Bibibir Vedo Doppio

Debutto sul blog del birrificio marchigiano Bibibir con sede a Castellalto (Teramo), comune peraltro noto agli appassionati birrofili per il Festival delle Birre Artigianali che si tiene ormai da undici anni. Bibibir è guidato dal birraio Flaviano Brandi assieme ad altri tre soci ed è il punto d'arrivo di una passione decennale per l'homebrewing.Con impianto produttivo da 20 HL, il birrificio debutta a giugno 2014 con tre birre  (l'American Pale Ale Granapa, la Witbier Witaly e la Golden Ale Birrantonio) alle quali s'aggiungono progressivamente la Black IPA Zero Tabù, la Double IPA 23 Zero Sei e, soprattutto, un bel trittico belga Vedo Doppio, Triplo e Quadruplo, con le loro etichette realizzate da Alessandro Cioci. All'ultima edizione di Birra dell'Anno dello scorso febbraio 2016 il Bibibir ha anche ottenuto la sua prima medaglia, con la Witaly che si è piazzata al terzo posto nella categoria 15 "birre chiare alta fermentazione, basso grado alcolico, di ispirazione belga".La birra.Vedo Doppio è il nome scelto per questa Dubbel di color ambrato carico, velato, che forma un modesto cappello di schiuma ocra abbastanza fine e persistente. Al naso emergono frutta secca, caramello, biscotto, pera: in sottofondo una suggestione di amaretto ma anche un lieve fenolico (plastica) che sporca un po' la pulizia  e la gradevolezza dei profumi.La sensazione palatale è complessivamente gradevole, con un corpo medio ed una consistenza morbida e scorrevole, mentre la carbonazione un po' bassa e "poco belga" le  toglie un po' di quella vitalità necessaria. Il gusto ricalca abbastanza fedelmente l'aroma con biscotto e caramello, un lieve fruttato dolce che richiama l'uvetta e la pera; il livello di pulizia al palato è senz'altro superiore rispetto al naso, in una bevuta dolce che risulta complessivamente bilanciata da un tocco d'amaro finale (frutta secca) e da una buona attenuazione, anche se mi tocca rilevare una leggera astringenza. L'alcool (7%) è molto ben nascosto alla maniera belga e dà un tiepido segno di presenza solamente nel retrogusto; nel complesso Vedo Doppio mette in evidenza un bel profilo maltato che compensa un espressività del lievito abbastanza avara nel suscitare emozioni. La strada che porta in Belgio è quindi ancora un po' lunga ma, anche restando in Italia, c'è il "problema" della concorrenza di birre come Maredsous 8, St. Bernardus Pater 6 e Rochefort 6, giusto per citare le prime che mi vengono in mente: etichette che si trovano anche al supermercato alla  metà o quasi del prezzo rispetto alle  italiane. Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 25, lotto 2815, scad. 04/2017, 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

AleSmith Wee Heavy Scotch Ale

Non capita molto spesso di bere AleSmith, ma quando succede è sempre un’occasione da non lasciarsi sfuggire; oltretutto da qualche mese le bottiglie del birrificio californiano sono diventate più facili da reperire anche nel nostro paese/continente: tralasciando le birre luppolate, la cui importazione presenta sempre notevoli rischi,  la gamma AleSmith  propone alcuni stili dalla robusta gradazione alcolica che meglio si prestano al trasporto. Il birrificio californiano viene fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb, e poi acquistato nel 2002 da Peter Zien, altro ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter.  Dal 1995, anno in cui a San Diego esisteva solamente un altro produttore, Karl Strauss, AleSmith ha lentamente raddoppiato i volumi prodotti arrivando lentamente ai 15000 HL che rappresentavano il limite massimo consentito dagli impianti. Racconta Zien: “per 13 anni, dal 1995 a 2008, non abbiamo messo da parte un solo centesimo e io ho dovuto immettere 900.000 dollari per permettere al birrificio di sopravvivere; potevamo continuare per sempre a produrre 15000 HL fatturando quei 6 milioni di dollari l’anno che avrebbero garantito un sereno futuro per me e mia moglie, ma io voglio dare di più a tutte le 51 persone che lavorano per AleSmith che ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, e per  fare ciò era indispensabile crescere. Voglio essere in grado di aumentare il loro salario, garantire loro benefit e quote societarie in modo che, quando deciderò di ritirarmi,  possano diventare loro i proprietari”.  Il birrificio ha appena completato un piano di espansione da 15 milioni di dollari con la realizzazione del nuovo stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road (poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego) a pochi isolati di distanza dallo storico capannone di Cabot Drive, dove è stato installato il nuovo impianto da 80HL con annessa tasting room; un elemento fondamentale per il birrificio che, ammette Zien “contribuisce all’incirca al 20% del nostro fatturato”. Con i nuovi impianti e un potenziale da 250.000 HL/anno arriveranno anche molte più birre nel formato da 35.5 cl., oltre alla già esistente .394 Pale Ale. Il vecchio stabilimento con impianto da 15hl è stato ceduto alla Stella Polly, una società fondata dallo stesso Zien: Stella e Polly sono i nomi dei figli di Mikkel Borg Bjergsø alias Mikkeller, alla quale Zien ha offerto la partnership per la gestione del vecchio birrificio, dal quale non voleva completamente separarsi e nel quale ha comunque mantenuto il suo ufficio. Nei prossimi mesi Zien cederà a Mikkeller altre quote della società sino ad arrivare al 50/50: con questa operazione la beerfirm danese ha finalmente inaugurato qualche settimana fa il suo primo birrificio Mikkeller San Diego, la cui produzione è supervisionata da Bill Batten, da dieci anni head brewer presso AleSmith.La birra.L’interpretazione piuttosto muscolosa di una Wee Heavy di AleSmith ha collezionato diverse medaglie d’oro al Great American Beer Festival, alla World Beer Cup e alla  San Diego International Beer Competition; se dal medagliere ci spostiamo al beer rating il popolo di Ratebeer la elegge come seconda miglior Scotch Ale al mondo, superata solo dalla sua versione invecchiata in botti di Bourbon. Lasciando da parte le mostrine, si presenta ugualmente splendida ed elegante nel bicchiere con la sua livrea ebano scuro vivacizzata da intense venature borgogna; forma due dita abbondanti di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è ricco e avvolgente nella sua dolcezza di prugna disidratata, uvetta, fico, toffee, ciliegia sciroppata, frutta secca; la componente etilica è ben presente e regala un gradevole calore ad anticipare le sensazioni palatali. Un opulente profilo maltato è presente anche al palato, sorretto da un corpo quasi pieno abbinato a poche bollicine e ad una consistenza oleosa abbastanza scorrevole, considerata la gradazione alcolica. Non c'è in verità molta complessità in questa bottiglia, ma quel che c'è basta per rendere comunque la bevuta memorabile: prugna, uvetta e caramello/toffee costituiscono un carattere molto dolce al quale rispondono un accenno di cioccolato e di tostato, ma è soprattutto l'alcool ad asciugare la birra facendo così convivere potenza ed equilibrio. Il formato della bottiglia è generoso ma non ci vuole molto a sorseggiarla dopocena in solitudine, magari abbinandola a del cioccolato fondente: si congeda con un lungo e caldo retrogusto etilico di frutta e caramello, avvolto da un filo appena percepibile di fumo. Pulita, ricca e potente, molto ben eseguita: difficile chiedere di più da una Wee Heavy. Formato: 75 cl, alc. 10%, IBU 26, lotto non riportato, 22.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton / Omnipollo: Yellow Belly Sundae

La birra di oggi è legata a quella presentatavi qualche mese fa, la collaborazione tra il birrificio inglese Buxton e la beerfirm svedese Omnipollo chiamata Yellow Belly. "Yellow Belly" è un termine  che in inglese indica una persona priva di coraggio, un codardo; la birra nasce a settembre 2014, nell'ambito del progetto Rainbow Collaboration promosso da Ryan Witter-Merithew di Siren Craft Brewery: coivolgere quattordici birrifici per produrre sette birre collaborative a rappresentare i sette colori dell'arcobaleno. Colin Stronge di Buxton e Henok Fentie di Omnipollo scelgono il giallo, un colore che attribuiscono immediatamente alla codardia. L'ispirazione viene forse da Henok, il proprietario (di colore) della beerfirm svedese che rimane scioccato dal risultato di alcuni sondaggi politici effettuati nella sua nazione, secondo i quali il partito fascista Sverigedemokraterna potrebbe ottenere il 40% di consensi. Realizzata la birra, eccone la quasi inevitabile versione barricata che, per l’occasione, prende il nome di Yellow Belly Sundae:  per chi non lo sapesse, un sundae altro non è che un dessert composto da una base di gelato ricoperta da una guarnizione che spesso si compone di panna montata e altri ingredienti come sciroppo, granella di arachidi, ciliegie. Sono molte le cittadine americane che rivendicano l’invenzione di questo dolce avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo: tra le varie storie, l’unica ad essere davvero documentate sembra essere quella di Itaca, città nello stato di New York, dove “John M. Scott, un ministro della Chiesa Unitaria, e Chester Platt, co-proprietario della Platt & Colt Pharmacy, crearono il primo sundae storicamente documentato. Platt ricoprì per un mero capriccio un piatto di gelato con sciroppo di ciliegie e ciliegie candite, e chiamò il piatto "Cherry Sunday"  in onore del giorno in cui era stato creato. La più antica prova scritta di un sundae è una inserzione per la "Cherry Sunday" della Platt e Colt's, pubblicato sull'Ithaca Daily Journalil 5 aprile 1892. Nel maggio dello stesso anno la Platt&Colt vendeva già "Strawberry Sundays" e, successivamente, "Chocolate Sundays". I "Sundays" della Platt&Colt arrivarono a divenire così popolari che, nel 1894, Chester Platt tentò di registrare il termine Sunday”. La birra.La già ricca Yellow Belly, una massiccia (11%)  imperial stout  prodotta con "aromi" di arachidi e biscotti, lattosio e con aggiunta di vaniglia e fave di cacao in maturazione, viene invecchiata in botti di Bourbon, con l’ABV che sale a 12%; l’etichetta è affidata al solito collaboratore fidato di Omnipollo, Karl Grandin.  Completamente nera, genera un dito di cremosa schiuma color nocciola, abbastanza fine e dalla buona persistenza. Il naso non può essere altro che dolce e reminiscente di un vero dessert: la sua ricchezza è comunque ben congeniata e riesce a mantenere un ottimo livello di pulizia e di eleganza, senza risultare artificioso. Biscotto al burro, caffelatte, gianduia, arachidi, vaniglia, cioccolato al latte, caramello e melassa sono alcuni dei descrittori che mi vengono in mente, ma ogni volta che il naso si avvicina al bicchiere nascono altre potenziali declinazioni di dessert; a completare l’effetto “sundae” c’è il lattosio che, unito alla vaniglia, rende davvero l’effetto panna montata (o yogurt alla vaniglia, se preferite). Il mouthfeel è quello atteso e, direi, indispensabile per una birra-dessert: corpo pieno, poche bollicine, una densità morbida e cremosa che comunque scorre senza grandi intoppi.  Il gusto ripropone quasi in toto l’aroma, passando per biscotto, fudge al caramello, cioccolato al latte, vaniglia, arachidi, caffelatte: l’alcool/bourbon dà un contributo  imprescindibile irrobustendo la bevuta e aiutando, in presenza di pochissimo amaro, ad asciugare un po’ il dolce del dessert. Immaginate di versare un goccio di bourbon in un dessert liquido, metteteci anche un cucchiaino di caffè a concludere il pasto ed il quadro è completato. Sundae, versione barricata indubbiamente molto più compiuta della Yellow Belly “normale”, che non mi aveva molto convinto: l’aroma risulta meno artificioso, e soprattutto al palato c’è il caldo del bourbon a contrastare maggiormente il dolce e a dare solide fondamenta all’impalcatura necessaria per sostenere l’opulenza di tutti gli elementi in gioco. E’ una birra-dessert che risulta convincente, nella sua tipologia: la differenza di prezzo tra Yellow Belly e Sundae non è particolarmente significativa, sono entrambe in fascia alta  e  se potete scegliere il mio consiglio è di optare senza dubbio per la versione barricata.Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Alpine Beer Company Pure Hoppiness

La storia della Alpine Beer Company è quella di Pat McIlhenney, un pompiere che nel 1983 inizia con l'homebrewing nel tentativo di replicare quelle birre importate dall'Europa così piene di gusto rispetto alle blande lager americane. Il lavoro lo porta nei paraggi di uno dei primi brewpub "artigianali", la Mendocino Brewing Company nella California settentrionale, che inizia a frequentare assiduamente: nasce in Pat l'idea di poter fare un giorno qualcosa di simile, trasformando la sua passione per l'homebrewing in una professione. Inizia ad iscrivere le proprie birre ai concorsi facendo tesoro delle critiche ricevute per poi iniziare a collezionare premi: nel suo tempo libero dà una mano al negozio di homebrewing dove si rifornisce e frequenta qualche corso di produzione alla Università della California di Davis.Trasferitosi nella California del sud, Pat  trascorre per anni buona parte delle sue ore libere alla AleSmith di San Diego per imparare il mestiere, e  nel 1999 gli viene concesso di realizzare come "beerfirm" la sua prima birra, la McIlhenney’s Irish Red Ale, seguita dalla Mandarin Nectar. E' solamente nel 2002 che Pat è pronto a partire con il proprio birrificio, un impianto da 12 HL che lui stesso progetta ed installa nei minuscoli locali di un edificio in legno posizionato ai bordi della strada che attraversa Alpine, cittadina da 14.000 anime sulle colline dell'entroterra ad una cinquantina di chilometri da San Diego. Arrivano subito le medaglie conseguite al GABF, il nome Alpine inizia a circolare sul taccuino di molti appassionati diventando una sorta di "culto". La produzione è piccola e per bere le birre bisogna recarsi sul posto o in quei pochissimi locali di San Diego che ricevono i fusti; le poche bottiglie che arrivano nei beershop, sopratutto quando scoppia la febbre delle IPA, vengono esaurite in pochissime ore. Nel 2008 Pat cede il ruolo di birraio al figlio Shawn  e nel 2009 sta per stringere una accordo con la Cold Spring Brewing (Minnesota) per produrre le birre anche nei loro impianti e aumentare la capacità produttiva: sembra tutto pronto ma all'ultimo minuto qualcosa va storto ed il progetto viene cancellato o, oggi possiamo dirlo, solo rimandato. Per soddisfare i "pellegrini" che si recano sempre più numerosi ad Alpine viene inaugurato nel 2010 un rudimentale brewpub nei locali adiacenti agli impianti: quaranta posti a sedere, perennemente occupati, si mangia alla buona, sui fazzoletti di carta.Il problema della capacità produttiva è sempre all'ordine del giorno e viene risolto nel 2013 quando Pat McIlhenney stringe un (primo) accordo con Mike Hinkley di Green Flash, apparentemente con una semplice stretta di mano: il birrificio di San Diego produrrà e distribuirà sei Alpine: Hoppy Birthday, Duet, Nelson, Alpine Ale, McIlhenney's Irish Red e Captain Stout.  Shawn fa la spola tra Alpine e San Diego per adattare le ricette e poterle replicare su una scala molto più grande, ma il problema principale è che a San Diego amano filtrare, cosa che McIlhenney reputa assolutamente inaccettabile: il conto della spesa finale per Green Flash (incluso l'acquisto di centrifuga ed "Hopback") è di circa un milione di dollari. L'accordo nasce con lo scopo di aiutare Alpine a racimolare i fondi necessari per il proprio ampliamento attraverso la vendita di molta più birra; tutti o quasi sono contenti di vedere la produzione Alpine raddoppiare del 200% ma tutti (o quasi) sono molto meno contenti di leggere la notizia che appare il 10 novembre del 2014, a solo dodici mesi dalla nascita della partnership. Il comunicato stampa parla di una "partnership e di una unione di forze", ma la sostanza è che un birrificio craft (Alpine) è stato di fatto acquistato da un altro birrificio craft venti volte più grande di lui. Molti beergeeks californiani, sempre uniti nel boicottare birrifici craft acquistati da multinazionali, si trovano questa volta spiazzati: che fare?  A parlare è comunque la birra, soprattutto la sua qualità: chi inizia a mettere a confronto le Alpine originali con quelle prodotte a  Green Flash vi nota delle profonde differenze, anche nel colore.  McIlhenney e Hinkley s’affrettano a rassicurare che si tratta di un normale periodo di transizione dovuto all’adattamento delle ricette agli impianti di Green Flash, una cosa attraverso la quale sono passati quasi tutti i  birrifici che si sono ingranditi; resta il fatto che a diciotto mesi di distanza dall’acquisizione le cose non sono ancora state sistemate. Per il cliente non c’è modo di sapere con certezza dove sono prodotte le birre: in un primo periodo le Alpine prodotte a San Diego venivano vendute in bottiglie serigrafate Green Flash, al contrario di quelle “originali” che mantenevano ancora la serigrafia originale. Da qualche tempo tutte le bottiglie sono serigrafate Alpine, mentre sulle etichette si legge un emblematico “brewed and bottled by Alpine Beer Company, San Diego”.Nel frattempo la distribuzione Green Flash inizia a dare i suoi frutti: le birre di Alpine, da sempre piuttosto difficili da reperire anche nella California del sud, iniziano ad apparire sugli scaffali dei negozi e nei bar di diversi stati americani, suscitando opinioni contraddittorie che iniziano a scalfire l’immagine di un marchio molto amato e ambito dai beergeeks. Ma neppure nel nuovo brewpub da 200 posti che viene inaugurato ad Alpine nell’estate del 2015 sarete sicuri di bere un’Alpine prodotta ad Alpine: per soddisfare tutta la richiesta, molti fusti arrivano direttamente a San Diego.Personalmente nelle due volte in cui sono stato in California – prima dell’acquisizione di Green Flash - non sono mai riuscito ad avvistare nessuna Alpine:  alla mia richiesta il venditore di un beershop di San Diego mi raccontava che  le poche bottiglie che arrivavano venivano spazzate via in poche ore.  Ma dall’anno scorso le cose sono (tristemente, direbbe qualcuno) cambiate e ora qualche bottiglia di Alpine (prodotta a San Diego, ovviamente) è anche arrivata in alcuni beershop europei. La birra.Pure Hoppiness, nomen omen: è una Double/Imperial IPA nata nel 2000, anno in cui lo stile era ancora una nicchia all’interno della nicchia e aveva il suo unico momento di gloria nel mese di febbraio quando il The Bistro di Hayward (California)  organizzava il Double IPA Festival: un evento per pochi per il quale Vinnie Cilurzo/Russian River aveva realizzato nel 1999 la sua prima Double IPA chiamata Pliny The Elder.  La Pure Hoppiness realizzata da  Pat McIlhenney nasce tra le mura domestiche  come “una sfida per soddisfare mia moglie Val; tutti gli esperimenti che le avevo fatto assaggiare avevano ricevuto gli stessi commenti: è buona, ma potresti farla meno amara, anche se più luppolata? Ecco come ebbi l’idea di spingere sul dry-hopping aggiungendo anche un hop-back: a quel tempo l’ultima moda in fatto di luppolo era il Columbus e i suoi sostituti come Tomahawk e Zeus.  A questo aggiunsi i classici Cascade e Centennial, con un po’ di Nugget per bilanciare aroma e gusto”. Pure Hoppiness era un tempo una produzione stagionale disponibile da novembre sino ad esaurimento: non so se lo sia ancora oggi che viene prodotta presso Green Flash.Nel bicchiere c’è il classico colore West Coast:  oro con sconfinamenti nell’arancio, una discreta velatura e un cremoso e compatto cappello di schiuma biancastra. La messa in bottiglia risale a metà dicembre 2015, certamente non il massimo per uno stile che richiede freschezza assoluta: l’aroma tuttavia non è affatto male, rivelando un profilo ancora discretamente fresco e soprattutto pulito . Resina e “dank”, pompelmo, polpa d’arancia, lievi profumi tropicali di ananas e forse mango:  non siamo al “climax dell’hoppiness” ma è comunque un bouquet piuttosto gradevole che non si incontra tutte le volte che si stappa una IPA, per dirla tutta. Le cose vanno meno bene in bocca, se si esclude l’ottima sensazione palatale:  la componente fruttata è quasi assente, bisogna davvero cercarla con la lanterna per trovare un po’ di marmellata piuttosto che frutta fresca e fragrante. Il gusto si regge sul malto (pane, un tocco biscottato) e sull’amaro resinoso e vegetale, di buona intensità ed eleganza, con un’ottima attenuazione finale;  l’alcool dichiarato (8%) si sente tutto, con una bevibilità buona ma che potrebbe essere ancora migliore. Intendiamoci, la birra è pulita e godibile ma mettiamoci di mezzo il viaggio oceanico, i quattro mesi dalla messa in bottiglia ed  il fatto che ora viene prodotta da Green Flash a San Diego ed il risultato finale benché soddisfacente non è quello che ti aspetteresti da uno dei produttori più famosi/di culto, la Alpine Beer Company. Del resto, se prima si faceva fatica a trovare Alpine in California e adesso qualche bottiglia arriva anche in Europa, a qualche compromesso si sarà pur dovuti scendere.Formato: 35,5 cl., alc. 8%, lotto F15348, scad. 10/05/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Préaris Quadrupel

Di Vliegende Paard, il “il cavallo volante” di Andy Dewilde vi avevo già parlato in questa occasione: la beerfirm debutta nel 2011, dopo che la Prearis Quadrupel realizzata ai fornelli delle mura domestiche ottiene il primo posto al concorso nazionale per homebrewers “Brouwland Biercompetitie” la cui finale, alla quale partecipano un centinaio di birre, si tiene a Ghent. Sulle ali del successo, Dewilde commissiona il suo primo lotto all'immancabile De Proef, iniziandone la commercializzazione. Allo Zythos festival del 2012 Andy Dewilde incontra Christine Celis, figlia del celebre Pierre (Hoegaarden) e residente da una ventina d’anni in Texas; Christine rimane favorevolmente impressionata dalle Prearis e porta qualche bottiglia negli Stati Uniti, convincendo un importatore ad ordinare i primi 7 hl destinati al mercato statunitense. Nel 2013 Vliegende Paard viene proclamato da Ratebeer come il miglior nuovo “birrificio” belga, mentre nel 2014  la Prearis Quadrocinno  (la Quadrupel con aggiunta di caffè del Costa Rica) viene eletta dai 17.000 visitatori dello Zythos 2014 tra le tre migliori birre del festival. Purtroppo la bottiglia da me assaggiata qualche mese fa non ha confermato quelle impressioni positive; facciamo quindi un passo indietro e ritorniamo alle origini di Vliegende Paard, ovvero la Quadrupel del debutto. La birra.Si presente del classico color tonaca di frate con belle venature rossastre; la schiuma ocra è fine e cremosa, compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma abbastanza pulito e discretamente intenso, presenta profumi di frutta secca, caramello, ciliegia sciroppata e zucchero a velo; accanto al dolce c'è una lieve asprezza di ribes rosso e di prugna acerba. Al palato troviamo note di biscotto, zucchero candito e una lieve presenza di uvetta: l'alcool diventa quasi da subito il protagonista della bevuta, facendola procedere piuttosto lentamente. Il gusto è piuttosto semplice e la birra, benché ben attenuata, si trascina sorso dopo sorso avvolta da un patina di noia, nonostante l'alto numero di bollicine che le donano una discreta vivacità. Di positivo c'è un'ottima attenuazione, capace di asciugare il palato assieme ad una breve ma percepibile nota amaricante terrosa finale. E' una Quadrupel da sorseggiare che riscalda il corpo nelle fredde serate invernali: sicuramente meglio al naso che al palato, dove il lievito manca d'espressività e l'alcool, senza compagni di strada, rende la bevuta monotona e poco memorabile.Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 50, lotto L1, scad. 10/07/2016, 1.95 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hanscraft & Co. Saison Julie

Nel 2010 il quasi quarantenne Christian Hans Müller lascia il suo lavoro da dentista per inaugurare la propria beerfirm  Sommelierbier - Hanscraft & Co. nella sua città natale Aschaffenburg, uno degli ultimi avamposti della Baviera meridionale prima del confine con l’Assia, ad una quarantina di chilometri da Francoforte. Nel progetto ci sono anche l’assistente Martina Vojtechova, Dirk Borkowski, il disegner Heiko Roßmeißl e soprattutto l’esperto Dieter Körner, diplomato Biersommelier alla Doemens Academy; il titolo di Biersommelier arriverà per Christian Hans Müller qualche anno dopo al Siebel Institute di Chicago. I continui riferimenti alla sommellerie fanno sì che il target iniziale della beerfirm siano ovviamente i tavoli dei ristoranti, a quali proporre una valida alternativa ai vini: il debutto avviene con la Müller Dreistern, una Heller Bock/Marzen affinata in botti di Brandy che rappresenta anche un legame con la famiglia di Müller, il cui bisnonno produceva distillati. La birra viene prodotta presso gli impianti della Alpirsbacher Klosterbräu sfruttando alcune amicizie; le ricette successive verranno realizzate soprattutto alla  Bürgerliches Brauhaus Wiesen  e alla Eder & Heylands Brauerei di Grossostheim; è qui che nasce la più “democratica” Nizza, una birra al frumento con luppolatura americana che ha come target bar e locali meno informali rispetto alle tavole dei ristoranti. La gamma Hanscraft & Co si è poi ampliata includendo l’IPA Backbone Splitter, la Imperial Stout Black Nizza, la Saison Julie e, più di recente, una Single Hop Keller Pils oltre ad alcune birre stagionali ed occasionali; per il futuro Müller dichiara di voler esplorare anche il mondo delle birre acide e, soprattutto, di essere pronto a passare da beerfirm a produttore per poter soddisfare tutte le richieste dei clienti. Nel 2014 il popolo di Ratebeer ha eletto la beerfirm come “new best brewer” in Baviera per l’anno 2013.La birra.Primo tentativo di Hanscraft con uno stile belga, la Saison Julie viene realizzata presso la  Bürgerliches Brauhaus Wiesen; la ricetta prevede frumento maltato,  malti Monaco, Pils e CaraAmber, mentre i luppoli scelti sono Chinook e Sorachi Ace. Lo stappo della bottiglia è abbastanza frustrante, con un gushing lento ma inesorabile di una pannosa schiuma biancastra dalla lunghissima persistenza  che obbliga ad una lunga attesa prima di poter comporre un bicchiere di birra decente; le particelle di lievito sospinte dall’esplosività della birra rendono il colore arancio piuttosto torbido per un risultato finale non troppo bello da vedere. L’aroma disegna comunque un bel campo di fiori nel quale trovano spazio anche i profumi di agrumi (polpa d’arancia, scorza di limone/lime), di mela e qualche accenno di tropicale: l’intensità è buona mentre pulizia ed eleganza mostrano ampi margini di miglioramento. La bevuta è da subito vivacissima grazie anche ad una carbonazione molto sostenuta (qualcuno potrebbe anche dire troppo) che dona a questa birra un carattere un po’ ruvido. Al palato crackers e miele anticipano la frutta tropicale (mango) e gli agrumi per un inizio di bevuta dolce che viene poi ben bilanciato dalla lieve acidità del frumento e da un profilo "zesty" piuttosto evidente, protagonista del gradevole finale amaro in compagnia di note terrose. L'intensità è buona, lo stesso non si può dire della pulizia, penalizzata anche dal gushing che ha portato il fondo del lievito a disperdersi completamente nella birra: in una Saison alla perfetta eleganza preferisco sempre qualche "imperfezione rustica" ma qui un po' si esagera. La Saison di Hanscraft mostra comunque  personalità e carattere, elemento che non sempre ho trovato nelle interpretazioni tedesche di stili belgi o anglosassoni; la base c'è e una volta sistemate le problematiche evidenziate, soprattutto quelle legate all'esuberanza del lievito saison, potrebbe davvero venir fuori una birra interessante.Formato: 33 cl., alc. 6%, scad. 06/05/2016, 3.47 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Põhjala Must Kuld

Nuovo appuntamento con il birrificio estone Põhjala, uno dei protagonisti della piccola  “craft bier revolution” che sta lentamente cercando di svilupparsi anche nella piccola repubblica baltica; nato nel 2011 come beerfirm, dal 2014 è a tutti gli effetti un vero birrificio e da qualche mese le sue birre hanno una buona distribuzione in tutta Europa, Italia inclusa.  Come già raccontatovi in questa occasione, lo fondano tre soci  (Enn Parel, Peeter Keek e Gren Noormets) ai quali si aggiunge in seguito  Tiit Paananen; a fare birra viene chiamato a Tallinn  il giovane (26 anni) Chris Pilkington, ex-BrewDog e conosciuto dai soci proprio nell’occasione di una visita allo stabilimento del birrificio scozzese. Oltre al birrificio, è aperto da qualche mese anche il locale  “Speakeasy”  (Kopli 4, Tallinn), a due passi dalla città vecchia e di fronte alla stazione dei treni:  nel piccolo bar e nel più ampio giardino vi aspettano sgabelli, qualche divano, quattro spine e una selezione di bottiglie. Dopo la IPA Virmalised e le due scure Pime Öö  (Imperial Stout) e Pesakond  (Black IPA) è oggi il turno di una robusta Porter (7.8%) chiamata Must Kuld, ovvero “oro nero” ma quello che suggerisce l’etichetta (credo si tratti di una fava di cacao) è ben altro.La birra.Malti Pale, Munich, Cara pale, Crystal 50, Crystal 150, Crystal 200, Carafa type 2 special e Chocolate malt; lattosio, luppoli Magnun e EK Goldings: questo prevede la ricetta di una porter che nel bicchiere si presenta quasi sensuale, di un luminoso color nero con una finissima e cremosa schiuma marrone scuro, molto compatta e molto persistente. L’aroma è piuttosto dolce e complesso, una sorta di dessert liquido composto da cioccolato al latte, miele, creme brûlé, caffè, caramello e melassa: anche la cenere fa ogni tanto capolino. L’opulenza viene sorretta da un ottimo livello di pulizia ed anche di finezza.  Il gusto è inizialmente disturbato da una carbonazione un po’ troppo invadente, ma è sufficiente roteare un po’ il bicchiere per stemperare un po’ le bollicine e trovarsi una porter morbida e cremosa che riesce comunque a scorrere piuttosto bene. Il percorso continua sugli stessi binari al palato, un dessert in forma liquida nel quale si trovano caramello e melassa, miele e cioccolato al latte, con il dolce parzialmente contrastato dal caffè, dal pane tostato, dal cioccolato amaro e dalla lieve acidità dei malti scuri. Quasi sfacciata nella sua dolcezza, ma sempre caratterizzata da una certa raffinatezza: merito soprattutto dell’azzeccato finale, molto elegante, nel quale cioccolato, torrefatto e caffè portano quell’amaro necessario a scongiurare il rischio stuccevolezza.  Il contributo dell’alcool è molto delicato e avvertibile solamente nel retrogusto, accompagnato dal miele, dal caffè e del lieve torrefatto. Il birrificio usa la parola anglosassone “decadent cake” per descriverla, un aggettivo che in italiano si potrebbe in questo caso tradurre come indulgente, ricco, lussurioso:  una definizione appropriata per una Porter molto pulita e facile da bere ma che meglio si presta ad essere sorseggiata per poterne apprezzare tutte le sfumature. Mi viene quasi inevitabile fare un confronto con le birre-dessert di Omnipollo, tipo questa o questa. Levate gli steroidi, dimenticate gli ingredienti “strani” e le gradazioni alcoliche a doppia cifra: con i classici quattro ingredienti (acqua, malto, lievito e luppolo) e l’aggiunta di lattosio Põhjala riesce a costruire una porter altrettanto golosa e peccaminosa quanto l’antropomorfo (o Arcimboldesco, se preferite) frutto raffigurato in etichetta.Se vi piacciono le birre dessert, questa fa al caso vostro. Formato: 33 cl., alc. 7.8%, IBU 45, lotto 091, scad. 06/07/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bruery Terreux Tonnellerie Rue

I brettanomiceti sono una delle ultime "mode" nel campo della cosiddetta birra artigianale: sono sempre più i birrifici che decidono di  iniziare ad utilizzarli, ma ci vuole davvero molta cautela quando ci si immischia con quello che è considerato, soprattutto nel mondo del vino, un agente contaminante. Usare questi lieviti nello stesso ambiente adibito alla produzione di birra "normale" o – peggio ancora – con gli stessi impianti comporta l’elevato rischio (per quanto un birraio possa pulire e sanificare) di trovarsi “brettate” anche birre che non lo dovrebbero essere. Ne sanno qualcosa in California al birrificio The Bruery, che nel 2013 è stato costretto a prendere la decisione di separare drasticamente la linea produttiva delle birre “normali” da quelle acide per porre rimedio ad una serie di problemi qualitativi che i clienti iniziavano a lamentare sulle loro (spesso esose) bottiglie; esemplari di White Chocolate, Cacaonut, Autumn Maple Barrel Aged e Praecocia (tutti oggetti da oltre 30 dollari a bottiglia)  erano risultati infetti e anche la tanto attesa collaborazione con il birrificio Three Floyds (Rue D’Floyd, una massiccia imperial porter  da 14.4% invecchiata in botti di Bourbon con ciliegie, caffè e vaniglia) non era esente da pecche, obbligando il birrificio ad un comunicato stampa in cui si invitava la gente a conservare la birra in frigo e consumarla entro due mesi dall’acquisto onde evitare il rischio del manifestarsi di una possibile infezione batterica.  Nell’estate del 2014 Patrick Rue annuncia la nascita di Bruery Terreux, un marchio completamente dedicato alla produzione di birre acide e fermentazioni spontanee: nei suoi locali, posti a qualche chilometro di distanza (1174 N Grove St, Anaheim), verrà trasportato il mosto prodotto presso The Bruery per  l’inoculazione dei lieviti selvaggi, la fermentazione e l’eventuale invecchiamento in botte. Anche l’imbottigliamento avverrà presso una nuova linea completamente dedicata. A gennaio 2015 viene svelato il nome della persona scelta da Patrick Rue a cui viene affidato l’intero progetto Terreux: si tratta di Jeremy Grinkey, proveniente dal mondo del vino e  - sebbene appassionato birrofilo -  alla grossa prima esperienza in ambito brassicolo dopo tre anni passati a supervisionare la produzione della Jason-Stephens Winery nella Silicon Valley. Sotto il marchio Terreux “migrano” con nuove etichette tutte le birre acide e prodotte con lieviti selvaggi, tra le quali ad esempio le famose Saison Rue, Oude Tart,  Sour in the Rye, Reuze e Tart of Darkness.   Bruery Terreux (“terroso”) debutta il 22 aprile 2015 proprio in coincidenza con la Giornata della Terra:  il nuovo progetto di Patrick Rue ha dunque spento la scorsa settimana la prima candelina e lo festeggio anch'io con una bottiglia di Tonnellerie Rue.La birra.Tonnellerie Rue è spiegata dal suo stesso nome: trattasi di una variante della Saison Rue che fermenta (100%) in botti (tonnellerie, in francese) di legno.  La ricetta di base dovrebbe essere la stessa, ovvero 35% di segale maltata, malto Special Roast ed una piccola percentuale di Chocolate, luppoli Sterling e Crystal; secondo quanto dichiara il birrificio, la fermentazione avviene spontaneamente con i lieviti selvaggi ed i batteri naturalmente presenti nelle botti di legno che hanno ospitato in precedenza altre birre “simili”. Una Saison per Ratebeer e per The Bruery,  mentre BeerAdvocate preferisce incasellarla tra le American Wild Ales. La Tonnellerie Rue fa il suo esordio nella gamma Terreux nell’estate del 2015 ed è proprio a quel primo lotto che questa bottiglia appartiene; lo stappo avviene fortunatamente senza le fontane nei confronti delle quali il birrificio aveva messo un po’ in guardia i clienti. Estate nel bicchiere, che si riempie di un intenso dorato/arancio velato, sormontato da una generosissima schiuma bianca, compatta, quasi pannosa e dall’ottima persistenza.  L’aroma, benché molto pulito, non offre una grande intensità: ci sono comunque profumi floreali che convivono con quelli del legno, della scorza di limone e della mela acerba. Evidente la componente lattica, rimane in sottofondo un remotissimo accenno dolce alla frutta tropicale. La sensazione palatale è invece perfetta, quella che vorresti trovare in ogni saison/farmhouse ale: corpo medio ma ottima scorrevolezza, grande vivacità data dall’elevata carbonazione. Il mouthfeel risulta sorprendentemente più morbido che rustico, nonostante l’impiego di un’elevata percentuale di segale. Non c’è molta complessità nel gusto, ma quel che c’è si distingue per pulizia e per intensità: pane e biscotto sorreggono un fruttato molto succoso ricco di albicocca, polpa d’arancia e qualche lieve ricordo tropicale, il tutto (dolce) molto ben bilanciato dall’acidità lattica. Può sembrare strano definire rinfrescante una birra dal contenuto alcolico non indifferente (8.5%), ma la verità è che questa Tonnellerie Rue si beve davvero  con molta facilità risultano efficacissima nel placare sete e calura. L’alcool è appena percepibile (al contrario della bottiglia di Saison Rue che mi era capitata di bere qualche anno fa), il finale è molto secco  con un breve passaggio amaricante in territorio lattico/terroso/zesty a ripulire definitivamente il palato. Più elegante che rustica, semplice ma gustosa: un’ottima bevuta ma considerando l’elevato prezzo di The Bruery (negli USA siamo sui 15.00 dollari a bottiglia) forse era lecito pretendere una maggiore complessità/profondità (soprattutto a livello aromatico) e qualche emozione in più. Formato: 75 cl., alc. 8.5%, IBU 20, lotto #215pt3, imbott.  29/07/2015, 19,99 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

White Pony Black Sheep Imperial Stout

E’ probabilmente più conosciuta all’estero che nella nostra penisola, ma dietro alla beerfirm White Pony c’è il giovane italiano Roberto Orano (Piove di Sacco, Padova) che ha  trasformato la sua passione per la birra (bere, viaggi, collezionismo) prima nell’hombrewing e poi in una professione. Nel suo DNA c’è il Belgio (il padre è nato a Liegi) ed è proprio in questa nazione che White Pony ha deciso di andare a produrre: la data di nascita della beerfirm è il 2012  e le birre, che iniziano ad essere distribuite nella primavera dall’anno successivo soprattutto all’estero (il mercato belga assorbe il 50% della produzione), ottengono un buon riscontro: al Kerst Bier di Essen del dicembre 2013 una versione barricata del barley wine chiamato The Oracle viene votata tra le migliori 10 birre del festival. Il “White Pony” ( il nome è un omaggio all’omonimo album dei Deftones) può sembrare piccolo e timido ma le birre prodotte non lo sono affatto: il portfolio è costituito per la stragrande maggioranza da robuste birre dall’ABV in doppia cifra. Parliamo di Belgian Dark Strong Ales/Quadrupel, Barley Wine e Imperial Stout/Porter, molte di loro anche disponibili in versione barrel aged. In Italia c’è un piccolo impiantino/laboratorio sul quale vengono testate le ricette con cotte da un centinaio di litri, mentre la produzione in terra belga è avvenuta principalmente presso il birrificio 't Gaverhopke  (Stasegem) al ritmo di 20/30 HL al mese. A fine 2015 la beerfirm ha comunicato la decisione di spostarsi altrove per raddoppiare i volumi ma anche per migliorare qualitativamente la proprie birre: i candidati credo siano Anders (Halen), Millevertus (Breuvanne-Tintigny) e soprattutto Het Nest  (Oud-Turnhout). Verificate la forma delle bottiglie: le nuove hanno il collo allungato, mentre le precedenti sono nella classica bottiglia belga “bassa” stile Duvel. L’aumento dei volumi ha reso possibile l’esportazione verso nuovi mercati (Europa dell’est e Asia) e una maggiore disponibilità anche per Europa, Usa, Canada e Scandinavia; anche l’ Italia, dove sino ad ora non era affatto semplice reperire White Pony, ne ha beneficiato.La birra. Perfettamente nera, forma un buon cappello di schiuma nocciola cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Al naso c'è una buona complessità composta da fruit cake, cioccolato, liquirizia e tostature, tutti circondati da una percepibile note etilica; in sottofondo accenni di tabacco e cenere, carne affumicata ma anche una punta di salamoia. L'intensità è discreta, pulizia ed eleganza hanno invece buoni margini di miglioramento. Il gusto rivela una buona intensità e una sensazione palatale importante: il corpo è tra il medio ed il pieno, le bollicine sono poche e la consistenza è densa e oleosa, morbida, quasi masticatible e - in questo senso - più scandinava che belga. Caffè, cioccolato, orzo tostato e liquirizia si dividono la scena bilanciate dal dolce di caramello e fruit cake; anche al palato da ogni tanto capolino una delicata nota affumicata, carnosa e anche qui c'è una lieve salamoia a disturbare un po' la bevuta. L'alcool è molto meno in evidenza rispetto all'aroma, con una bevuta che risulta poco impegnativa, se si considera la gradazione alcolica. Molto bilanciato il retrogusto tra caffè, cioccolato e cenere, molto bilanciata la bevuta tra dolce, amaro delle tostature e acidità dei malti scuri. Il livello è sicuramente buono, pur restando ampi margini di miglioramento soprattutto per quel che riguarda pulizia ed eleganza: non ho ancora assaggiato i nuovi lotti che non vengono più prodotti presso Gaverhopke, ma se vi piacciono le birre "estreme" ed importanti White Pony è sicuramente un nome da segnare sulla vostra agenda. Formato: 33 cl., alc. 10.1%, lotto 01/2015, scad. 25/02/2019, 5.95 Euro (beershop, Belgio).

Ayinger Weizenbock

Viene servito il 2 febbraio 1878 il primo bicchiere di birra prodotto dal birrificio Aying, nato per volontà di Johann Liebhard che decise di affiancare la produzione di birra al luogo di ristoro inaugurato dal padre nel 1810.  Johan non ebbe figli maschi e alla sua morte, avvenuta nel 1910, l'attività fu portata avanti dalla figlia Maria assieme al marito August Zehentmair: a loro il compito di resistere alla prima guerra mondiale e di ricostruire il birrificio dopo il violento incendio del 1923; quattro anni dopo una Ayinger venne servita per la prima volta a Monaco di Baviera, città verso la quale fu ben presto dedicata la metà della capacità produttiva. August Zehentmair morì a soli cinquantasei anni nel 1936 e, di nuovo in assenza di un erede maschio, fu la figlia Maria Kreszenz  a ricevere il testimone assieme al marito Franz Inselkammer.  Aying uscì miracolosamente indenne dalle devastazioni della seconda guerra mondiale ed il birrificio riuscì a sfruttare in pieno la ripartenza economica degli anni 50, aprendo a Monaco la Wirsthaus proprio di fronte alla Hofbräuhaus, nella Platzl. A Franz Inselkammer è succedo nel 1963 Franz II, diplomato birraio a Weihenstephan e promotore della costruzione del nuovo moderno birrificio inaugurato nella 1999 alla periferia di Aying con un investimento da 21 milioni di Marchi. Al consiglio direttivo della famiglia Inselkammer partecipa dal 2010 anche il giovane Franz III, diplomato ad Andechs; a dirigere le operazioni del birrificio c'è Helmut Erdmann, mentre il birraio principale è attualmente Hans-Jürgen Iwan.La birra.E' disponibile nei mesi invernali la Weizenbock che potete bere nella Bräustüberl in centro ad Aying o, se preferite, nella più elegante Brauereigasthof che si trova dall'altra parte della strada e dove potete anche pernottare, se lo desiderate.Nel bicchiere è velatamente dorata con qualche riflesso arancio, sormontata da un cremosissimo cappello di schiuma biancastra che, benché non troppo generoso, si dimostra impeccabile per finezza e compattezza. Al naso dominano gli esteri fruttati (banana) accompagnati dalle spezie (chiodi di garofano): il bouquet è zuccherino, ci sono quasi accenni di pasticceria la cui dolcezza viene parzialmente mitigata dalle note acidule del frumento. Il gusto è perfettamente corrispondente con l'aroma, riproponendo banana e chiodi di garofano ai quali s'aggiungono note di bubble-gum e di pane/cereali. Il corpo è medio, la carbonazione vivace contribuisce a bilanciare il dolce senza compromettere una sensazione palatale complessivamente morbida, mentre la bevibilità rispetta gli elevati standard della tradizione tedesca. Il soffuso calore etilico e l'acidità del frumento giocano la loro partita a più riprese, in un testa a testa di sensazione calde e fresche dal quale esce vittoriosa quasi al fotofinish la componente etilica, in un gratificante retrogusto capace di riscaldare le fredde serata d'inverno. Si compone così una Weizenbock pulitissima ed eseguita con precisione chirurgica, dolce e "bananosa" ma comunque bilanciata ed estremamente godibile. Formato: 33 cl., alc. 7.1%, lotto 5288, scad. 10/2016, 0.87 Euro (supermercato, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.