non scontenterà neppure chi avesse malinterpretato l'acronimo e cercasse nel bicchiere una IPA. Distante dalle mode ruffiane (e per quel che mi riguarda non è affatto un demerito, anzi), birra onesta e pulita, discretamente secca, eppure la bevuta risulta alla fine solo discreta. Il problema? La fragranza/freschezza è (quasi) tutto in queste birre luppolate e purtroppo non ne trovo molta in questa bottiglia; i profumi latitano e i cinque luppoli americani elencati non brillano neppure al palato. Da ritrovare in condizioni migliori.Formato: 33 cl., alc. 6.3%, IBU 48, lotto 0916, scad. 09/2017, 3.30 Euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Anspach & Hobday The Porter

Il birrificio londinese Anspach & Hobday lo avevamo "sfiorato" qualche mese fa in occasione della English IPA realizzata assieme agli italiani di Canediguerra. E' ora il momento di dedicare uno spazio tutto suo a questo nuovo protagonista della new-wave brassicola londinese fondato a marzo 2014 da Jack Hobday e Paul Anspach: compagni d'asilo, amici e poi coinquilini, oltre alla passione per suonare la musica hanno condiviso quella per la birra. Al tempo dell'università, Paul aveva un impiego part-time in un negozio di vini e birra mentre Jack fu spronato da un suo professore ad usare un kit da homebrewing per farsi in casa birra buona e risparmiare qualche soldo. La craft beer revolution inizialmente non li coinvolge particolarmente fin quando non riescono ad assaggiare la birra "giusta": per Jack è la Titan IPA di Great Divide all'Euston Tap, mentre Paul rimane folgorato al The Cask Pub and Kitchen dalla Exotic Punch di Mikkeller. Jack inizia a lavorare all'Euston Tap e poi al Craft Beer Co in Brixton, mentre a casa si passa dai kit di estratti alle produzioni All Grain; la loro porter viene assaggiata dal giornalista ed esperto di vini Oz Clarke che ne rimane entusiasta: è la molla che fa scattare in loro la decisione di aprire un birrificio. Le prime birre, prodotte presso il brewpub Brew Wharf iniziano a circolare a Londra nell'estate del 2012 a nome Alements; a marzo 2013 Anspach e Hobday lanciano una campagna di finanziamento su Kickstarter che raccoglie da un centinaio di sottoscrittori cinquemila sterline rispetto alle tremila richieste. A marzo 2014, nel "beer mile" di Bermondsey dove a poca distanza l’uno dall’altro trovate Kernel, Partizan, Brew by Numbers, Fourpure (e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno) apre ufficialmente le porte la Anspach & Hobday, dividendo in un primo periodo gli spazi con la Bullfinch Brewery che ha poi traslocato otto chilometri più a sud.Nonostante Anspach e Hobday si dicano affascinati dalla storia brassicola di Londra e desiderosi di recuperare parte di essa, la loro filosofia produttiva sembra per il momento seguire il classico canovaccio contemporaneo: in ventiquattro mesi di vita il database di Ratebeer elenca quasi centocinquanta diverse birre prodotte, la maggior parte delle quali sono solo leggere varianti della stessa ricetta/IPA seguendo la rotta tracciata da The Kernel.La birra.Per fortuna non c'è solo la volatile ed effimera rincorsa alla novità nel portfolio di Anspach & Hobday ma anche qualche solidissima colonna portante. E' il caso della The Porter, una birra che - dicono - ha mantenuto la stessa ricetta di quando veniva prodotta tra le mura domestiche; una birra che, nell'anno di debutto del birrificio, ottenne la medaglia d'argento all'International Beer Challenge 2013 nella rispettiva categoria.Il bicchiere si tinge di un ebano scurissimo ai confini del nero sul quale si forma un piccolo cappello di schiuma color nocciola chiaro, cremoso e compatto, dalla buona persistenza. L'aroma è pulito e mette in mostra un ricco e goloso bouquet nel quale domina la liquirizia, accompagnata dai profumi di cioccolato, toffee e, più in sottofondo, fruit cake, uvetta, vaniglia, cenere/tabacco. Non c'è però il tempo di soffermarsi sui profumi perchè il primo sorso rapisce i sensi  grazie ad una sensazione palatale incredibilmente morbida, con pochissime bollicine. Una carezza quasi setosa avvolge il palato con una sorprendente intensità fatta di liquirizia, tostature, caffè, cioccolato fondente, caramello bruciato e fruit cake; una buona secchezza e l'acidità donata dai malti scuri  mantengono la bevuta equilibrata ed il palato discretamente pulito dopo ogni sorso, consentendogli di assaporare in ogni sfumatura il lungo retrogusto amaro, torrefatto e terroso, dove una carezza etilica avvolge i dettagli di cioccolato amaro, liquirizia e cenere. Una porter a tratti splendida, dalla straordinaria intensità abbinata ad una grande facilità di bevuta: pulizia ed eleganza viaggiano ad alti livelli, non fatevela scappare se vi capita a tiro.Formato: 33 cl., alc. 6.7%, scad. 23/10/2016, 5.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Anspach & Hobday The Porter

Il birrificio londinese Anspach & Hobday lo avevamo "sfiorato" qualche mese fa in occasione della English IPA realizzata assieme agli italiani di Canediguerra. E' ora il momento di dedicare uno spazio tutto suo a questo nuovo protagonista della new-wave brassicola londinese fondato a marzo 2014 da Jack Hobday e Paul Anspach: compagni d'asilo, amici e poi coinquilini, oltre alla passione per suonare la musica hanno condiviso quella per la birra. Al tempo dell'università, Paul aveva un impiego part-time in un negozio di vini e birra mentre Jack fu spronato da un suo professore ad usare un kit da homebrewing per farsi in casa birra buona e risparmiare qualche soldo. La craft beer revolution inizialmente non li coinvolge particolarmente fin quando non riescono ad assaggiare la birra "giusta": per Jack è la Titan IPA di Great Divide all'Euston Tap, mentre Paul rimane folgorato al The Cask Pub and Kitchen dalla Exotic Punch di Mikkeller. Jack inizia a lavorare all'Euston Tap e poi al Craft Beer Co in Brixton, mentre a casa si passa dai kit di estratti alle produzioni All Grain; la loro porter viene assaggiata dal giornalista ed esperto di vini Oz Clarke che ne rimane entusiasta: è la molla che fa scattare in loro la decisione di aprire un birrificio. Le prime birre, prodotte presso il brewpub Brew Wharf iniziano a circolare a Londra nell'estate del 2012 a nome Alements; a marzo 2013 Anspach e Hobday lanciano una campagna di finanziamento su Kickstarter che raccoglie da un centinaio di sottoscrittori cinquemila sterline rispetto alle tremila richieste. A marzo 2014, nel "beer mile" di Bermondsey dove a poca distanza l’uno dall’altro trovate Kernel, Partizan, Brew by Numbers, Fourpure (e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno) apre ufficialmente le porte la Anspach & Hobday, dividendo in un primo periodo gli spazi con la Bullfinch Brewery che ha poi traslocato otto chilometri più a sud.Nonostante Anspach e Hobday si dicano affascinati dalla storia brassicola di Londra e desiderosi di recuperare parte di essa, la loro filosofia produttiva sembra per il momento seguire il classico canovaccio contemporaneo: in ventiquattro mesi di vita il database di Ratebeer elenca quasi centocinquanta diverse birre prodotte, la maggior parte delle quali sono solo leggere varianti della stessa ricetta/IPA seguendo la rotta tracciata da The Kernel.La birra.Per fortuna non c'è solo la volatile ed effimera rincorsa alla novità nel portfolio di Anspach & Hobday ma anche qualche solidissima colonna portante. E' il caso della The Porter, una birra che - dicono - ha mantenuto la stessa ricetta di quando veniva prodotta tra le mura domestiche; una birra che, nell'anno di debutto del birrificio, ottenne la medaglia d'argento all'International Beer Challenge 2013 nella rispettiva categoria.Il bicchiere si tinge di un ebano scurissimo ai confini del nero sul quale si forma un piccolo cappello di schiuma color nocciola chiaro, cremoso e compatto, dalla buona persistenza. L'aroma è pulito e mette in mostra un ricco e goloso bouquet nel quale domina la liquirizia, accompagnata dai profumi di cioccolato, toffee e, più in sottofondo, fruit cake, uvetta, vaniglia, cenere/tabacco. Non c'è però il tempo di soffermarsi sui profumi perchè il primo sorso rapisce i sensi  grazie ad una sensazione palatale incredibilmente morbida, con pochissime bollicine. Una carezza quasi setosa avvolge il palato con una sorprendente intensità fatta di liquirizia, tostature, caffè, cioccolato fondente, caramello bruciato e fruit cake; una buona secchezza e l'acidità donata dai malti scuri  mantengono la bevuta equilibrata ed il palato discretamente pulito dopo ogni sorso, consentendogli di assaporare in ogni sfumatura il lungo retrogusto amaro, torrefatto e terroso, dove una carezza etilica avvolge i dettagli di cioccolato amaro, liquirizia e cenere. Una porter a tratti splendida, dalla straordinaria intensità abbinata ad una grande facilità di bevuta: pulizia ed eleganza viaggiano ad alti livelli, non fatevela scappare se vi capita a tiro.Formato: 33 cl., alc. 6.7%, scad. 23/10/2016, 5.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Upright Flora (Barrel Aged) 2015

Del birrificio dell'Oregon Upright vi avevo parlato all'incirca un anno fa, in occasione della saison chiamata "Five". Viene fondato nel 2009 da Alex Ganum trasferitosi dal Michigan a Portland per studiare cucina al Western Culinary Institute ma rapidamente risucchiato dall’attivissima scena brassicola che caratterizza la città americana con la più alta densità di birrifici. La sua formazione va dall'homebrewing ad un periodo di praticantato al birrificio Ommegang, dove la tradizione belga è di casa, per finire poi al ruolo di birraio presso il brewpub BJ's Restaurant and Brewhouse di Portland. Il debutto di Upright (il nome si riferisce allo strumento utilizzato dal contrabbassista e compositore Charles Mingus) avviene con una Old Ale, la birra più venduta è la Engelberg Pilsener, disponibile solo in fusto in molti locali di Portland  (e, ovviamente, al pub  Grain and Gristle e al ristorante Old Salt Marketplace entrambi di proprietà di Ganum) ma è il Belgio a caratterizzare la maggior parte delle birre che nascono in quelle vasche di fermentazione aperte che Ganum aveva imparato a conoscere presso la Ommegang. Nel pieno rispetto della tradizione belga le saison prodotte da Upright tutto l'anno vengono chiamate utilizzando semplicemente il numero corrispondente alla gravità iniziale espressa mediante la scala belga, riservando un nome vero e proprio solo per le birre occasionali, speciali e maturate in botte.La birra.Flora Rustica, e la sua versione "barrel aged" semplicemente chiamata Flora sono tra le birre maggiormente apprezzate di Upright; almeno questo è il verdetto dei beer-raters, che eleggono Flora come la diciottesima migliore saison in mezzo alle tante Hill Farmstead; "solo" alla posizione numero 67 per Beer Advocate.Upright Flora dunque, ovvero Flora Rustica invecchiata un anno in botti di legno assieme a lactobacilli ed ai batteri naturalmente presenti nelle botti; la ricetta base prevede prevalentemente malto pils, un tocco di vienna, luppoli Santiam e Columbia e aggiunta di calendola e di achillea millefoglie. Debutta per la prima volta nel 2014 con un etichetta diversa rispetto a quella che andiamo ad aprire.Si presenta di un bel color arancio velato, luminoso ed impreziosito da riflessi dorati; la bianca schiuma non è particolarmente generosa, nonostante mostri compattezza, cremosità ed una buona persistenza. Il naso apre con un bel mix di "funky" e di frutta: le note lattiche, legnose, di sudore e di "granaio" sono accompagnate da quelle aspre del limone, della mela verde acerba e da un tocco dolce che richiama l'ananas. L'arrivo al palato è pressoché perfetto: corpo medio-leggero ed eccellente scorrevolezza per una birra che rimane comunque morbida grazie ad una carbonazione delicata, anche se per il mio gusto personale avrei gradito qualche bollicina in più. La bevuta parte decisa sul versante lattico, che domina trasversalmente tutto la sorsata accompagnata dalle note più gentili e pulitissime di frutta fresca: il dolce dell'ananas, quasi un accenno di mango fanno da contraltare all'aspro del lime,  del limone e del pompelmo giallo. L'amaro va in crescendo sino a sfociare in un bel finale nel quale la scorza degli agrumi e il lattico sono accompagnate da un lieve terroso. Non c'è molta complessità, le note floreali al naso e quelle legnose al palato sono davvero molti sottili e percepibili, sopratutto queste ultime, quanto la birra s'avvicina alla temperatura ambiente. Il livello di pulizia è eccellente, per una bevuta intensa me facilissima e molto secca, indi estremamente rinfrescante e dissetante: non c'è molta complessità, dicevo, ma quello che c'è è ampiamente sufficiente a garantire un'eccellente bevuta. Una di quelle bottiglie che apriresti ogni sera d'estate per trovare rifugio dal caldo e dalla sete: il conto per le bottiglie che arrivano in Europa è abbastanza salato, ma sono quei regali che una volta ogni tanto ci si può concedere.Formato: 75 cl., alc. 5.5%, vintage 2015, 22.00 Euro.

Bevog Who Cares Editions Lumberjack IPA

Secondo appuntamento con il birrificio austriaco Bevog, incontrato un po' di tempo fa con la koelsch luppolata chiamata Deetz. Bevog si trova in Austria ma "batte" bandiera slovena; stanco delle lungaggini burocratiche della madrepatria, il fondatore Vasja Golar ha attraversato il fiume Mura per lasciare la nativa Gornja Radgona e fondare il proprio birrificio in territorio austriaco a  Bad Radkersburg, a soli tre chilometri da casa. Bevog è stato fondato nel 2013 e nel 2014 il popolo di Ratebeer lo ha eletto tra i tre nuovi migliori birrifici al mondo confermandolo anche per il 2015 come miglior birrificio austriaco. Da qualche mese Bevog ha affiancato alle bottiglie anche le lattine; in questo formato che va ora tanto di moda è disponibile anche la linea sperimentale chiamata "Who Cares  Editions". Da quanto ho capito si tratterebbe di qualcosa simile ai prototipi di BrewDog: produzioni occasionali con le quali viene poi richiesto il feedback dei bevitori al fine di valutarne l'entrata in produzione stabile. Sono già una dozzina le birre realizzate, incluse quattro single-hop IPA con luppoli sperimentali, IPA, Double IPA, una paio di Session IPA, una Smoked Pils e un paio di Stout.La birra.Debutta come esperimento nel 2015 "la IPA del taglialegna", Lumberjack IPA, ed è poi stata replicata in lattina anche quest'anno: non sono stati rivelati i luppoli utilizzati. Sulla lattina è stata poi applicata l'etichetta, un'ottima opzione per chi le colleziona.Il suo colore ricorda quello delle IPA West Coast: tra il dorato e l'arancio, velato ma brillante e luminoso, con un bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma risulta ancora abbastanza fresco e regala un bouquet elegante nel quale trovano posto pompelmo, ananas e mango, con aghi di pino in secondo piano; la pulizia è buona, anche se non è il cocktail di frutta più accattivante che mi sia mai capitato d'annusare. Decisamente più convincente il gusto, nel quale l'abbondante luppolatura è sorretta da una base maltata leggermente biscottata a supporto di un ricco fruttato che richiama di nuovo il mango, l'ananas e il pompelmo; l'amaro sale progressivamente di livello sino a divenire assoluto protagonista del finale, con pungenti note resinose ed una lieve speziatura. Bene la sensazione palatale, morbida e con poche bollicine, con l'alcool (6%) molto ben nascosto a consentire una notevole facilità di bevuta: una IPA davvero gradevole e molto ben fatta, secca e pulita, che si congeda con un lungo retrogusto amaro, intenso quanto basta da non saturare mai il palato e mantenere un ritmo di bevuta piuttosto elevato.Formato: 33 cl., alc. 6.03%, scad. 15/01/2017, 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ritual LAB Tupamaros

Debutta oggi sul blog quello che definire birrificio sarebbe un po' riduttivo. Ritual Lab, questo il nome di una realtà che nasce nel 2014 prima di tutto come centro didattico di formazione per chi si vuole avvicinare alla produzione della birra. I corsi, che si svolgono sia a livello amatoriale che professionale, sono tenuti da Emilio Maddalozzo (birraio con 30 anni di esperienza tra Pedavena e accademia Doemens di Monaco di Baviera); oltre alla parte teorica vi è anche le possibilità di effettuare una cotta su di un impianto di produzione professionale seguendo l'intero processo, dalla macinatura del malto sino all’imbottigliamento.Ma Ritual Lab vuole anche essere sperimentazione, ovvero ricerca "di differenti metodi di produzione, maturazione e gestione" della birra nonché la coltivazione in proprio di luppolo.Nato nel 2013 a Formello (Roma), dal 2014 Ritual Lab ha iniziato a commercializzare le proprie birre dapprima come beerfirm e, dal 2015, con il proprio impianto da 12hl gestito da birraio Giovanni Faenza: American Pale Ale, Pils, Bock e Stout sono state le birre di partenza alle quali si è poi affiancata di recente una Double IPA. Impossibile infine non citare le splendide e metafisiche etichette realizzate dall'artista e tatuatore romano Robert Figlia.La birra.Tupamaros, citando quanto riportato sull'etichetta posteriore: "furono un'organizzazione di guerriglia urbana attiva in Uruguay tra gli anni '60 e '70. Partigiani d'oltreoceano in quegli anni attraverso furti, rapine e sequestri svelano al mondo le attività fraudolente della classe politica uruguaiana. Ad oggi passati oltre 30 anni alcuni leader Tupamaros ritenuti ai tempo criminale coprono le più alte cariche di Stato".Per quel che riguarda la birra, siamo nel territorio delle Double/Imperial IPA. Il suo colore è dorato e velato, con lievi riflessi arancio; forma un capello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Bottiglia con (suppongo) un mese di vita alle spalle circa che regala un aroma non molto intenso ma pulito e fragrante: domina l'asprezza degli agrumi (pompelmo, limone, cedro, mandarino) rilegando molto in sottofondo qualche suggestione di frutta tropicale. La sensazione palatale è ottima: corpo medio, carbonazione medio-bassa per un'ottima scorrevolezza ed una grande facilità di bevuta, sopratutto se si considera che stiamo parlando di una Imperial IPA dal contenuto alcolico rilevante (8%). Apprezzabilissima la scelta di non appesantire la base maltata con il caramello, lasciando spazio alla leggerezza ed alla fragranza dei crackers e ad un velo di miele, accompagnato dal dolce della frutta tropicale che rimarrà sempre in sottofondo: la bevuta ricalca in tutto e per tutto l'aroma nell'abbondanza di agrumi, soprattutto scorza. Ne risulta una birra piuttosto succosa ma comunque secca e con l'alcool sempre ben nascosto: chiude amara, con un profilo "zesty" che non tralascia qualche nota resinosa. La pulizia è piuttosto elevata, anche se ci sarebbe ancora spazio per migliorare: il livello di questa Double IPA di Ritual Lab rimane comunque piuttosto alto: viene un po' penalizzata da un aroma non esplosivo, ma si riscatta al palato regalando una bevuta molto facile, nella quale sono banditi gli estremismi a favore di un grande equilibrio e di un'ottima intensità.Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 9, scad. 05/2017, 5.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Poppels Russian Imperial Stout

Si conoscono al Porter Festival del 2011 di Göteborg, Daniel Granath, Tomas Kaudern e Thomas Fihlman: tra una birra e l'altra abbozzano l'idea di fondare un birrificio, e dalla teoria ai fatti non passa molto tempo. Nel 2012 apre a Mölnlycke, una quindicina di chilometri a sud-est di  Göteborg, la Poppels Bryiggeri: è Daniel,  avido lettore di libri sulla produzione di birre e con alle spalle anni di homebrewing, ad occupare il ruolo di birraio mentre altri dodici soci reclutati tra amici e parenti contribuiscono a fornire il capitale necessario per partire con un impianto proveniente dallo stesso fornitore cinese di un altro birrificio svedese, Dugges: e proprio Mikael Dugge Engström  pare abbia dato un aiuto fondamentale ai ragazzi di Poppels durante l'installazione e l'avvio dell'impianto.Inizialmente il birrificio fu chiamato Poppelmans in onore di Johan Casparsson Poppelman, un tedesco arrivato a Göteborg per fondare, nel 1638 il primo birrificio commerciale della città, Poppelmans Bryggeri, operativo sino al 1835: a causa di alcune questioni legali fu poi cambiato in quello attuale.La Poppels Bryggeri debutta con una Brown Ale e realizza il 60% del proprio fatturato attraverso il monopolio svedese Systembolaget; lo scorso aprile 2016 è avvenuto il trasloco nella più ampia sede di Jonsered, quindici chilometri ad est di Göteborg. L'impianto dismesso è stato acquistato dal pub inglese Old Beefeater Inn di Göteborg.La birra.La Russian Imperial Stout di Poppels è un'evoluzione della Poppels Project 002, una imperial stout prodotta in soli 1600 litri che nel Porter Festival di Göteborg del 2013 vinse il primo premio nella propria categoria stilistica. Rispetto alla birra originale, l'ABV passa da 8.5 a 9.5%; non vengono dichiarati gli ingredienti usati.Assolutamente nera, forma uno splendido cappello di schiuma beige compatta, "croccante" e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è tuttavia all'altezza dell'opulenza visiva di questa birra: intensità piuttosto scarsa, il benvenuto sembra arrivare dai luppoli (agrumi) anziché dalla ricchezza dei malti. In sottofondo liquirizia, un accenno di fruit cake bagnato nell'alcool. La sensazione palatale si discosta dalla tradizione scandinava delle Imperial Stout: non è affatto una birra masticabile, ma una che privilegia la scorrevolezza: il corpo è medio, la consistenza oleosa e la facilità di bevuta ne trae beneficio sacrificando un po' morbidezza e "lussuria", se mi passate il termine. Il gusto s'indirizza subito deciso verso l'amaro del caffè e delle tostature, accompagnate da una patina dolce di caramello bruciato e liquirizia che rappresentano però solo una rapida deviazione da quello che sarà il leitmotiv ricorrente di questa Imperial Stout: amaro torrefatto, dall'eleganza discutibile, accompagnato da quello resinoso e terroso dei luppoli, con una nota quasi rinfrescante di anice. L'intensità non è particolarmente elevata, non ci sono difetti ma in verità neppure pregi o passaggi che la rendano così memorabile. Svolge il suo compito senza regalare emozioni, lasciando giusto un remoto ricordo di cioccolato fondente. Formato: 33 cl., alc. 9.5%, IBU 60, lotto 286, scad. 27/08/2017, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.