Statale Nove J and B

Ritorna sul blog dopo un lungo periodo d’assenza il birrificio bolognese Statale Nove, fondato da quattro soci nel 2008 e guidato in sala cottura principalmente dal birraio Filippo Bitelli; il birrificio produce oggi una gamma di birre abbastanza ampia che spazia dalla tradizione tedesca a quella anglosassone senza tralasciare l’utilizzo di prodotti locali (pere, miele di castagno).  La Germania rimane tuttavia il territorio sul quale il birrificio ha sino ad ora ottenuto la maggior parte dei riconoscimenti, con medaglie che puntualmente arrivano ad ogni edizione di Birra dell’Anno. Così è stato anche per la birra di oggi, una doppelbock premiata con l’argento a Birra dell'Anno 2013  (Categoria 5 Birre a bassa fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione tedesca) e con il bronzo all’ultima edizione 2015. Come spiega lo stesso birraio, la J and B è dedicata al suo secondo figlio Jacopo, la cui data di nascita (18/05/2011) è anche impressa in etichetta. Le Doppelbock sono birre tradizionalmente stagionali che vengono prodotte nel periodo della Quaresima. Secoli fa, i monaci che dovevano affrontare un lungo periodo di digiuno erano soliti realizzare una birra più alcolica e “nutriente” da  consumare in sostituzione del cibo, ma non solo: siccome vigeva la credenza che i liquidi avevano la funzione di ripulire sia il corpo che l'anima, una birra particolarmente forte avrebbe avuto un potere "purificante" ancora più grande. La storia ve l’avevo già raccontata in occasione della Paulaner Salvator. Fedele alla tradizione, la doppelbock di Statale Nove è pronta ogni anno a maggio; la bevo con qualche mese di ritardo, approfittando del fresco autunnale. Anche se priva del classico suffisso “ator”  con il quale vengono spesso chiamate le doppelbock, la J and B di Statale Nove arriva nel bicchiere di un bel color ambrato carico velato con sfumature dorate e ramate; la schiuma ocra è “croccante” e cremosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Il naso è abbastanza ricco e pulito, con un bel bouquet profumato di biscotto e pane nero, toffee, uvetta e prugna, frutta secca, frutti rossi (ciliegia). La scuola e la tradizione tedesca richiedono che le birre siano ben scorrevoli e facili da bere e questa doppelbock le rispetta in pieno: corpo medio e poche bollicine, in una birra che non richiede grosso impegno nonostante si tratti di una "strakbier" dal buon contenuto alcolico (8.1%). Biscotto, pane nero e caramello, miele, uvetta e prugna compongono il gusto dolce che è ben sostenuto da un morbido alcool warming che alza la testa solamente quando deve, ovvero nel finale; la chiusura è leggermente amara di pane tostato, frutta secca, una suggestione di cioccolato. La bevuta procede pulita e morbida, intensa e ben  equilibrata nella sua dolcezza, in un'interpretazione molto convincente della tradizione tedesca come peraltro il birrificio bolognese ha spesso dimostrato di saper fare.Tutto bene, ma purtroppo non posso esimermi dal menzionare il fattore prezzo, croce (senza nessuna delizia) della cosiddetta "birra artigianale"  italiana; la doppelbock di Statale Nove tiene testa alle famose sorelle tedesche, ma costa 10 Euro al litro, mente Celebrator, Salvator, Triumphator, Speziator e altre doppelbock tedesche viaggiano tra i 2 e 3 euro al litro, se acquistate in Germania. Raddoppiate la cifra se le acquistate in Italia: vi lascio trarre le debite conclusioni e pensare a quante potreste berne.Formato: 75 cl., alc. 8.1%. IBU 20, lotto 353, imbott. 07/05/2015, scad. 07/02/2016, 8.00 Euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

OostEke Het 5e Seizoen (Het Vijfde Seizoen)

Continuiamo la scoperta di nuovi attori nel panorama brassicolo belga che, in molti casi, sono piccole realtà che hanno da poco iniziato utilizzando la formula “beerfim” E questo il caso di OostEke Brouwers, fondato dall’homebrewer  e birrofilo Alain Senechal aiutato dall’amico Gert Cammerman; i due non si vergognano affatto di non disporre d’impianti di proprietà e promettono di dichiarare sempre esplicitamente, in etichetta, il luogo di produzione delle proprie birre. Amano definirsi una “brewing company” che disegna le ricette a casa e le produce poi personalmente su impianti altrui: la loro sede operativa è a Gavere, una ventina di chilometri a sud di Gent/Gand, e la maggior parte delle birre sono realizzate nel birrificio Contreras  che ha sede nella stessa località. Il debutto avviene con una “quadrupel” chiamata Quadrum e con la saison “Het 5e Seizoen”, seguite dalla blond “Zoetje”, dalla Tripel-0-Seven, da un whiskey single malt e dalle versioni barricate di Saison e Quadrupel Versiamo nel bicchiere questa “Het Vijfde Seizoen”, ovvero “la quinta stagione”, ovvero una saison generosamente luppolata (anche in dry hopping) con – presumo – luppoli extraeuropei non specificati: l’etichetta riporta solo vagamente l’utilizzo di tre luppoli, tre tipi di malto e due erbe non specificate. Ambrata con riflessi dorati, genera un’esuberante ed enorme cappello di schiuma, pannosa e compatta, molto difficile da contenere e che sembra non volersi mai dissolvere. Al naso c’è un’ottima intensità di frutta tropicale matura, passion fruit ed arancia rossa, qualche suggestione di fragola e lampone, caramello; discreto il livello di pulizia e di eleganza. Al palato le bollicine sono davvero troppe anche per una saison e precludono in parte la percezione dei sapori; bisogna farle calmare roteando po’ il bicchiere. Il gusto mantiene una grande corrispondenza con l’aroma:  biscotto e caramello, la stessa frutta dolce dell’aroma che qui viene riproposta in modo un po’ sciropposo. L’intensità è notevole, ma pulizia ed eleganza (e non sto parlando di quel carattere rustico che una siason dovrebbe sempre avere) non sono allo stesso livello; la generosa luppolatura tende un po’ a prevaricare tutto con un risultato finale che a tratti  - con le dovute proporzioni – potrebbe ricordare quello di alcune IPA-dolcioni. Anche il finale amaro,intenso ma poco aggraziato, si muove in questa direzione; note resinose, vegetali e di erbe officinali molto più in evidenza degli IBU (37) dichiarati. Di saison ci ho trovato veramente poco: il lievito, sulla cui espressività dovrebbe basarsi qualsiasi birra di questo stile viene eclissato dal luppolo, con un risultato piuttosto sbilanciato, poco raffinato e alquanto incompiuto.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 37, imbott. 27/03/2015, prezzo 1.65 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

OostEke Het 5e Seizoen (Het Vijfde Seizoen)

Continuiamo la scoperta di nuovi attori nel panorama brassicolo belga che, in molti casi, sono piccole realtà che hanno da poco iniziato utilizzando la formula “beerfim” E questo il caso di OostEke Brouwers, fondato dall’homebrewer  e birrofilo Alain Senechal aiutato dall’amico Gert Cammerman; i due non si vergognano affatto di non disporre d’impianti di proprietà e promettono di dichiarare sempre esplicitamente, in etichetta, il luogo di produzione delle proprie birre. Amano definirsi una “brewing company” che disegna le ricette a casa e le produce poi personalmente su impianti altrui: la loro sede operativa è a Gavere, una ventina di chilometri a sud di Gent/Gand, e la maggior parte delle birre sono realizzate nel birrificio Contreras  che ha sede nella stessa località. Il debutto avviene con una “quadrupel” chiamata Quadrum e con la saison “Het 5e Seizoen”, seguite dalla blond “Zoetje”, dalla Tripel-0-Seven, da un whiskey single malt e dalle versioni barricate di Saison e Quadrupel Versiamo nel bicchiere questa “Het Vijfde Seizoen”, ovvero “la quinta stagione”, ovvero una saison generosamente luppolata (anche in dry hopping) con – presumo – luppoli extraeuropei non specificati: l’etichetta riporta solo vagamente l’utilizzo di tre luppoli, tre tipi di malto e due erbe non specificate. Ambrata con riflessi dorati, genera un’esuberante ed enorme cappello di schiuma, pannosa e compatta, molto difficile da contenere e che sembra non volersi mai dissolvere. Al naso c’è un’ottima intensità di frutta tropicale matura, passion fruit ed arancia rossa, qualche suggestione di fragola e lampone, caramello; discreto il livello di pulizia e di eleganza. Al palato le bollicine sono davvero troppe anche per una saison e precludono in parte la percezione dei sapori; bisogna farle calmare roteando po’ il bicchiere. Il gusto mantiene una grande corrispondenza con l’aroma:  biscotto e caramello, la stessa frutta dolce dell’aroma che qui viene riproposta in modo un po’ sciropposo. L’intensità è notevole, ma pulizia ed eleganza (e non sto parlando di quel carattere rustico che una siason dovrebbe sempre avere) non sono allo stesso livello; la generosa luppolatura tende un po’ a prevaricare tutto con un risultato finale che a tratti  - con le dovute proporzioni – potrebbe ricordare quello di alcune IPA-dolcioni. Anche il finale amaro,intenso ma poco aggraziato, si muove in questa direzione; note resinose, vegetali e di erbe officinali molto più in evidenza degli IBU (37) dichiarati. Di saison ci ho trovato veramente poco: il lievito, sulla cui espressività dovrebbe basarsi qualsiasi birra di questo stile viene eclissato dal luppolo, con un risultato piuttosto sbilanciato, poco raffinato e alquanto incompiuto.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 37, imbott. 27/03/2015, prezzo 1.65 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Maltus Faber Extra Brune Barricata

Ultimamente non sono molto fortunato con le produzioni Maltus Faber, birrificio genovese la cui costanza qualitativa – mi tocca dedurre – è un po’ altalenante.   Segnalo giusto per dovere di cronaca Imperial ed  Extra Brune bevute qualche tempo da tutt’altro che entusiasmanti; riprovo quest’anno con la versione barricata di quest’ultima birra, una massiccia Belgian Dark Strong Ale (10% ABV) che viene affinata per almeno sei mesi in botti di legno che hanno ospitato grandi vini, tra i quali Brunello di Montalcino e se non erro, per il lotto in questione, Barbera Bricco dell'Uccellone. Il suo vestito è quello della tonica di frate, piuttosto torbida, e pressoché privo di schiuma; le bolle grossolane che si formano hanno comunque una lunga persistenza al bordo del bicchiere. Al naso c’è una buona intensità, nella quale spicca da subito il carattere vinoso e legnoso dovuto all’affinamento in botte: ciliegie, uva, amarene, frutti di bosco, legno umido, sentori di vino liquoroso e leggermente ossidato, porto. I profumi non sono particolarmente eleganti ma creano comunque un buon equilibrio tra dolce ed aspro. Al palato questa bottiglia di  Extra Brune Barricata arriva praticamente “piatta”: il dolce del caramello, dell’uvetta e della prugna,  del vino liquoroso sono bilanciati da ciliegie aspre e frutti rossi acerbi, ma quello che colpisce maggiormente è la caratterizzazione vinosa, e ossidata, che il passaggio in botte ha conferito alla birra. L’affinamento in botte dovrebbe “arricchire” la birra base, impreziosendola con alcune determinate caratteristiche senza tuttavia “cannibalizzarla”: in questo caso la componente parte vinosa tende a coprire quasi tutta la birra con l’ossidazione che si porta dietro pregi (vino liquoroso) ma anche dei difetti (cartone bagnato, astringenza eccessiva) che non ci dovrebbero essere.  L’impressione a tratti è quasi di bere una bottiglia di vino aperta qualche giorno fa e poi richiusa: l’alcool è molto ben nascosto, forse anche troppo per quanto viene dichiarato (10%); ne guadagna indubbiamente la bevibilità, ma è un bicchiere che non riesce mai davvero a scaldare il cuore di chi lo sta bevendo. La birra, tutto sommato bevibile ma poco elegante, chiude ricca di tannini  con un retrogusto vinoso dove finalmente si avverte un leggero tepore etilico che tuttavia non riesce a rimettere in sesto una bottiglia piuttosto deludente. Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 183, scad. 09/2018,  6.60 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dolle Dulle Teve

Non ci si deve aggrappare  a  troppe certezze o chiamare in causa la "normalità" quando si ha a che fare con il birrificio belga De Dolle guidato dall'eclettico Kris Herteleer. Si narra così che all'origine dell'originale nome di questa birra ci fosse un'amichevole conversazione tra Kris e il proprietario di un café-ristorante di Bruges, nel corso della quale stavano discutendo la ricetta di una nuova birra. L'incontro si prolungò più del previsto e la moglie del proprietario iniziò a tempestarlo di telefonate affinché tornasse a casa. Quando lui apostrofò  al telefono la moglie chiamandola "Dulle Teve" (espressione dialettale delle fiandre occidentali che corrisponde più o meno a "cagna/puttana pazza/furiosa"), Kris Hertleer esclamò di aver trovato il nome per la birra che stava per nascere.  L'etichetta, una delle poche non disegnate da Hertleer, viene realizzata dall'artista di Bruges Peter Six; al collo della bottiglia gli improbabili papillon che il birraio "pazzo" spesso indossa.La Dulle Teve debutta nel 1993 e viene oggi prodotta - tra l'altro - con luppolo EK Goldings e zucchero candito. Il nome scelto ("Mad Bitch" ) ha ovviamente creato qualche problemino per l'esportazione negli Stati Uniti, dove è stata semplicemente rinominata "Triple".Nel bicchiere si presenta di colore arancio opalescente con sfumature dorate e piccole particelle di lievito in sospensione; la bianca schiuma è esuberante e compatta, cremosissima, molto persistente.  Il naso porta in dote fiori bianchi, profumi di mela al forno, miele, canditi, marzapane, frutta a pasta gialla, pera e una suggestione di ananas, zucchero candito.Guardando l'etichetta saresti portato a pensare d'avere nel bicchiere una "stronza", una "cagna" che abbia per morderti, ma non c'è niente di più errato. L'inizio è quasi carezzevole, con un freschezza di frutta (arancia, pesca e mango, mela) quasi inconcepibile per una birra che dichiara 10 gradi alcolici in percentuale. Il gusto è ricco e dolce di pane, miele, un tocco biscottato, canditi: l'alcool inizia nascondendosi per poi iniziare una splendida progressione, in un morbido crescendo che lo porta prima a stemperare il dolce e poi a diventare un delicato ma intenso protagonista del retrogusto, ricco di frutta sotto spirito. Non vi è praticamente traccia evidente d'amaro, eppure la birra riesce a non essere assolutamente troppo dolce grazie ad una superba attenuazione. La bevibilità (10%!) è quasi criminale, le bollicine sono inizialmente un po' in eccesso ma basta lasciarle evaporare un po' per poter godere di quell'ingresso in bocca quasi cremoso che ti porta inizialmente a credere di avere nel bicchiere quasi una "session beer". Dalle Teve è una stupenda Tripel, che ti saluta con una carezza per poi mandarti al tappeto alla fine del bicchiere, come solo una "Mad Bitch" saprebbe fare. Lotto (scad APR2017) in stato di grazia, non fatevi scappare la bottiglia se l'adocchiate in giro.Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 30, scad. 04/2017, 2.20 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Etnia Blond

Arriva sul già affollatissimo panorama brassicolo italiano la scorsa primavera il Birrificio Etnia; sono un gruppo di imprenditori, capitanati da Andrea Ferri, a dar vita a questa nuova realtà con sede produttiva a Sant'Alessio con Vialone, nel pavese. A fare il birraio viene chiamata una vecchia conoscenza di  molti appassionati italiani, quel Nicola “Nix” Grande che sin ad allora ben si era distinto al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) di Carnago (Va).   Gli impianti produttivi (sala cottura da 13 hl con 6 fermentatori da 10 hl) trovano spazio nello stabile un tempo occupato dal Birrificio Balmar; in progetto futuro ci dovrebbe essere anche l’apertura di un secondo stabilimento in Puglia dove il birrificio ha già la propria sede legale. La produzione è partita con un trittico di birre volutamente mirate alla ristorazione ed al cosiddetto “food pairing”;  una Double Blanche, una Double IPA ed una Blond che sono state poi affiancate dalla  linea più moderna delle “session beers”, caratterizzata anche da un diverso packaging:  tre Pale Ale, chiamate “USA”, “NZ” e “UK” con riferimento alla provenienza dei luppoli utilizzati. Non è certo un segreto l’amore di Nicola Grande per la tradizione brassicola belga, e mi sembrava giusto dare il benvenuto al birrificio sul blog con la sua “Blond”; pallidamente dorata e velata, genera un bel cappello di schiuma bianca compatta e quasi dannosa, dall'ottima persistenza. L'aroma esprime quasi una ventata di freschezza, molto pulita e di buona intensità, composta soprattutto da agrumi (mandarino, cedro, pompelmo), cereali, sentori erbacei ed una delicatissima speziatura donata dal lievito. Il gusto ripropone con la stessa pulizia ed eleganza gli elementi dell'aroma: la leggera base malata (crackers, un tocco di miele) supporta la dolce freschezza fruttata della pesca e  della polpa d'arancia poi ben bilanciate dall'amaro zesty e lievemente erbaceo che diventa un discreto (e mai invadente) protagonista del finale. Con una secchezza encomiabile, la Blond di Etnia mostra un'eccellente bevibilità abbinata ad una spensierata leggerezza, enfatizzata dalle vivaci bollicine. Per un birrificio la cui avventura è partita circa sei mesi il livello di pulizia (mi tocca ripetere il termine, ma è una delle caratteristiche fondamentali di ogni birra) e di equilibrio è davvero ottimo, e l'intensità non viene affatto sacrificata alla bevibilità. Tutto bene anche se  probabilmente manca ancora un pochino di personalità a questa Blond che, soprattutto nel finale, mostra a mio parere un pochino di timidezza,  vezzo peraltro perdonabile considerando che si tratta delle prime cotte prodotte. Formato: 33 cl., alc. 5.3%, IBu 29, lotto 3715, scad. 31/06/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mont des Cats

Il dibattito birrifici vs beerfirm è sempre attuale e vivo nel mondo della birra: c’è chi si schiera a prescindere contro chi produce senza avere i propri impianti e si fa magari chiamare ”birrificio o birraio”,  e c’è a chi invece interessa solo la qualità di quello che viene poi versato nel bicchiere. La beerfirm di oggi (perché tecnicamente si tratta di una birra prodotta altrove, su commissione) è tuttavia abbastanza particolare. Si tratta dell’abbazia Sainte Marie du Mont des Cats, localizzata a Godewaersvelde, comune francese nella regione di Nord-Passo di Calais; il confine col Belgio è ad un tiro di schioppo: Poperinge è a dieci chilometri, l’abbazia di St. Sixtus-Westvleteren a venti. La fondazione dell’abbazia avviene nel 1826, ma la presenza di monaci sulla sommità (solo 163 metri sul livello del mare) del Mont des Cats risale ad almeno due secoli prima; nel gennaio del 1826 alcuni cistercensi provenienti dall’abbazia francese di Notre-Dame du Gard iniziarono la costruzione di un monastero poi completato nel 1847. La produzione di birra, inizialmente riservata al consumo personale dei monaci, partì l’anno successivo con qualche mese di anticipo rispetto a quella del formaggio, che diventerà poi la principale fonte di “reddito” del monastero. Documenti storici ritrovati all’interno dell’abbazia testimoniano come la prima birra prodotta fosse ambrata e leggera ma ben presto rimpiazzata da un’altra dal maggior contenuto alcolico, apparentemente per non entrare in competizione con quelle prodotte da altri birrifici della zona. Non ci sono invece notizie su bottiglie; sembra che la birra fosse esclusivamente venduta in botti di legno; nei terreni circostanti si trovava anche un luppoleto. Il diffuso anticlericalismo di inizio ‘900 costrinse all’esilio i monaci stranieri, portando di fatto alla cessazione della produzione di birra nel 1907. Il colpo di grazia fu dato dalla prima guerra mondiale, le cui battaglie furono particolarmente cruente nella zona di confine tra Belgio e Francia. Il monastero  fu severamente danneggiato da un bombardamento tedesco nell’aprile del 1918, e il birrificio non fu mai più ricostruito. Da allora sino al 1970 i monaci si sono finanziati principalmente attraverso i prodotti agricoli ed i formaggi; in seguito i terreni agricoli furono dati in affitto e l’unica risorsa economica rimase la produzione casearia. La comunità di frati si è vista di recente costretta a pensare ad altre fonti di reddito che potessero affiancare i proventi derivanti dal caseificio. A giugno 2011, esattamente  a 163 anni di distanza dal primo barile di birra prodotto a Mont des Cats, Bernard-Marie van Caloen annuncia in una conferenza stampa di aver raggiunto un accordo con i “fratelli” dell’abbazia di Notre-Dame de Scourmont (ovvero Chimay) con i quali in un paio di mesi di lavoro è stata messa a punto una nuova ricetta. Bisogna sottolineare che i monaci di Mont des Cats non dispongono assolutamente delle risorse necessarie per progettare la costruzione di un impianto produttivo proprio e quindi la possibilità per il momento non è stata presa in considerazione. Si tratta tuttavia di una birra prodotta all’interno di un monastero trappista la cui produzione viene supervisionata dai monaci trappisti: Mont des Cats possiede quindi tutte le caratteristiche per potersi chiamare “Authentic Trappist Product”; la scritta “trappist beer” è effettivamente presente in etichetta, mentre è ancora assente il famoso logo esagonale. Ambrata, con velature ramate, leggermente velata: Mont des Cats si presenta con un enorme ed esuberante cappello di schiuma che obbliga ad alcune soste prima di poter versare l’intero contenuto della bottiglia nel bicchiere; la sua persistenza è lunghissima. Fiori, pera, pane e zucchero candito annunciano l’aroma, completato da sentori di biscotti speculoos, frutta secca; l’intensità è però piuttosto modesta e la pulizia è tutt’altro che encomiabile. La prima cosa che colpisce al palato sono le bollicine; tante, troppe anche per una birra "belga", bisogna pazientare un po' e lasciarle calmare. La scorrevolezza è comunque buona, il corpo medio. Gusto piuttosto dolce, con caramello, biscotto e miele in evidenza; in secondo piano i canditi e la frutta secca. Molto ben attenuata, risulta alla fine comunque equilibrata e mai stucchevole; la chiusura è lievemente amaricante (terroso, mandorla) ed il retrogusto è di nuovo in territorio dolce con caramello, miele ed un lieve tepore etilico. La bevuta risulta piuttosto avara di emozioni e a tratti anche un po' slegata; intensità e pulizia non sono certamente ad alti livelli, il suo compitino lo svolge portando a casa la sufficienza ma con un nota rivolta ai "genitori" di Scourmont/Chimay che l'hanno prodotta: ci si poteva impegnare di più. Formato: 33 cl., alc. 7.6%, lotto 15-199, scad. 12/2017, 2.15 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mont des Cats

Il dibattito birrifici vs beerfirm è sempre attuale e vivo nel mondo della birra: c’è chi si schiera a prescindere contro chi produce senza avere i propri impianti e si fa magari chiamare ”birrificio o birraio”,  e c’è a chi invece interessa solo la qualità di quello che viene poi versato nel bicchiere. La beerfirm di oggi (perché tecnicamente si tratta di una birra prodotta altrove, su commissione) è tuttavia abbastanza particolare. Si tratta dell’abbazia Sainte Marie du Mont des Cats, localizzata a Godewaersvelde, comune francese nella regione di Nord-Passo di Calais; il confine col Belgio è ad un tiro di schioppo: Poperinge è a dieci chilometri, l’abbazia di St. Sixtus-Westvleteren a venti. La fondazione dell’abbazia avviene nel 1826, ma la presenza di monaci sulla sommità (solo 163 metri sul livello del mare) del Mont des Cats risale ad almeno due secoli prima; nel gennaio del 1826 alcuni cistercensi provenienti dall’abbazia francese di Notre-Dame du Gard iniziarono la costruzione di un monastero poi completato nel 1847. La produzione di birra, inizialmente riservata al consumo personale dei monaci, partì l’anno successivo con qualche mese di anticipo rispetto a quella del formaggio, che diventerà poi la principale fonte di “reddito” del monastero. Documenti storici ritrovati all’interno dell’abbazia testimoniano come la prima birra prodotta fosse ambrata e leggera ma ben presto rimpiazzata da un’altra dal maggior contenuto alcolico, apparentemente per non entrare in competizione con quelle prodotte da altri birrifici della zona. Non ci sono invece notizie su bottiglie; sembra che la birra fosse esclusivamente venduta in botti di legno; nei terreni circostanti si trovava anche un luppoleto. Il diffuso anticlericalismo di inizio ‘900 costrinse all’esilio i monaci stranieri, portando di fatto alla cessazione della produzione di birra nel 1907. Il colpo di grazia fu dato dalla prima guerra mondiale, le cui battaglie furono particolarmente cruente nella zona di confine tra Belgio e Francia. Il monastero  fu severamente danneggiato da un bombardamento tedesco nell’aprile del 1918, e il birrificio non fu mai più ricostruito. Da allora sino al 1970 i monaci si sono finanziati principalmente attraverso i prodotti agricoli ed i formaggi; in seguito i terreni agricoli furono dati in affitto e l’unica risorsa economica rimase la produzione casearia. La comunità di frati si è vista di recente costretta a pensare ad altre fonti di reddito che potessero affiancare i proventi derivanti dal caseificio. A giugno 2011, esattamente  a 163 anni di distanza dal primo barile di birra prodotto a Mont des Cats, Bernard-Marie van Caloen annuncia in una conferenza stampa di aver raggiunto un accordo con i “fratelli” dell’abbazia di Notre-Dame de Scourmont (ovvero Chimay) con i quali in un paio di mesi di lavoro è stata messa a punto una nuova ricetta. Bisogna sottolineare che i monaci di Mont des Cats non dispongono assolutamente delle risorse necessarie per progettare la costruzione di un impianto produttivo proprio e quindi la possibilità per il momento non è stata presa in considerazione. Si tratta tuttavia di una birra prodotta all’interno di un monastero trappista la cui produzione viene supervisionata dai monaci trappisti: Mont des Cats possiede quindi tutte le caratteristiche per potersi chiamare “Authentic Trappist Product”; la scritta “trappist beer” è effettivamente presente in etichetta, mentre è ancora assente il famoso logo esagonale. Ambrata, con velature ramate, leggermente velata: Mont des Cats si presenta con un enorme ed esuberante cappello di schiuma che obbliga ad alcune soste prima di poter versare l’intero contenuto della bottiglia nel bicchiere; la sua persistenza è lunghissima. Fiori, pera, pane e zucchero candito annunciano l’aroma, completato da sentori di biscotti speculoos, frutta secca; l’intensità è però piuttosto modesta e la pulizia è tutt’altro che encomiabile. La prima cosa che colpisce al palato sono le bollicine; tante, troppe anche per una birra "belga", bisogna pazientare un po' e lasciarle calmare. La scorrevolezza è comunque buona, il corpo medio. Gusto piuttosto dolce, con caramello, biscotto e miele in evidenza; in secondo piano i canditi e la frutta secca. Molto ben attenuata, risulta alla fine comunque equilibrata e mai stucchevole; la chiusura è lievemente amaricante (terroso, mandorla) ed il retrogusto è di nuovo in territorio dolce con caramello, miele ed un lieve tepore etilico. La bevuta risulta piuttosto avara di emozioni e a tratti anche un po' slegata; intensità e pulizia non sono certamente ad alti livelli, il suo compitino lo svolge portando a casa la sufficienza ma con un nota rivolta ai "genitori" di Scourmont/Chimay che l'hanno prodotta: ci si poteva impegnare di più. Formato: 33 cl., alc. 7.6%, lotto 15-199, scad. 12/2017, 2.15 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Discount vs Industriale: Finkbräu Pils, Grafenwalder Pils, Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner

Si parla tanto, spesso e comunque non abbastanza dei prezzi (alti!) della cosiddetta “birra artigianale”:  non mi riferisco al consumo al pub, dove il delta costo tra una media “artigianale” e una industriale è minore. Mi riferisco in particolare al consumo in bottiglia casalingo: le “artigianali” che si trovano nei beershop, supermercati, enoteche e alimentari vari hanno un costo medio al litro che possiamo quasi moltiplicare quasi per cinque rispetto ad un’industriale. Ma per stavolta lasciamo fuori “l’artigianale” e parliamo delle  “birre del discount”: sono anche loro prodotti industriali, eppure costano sensibilmente meno (all’incirca la metà) dei noti marchi industriali. Avete sentito qualcuno lamentarsi che una lattina di Heineken al supermercato è cara perché costa il doppio di una birra discount? Ma questa differenza di prezzo è giustificata? Ci se ne accorge bevendole? Ho voluto fare una prova "quasi" alla cieca, mettendo a confronto due birre industriali e due “discount”  bevendole senza sapere che cosa ci fosse nel bicchiere; sono quattro Pils, o almeno questo è lo stile che i produttori dichiarano in etichetta. Le birre che ho scelto per questa prova sono le seguenti:  dal discount Finkbräu Pils e Grafenwalder Pils; dal supermercato Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner. Tutte e tre, per meglio renderle irriconoscibili, in formato 50 cl. e con il “lato superiore” della lattina di color argento. Le descriverò inizialmente facendo riferimento solamente al numero del bicchiere dal quale bevuto.Aspetto.Sono tutte e quattro identiche, limpide e dorate;  forse la Nr.1 è appena un po’ più chiara.  Tutte mostrano un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza: la ritenzione delle birre Nr.1 e Nr.4 è leggermente migliore, con una patina bianca che rimane sempre in superficie. Aroma. Bicchiere nr.1:   avverto miele e cereali, crosta di pane, qualche sentore erbaceo. La fragranza non è certamente di casa, l’intensità non è granché ma per lo meno i profumi “giusti” ci sono. Bicchiere nr.2:  aroma assente, bisogna farla scaldare un po’ per far emergere un qualcosa dolciastro che mi ricorda un po’ il mais, ingrediente non citato sulla lattina. A temperatura ambiente mi sembra che ci sia anche un po’ di cartone bagnato. Bicchiere nr.3:  anche qui aroma nullo, con qualche lieve miglioramento a temperatura ambiente. Qualcosa di dolce simile al mais e ricordi di cereali che emergono quando la birra si scalda. Bicchiere nr.4: pochissima intensità, ma almeno qualcosa c'è. E' una generale sensazione dolce di pane, forse miele, nella quale non c’è ovviamente traccia di fragranza ed eleganza. Mouthfeel. Ovviamente leggere, watery e mediamente carbonate. Un DNA che le accomuna tutte, con la componente “acquosa” un troppo marcata nel bicchiere nr.2.Gusto. Bicchiere nr.1: pane, cereali, accenno di miele. Non c’è una gran intensità ma – come per l’aroma -  ci sono quasi tutti i descrittori tipici dello stile. Si finisce nell’amaro erbaceo, non particolarmente elegante ma tollerabile; l'amaro è molto più evidente che negli altri bicchieri, ma all'alzarsi della temperatura aumenta anche la percezione della sua modesta eleganza/piacevolezza.  Meglio berla finché "fredda", in quanto risulta più bilanciata e più secca rispetto alle altre. Bicchiere nr.2:  quasi scarso, tendente al nullo. A birra fresca c’è una sensazione appena dolce che di nuovo mi ricorda quel mais non citato in etichetta e qualche suggestione di pane;  la chiusura amara è poco intensa ma riesce ugualmente ad essere poco gradevole. Riscaldandosi migliora un po’ la parte dolce (pane e miele) ma peggiora quella amara; la bocca rimane sempre impastata da una patina dolcina, con la birra che alla fine non risulta neppure particolarmente rinfrescante.Bicchiere nr.3:  è una birra che rasenta l’acqua, in quanto all'assenza di sapori. Lievi accenni di pane e cereali, il solito timido finale erbaceo amaro un po’ sgraziato; nonostante la bassissima intensità riesce comunque a lasciare la bocca avvolta da una patina dolce poco rinfrescante. Anche riscaldandosi l’intensità non migliora di molto: aumenta un po’ la componente dolce, con il risultato che la nr.3 risulta essere la meno amara delle quattro; ma nonostante il basso livello d’amaro, quel poco che c’è è davvero poco elegante. Bicchiere nr.4:  rilevo pane, cereali, accenno di miele. L’intensità è bassina, e anche qui una patina dolce un po' appiccicosa rimane sul palato anche a fine bevuta, mentre ci vorrebbe un po’ più secchezza. L’amaro erbaceo finale è delicato ma ugualmente privo di eleganza e non esattamente gradevole; la sua bassa intensità lo rende comunque praticamente innocuo. Indoviniamo? Mi butto e abbino la Warsteiner Premium Verum al bicchiere nr. 1.  E’ senza dubbio la birra “meno peggio” delle quattro; non la andrei a cercare, ha tutte le caratteristiche dell’industriale inoffensiva e noiosa ma tutto sommato decente, benchè priva di  fragranza e/o freschezza. E’ pastorizzata, se non erro; ammetto di aver bevuto diverse volte la Warsteiner, in passato, ma era davvero tanto tempo fa. Il bicchiere nr.2 e nr. 3 mi sembrano molto simili, nella loro pochezza di gusto che rasenta l’acqua e in quell’amaro poco aggraziato che non ti lascia un piacevole ricordo anche di quel poco che c’è; mi gioco l’opzione discount su entrambe, ma non avendole mai bevute prima sarebbe inutile tentare di assegnare un numero a  Finkbräu Pils  o Grafenwalder. La nr.4 mi sembra un pochino meglio rispetto a queste due, per lo meno nell’intensità: scommetto sulla Ceres Top Pilsner, dopotutto c’è quel aggettivo “top” che mi fa pensare a qualcosa di qualità. Il verdetto.Scarto le lattine numerate, ecco cosa c'era nei bicchieri.Bicchiere nr.1  - Warsteiner Premium VerumBicchiere nr.2  - Finkbräu PilsBicchiere nr.3  - Ceres Top PilsnerBicchiere nr.4  - Grafenwalder PilsE quindi?Ho indovinato la Warsteiner, ma gli “avversari” erano forse troppo inferiori per non riuscirci; volendo guardare il prezzo, è anche la più cara del quartetto: 1.32 Euro (2,64 Euro/litro). La sorpresa in negativo è la Ceres Top Pilsner, quella "in positivo" (se così si può dire) è la  Grafenwalder che io avevo scambiato per la danese; prodotta dalla a me sconosciuta Frankfurter Brauhaus per una noto discount tedesco, si  difende con onore nei confronti della famosissima Ceres e, elemento da non sottovalutare, costa esattamente la metà  (0.59 invece di 1,19 Euro). Innocua, e quindi nulla da dichiarare, sulla Finkbräu: discount nel prezzo e anche nel gusto. Sicuramente meglio una Warsteiner, anche se costa più del doppio; prendete ovviamente la parola "meglio" con le dovute cautele. Stiamo sempre parlando di prodotti industriali alquanto anonimi e con molto poco gusto. Mi si perdoni infine il bicchiere fuori stile, ma era l'unico disponibile in quattro esemplari identici. In via eccezionale pubblico anche la classifica utilizzando la scala di punteggi BJCP: Warsteiner Premium Verum (26/50), Grafenwalder Pils  (23/50), Ceres Top Pilsner (20/50) , Finkbräu Pils (19/50).Nel dettaglio:Warsteiner Premium Verum, formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto 04 A 17, scad.  05/08/2016, prezzo 1.32 Euro.Finkbräu Pils, formato 50 cl.,  alc. 4,9%,  lotto A4 02:10, scad.  03/09/2016, prezzo 0.55 Euro.Ceres Top Pilsner, formato 50 cl., alc. 4,6%, lotto H 0355, scad. 13/10/2016, prezzo 1.19 Euro.Grafenwalder Pils, formato 50 cl., alc. 4,5%, lotto A4 02:40, scad. 20/08/2016, prezzo 0.59 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hornbeer Viking Chili Stout

Terzo appuntamento con il birrificio danese Hornbeer, penisola dello Hornsherred, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen, aperto nel 2008 dal birraio Jørgen Fogh Rasmussen (homebrewer dagli anni ’70) e sua moglie Gundhild, una pittrice i cui quadri diventano poi le etichette delle birre.  Nell'anno del debutto la, Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Nel 2009 Hornbeer condivise a pari merito con Mikkeller il premio di “birrificio” danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013.  Mikkeller si è preso la rivincita nel 2014 e 2015. La reputazione di Hornbeer si è costruita soprattutto grazie ad alcune Imperial Stout che hanno riscosso grosso successo; oltre alla già citata Caribbean Rumstout, la Fundamental Blackhorn ottenne la medaglia d'oro 2011 al Beer & Whisky Festival di Stoccolma, viene nominata la miglior birra "forte" danese del 2012 e vince la medaglia d'argento alla Beer Cup 2012 di San Diego nella categoria American Imperial Stout. Oggi andiamo invece a stappare un'altra  Imperial Stout, chiamata  Viking Chili Stout che vede l'aggiunta di cioccolato, caffè, liquirizia, vaniglia e peperoncino. Viene realizzata per la prima volta nel 2013 in occasione dell'annuale "Frederikssund Ølsmagning" che si tiene a Valhalla, dove venne proclamata la miglior birra del festival. Completamente nera ed impenetrabile alla luce, è sormontata da un sontuoso "cappello" di schiuma marrone cremosa e compatta, molto persistente. Splendida. Gli "ingredienti" dichiarati in etichetta non si nascondonp e l'aroma offre opulenza di cioccolato amaro e al latte, caramello, liquirizia dolce, vaniglia, caffellatte, anice, gianduia e torta di cioccolato, il tutto avvolto da una sensazione "piccante" portata dal chili. L'intensità è quasi sfacciata, la pulizia è buona ma l'aroma complessivamente risulta un po' artificioso, benché gradevole: più che di "alta pasticceria", l'impressione è quella di annusare uno snack al cioccolato industriale. Il gusto continua fedele sul percorso annunciato dai profumi: la partenza è piuttosto dolce, ricca di cioccolato al latte, vaniglia, caramello/mou e liquirizia, in una sort di dessert liquido che viene poi bilanciato dall'amaro del caffè e dalle note resinose del luppolo. Sono loro, assieme all'alcool e all'acidità dei malti scuri, a stemperare quasi per incanto la dolcezza in una birra che arriva poi a sorprendere con il delicato piccante del finale che molto ben integrato con l'alcool warming. La scia finale è piuttosto lunga, con un rinfrancante tepore etilico ad abbracciare il caffè, il cioccolato al latte ed il piccante, su un sottofondo dolce vanigliato. Sensazione palatale assolutamente vellutata e cremosa, con un corpo "quasi" pieno e pochissime bollicine.Dove c'è molta carne al fuoco il rischio di pasticciare è sempre elevato: questa Viking Chili Stout assembla tuttavia in modo credibile e convincente diversi elementi risultando essere alla fine una birra-dessert (o birra-Disney se preferite) piuttosto godibile benché a piccole dosi. A metà del mezzo litro ho sinceramente sentito il bisogno di passare ad altro, ma sino a quel momento mi sono gustato con un cucchiaino virtuale un buon dessert al peperoncino.Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 25/09/2023, 8.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.