Brasserie Dunham Propolis

Dunham, cittadina canadese da circa 3500 anime che si trova a 90 chilometri da Montreal e a soli 25 dal confine statunitense con il Vermont,  vede nel 2006 nascere il  proprio primo brewpub fondato dai fratelli Gaétan, Bernard e Jean Gadoua. Gli affari non vanno però molto bene e a marzo 2010 l’attività è sul punto di chiudere quando viene rilevata da una cordata di soci tra i quali c’è Sébastien Gagnon, proprietario del Vice & Versa di Montreal, un bar che da anni offre una curata selezione di Craft Beer. La nuova proprietà ottiene i finanziamenti necessari per un ambizioso piano di espansione da 300.000 dollari orientato ad aumentare la capacità produttiva  da 1150 a 2500 ettolitri all’anno. Ma sembra che il problema principale della vecchia gestione fosse innanzitutto la qualità delle birre. Così racconta in questo bell’articolo sul sito Goodbeerhunting il birraio Eloi Deit, chiamato dall’amico Sébastien Gagnon a risollevare le sorti di un birrificio rimasto anche senza birraio.  Deit  lavorava al brewpub  Cheval Blanc di Montreal: un impiego forse ben remunerato ma avaro di soddisfazioni: “ero in perenne disaccordo con il proprietario, che voleva facessi solamente una bionda, un’ambrata ed una witbier; e commercialmente aveva ragione, visto che con due-tre birre coprivamo il 60% del fatturato. Tutti gli altri esperimenti che avevo voglia di fare per lui non avevano senso”. Promettendogli assoluta libertà nella realizzazione delle ricette, Gagnon riesce lentamente a convincere Deit a spostarsi da Montreal a Dunham; dapprima una volta la settimana per insegnare agli assistenti e a supervisionare le ricette, poi in pianta stabile. Racconta ancora il birraio: “appena arrivato assaggiai tutte le birre che venivano prodotte. Witbier, Belgian Ale, IPA… nessuna, tranne la American Pale Ale,  era come doveva essere; riformulai tutte le ricette ma poi dissi a  Sébastien:  non credere che io venga qui per farti una Blond e una Witbier”. Ed è effettivamente impressionante la svolta impartita da Eloi Deit, capace di portare nel giro di un paio d’anni importanti riconoscimenti in concorsi e nei meno ufficiali siti di beer-rating alla nuova Braserei Dunham. Alla produzione di stili classici anglosassoni e belgi si è affiancata quella realizzata con lieviti selvaggi e quella degli affinamenti in botte: il distributore americano Shelton Brother non si è fatto sfuggire l’occasione di stringere un accordo commerciale soprattutto per quel che riguarda le Farmhouse Ales, che in negli Stati Uniti hanno una buona fetta di mercato disposto a pagare prezzi più altri della norma.Eloi Diet fa arrivare a Dunham centinaia di botti nelle quali mette a maturare o invecchiare diverse tipologie di birre inaugurando un ambizioso programma: le birre acide vengono anche mescolate con birre fresche dando il via ad una serie chiamata "Assemblage". Oltre ad un ulteriore espansione della capacità produttiva (sala cottura da 35 hl con un potenziale annuo di 3500 hl) Diet ha in mente di iniziare ad utilizzare foeders nei quali realizzare una serie di birre a fermentazione spontanea, sfruttando le caratteristiche microbiologiche dell'aria di Dunham, ricca di meleti.La birra.Propolis è un perfetto esempio dei cambiamenti introdotti dal birraio Eloi Diet: la Witbier prodotta dalla precedente gestione Dunham non lo soddisfaceva assolutamente ed eccola trasformata in una Farmhouse Ale la cui ricetta prevede frumento, malto d'orzo, avena, segale, spezie (scorza d'agrumi) e, come il nome suggerisce, miele. La rifermentazione in bottiglia avviene con aggiunta di brettanomiceti: l'etichetta non riporta questo dettaglio che si rivela fondamentale al momento dello stappo della bottiglia, accompagnato da un violento gushing. Il suo colore è paglierino ed opalescente, sormontato da un cappello di schiuma bianchissima e dannosa tanto esuberante quanto scomposto, dalla discreta persistenza. Al naso le spezie (pepe, coriandolo) incontrano le note lattiche e di scorza d'agrumi (lime e limone), la paglia, l'erba tagliata di fresco, i fiori bianchi, il dolce dell'ananas e un accenno di miele. Aroma pulito e intenso, che fa pensare ad un assolato pomeriggio d'estate nel quale questa Saison porterebbe un necessario momento di refrigerio.  Il corpo è leggero, la carbonazione è elevata e rende la bevuta vivacissima e solleticante per il palato. Al palato c'è forse un po' meno pulizia che al naso, ma l'intensità dei sapori è comunque lodevole se si considera la gradazione alcolica (5.2%) abbastanza contenuta. E' l'acidità lattica a caratterizzare la bevuta, su una patina dolce maltata (crackers, miele) a supporto delle note fruttate della polpa d'arancia e della scorza di limone. Impressionanti facilità di bevuta e potere dissetante di una Saison molto secca con un finale americane (lattico, erbaceo e zesty) che ripulisce perfettamente il palato. Non ha la stessa eleganza di altre Farmhouse Ales brettate che mi è capitato d'assaggiare, ma il suo carattere un po' scorbutico e rustico lo vedo in questo caso come un pregio ed un segno d'autenticità nei confronti di quelle birre prive di fronzoli che nei secoli scorsi venivano prodotte nelle fattorie per dissetare e ristorare i braccianti agricoli durante il duro lavoro estivo nei campi. E anche se non fate fatica, mentre bevete non è affatto difficile immaginarvi seduti sul prato, in mezzo all'erba appena tagliata, con una bottiglia di Propolis appoggiata sul terreno ed un bicchiere in mano.Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 18, imbott. 17/02/2015, 13.74 Euro (beershop, Francia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brasserie Dunham Propolis

Dunham, cittadina canadese da circa 3500 anime che si trova a 90 chilometri da Montreal e a soli 25 dal confine statunitense con il Vermont,  vede nel 2006 nascere il  proprio primo brewpub fondato dai fratelli Gaétan, Bernard e Jean Gadoua. Gli affari non vanno però molto bene e a marzo 2010 l’attività è sul punto di chiudere quando viene rilevata da una cordata di soci tra i quali c’è Sébastien Gagnon, proprietario del Vice & Versa di Montreal, un bar che da anni offre una curata selezione di Craft Beer. La nuova proprietà ottiene i finanziamenti necessari per un ambizioso piano di espansione da 300.000 dollari orientato ad aumentare la capacità produttiva  da 1150 a 2500 ettolitri all’anno. Ma sembra che il problema principale della vecchia gestione fosse innanzitutto la qualità delle birre. Così racconta in questo bell’articolo sul sito Goodbeerhunting il birraio Eloi Deit, chiamato dall’amico Sébastien Gagnon a risollevare le sorti di un birrificio rimasto anche senza birraio.  Deit  lavorava al brewpub  Cheval Blanc di Montreal: un impiego forse ben remunerato ma avaro di soddisfazioni: “ero in perenne disaccordo con il proprietario, che voleva facessi solamente una bionda, un’ambrata ed una witbier; e commercialmente aveva ragione, visto che con due-tre birre coprivamo il 60% del fatturato. Tutti gli altri esperimenti che avevo voglia di fare per lui non avevano senso”. Promettendogli assoluta libertà nella realizzazione delle ricette, Gagnon riesce lentamente a convincere Deit a spostarsi da Montreal a Dunham; dapprima una volta la settimana per insegnare agli assistenti e a supervisionare le ricette, poi in pianta stabile. Racconta ancora il birraio: “appena arrivato assaggiai tutte le birre che venivano prodotte. Witbier, Belgian Ale, IPA… nessuna, tranne la American Pale Ale,  era come doveva essere; riformulai tutte le ricette ma poi dissi a  Sébastien:  non credere che io venga qui per farti una Blond e una Witbier”. Ed è effettivamente impressionante la svolta impartita da Eloi Deit, capace di portare nel giro di un paio d’anni importanti riconoscimenti in concorsi e nei meno ufficiali siti di beer-rating alla nuova Braserei Dunham. Alla produzione di stili classici anglosassoni e belgi si è affiancata quella realizzata con lieviti selvaggi e quella degli affinamenti in botte: il distributore americano Shelton Brother non si è fatto sfuggire l’occasione di stringere un accordo commerciale soprattutto per quel che riguarda le Farmhouse Ales, che in negli Stati Uniti hanno una buona fetta di mercato disposto a pagare prezzi più altri della norma.Eloi Diet fa arrivare a Dunham centinaia di botti nelle quali mette a maturare o invecchiare diverse tipologie di birre inaugurando un ambizioso programma: le birre acide vengono anche mescolate con birre fresche dando il via ad una serie chiamata "Assemblage". Oltre ad un ulteriore espansione della capacità produttiva (sala cottura da 35 hl con un potenziale annuo di 3500 hl) Diet ha in mente di iniziare ad utilizzare foeders nei quali realizzare una serie di birre a fermentazione spontanea, sfruttando le caratteristiche microbiologiche dell'aria di Dunham, ricca di meleti.La birra.Propolis è un perfetto esempio dei cambiamenti introdotti dal birraio Eloi Diet: la Witbier prodotta dalla precedente gestione Dunham non lo soddisfaceva assolutamente ed eccola trasformata in una Farmhouse Ale la cui ricetta prevede frumento, malto d'orzo, avena, segale, spezie (scorza d'agrumi) e, come il nome suggerisce, miele. La rifermentazione in bottiglia avviene con aggiunta di brettanomiceti: l'etichetta non riporta questo dettaglio che si rivela fondamentale al momento dello stappo della bottiglia, accompagnato da un violento gushing. Il suo colore è paglierino ed opalescente, sormontato da un cappello di schiuma bianchissima e dannosa tanto esuberante quanto scomposto, dalla discreta persistenza. Al naso le spezie (pepe, coriandolo) incontrano le note lattiche e di scorza d'agrumi (lime e limone), la paglia, l'erba tagliata di fresco, i fiori bianchi, il dolce dell'ananas e un accenno di miele. Aroma pulito e intenso, che fa pensare ad un assolato pomeriggio d'estate nel quale questa Saison porterebbe un necessario momento di refrigerio.  Il corpo è leggero, la carbonazione è elevata e rende la bevuta vivacissima e solleticante per il palato. Al palato c'è forse un po' meno pulizia che al naso, ma l'intensità dei sapori è comunque lodevole se si considera la gradazione alcolica (5.2%) abbastanza contenuta. E' l'acidità lattica a caratterizzare la bevuta, su una patina dolce maltata (crackers, miele) a supporto delle note fruttate della polpa d'arancia e della scorza di limone. Impressionanti facilità di bevuta e potere dissetante di una Saison molto secca con un finale americane (lattico, erbaceo e zesty) che ripulisce perfettamente il palato. Non ha la stessa eleganza di altre Farmhouse Ales brettate che mi è capitato d'assaggiare, ma il suo carattere un po' scorbutico e rustico lo vedo in questo caso come un pregio ed un segno d'autenticità nei confronti di quelle birre prive di fronzoli che nei secoli scorsi venivano prodotte nelle fattorie per dissetare e ristorare i braccianti agricoli durante il duro lavoro estivo nei campi. E anche se non fate fatica, mentre bevete non è affatto difficile immaginarvi seduti sul prato, in mezzo all'erba appena tagliata, con una bottiglia di Propolis appoggiata sul terreno ed un bicchiere in mano.Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 18, imbott. 17/02/2015, 13.74 Euro (beershop, Francia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Canediguerra / Anspach & Hobday: English IPA

Che India Pale Ale sia stato lo stile che ha maggiormente caratterizzato la Craft Beer Revolution è un dato di fatto innegabile: le interpretazioni americane di questo stile (che visse il suo momento di gloria in Inghilterra nella  metà del diciannovesimo secolo per poi quasi scomparire a partire dalla metà del secolo successivo) sono state negli ultimi dieci anni a loro volta re-interpretate in Europa e in ogni altro paese attraversato dai fermenti della cosiddetta birra artigianale. I luppoli americani sono  i protagonisti della scena e quando bevete oggi una India Pale Ale  si tratta nove volte su dieci di una American IPA.  Le English IPA sono sopravvissute al rischio estinzione ma non godono di grossa salute neppure nella loro madrepatria: i numerosi microbirrifici inglesi che stanno partecipando alla Craft Beer Revolution britannica offrono (quasi?) esclusivamente American IPA. Tra questi protagonisti c’è anche Anspach & Hobday, birrificio attivo a Londra da marzo 2014 nel "beer mile" di Bermondsey dove a poca distanza l’uno dall’altro trovate Kernel, Partizan, Brew by Numbers, Fourpure e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno. Jack Hobday e Paul Anspach sono amici dai  tempi dell’asilo e, oltre ad essere musicisti, hanno in comune la passione per l’homebrewing poi trasformata in una professione grazie ad un finanziamento su Kickstarter.A gennaio 2016  Paul Anspach  si reca ad Alessandria per realizzare una birra assieme al birraio Allo Gatti del Birrificio Canediguerra; onore al coraggio dei birrai che decidono di produrre proprio una English IPA andando controcorrente rispetto alla moda imperante dei luppoli americani. La birra viene poi presentata alla fine di febbraio durante il Beer Attraction di Rimini; Jack Hobday, l’importatore italiano del birrificio londinese ed Alessio Gatti presentano poi la birra nel corso di serate a tema che vengono organizzate in alcuni locali italiani. Non sono molte le English IPA realizzate in Italia: mi viene in mente un’altra collaborazione, la Suburbia nata dall’incontro tra Toccalmatto e Birra Perugia, e la Titty Twister di Tre Pupazzi. Sicuramente ce ne sono altre, e se vi vengono in mente fatemelo sapere nei commenti, grazie.La birra.Malto Maris Otter, luppoli Fuggle e Challenger per una birra che si presenta dorata e velata nel bicchiere; ottima la persistenza della schiuma bianca, cremosa e molto compatta. L'intensità dei profumi è abbastanza modesta ma qui non sono previsti quei livello ai quali i dry-hopping delle American IPA ci hanno ormai abituato: ci sono profumi floreali, terrosi, un tocco di marmellata d'arancia. Ottima la sensazione palatale con l'alcool (6%) molto ben nascosto, corpo medio e una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto apre con lievi note biscottate subito incalzate dall'amaro terroso e vegetale dei luppoli inglesi; l'unica concessione fruttata ricorda di nuovo la marmellata d'agrumi, raggiungendo una corrispondenza quasi perfetta con l'aroma. L'amaro è intenso, elegante e molto pulito, con un effetto a tratti quasi rinfrescante portato da qualche accenno che mi ha ricordato la menta. Scordatevi le ruffianerie tropicali e le smancerie tipiche dei luppoli americani o pacifici: qui siamo in Inghilterra, con una English IPA semplice ma sincera, molto ben eseguita e molto pulita che forse non otterrà un grande successo tra le "teste di luppolo" ma che consiglio a tutti di assaggiare anche solo per la semplice curiosità di provare una fedele interpretazione di uno stile inglese che ormai è sempre più difficile da incontrare.Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 60, lotto 160470, scad. 15/02/2017, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Zwiesel Dampfbier

Dampfbier, "vapore di birra": ammetto la mia scarsa conoscenza sull’argomento e mi affido a quanto riportato dal German Beer Institute: "rappresentano uno stile abbastanza popolare nel diciannovesimo secolo nella regione della Foresta Bavarese, Baviera sudorientale, al confine con la Repubblica Ceca; erano prodotte con il 100% di orzo maltato, di un colore che va dal dorato all’ambrato e fermentate con lievito da Hefe-Weizen ad alte temperature (sopra i 21 gradi)". Molto interessante è quanto riportato sul blog del Birrificio Amiata, da sempre molto attento a questi stili ormai quasi estinti; questa la  dettagliata ricostruzione storica redatta in occasione dell’uscita della propria versione di Dampfbier chiamata Dampflok nel luglio del 2015: "in questa parte della Baviera c’era una grande voglia di birra, sia Weizen che Pilsner. Ma purtroppo le condizioni economiche di quest’angolo di Germania erano ben peggiori della media bavarese. Non si poteva fare una birra a bassa fermentazione perché il controllo delle basse temperature era molto costoso, se non addirittura proibitivo per questi birrifici della Germania. Anche l’impiego del luppolo era misero in quanto non c’era l’abbondanza dell’Hallertauer, ma solo qualche luppoleto casalingo. Il frumento poi costava un 40% in più dell’orzo e quindi i mastri birrai della foresta bavarese, decisero di provare a fare una birra ad alta fermentazione, che fermentasse bene e desse un sapore fresco e piacevole. Si orientarono quindi verso la Weizen bier, ed a causa dell’elevato costo del frumento, decisero di sostituirlo con l’orzo e di luppolare in modo parsimonioso. Nacque così lo stile Dampfbier che quindi è quello di una Ale fermentata da lieviti del frumento, con un’aggiunta di malti caramellati per dare maggiore corpo e sapore. Nonostante l’impiego di lieviti da birra al frumento provenienti dalla sovrabbondante produzione bavarese, a causa del diverso profilo di sostanze fermentescibili, normalmente il sentore di banana è meno evidente rispetto alla cugina weizen, mentre resta importante il profilo fenolico e di chiodo di garofano.   Ai tempi in cui la birra veniva fatta fermentare in grandi tini di legno, la fermentazione si svolgeva in 3-4 giorni con una notevole produzione di anidride carbonica, che faceva assomigliare la fermentazione ad una produzione naturale o artificiale di vapore e per questo lo stile fu coniato utilizzando il prefisso “dampf” che in tedesco significa appunto vapore”. Restiamo quindi nella zona "incriminata", quell'estremità sudorientale della Baviera dove corre il confine con la Repubblica Ceca. Qui si trova la cittadina di Zwiesel, dove nel 1889 Wolfgang Pfeffer ha fondato Die Erste Dampfbierbrauerei rilevando dal cugino il birrificio pre-esistente. Attualmente la proprietà è ancora nelle mani della stessa famiglia, alla quinta generazione di successori; al timone di comando è Mark Pepper aiutato dal birraio Tobias Wenzl. Dampfbierbrauerei significa letteralmente “birrificio della birra a vapore”: al di là della classica offerta bavarese (Helles, Weissbier, Dunkel, Doppelbock etc etc.) c’è una interessante Dampfbier che fu riesumata nel 1989 per festeggiare il centesimo compleanno del birrificio rispettando la ricetta originale di Wolfgang Pfeffer. Dopo la fermentazione, la maturazione avviene nelle stesse caverne scavate nella roccia dove un tempo venivano  fatte maturare la Dampfbier originali, in grandi botti di legno.La birra.Il suo colore è ambrato, limpido, e forma un "croccante" e cremoso cappello di schiuma ocra, cremosa e dalla buona persistenza. Al naso non avverto l'atteso profilo fenolico ma solamente quello dei malti: biscotto, crosta di pane, caramello, un accenno di ciliegia e qualche reminiscenza floreale. La pulizia è buona, mentre fragranza ed intensità lasciano un po' a desiderare. Il German Beer Institute afferma che le Dampfbier erano prodotte sopratutto nei mesi più caldi dell'anno, in alternativa alle più costose Hefeweizen, e quindi c'è da aspettarsi una birra leggera e rinfrescante. La sensazione palatale rientra in questi parametri: corpo leggero, poche bollicine, scorrevolezza molto elevata. Il profilo del gusto altro non può essere che quello derivato dai malti utilizzati: pane leggermente tostato, biscotto e caramello affiancati da qualche nota fruttata di prugna e ciliegia. La tradizione vuole anche che fosse prodotta solamente con la quantità di luppolo strettamente necessaria a bilanciarne la dolcezza: di amaro non c'è in effetti traccia, ma la bevuta risulta comunque equilibrata e pulita, tutto sommato rinfrescante e dissetante. La ricerca della facilità di bevuta in questo caso sacrifica un po' l'intensità del gusto, che risulta abbastanza modesta; neppure la fragranza emerge, anche se la birra risulta gradevole nella sua scolasticità e avarizia di emozioni.Formato: 50 cl., alc. 5%, scad. 23/07/2016, 1.14 Euro (supermercato, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Zwiesel Dampfbier

Dampfbier, "vapore di birra": ammetto la mia scarsa conoscenza sull’argomento e mi affido a quanto riportato dal German Beer Institute: "rappresentano uno stile abbastanza popolare nel diciannovesimo secolo nella regione della Foresta Bavarese, Baviera sudorientale, al confine con la Repubblica Ceca; erano prodotte con il 100% di orzo maltato, di un colore che va dal dorato all’ambrato e fermentate con lievito da Hefe-Weizen ad alte temperature (sopra i 21 gradi)". Molto interessante è quanto riportato sul blog del Birrificio Amiata, da sempre molto attento a questi stili ormai quasi estinti; questa la  dettagliata ricostruzione storica redatta in occasione dell’uscita della propria versione di Dampfbier chiamata Dampflok nel luglio del 2015: "in questa parte della Baviera c’era una grande voglia di birra, sia Weizen che Pilsner. Ma purtroppo le condizioni economiche di quest’angolo di Germania erano ben peggiori della media bavarese. Non si poteva fare una birra a bassa fermentazione perché il controllo delle basse temperature era molto costoso, se non addirittura proibitivo per questi birrifici della Germania. Anche l’impiego del luppolo era misero in quanto non c’era l’abbondanza dell’Hallertauer, ma solo qualche luppoleto casalingo. Il frumento poi costava un 40% in più dell’orzo e quindi i mastri birrai della foresta bavarese, decisero di provare a fare una birra ad alta fermentazione, che fermentasse bene e desse un sapore fresco e piacevole. Si orientarono quindi verso la Weizen bier, ed a causa dell’elevato costo del frumento, decisero di sostituirlo con l’orzo e di luppolare in modo parsimonioso. Nacque così lo stile Dampfbier che quindi è quello di una Ale fermentata da lieviti del frumento, con un’aggiunta di malti caramellati per dare maggiore corpo e sapore. Nonostante l’impiego di lieviti da birra al frumento provenienti dalla sovrabbondante produzione bavarese, a causa del diverso profilo di sostanze fermentescibili, normalmente il sentore di banana è meno evidente rispetto alla cugina weizen, mentre resta importante il profilo fenolico e di chiodo di garofano.   Ai tempi in cui la birra veniva fatta fermentare in grandi tini di legno, la fermentazione si svolgeva in 3-4 giorni con una notevole produzione di anidride carbonica, che faceva assomigliare la fermentazione ad una produzione naturale o artificiale di vapore e per questo lo stile fu coniato utilizzando il prefisso “dampf” che in tedesco significa appunto vapore”. Restiamo quindi nella zona "incriminata", quell'estremità sudorientale della Baviera dove corre il confine con la Repubblica Ceca. Qui si trova la cittadina di Zwiesel, dove nel 1889 Wolfgang Pfeffer ha fondato Die Erste Dampfbierbrauerei rilevando dal cugino il birrificio pre-esistente. Attualmente la proprietà è ancora nelle mani della stessa famiglia, alla quinta generazione di successori; al timone di comando è Mark Pepper aiutato dal birraio Tobias Wenzl. Dampfbierbrauerei significa letteralmente “birrificio della birra a vapore”: al di là della classica offerta bavarese (Helles, Weissbier, Dunkel, Doppelbock etc etc.) c’è una interessante Dampfbier che fu riesumata nel 1989 per festeggiare il centesimo compleanno del birrificio rispettando la ricetta originale di Wolfgang Pfeffer. Dopo la fermentazione, la maturazione avviene nelle stesse caverne scavate nella roccia dove un tempo venivano  fatte maturare la Dampfbier originali, in grandi botti di legno.La birra.Il suo colore è ambrato, limpido, e forma un "croccante" e cremoso cappello di schiuma ocra, cremosa e dalla buona persistenza. Al naso non avverto l'atteso profilo fenolico ma solamente quello dei malti: biscotto, crosta di pane, caramello, un accenno di ciliegia e qualche reminiscenza floreale. La pulizia è buona, mentre fragranza ed intensità lasciano un po' a desiderare. Il German Beer Institute afferma che le Dampfbier erano prodotte sopratutto nei mesi più caldi dell'anno, in alternativa alle più costose Hefeweizen, e quindi c'è da aspettarsi una birra leggera e rinfrescante. La sensazione palatale rientra in questi parametri: corpo leggero, poche bollicine, scorrevolezza molto elevata. Il profilo del gusto altro non può essere che quello derivato dai malti utilizzati: pane leggermente tostato, biscotto e caramello affiancati da qualche nota fruttata di prugna e ciliegia. La tradizione vuole anche che fosse prodotta solamente con la quantità di luppolo strettamente necessaria a bilanciarne la dolcezza: di amaro non c'è in effetti traccia, ma la bevuta risulta comunque equilibrata e pulita, tutto sommato rinfrescante e dissetante. La ricerca della facilità di bevuta in questo caso sacrifica un po' l'intensità del gusto, che risulta abbastanza modesta; neppure la fragranza emerge, anche se la birra risulta gradevole nella sua scolasticità e avarizia di emozioni.Formato: 50 cl., alc. 5%, scad. 23/07/2016, 1.14 Euro (supermercato, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppin’ Frog DORIS The Destroyer

Potrebbe sembrare il nome di una gentile creatura femminile: Doris o Doride significa “donna dei Dori”, tribù greca che occupava il Peloponneso ed il cui termine è collegato al personaggio di Doro;  nella mitologia greca Doride era la madre delle Nereidi, le ninfe che vivevano nel mare. Ma in questo caso D.O.R.I.S. altro non è che un acronimo per Double Otmeal Russian Imperial Stout: si tratta di una massiccia imperial stout all’avena prodotta dal birrificio Hoppin' Frog,  creatura del birraio  Fred Karm e attivo dal 2006 in quel di Akron, Ohio; qui il suo breve profilo storico. “DORIS la distruttrice” è una versione ulteriormente potenziata di un’altra imperial stout di Hoppin Frog, “BORIS The Crusher”, la cui versione invecchiata in botti di Whiskey era transitata un po’ di tempo fa su queste pagine. Se Boris “schiaccia”, con il suo carico da 9.4% ABV, Doris “distrugge” spingendosi sino a 10.5%; le due birre ottengono grande successo stazionando stabilmente in cima alle classifiche dei vari siti di beer-rating da molti anni.E l’idea di Fred Karm sarebbe di produrne ancora più potenti, ma la legislazione dell’Ohio impone un limite massimo del 12% sul contenuto alcolico in percentuale per le birre prodotte o bevute all’interno dei confini dello stato. E’ da qualche anno che Karm ed altri produttori della Ohio Craft Brewers Association  si stanno battendo affinché questa barriera sia alzata al 18% o allo stesso valore (21%) concesso al vino; a fine 2015 le cose sembravano andare nella direzione giusta ma sono sorti alcuni problemi che potrebbero far scadere le tempistiche per l’approvazione della proposta di modifica di legge; se ciò avvenisse, bisognerebbe ricominciare tutto da capo. In particolare c'è l'obiezione sollevata dalla multinazionale MillerCoors (con stabilimenti produttivi a Cincinnati, proprio in Ohio) i quali sostengono che alzando il limite alcolico si creerebbe confusione nei consumatori che potrebbero non più associare il termine “birra” con quello di una “bevanda leggera per chi vuole bere con moderazione”.La birra.“Enjoy the darkness” recita l’etichetta ed in effetti il versare questa DORIS The Destroyer nel bicchiere spalanca le porte delle tenebre. Si tratta di un denso liquido nero che ricorda l’olio motore, e altrettanto scura e minacciosa è la generosa schiuma che si forma, cremosa ma a dire il vero rapida nello scomporsi e comunque dotata di una discreta persistenza. E proprio dalla schiuma emerge l’abbondante luppolatura utilizzata per produrre questa potente imperial stout: agrumi e resina danno il benvenuto per poi lasciare il posto alle intense tostature, al cioccolato fondente, al caffè, all’uvetta e al fruit cake, il tutto avvolto da una netta nota etilica. L’intensità riesce ad essere davvero notevole senza precludere un ottimo livello di eleganza e pulizia. La sensazione palatale è del tipo “ferro e piuma”: corpo pieno, poche bollicine, consistenza viscosa e densa ma c’è una patina superficiale morbida all'avena, quasi setosa, che accarezza il palato e ne agevola di molto lo scorrimento.  La bevuta risulta molto meno minacciosa e distruttiva di quello che il nome potrebbe far pensare: è una gran bella Imperial Stout questa, lussureggiante, ricca di caffè e ancora più ricca di eleganti tostature, bilanciate da un tappeto dolce di melassa e di cookie al cioccolato, liquirizia, fruit cake, frutta sotto spirito. La bevuta è inizialmente piuttosto dolce per poi venir bilanciata dall'amaro delle tostature e dalla generosa luppolatura che, oltre a ripulire il palato con le sue note resinose, apre anche a qualche spiraglio fruttato di agrumi. Finale quasi edonistico, nel quale convivono cacao amaro, caffè, tostature, cenere e una calda, lunga scia di frutta sotto spirito. L'alcool è molto ben gestito, facendosi sentire senza mai andare oltre le righe; detto dell'intensità, non resta che sottolineare l'elevato livello di pulizia per una birra complessa ma non complicata e assolutamente soddisfacente: è lei la protagonista indiscussa del vostro dopocena. Se la vedete su qualche scaffale di beershop, portatevela a casa, non ne resterete delusi: una birra che è "tante cose", ma sopratutto "belle cose".  Formato: 65 cl., alc. 10.5%, IBU 70, lotto e scadenza non riportate.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hedonis Ouwen Duiker

Sono due appassionati homebrewers,  Janos de Baets e Leopold De Ketelaere, a fondare la beerfirm Hedonis Ambachtsbier che debutta nel 2015 a coronamento di due anni d'esperimenti e tentativi con le pentole in garage. Non ci sono molte informazioni disponibili in rete su questo progetto, ma da quanto ho capito De Baets fa anche parte del team di birrai che lavora presso l'instancabile birrificio De Proef, dove producono numerosi birrai zingari.Non è però qui che il duo belga ha deciso di produrre le proprie ricette, una scelta forse dovuta ai volumi ancora relativamente piccoli: si sono invece appoggiati alla Brouwerij Maenhout di Gavere, che si trova ad un mezz'oretta di macchina da Asper, dove la beerfirm ha la sede legale. Siamo poco distanti da Gent/Gand; occasionalmente qualche lotto di maggiori dimensioni viene anche prodotto presso il birrificio Contreras. Al momento sono due le birre offerte; la Excuse Me While I Kiss My Stout e una Belgian Ale molto luppolata chiamata Ouwen Duiker. Sul proprio sito internet la beerfirm dichiara di voler perseguire la massima trasparenza in etichetta, che effettivamente indica il luogo in cui la birra è prodotta e anche gli ingredienti utilizzati: malto Pilsner e segale, luppoli europei (Magnum e Tettnanger) ed Americani (Citra e Mosaic).La birra.Ouwen Duiker si presenta nel bicchiere dorata e leggermente velata; il bianco cappello di schiuma che si forma è cremoso e compatto, con un'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente rappresentativo dell'abbondante luppolatura dichiarata: intensità molto bassa, stesso livello per quel che riguarda la pulizia e l'eleganza. Avverto una remota presenza di agrumi, arancio e mandarino, ma non c'è davvero altro da annotare. Fortunatamente al palato la situazione migliora: le note maltate (crosta di pane, miele, un accenno biscottato) sono ben amalgamate con quelle di frutta candita e di polpa d'arancio e vanno a costruire un profilo dolce e zuccherino piuttosto gradevole. Lo stesso non posso dire della chiusura amaricante alquanto corta che si snoda tra note terrose ed erbacee, meno convincente per eleganza e pulizia; la buona attenuazione fa comunque in modo che il palato rimanga abbastanza pulito ad ogni sorso. L'alcool è ben nascosto, le bollicine sono vivaci ma non precludono una sensazione palatale piuttosto morbida.Una Belgian Ale che onestamente non mi ha particolarmente colpito e che ho trovato abbastanza confusa in quello che vuole essere: la bottiglia che immagino risalire a maggio del 2015 non mette in risalto la luppolatura dichiarata sopratutto nella parte aromatica che, a dirla tutta, è anche la prima a subire le conseguenze del trascorrere del tempo. Si difende meglio il gusto, ma se penso ad altre Belgian Ale luppolate come quelle realizzate da De La Senne, alla XX Bitter di De Ranke o anche alla più "tranquilla" Poperings Hommelbier di Van Eecke, il confronto è davvero improponibile.Formato: 33 cl., alc. 7%, scad. 05/2017, 2.40 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hammer Killer Queen

Nuovo appuntamento con Hammer di Villa d'Adda (BG) che ha aperto le porte nel maggio dello scorso anno e che dunque si appresta a festeggiare il primo compleanno. Li avevo incontrati per la prima volta in occasione della Wave Runner IPA poi seguita dalla Bulk Porter.  Il birraio di Hammer Marco Valeriani non nasconde certo il suo amore per il luppolo, peraltro già espresso nelle ottime ricette elaborate durante la sua precedente esperienza al birrificio Menaresta; è qui che ha realizzato una delle birre di maggior successo, la Double IPA 22 La Verguenza.A gennaio 2015, mese dell'annuncio della dipartita di Valeriani da Menaresta, molti appassionati birrofili italiani si saranno fatti qualche domanda sul futuro di questa birra; a più di un anno di distanza direi che è andato tutto per il meglio. La Verguenza continua ad essere prodotta da Menaresta e Valeriani, arrivato da Hammer, ha sfornato una nuova Double IPA. Killer Queen, questo il nome scelto di quello che è un omaggio musicale all'omonimo brano dei Queen, pubblicato nell'ottobre del 1974 ed estratto dal loro terzo album Sheer Heart Attack. Primo vero successo commerciale del gruppo (raggiunse il secondo posto nel Regno Unito ed il dodicesimo negli USA), il singolo fu scritto da Freddy Mercury in una notte, completato il giorno successivo e narra di una ragazza squillo d'alta classe che "beve Moët et Chandon e mangia caviale". Sull'etichetta della birra appaiono una ghigliottina, un riferimento alla (morte della) regina Maria Antonietta citata nel brano dei Queen ed una boccetta di profumo (a forma di luppolo) anch'esso incluso nel testo della canzone.La birra.Simcoe, Chinook, Centennial, Columbus, Citra ed Amarillo, questo il parterre di luppoli scelto per la Killer Queen che arriva nel bicchiere di un colore velato a metà strada tra il dorato e l'arancio; la schiuma bianca e cremosa non è particolarmente ampia e neppure molto persistente. La bottiglia ha poche settimane di vita e l'aroma ne riflette tutta la freschezza: dominano gli agrumi (limone, cedro, pompelmo) con qualche intermezzo dolce di polpa d'arancia e  frutta tropicale come ananas e mango. L'intensità non è esplosiva ma eleganza e soprattutto pulizia sono ineccepibili. Al palato risulta molto gradevole e morbida, con una carbonazione contenuta e un corpo medio; il gusto è speculare ai profumi: qui è la frutta tropicale a dominare, componendo una succosa e "ruffiana" macedonia di ananas, mango e papaia su una base maltata leggermente biscottata. L'amaro si fa un po' attendere, arrivando proprio a fine corsa con le sue note resinose intense ma non al punto da spostare la bevuta in quella direzione; il dolce del tropicale rimane sempre presente, bilanciato anche da una buona secchezza. L'alcool rimane sempre ben nascosto portando un lieve tepore solamente nel retrogusto, dove permane una leggera scia amara resinosa. Killer Queen è una Double IPA che si lascia bere abbastanza facilmente a dispetto della sua gradazione alcolica: l'abbondanza di frutta dolce tropicale la rende molto piaciona senza nessuna deriva "dolciona", soprattutto ora che la bottiglia è ancora molto fresca. Per il mio gusto personale le manca un pochino d'amaro, ma siamo comunque in presenza di una delle migliori rappresentanti italiane dello stile. Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto 036B, imbott. 03/2016, scad. 30/09/2016, 5.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Modern Times Black House

Torniamo ad occuparci del birrificio Modern Times di San Diego, fondato nel 2013 da Jacob McKean e presentatovi dettagliatamente in questa occasione. Oggi  parliamo della Black House, una stout al caffè che il birrificio ha prodotto tostando in proprio la miscela di caffè scelta dotandosi di una piccola ma efficace apparecchiatura. Ma i progetti di McKean erano ben più ambiziosi: una volta ottenuti i permessi necessari per la produzione di generi alimentari, alla produzione di birra (che non richiedeva tali autorizzazioni) s’affianca anche quella di caffè che cresce lentamente ma sufficientemente da rendere indispensabile l’acquisto di attrezzature più grandi. Alla tasting room del birrificio potete acquistare l’intera gamma di caffè Modern Times che include oltre a varietà singole e a differenti miscele, anche alcune versioni invecchiate in legno. Sembra che l’idea di invecchiare le fave di caffè verde in botti che hanno ospitato alcolici o vino sia da attribuire alla Ceremony Coffee Roasters di Annapolis, Maryland. “La miscela che utilizziamo per produrre la Black House Stout è in vendita anche come caffè - dice McKean - ma  i processi di approvvigionamento e tostatura sono comunque diversi a seconda del loro utilizzo, che sia caffè da bere o caffè utilizzato per la birra”. La birra.La ricetta della Black House, qui disponibile anche per chi vuole tentare di replicarla a casa, prevede una miscela con il 75% di caffè Etiopa e 25% Sumatra; i malti usati sono Two Row, Kiln Coffee, Pale Chocolate, Black, Biscuit, Crystal 60, orzo tostato e avena. Come luppolo viene utilizzato l'estratto C02.Si presenta di colore ebano scuro con riflessi borgogna, e forma una perfetta testa di schiuma color cappuccino, "croccante" cremosa e compatta, molto persistente. La birra è stata messa in lattina lo scorso agosto e i sette mesi trascorsi non sarebbero certo l'ideale per l'apprezzamento del caffè che tende a svanire abbastanza in fretta. Il naso non è in effetti un esplosione di profumo ma porta in dote una raffinatissima eleganza di caffè in chicchi ed in polvere con in sottofondo note di cioccolato fondente e di orzo tostato. In questo elogio del "less is more" sono l'estrema pulizia e la finezza a rendere l'aroma davvero coinvolgente ed invitante. La sensazione palatale non è tuttavia da meno, anzi: poche bollicine, corpo medio ed un mouthfeel soffice e morbidissimo grazie dall'utilizzo di avena, quasi un velo di seta che avvolge il palato mentre la birra scorre con grande facilità. Il gusto ripropone l'austera semplicità dell'aroma utilizzando quattro elementi in maniera esemplare: sottofondo di caramello, elegantissime tostature di orzo, caffè e cioccolato amaro o meglio chicchi di caffè ricoperti di cioccolato amaro. A scriverlo sembra un controsenso, ma il caffè riesce ad essere intenso e delicato al tempo stesso; nel finale l'acidità dei malti scuri contribuisce a rendere la bevuta bilanciata per poi lasciare il campo libero al lungo finale amaro di tostature e caffè. Ne risulta uno degli utilizzi più raffinati del caffè nella birra che mi sia capitato d'assaggiare: stout intensa eppur facilissima da bere, elegantissima, realizzata con una pulizia maniacale. Livello davvero molto alto, in Italia qualche lattina si trova, non fatevela sfuggire se vi piace lo stile. Formato: 47.3 cl., alc. 5.8%, IBU 40, imbott. 14/08/2015, 6.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Barbanera La Bigiata

Debutta sul blog Birra Barbanera, beerfirm attiva dal 2014 a Cavallirio, provincia di Novara;  si tratta di una marchio dell’azienda Trematti Srl che si occupa di commercio all'ingrosso di bevande. Barbanera è la figura attorno alla quale si è scelto di costruire il marchio, ma non pensate al leggendario pirata Edward Teach (1679-1718); qui si parla invece di un fantomatico ed immaginario Dottor Barbanera (1883), avventuriero e commerciante poi divenuto famoso come alchimista (e truffatore) alla metà del secolo scorso quando affermò di aver “scoperto un modo per catturare, ricreare e racchiudere l’essenza delle cose in una bottiglia allo scopo di rivivere all’infinito ricordi, affetti e vissuti persi”. L'idea ricorda quella dietro all’omonimo lunario che raffigurava sul frontespizio un uomo dalla folta barba nera e che fu stampato per la prima volta a Foligno alla metà del diciottesimo secolo:  si fa riferimento ad un misterioso (ed immaginario) astronomo, astrologo e filosofo chiamato Barbanera e famoso  in tutt’Italia per i suoi “aneddoti, ricette empiriche e previsioni stravaganti”.  Il lunario ed almanacco si diffuse poi in tutt’Italia ed anche all’estero; nel ventesimo secolo i suoi diritti furono acquistati dell’Editoriale Campi che ancora oggi lo pubblica. Ma ritorniamo in tema; tre sono le birre che compongono la linea “standard” di Barbanera, affiancate da qualche produzione occasionale, e tutte e tre si rifanno alla tradizione belga:  La Biondina  (Belgian Ale, 5.5%), Irma (Dubbel 7%), La Bigiata (Saison 6%).  Il sito internet è molto curato ed incentrato sulla figura dell’occhialuto e baffuto alchimista; belle anche le etichette in stile retrò, quest’ultime peraltro sottoposte ad un recente restyling: meno apprezzabile, almeno per il mio punto di vista di consumatore, il fatto che l’etichetta non indichi dove la birra sia stata prodotta. Non ho niente contro le beer-firm, ma gradirei trasparenza; da quanto ho trovato in internet le birre dovrebbero essere prodotte nel vicino birrificio Diciottozerouno di Oleggio Castello (No).La birra."La bigiata" è uno dei tanti termini italiani che significano "marinare la scuola"; un'attività alla quale si è più propensi durante la bella stagione o nelle ultime settimane dell'anno scolastico, quando ormai le energie sono in riserva. Ben si abbina a questo periodo una Saison, stile brassicolo che identifica birre storicamente destinate al consumo nella tarda primavera/estate e al ristoro dei braccianti agricoli nel corso delle lunghe e faticose giornate di lavoro. La Bigiata di Barbanera è una Saison prodotta, se non erro, con scorza d'arancia, coriandolo e cardamomo. Si presenta di color dorato con diversi sconfinamenti nell'arancio, velato; la bianca e cremosa schiuma si rivela piuttosto generosa e compatta, con un'ottima persistenza nel bicchiere. L'aroma apre con profumi di scorza d'arancia e limone, polpa d'arancio, qualche nota di banana e una speziatura abbastanza decisa che richiama cardamomo, chiodi di garofano e coriandolo; in sottofondo anche sentori di erbe officinali, ma anche una deriva fenolica meno gradevole di plastica che va a sporcare quello che altrimenti sarebbe un bel biglietto da visita. Al palato la vivace carbonazione dona vitalità e piacevolezza al corpo medio: il gusto parte da una soffice base maltata di biscotto e miele alla quale s'affiancano le note dolci e fruttate della polpa d'arancia e della pesca. L'inizio zuccherino è ben bilanciato da una lieve nota acidula (avrei scommesso sul frumento, ma l'etichetta non lo riporta tra gli ingredienti) e soprattutto da un finale amaro di erbe officinali, corto ma di buona intensità. La bevuta risulta facile e scorrevole, con quel piacevole carattere ruvido e rustico che non dovrebbe mai mancare in una Saison: peccato per la parte fenolica un po' fuori controllo che, oltre l'aroma, sporca anche il gusto nel quale registro una lieve astringenza finale. Sistemato questo, ne rimarrebbe una buona Saison dalla buona intensità, dissetante e rinfrescante. Discorso a parte merita il capitolo spezie: mi era capitato d'assaggiare questa birra l'anno scorso alla spina e più che le spezie avevo notato una banana un po' troppo invadente. In questa bottiglia le spezie sono invece abbastanza in evidenza, anche al gusto: io da sempre sposo il motto di un noto birraio belga il quale sostiene che "quando si riescono a nominare le spezie usate nella birra, vuol dire che ne hai messe troppe", ma è  alla fine una questione di gusti.Oltre a piatti delicati, pesce e formaggi freschi, il birrificio la consiglia in abbinamento al brano Maple Leaf Rag di Scott Joplin, ai Diari di Paul Klee  ed al cortometraggio La lune à un mètre di Georges Méliès.Formato: 50 cl., alc. 6%, scad. 18/06/2016, 5.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.