Dark Horse Boffo Brown Ale

Nuovo appuntamento con la Dark Horse Brewing Company, situata nelle desolata periferia di Marshall, contea di Calhoun, Michigan. Detroit si trova ad un paio d'ore di macchina ad est, mentre a soli 50 chilometri di distanza c'è Bell's, quello che probabilmente è il birrificio craft più famoso del Michigan. L'avevamo già incontrata con la sorprendente Plead the 5th imperial stout e, cinque anni fa, con la Crooked Tree IPA; Dark Horse fu fondata nel 1997 da Bob Morse e dal figlio Aaron come ristorante/brewpub ma, visto lo scarso successo, la licenza di brewpub fu convertita in birrificio. Oggi esiste comunque una taproom dove poter assaggiare tutte le birre che vengono ancora prodotte utilizzando gli impianti originali (8 ettolitri) che sono gestiti dal birraio Aaron "Noonie" Newsome. Tutte le altre birre sono seguite da Bryan Wiggs che le produce negli impianti da 35 hl. situati nell'edificio adiacente, ad un ritmo costante di due cotte al giorno.Aaron Morse realizza le grafiche di tutte le etichette che, bisogna ammetterlo, non sono certamente tra le più belle esistenti sul mercato.  La Crooked Tree IPA è ovviamente la birra di maggior successo di Dark Horse, seguita dalla Raspberry Ale, dalla  Boffo Brown Ale, dalla Reserve Special Black Beer  e  dalla Amber Ale.Oggi tocca proprio alla Boffo Brown Ale, qui descritta dal birraio Bryan Wiggs e da Aaron Morse: difficile confermare se il nome sia ispirato dalla famosa serie americana di vignette Mister Boffo o se semplicemente si sia utilizzato il significato dell'aggettivo che indica una cosa  di "grande successo, di alta qualità".Si presenta nel bicchiere di un bel color marrone carico, con riflessi rosso rubino; la schiuma beige chiaro è di dimensioni e persistenza piuttosto modeste, benché cremosa e dalla trama molto fine. Il naso, molto intenso, regala una spiccata dolcezza composta da ciliegia e prugna sciroppata, uvetta e frutti di bosco, melassa e biscotto, con qualche nota terrosa. Al palato ci sono pochissime bollicine che, abbinate ad un corpo medio, formano una birra dal mouthfeel oleoso e morbida, ben scorrevole. Il gusto fa però un passo indietro rispetto all'intensità dell'aroma: ne ripropone comunque la dolcezza con caramello, biscotto, ciliegia, uvetta e prugna. Nonostante la grande, forse troppa dolcezza iniziale, la bevuta riesce comunque a non essere stucchevole grazie all'ottima attenuazione, alla lieve asprezza di frutti rossi ed al moderato amaro del finale terroso. E' una Brown Ale molto fruttata, fin troppo facile da bere nella quale personalmente sento la mancanza di un po' di quel calore etilico che si manifesta solo nel retrogusto abboccato; il risultato mi è parso però solo discreto e un po' sottotono, con tutte le attenuanti del caso per una birra che ha attraversato l'oceano e che è stata conservata in chissà quali condizioni.Formaro: 35.5 cl., alc. 7%. IBU 26, imbott. 03/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hammer Bulk Porter

Ritorna il birrificio Hammer - Italian Craft Beer, incontrato per la prima volta lo scorso giugno 2015 con una delle prime cotte prodotte della Wave Runner IPA. Hammer ha sede a Villa d'Adda (BG), ed è di proprietà della famiglia Brigati, da tempo titolare di un mollificio: è Fausto il membro della famiglia ad essere stato contagiato dalla passione per la buona birra e ad aver coinvolto nella costruzione di un birrificio anche il fratello Roberto ed il padre Angelo. Fausto ha alle spalle qualche esperienza di homebrewing ed un corso Unionbirrai sull'apertura di un birrificio: in una superficie di 1300 metri quadrati, viene installato un impianto automatizzato da 20 hl. con sala cottura Flex-Bräu (EasyBrau), cinque fermentatori con serbatoi da 2500 litri ed una linea d'imbottigliamento a pressione isobarica. In sala cottura troviamo Marco Valeriani, classe 1981, proveniente dal Birrificio Menaresta.Hammer non ha ancora spento la prima candelina e la sua gamma si sta già ampliando: oltre alle birre “base” prodotte regolarmente,  come  Riverside (Pale Ale), Bulk (Porter), Asia (Blanche), Westfalia (Koelsch), Spring (Amber Ale), Wave Runner (IPA), Killer Queen (Double IPA), Black Queen (Black IPA) e Daarbulah (Imperial Stout), si aggiunta una serie “parallela” chiamata Workpiece comprendente una Imperial IPA , una Pacific IPA, una Session IPA ed una Keller Pils. Valeriani si è fatto conoscere in Italia per le sue ottime birre luppolate,  e per sfatare il cliché stappiamo oggi la Bulk Porter; la descrizione commerciale indica che è stata “prodotta con una miscela unica di malti torrefatti e caramellati, e con piccole dosi di malto affumicato e torbato”. Nel bicchiere è nera e forma appena un paio di dita scarse di schiuma beige scuro, cremosa e abbastanza fine ma non molto persistente.  Il naso è essenziale ma molto pulito e non privo di una certa finezza, soprattutto per quel che riguarda il caffè in chicchi che domina la scena, affiancato dai profumi di orzo ostato e caffè liquido. Il suo corpo medio e la carbonazione molto contenuta la rende morbida pur consentendole si scorrere con grande facilità: volendo essere proprio (ma proprio) pignoli mi sembra lievemente slegata tra gusto ed acqua, come sensazione tattile. L’intensità al palato è davvero notevole, ricca soprattutto di caffè e tostature, con qualche intermezzo di cioccolato amaro e una patina dolce, in sottofondo, di caramello. Anche il gusto è piuttosto semplice, con pochi elementi in gioco ma molto ben disposti, valorizzati da un ottimo livello di pulizia; la componente amara è molto importante, con tostature e caffè parzialmente stemperate ed alleggerite dall’acidità dei malti scuri.  Chiude coerente con un lungo retrogusto di caffè e tostature, impreziosito da sfumature di cioccolato amaro e torba.  Una (robusta) porter solida e molto caratterizzata dal caffè, pulita e molto intensa, di una precisione quasi chirurgica, forse un po' avara di emozioni ma capace di soddisfare completamente chi se la  trova nel bicchiere.Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 45, lotto 281A, imbott. 10/2015, scad. 31/10/2016, 4.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Achel Extra Bruin

Risalgono al diciassettesimo secolo notizie sull’esistenza di un luogo di pregheria nel piccolo villaggio di Achel, nel Limburgo belga, a pochi chilometri dal confine olandese: la comunità di monaci eremiti venne però spazzata via dal vento della Rivoluzione Francese e fu solamente nel 1838  che l’abate della non lontana abbazia di Westmalle decise d’acquistare i ruderi del convento per ristrutturarlo affinché nel 1845 potessero insediarsi alcuni monaci provenienti da Merseel. La neonata comunità dell’Achelse Kluis (il rifugio di Achel)  praticò agricoltura, pastorizia e produzione di prodotti caseari, acquistando inizialmente all’esterno la birra destinata al proprio consumo; fu solo nel 1850 che venne autorizzata la costruzione di una malteria e di un birrificio all’interno dell’abbazia, con l’acqua che tramite una condotta sotterranea fu fatta arrivare dal torrente Tongelreep: nacque la Patersvaatje (12°P) una birra che secondo quanto si può ricostruire dalle vecchie “cartelle esattoriali” veniva realizzata una volta al mese. La produzione, destinata solo al consumo interno, fu interrotta con la prima guerra mondiale quando i tedeschi sequestrarono e smantellarono gli impianti in rame utilizzandoli come materia prima per l’industria bellica; la seconda guerra mondiale portò nuovamente all’esodo dei monaci che riuscirono a rientrare solo nel 1946, anno in cui iniziarono i restauri del monastero di Sint-Benedictusabdij de Achelse Kluis. Le risorse economiche non permisero la ricostruzione del birrificio e la comunità continuò a dedicarsi ad agricoltura e allevamento sino a quando le fu possibile; l’invecchiamento anagrafico dei monaci, che non riuscivano più a reggere i ritmi del lavoro nei campi, e la mancanza di giovani risorse che potessero sostituirli imposero di trovare fonti alternative di reddito. Si tornò a pensare alla birra e in assenza di impianti produttivi nel 1976 il “mitico” Pierre Celis fu incaricato di produrre la “Trappistenbier De Achelse Kluis” poi rinominata “Sint Benedict - Trappisten Abdij”, una birra scura dal contenuto alcolico del 6.5%. Curioso come il “Kluis”  contenuto nel nome originale non si riferiva al monastero “Achelse Kluis” ma al nome del birrificio di Celis, ovvero la Brouwerij De Kluis, aperta nel 1966. Nel 1985 un incendio agli impianti di Celis decretò la fine della collaborazione, ed i monaci si rivolsero al birrificio Sterkens che produsse sino all’inizio degli anni ’90 la Kluyserbier (6.4% ABV) poi sostituita dalla “’t Paterke” realizzata sino al 1995 dalla Brouwerij De Teut di Neerpelt.  E’ soltanto nel 1998 che la produzione di birra ripartì dentro le mura del convento, grazie al mezzo milione di dollari ricavato dalla vendita di alcuni terreni circostanti; nacque così quello che allora era il più giovane birrificio trappista, la  Brouwerij der Trappistenabdij De Achelse Kluis, nel cui bar era possibile assaggiare le birre e dare una sbirciata agli impianti al di là di una parete di vetro.Sino ad allora ai monaci di Achel era permesso bere una Westmalle Dubbel al giorno e a guidare i primi passi del birrificio viene chiamato proprio da Westmalle Padre Thomas che assieme al birraio Marc Knops redige le ricette per le prime tre birre di Achel, disponibili inizialmente solo in fusto: Blond 4, Bruin 5 e Blond 6. Con il tempo rimasero in vita solo la Blond 5 e la Bruin 6. In aiuto di Padre Thomas, le cui condizioni di salute non gli consentivano più di supervisionare la produzione, arriva da Rochefort nel 2001 Padre Antoine; assieme a Knops redigono le ricette di due birre più alcoliche per soddisfare la richiesta di un mercato che, oltre ai fusti, reclamava anche le bottiglie. Sulla base di una Tripel che Knops già produceva per la Corporazione dei Birrai della Grand Place di Bruxelles nasce la Achel Blond 8 e l’esperienza di Padre Antoine con le “scure” di Rochefort fa nascere la Achel Bruin 8. Nel 2002 Knops e Padre Antoine realizzano in occasione delle festività natalizie una potente Strong Dark Ale (9.5%) chiamata semplicemente Extra e decidendo poi – a furor di popolo bevitore – di metterla in produzione tutto l’anno. Inizialmente ci fu un po’ di confusione in quanto sembra che un distributore olandese avesse commercializzato il primo lotto di Extra cambiandole il nome nel poco monastico “De Drie Wijzen”, ovvero i tre saggi, con riferimento ai Re Magi; l’ultima nata in casa Achel è la Blond Extra (9.5%), che dal 2010 affianca la sorella “bruna”.  La produzione è oggi completamente affidata allo stakanovista Marc Knops aiutato dal birraio Jordy Theeuwen, con la supervisione - requisito fondamentale per poter ricevere il logo di "birra trappista" - di Padre Jules, l’unico tra i sei monaci (60-80 anni di età) rimasti ad Achel ancora coinvolto nella produzione della birra; come i monaci di Westvleteren, anche quelli di Achel utilizzano lievito fresco che viene prelevato in giornata da Westmalle.La Extra Bruin (9.5% ABV) di Achel dovrebbe condividere buona parte degli ingredienti delle altre sorelle scure minori, Bruin 5 ed 8, ma in quantità ovviamente maggiore: malti Pilsner e Dingemans Roost 900 (un Chocolate), zucchero caramellato, luppolo in coni Saaz acquistato da Westmalle.La sua tonaca di frate è assolutamente inappuntabile e splendida, impreziosita da venature ambrate e rosso rubino; la schiuma è "golosa" e abbastanza compatta, molto cremosa, dalla buona persistenza. Il naso, pulitissimo, regala un dolce bouquet composto da mela, uvetta e prugna/datteri, zucchero candito, ciliegia, una delicata speziatura e qualche accenno di banana matura; in sottofondo frutti di bosco, sentori di vino liquoroso, caramello, frutta secca. Un caldo e morbido abbraccio avvolge subito il palato con note di biscotto, uvetta e prugna, frutti di bosco, caramello, zucchero candito, una lieve speziatura; a bilanciare il  dolce contribuiscono la sostenuta carbonazione, qualche sfumatura aspra di frutti rossi ed una delicata acidità; chiude con una lieve nota luppolata terrosa e qualche accenno di cioccolato e frutta secca, prima di coccolare il bevitore con un retrogusto caldo, delicatamente ricco di frutta sotto spirito.Facile da leggere e assolutamente non impegnativa da bere, la generosa bottiglia (75 cl.) di Extra Bruin si può affrontare in solitudine nel corso di una soddisfacente serata; benché ottima, si colloca qualche gradino sotto le altre grandi trappiste Westvleteren 12 e Rochefort 10, ma questo  non può  essere assolutamente una scusa per non provarla.Formato: 75 cl., alc. 9.5%, scad. 01/06/2017, 6.05 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Rittmayer: Hallerndorfer Bitter 42 & Hallerndorfer Bitter 58

Che la Craft Bier stia prendendo lentamente piede anche in Germania è un dato di fatto inconfutabile; non solo spuntano nuovi microbirrifici o beerfirm, ma anche molti birrifici dalla storia pluricentenaria si stanno muovendo verso un mercato che evidentemente consente di recuperare con prodotti “premium” almeno una parte dei mancati introiti derivanti dal calo del consumo di birra che affligge il mercato tedesco da molti anni.  Sì perché le cosidde craft bier, quasi sempre vendute nel formato 33 centilitri, non costano ancora come in Italia ma hanno spesso prezzi che oscillano tra i 5 e i 9 euro al litro, ovvero tre, quattro, cinque volte tanto quelle di una classica birra tedesca: e non raccontateci che il prezzo più alto sia soltanto motivato dall’aumento del costo di produzione. Si tratta ovviamente di un prodotto premium che dev’essere commercializzato in una certa fascia di prezzo, punto. Tra i nomi storici ad avvicinarsi al segmento “craft” c’è stato Rittmayer, il birrificio più antico di tutto il comune di Forchheim; fondato dall’omonima famiglia nel 1422 nel sobborgo di Hallerndorf, venti chilometri a sud di Bamberga; qualche anno fa avevo assaggiato la loro Annual Reserve Edition 2012. Il birrificio oggi guidato da George Rittmayer ha ammodernato i propri impianti nel 2012 con una capacità di circa 25.000 ettolitri l'anno; accanto alle classiche birre tedesche ha lanciato il proprio segmento “kraftbier”  nel formato da 33 centilitri  etichettato in maniera essenziale ma in qualche modo moderna.  Nelle prossime settimane le passeremo in rassegna più o meno tutte. Partiamo dalla Bitter 42, il cui nome non fa riferimento alla categoria stilistica ma solamente al numero degli IBU.  Si tratta in realtà di una pils leggermente al di sopra “dei parametri d’amaro” che il BJCP prescrive per lo stile (da 22 a 40); niente di estremo, insomma. Quello che colpisce maggiormente è l’affermazione in etichetta, quel “die endgültige Antwort auf die Frage nach dem wahren Pils”  (più o meno “la risposta definitiva alla domanda su che cosa sia una vera Pils”) che suona ambizioso, se non arrogante. Non sono riuscito a reperire informazioni sui luppoli usati, presumo possa trattarsi del Tettnanger che viene usato dal birrificio nella maggior parte delle proprie ricette. Di colore oro antico, perfettamente limpida, viene sormontata da un compatto “cappello” di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso è pulito e di discreta intensità, pur avendo perso un po’ di fragranza: profumi floreali e di miele affiancano le note erbacee e delicatamente speziate del luppolo. Al palato mancano un po’ di bollicine a rendere la bevuta vivace: c’è tutta via una buona intensità con crackers, mollica di pane e miele ad introdurre il dolce che progressivamente lascia spazio all’amato erbaceo e speziato della generosa luppolatura.  Complessivamente la bevuta non perde mai l’equilibrio, con le note maltate che ritornano anche nel finale, ma perde un po’ per strada quell’eleganza, quella delicatezza e quella finezza che dovrebbero invece rappresentare il DNA di una Pils, soprattutto se si autoproclama essere “la risposta definitiva al che cosa sia una vera Pils”. Il suo compito di dissetare e rinfrescare con gusto lo svolge ugualmente bene, sicuramente una maggiore fragranza/freschezza le avrebbe fatto guadagnare ulteriori punti. Con la Bitter 58 non solo si alza il livello di IBU ma si guarda anche al di fuori dei confini nazionali; oltre al Tettnanger ci sono anche Citra e Cascade. Il birrificio la descrive come un incontro tra un Extra Special Bitter inglese ed una Pils della Franconia (sic); cosa c’entrino Citra e Cascade con questi due stili, rimane un mistero. Dovrebbe tuttavia sempre trattarsi di una Pils, ovvero parliamo di bassa fermentazione. Il suo dorato è leggermente velato, mentre la schiuma è esente da pecche: bianca, fine e cremosa, non molto generosa ma ottima persistenza. Sentori floreali, di pompelmo, cedro e lime al naso, con una suggestione di frutta tropicale; l’intensità è discreta, mentre pulizia ed eleganza sono di buon livello. Chiusa la parentesi esotica dell’aroma il gusto si riporta in territori più tradizionali con pane, cereali e miele a formare la base dolce, mentre la frutta tropicale e gli agrumi s’intravedono appena. C’è un pochino di diacetile che lascia il palato un po' imburrato riducendo il potere rinfrescante di questa birra, e anche le bollicine potrebbero essere un po' più in evidenza, negli standard di una pils.  A dispetto di nome (bitter) e di IBU dichiarati l'amaro finale è abbastanza leggero e si sviluppa in territorio erbaceo e terroso, bilanciando di fatto la birra senza darle quella caratterizzazione presente nella Bitter 42. Diacetile a parte la birra si beve comunque senza difficoltà risultando gradevole: aroma esotico, gusto più convenzionale nel quale si sente invece la mancanza di quel carattere esotico necessario per mantenere coerenza con i profumi.Nel dettaglio:Bitter 42, formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 42, lotto 06:59 S, scad. 03/05/2016.Bitter 58, formato 33 cl., alc. 5.8%, IBU 58, lotto 22:08 A, scad. 24/08/2016.

Modern Times Blazing World

Modern Times Beer apre le porte a maggio 2013 nel quartiere Point Loma di San Diego, California; il fondatore è Jacob McKean, giornalista freelance “illuminato” da un bicchiere di Tripel Karmeliet all'Hoplead bar di Chicago. La birra diventa la sua passione, prima come scrittore-blogger e poi come beergeek ed homebrewer (sei anni): il suo desiderio di lavorare nella birra lo spinge ad inviare curriculum ad una miriade di birrifici. Lo chiamano alla Stone di Escondido ma anziché venire assunto come assistente birraio gli tocca una scrivania come Communication Specialist all’interno dell’ufficio marketing, dove si occupa anche dei contenuti del Blog di Stone. Jacob considera tuttavia fondamentali i due anni passati alla Stone per riuscire a comprendere il funzionamento di un birrificio e per redigere il proprio business plan in vista dell’apertura in proprio. Lasciata la Stone, in 18 mesi riesce a raccogliere finanziamenti per i 1,25 milioni di dollari necessari a fondare la Modern Times Beer;  è lui stesso a raccontare il suo percorso nell’articolo “How I raised $1.25 million to start my brewery” che viene pubblicato dal sito Beerpulse. Coi fondi viene acquistato un impianto da 35 hl e fermentatori per una capacità totale di 5280 hl; impegnato a divincolarsi tra la burocrazia, le banche, gli avvocati ed i fornitori, McKean chiede aiuto per la messa a punto delle ricette a Mike Tonsmeire, autore del leggandario sito The Mad Fermentationist seguito da (quasi) ogni homebrewer americano. In sala cottura viene assunto un team composto dall’headbrewer Matt Walsh (ex Lost Coast, Speakeasy e Karl Strauss) affiancato dagli ex homebrewers Derek Freese ed Alex Tweet. Freese aveva fondato la East Village's Monkey Paw Pub a San Diego mentre Tweet arriva da Ballast Point alla quale era giunto dopo aver vinto un concorso per homebrewer con una ricetta poi diventata la stout Indra Kunindra. Ma Modern Times è anche un “business case” che finisce per essere analizzato dai siti e dai blog del settore: è infatti il birrificio (siamo nel 2013) ad ottenere il più alto crowdfunding tramite Kickstarter, con circa 50.000 dollari raccolti per finanziare solo l’apertura di una taproom e di un magazzino da dedicare agli affinamenti in botte in una zona meno periferica di San Diego: i partecipanti vengono ripagati con l’iscrizione ad un club che darà loro in cambio birre e/o accesso prioritario alle edizioni limitate.L'inziativa ha successo anche grazie alla capacità di McKean di coinvolgere mediatamente la fervida scena locale d San Diego; il suo blog (come fece un tempo Patrick Rue con The Bruery) racconta giorno per giorno le vicende che precedono la fondazione del birrificio; viene coinvolto un homebrewer (The Mad Fermentationist) molto famoso; partecipano al crowfunding fornitori locali di fusti e materie prime;  il futuro team di birrai (tutti già noti a San Diego) viene reso noto ancora prima della partenza del crowfunding: questi elementi aiutano a rafforzare il concetto di “drink local” e lo spirito comunitario di una città nella quale la “craft beer” ha una grande rilevanza. In molti vogliono dare il loro piccolo contributo partecipando alla causa con poche centinaia di dollari. Non rimane che parlare del design: le belle lattine da una pinta di Modern Times rappresentano un azzeccato mix di antico e moderno, curato dallo studio Helms Workshop di Austin (Texas), il cui design prende ispirazione dalle grafiche di alcune vecchie lattine collezionate da McKean e le trasporta di fatto nel ventunesimo secolo. Modern Times debutta sul mercato il 24 giugno 2013 mentre in settembre viene inaugurata la taproom chiamata Lomaland Fermentorium; a fine 2013 il solito Ratebeer l’include tra i 10 migliori nuovi birrifici al mondo “nati” in quell’anno. Nella città che ha reso famosa nel mondo la IPA West Coast-style, Modern Times sceglie di partire a sorpresa con quattro lattine che ignorano volutamente lo stile: Coffee Stout, Saison, American Wheat Ale e Amber Ale, perché, dirà McKean, “ci sono già così tanti birrifici che fanno ottime IPA/DIPA qui intorno”. La distribuzione viene affidata a Stone; le IPA arriveranno solo in un secondo momento, assieme agli affinamenti in botte e alle birre acide, imbottigliate in una linea separata al fine di evitare qualsiasi contaminazione batterica con le lattine. Blazing World è il nome dell’Amber Ale di Modern Times, una birra che sviluppa una vecchia ricetta casalinga chiamata Pacific Nectar. Jacbo McKean e Mike Tonsmeire “The Mad Fermentationist” vogliono includere tra le quattro birre di debutto una dedicata al luppolo, senza tuttavia produrre l’ennesima IPA; l’idea è di mettere “idealmente” assieme tre birre che entrambi amano, la Nugget Nectar di Tröegs (Pennsylvania), la succosa IPA Nelson di Alpine (San Diego) e la Furious di Surly (Minnesota). Come per tutte le Modern Times, la ricetta è “open source” e può essere scaricata nella versione “homebrewing” direttamente dal sito del birrificio: i malti sono Two Row, Monaco e Midnight Wheat, mentre la generosa luppolatura vede protagonisti Nelson Sauvin, Simcoe e Mosaic. Nel bicchiere è ovviamente ambrata e quasi limpida, con un bel cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il birrificio Americano ammette di curare molto la componente aromatica delle birre: la lattina in questione ha circa tre mesi di vita, lasso temporale accettabile per attraversare l’oceano ma che ha certamente qualche effetto sull’intensità e sulla freschezza. Il naso risulta molto pulito e mantiene ancora una buona freschezza, con pungenti profumi di aghi di pino e resina, un lieve carattere terroso e quell'intraducibile dank (verde, erba, marijuana) ad affiancare le sfumature di  pompelmo, frutta tropicale e malto/biscotto. La sensazione palatale è perfetta, con corpo medio, una delicata carbonazione ed una riuscitissima convivenza tra morbidezza/presenza palatale e scorrevolezza. E’ tuttavia al gusto che questa Blazing World impressiona maggiormente: i malti sono lievi e assolutamente mai invadenti, con il caramello splendidamente integrato nelle sensazioni dolci di frutta tropicale a fare da supporto alla generosa ed elegante luppolatura che parte in sordina per poi terminare in un intenso ed elegantissimo crescendo  amaro di resina e aghi di pino, con un tocco terroso e di pompelmo. Birra pulitissima che riesce a stupire con la delicatezza del dolce e fragrante supporto a sostegno della massiccia luppolatura, evitando pericolosi "caramelloni" o ingombranti colonne di malto. Tecnicamente davvero molto ben eseguita,  di facile lettura e di facile fruizione, regala davvero belle soddisfazioni; nasce a San Diego e quindi si congeda, ça va sans dire,  con un lungo retrogusto amaro, resinoso, leggermente "pepato" e rafforzato da un lieve tepore etilico.Formato: 47,3 cl., alc. 6.8%, IBU 85, imbott. 03/12/2015, 6.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

CREW Republic: Munich Easy & Detox Session IPA

Di Crew Republic (Monaco di Baviera) ne avevo già parlato un paio di anni fa; fu lanciata come beerfirm nel 2012 dagli ex-homebrewer Mario Hanel e Timm Schingula, contagiati dalla craft beer revolution americana nel corso di una vacanza invernale sull'altro lato dell'oceano Atlantico. Alla birra di debutto Foundation Pale Ale se ne sono aggiunte altre che hanno sempre visto i luppoli americani come protagonisti senza disdegnare uno sguardo ad altri stili richiesti dal mercato come Imperial Stout o Barley Wine. Nell'avventura si sono imbarcati anche Jan Hrdlicka (marketing e design), Manuel Schulz (commerciale, e l'unico nato a Monaco) e soprattutto il birraio statunitense Richard Hodges, che ha rivisitato e poi messo in pratica le idee e le ricette casalinghe di Hanel e Schingula. Per un paio di anni le birre sono state realizzate presso la Hohenthanner Schlossbrauerei di Hohenthann ma, grazie all'ingresso di un nuovo socio che ha portato i mezzi finanziari necessari, a marzo 2015 sono finalmente divenuti operativi gli impianti di propri nella periferia a nord di Monaco, in Andreas-Danzer-Weg 30. Il birrificio non è ancora visitabile ma, da quanto mi dicono, è in programma l'apertura nel 2016 di un brewpub probabilmente in una zona meno periferica della città.  Non sono tuttavia riuscito a capire chi si occupi ora della produzione della birra, che nel 2015 ha toccato i 5000 ettolitri: Richard Hodges ha infatti lasciato a gennaio 2015 Crew Republic per andare ad aprire a Berlino il microbirrificio Berliner Berg. Questo sito cita un tale Erik come attuale responsabile produzione di Crew. Oggi appuntamento con due birre "leggere" e particolarmente adatte ai mesi più caldi dell'anno ma anche, secondo me, a chi ha sempre bevuto industriale e non ha grossa familiarità con gli stili "amari"  che la craft beer revolution ha cavalcato; o, se guardiamo alla tradizione bavarese, a chi ha sempre bevuto Helles o Weißbier. Partiamo con la Munich Easy (4.7%), nomen omen di una Golden Ale effettivamente facile da bere e di facile accessibilità anche ai profani del luppolo; l'etichetta segnala la presenza di malti Pilsener, Monaco, Caramello e un parterre di luppoli che include Tradition, Citra, Cascade, Comet ed Amarillo. Non c'è tuttavia nessuna ostentazione o voglia di mostrare i muscoli; la bottiglia in questione non è purtroppo fresca e la birra ha senz'altro perso un po' di smalto, ma s'intravede una bella ricetta improntata alla delicatezza e all'equilibrio, per condurre il bevitore industriale in un territorio migliore ma non in forte contrasto con quello a lui familiare. L'aroma, avaro di freschezza e fragranza, regala comunque un pulito e gradevole bouquet di agrumi (cedro, pompelmo, arancia) che va ad affiancare le note maltata di crosta di pane e cereali. Il gusto ricalca fedelmente quanto già annunciato al naso con il dolce familiare (pensate alle Helles di Monaco) della mollica di pane e del miele al quale s'affianca quello, delicatissimo, della polpa d'arancio e del mandarino: scorre veloce e facile come l'acqua senza tuttavia risultare sfuggente, chiudendo con una lieve ed elegante nota amarivante erbacea e leggermente agrumata. Discretamente secca e molto pulita, dorata e leggermente velata, è una birra che probabilmente non coglierà l'attenzione di chi cerca le spremute di luppolo ma è senz'altro una godibilissima alternativa dissetante e rinfrescante, da bere senza pensieri, ad una Helles.  Lo step successivo è rappresentato dalla Session IPA chiamata Detox: bassa gradazione alcolica (3.4%) e quindi una shankbier da bere ad oltranza o per riprendersi dagli eccessi della serata appena conclusa. I malti sono gli stessi della Munich Easy, i luppoli sono Comet, Galaxy e Chinook. Il suo aspetto oscilla tra il dorato e l'arancio con un discreto cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza. Anche questa bottiglia ha purtroppo qualche mese di troppo alle spalle e la freschezza dell'aroma (ipotizzo un'inevitabile dry-hopping) ne risente: la frutta fresca vira in direzione della marmellata d'arancia amara, mandarino, pompelmo. Il naso è gradevole ma è senz'altro meglio berla: la base maltata (crackers e miele) è piuttosto leggera, con il dolce della frutta tropicale ad affiancarla per sostenere la luppolatura. In verità l'amaro si fa un po' attendere, la bevuta è molto facile ed accessibile per 3/4, riproponendo quel concetto di "fruibilità" già espresso nella Munich Easy, E' solo in chiusura, e nel retrogusto, che l'amaro "zesty" ed erbaceo diventa protagonista della scena, senza voler strafare: delicato, gentile, ripulisce bene il palato rinfrescandolo e facendo subito venire voglia di bere un altro sorso.  Il compito di una session beer è quello d'accompagnarti per tutta la serata bicchiere dopo bicchiere, senza stancarti mai: per fare questo è ovviamente necessario che il livello d'amaro sia quello giusto, senza arrivare ad asfaltare o anestetizzare il palato. Caratteristiche che si ritrovano in questa Detox, capace di "disintossicare" anche i malati di luppolo pur alimentandone a piccole dosi la dipendenza: bottiglia un po' penalizzata dalla poca freschezza, mi piacerebbe riprovarla con poche settimane di vita alle spalle per apprezzarla al meglio. Due "gateway beers" interessanti - ripeto - soprattutto per chi non cerca estremismi o spremute di luppolo: facilità di bevuta ed equilibrio, nel rispetto del DNA tedesco, sono l'elemento prioritario sia che si preferisca il dolce (Munich Easy) sia che si abbia voglia di qualcosa di più amaro (Detox). In entrambi i casi, se avete un amico al quale volete far provare una cosiddetta "birra artigianale" queste due bottiglie potrebbero essere il chiavistello in grado di aprire la porta ad un mondo di sapori e di emozioni che la birra industriale raramente sa offrire. Nel dettaglio:Munich Easy, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 22, scad. 25/03/2016.Detox, formato 33 cl., alc. 3.4%, IBU 32, scad. 26/05/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Molen Tsarina Esra Imperial Porter

Mi appresto con sollievo a stappare l'ultima birra di De Molen rimasta in cantina, birrificio olandese che negli ultimi anni mi ha dato più problemi che soddisfazioni. Riassumo giusto per la cronaca; Rasputin 2012, imperial stout trasformatasi in una versione acida, con la sorella - strana ma bevibile - invecchiata in botti di Bourbon. Preciso che l'aggettivo "bevibile" ad una birra che costa 20 Euro al litro è tutt'altro che  un complimento. C'è poi stato il minestrone di verdure della Heen & Weer 2014  e la noia mortale della Hemel & Aarde, questa per lo meno - diamogliene atto - esente da difetti.Il perché mi risulti ormai impossibile trovare una De Molen decente rimane a me poco chiaro; il cambio d'impianto è avvenuto nel 2011, c'è stato tutto il tempo necessario per fare i dovuti assestamenti. Procede tutto bene nella linea d'imbottigliamento? La costanza qualitativa è purtroppo una chimera per questo  birrificio, con il risultato che acquistare una bottiglia equivale a giocare dei numeri al lotto: quante probabilità avrò di bere un'ottima birra? Eppure, su Ratebeer e gli altri siti di beer-rating continuano a fioccare le cinque stellette ed i punteggi centenari anche se, lo so, questi siti hanno la stessa affidabilità delle previsioni meteorologiche. Allora sarò soltanto sfortunato io, e la riprova è questa bottiglia dell'imperial porter Tsarina Esra, "nata" il 17 novembre 2014 e che ottiene (stesso lotto) recensioni molto positive sui siti sopra citati. La sua ricetta indica malti Pils, Monaco, Chocolate e Caramello, frumento maltato ed una luppolatura di Sladek e Premiant. L'inizio non è molto incoraggiante, a partire dalla silente apertura del tappo cui fa seguito un aspetto piuttosto bruttino: quasi nera, invece della schiuma si forma un ammasso di grossolane bolle biancastre. L'aroma è tuttavia ancora peggio: carne e salsa di soia dominano, lasciando solo scorgere un sottofondo piuttosto etilico di frutta sotto spirito (uvetta?).  Al palato risulta quasi piatta, con un corpo medio ma totalmente priva di quella pienezza e morbidezza che una imperial porter/stout da 11 gradi dovrebbe avere. Il gusto è piuttosto confuso e difficile da comprendere: in uno scenario piuttosto etilico, ricco di carne e salsa di soia, s'intravede qualche remota traccia di caffè, di orzo tostato, forse caramello bruciato. L'amaro di luppolo e  tostature e viene affiancato anche da quello della plastica/gomma bruciata, per una lieve astinenza finale nella quale emerge anche una leggera nota torbata. A dire il vero migliore un pochino dopo diversi minuti nel bicchiere, ma finirla rimane un'impresa disperata e la maggior parte del liquido trova la sua collocazione ideale nel lavandino: l'unico conforto, nel mio caso, è di non aver altre De Molen in cantina.Formato: 33 cl., alc. 11%, IBU 93, lotto 17/11/2014, scad. 17/11/2039, 6.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mashsee Brauerei: Hafensänger & Mashsee-Buddelship: Moonshine Imperial Pils

Dopo BRLO di qualche giorno fa, ecco un altro episodio di “beer-hunting” tedesco: ammetto la mia passione nell’andare a scovare birrifici ancora poco conosciuti, con tutti i rischi del caso. Tocca alla Mashsee Brauerei di Hannover, un progetto inaugurato nell’aprile del 2014 da Alexander Herold e Kolja Gigla: i due si sono conosciuti alla manifestazione  “Craft Beer Days” che si tiene nella suggestiva Malzfabrik di Berlino.  Alexander è un diplomato Beer Sommelier desideroso di aprire un beershop, mentre Kolja Gigla è diplomato birraio al VLB di Berlino che vorrebbe lanciare la propria beer firm dopo aver lavorato per qualche anno sull’impianto pilota della (commerciale) Hofbrauhaus Wolters di Braunschweig. Entrambi sono interessati alla “craft bier” che sta lentamente guadagnando consenso in Germania: dal loro business plan nasce ad Hannover il Mashsee Brauerei & Craft Beer Kontor, un beershop nel cui retro viene posizionato un piccolo impianto da 150 litri sul quale Kolja sperimenta le ricetta che vengono poi attualmente prodotte presso la  Brauhaus Felsenkeller Rupp-Bräu di Lauenau. Il nome scelto Mashsee viene dall’unione delle parole “Mash” (ammostamento, in inglese) e “See”, ovvero “lago, mare”: e Mashsee allude ovviamente allo Maschsee, il grande lago artificiale di Hannover: molto ben riuscito il logo, con le lettere “S” ed “H” combinate in modo da formare l’immagine di un bollitore.  Il debutto avviene con la Trainingslager, seguita da una Read Ale, da una IPA al cioccolato (XOCO IPA), due Baltic Porter ed un paio di collaborazioni con birrifici tedeschi. Passiamo ora alla sostanza. Hafensänger è  una Baltic Porter con ABV 6.1%, che si presente quasi nera con un elegante “testa” di schiuma beige cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza.  Al naso inizialmente è il caffè in chicchi a dominare, affiancato da  orzo tostato, una lieve nota affumicata e terrosa; purtroppo dopo qualche minuto arrivano anche un po’ di salamoia/salmastro e di plastica a rovinare la festa. Le stesse caratteristiche si ripresentano al gusto, dove la parte “buona” di caffè, tostature, cioccolato, mollica di pane nero e caramello è messa un po' in ombra da una leggera presenza di salamoia. La birra si riesce comunque a bere, con una buona intensità ed un finale di caffè e tostature leggermente riscaldato da una nota etilica; al palato scorre bene, con un corpo medio ed una consistenza che si colloca tra l’acquoso e l’oleoso. All’acidità “naturale” dei malti scuri s’affianca anche una leggerissima nota lattica:  i difetti sono sopportabili ma chiaramente rovinano un po’ quella che sembra sarebbe una porter di carattere, molto tostata e ricca di caffè. La seconda Mashsee che ho assaggiato è in realtà una collaborazione con il microbirrificio di Amburgo Buddelship del quale vi avevo parlato piuttosto positivamente in queste occasioni; i due realizzano una Imperial Pils con una luppolatura a base di Chinook (USA), Aramis (Francia) e Sylva (Australia). Il tutto è completato da una splendida etichetta della quale non sono riuscito a scoprire l'autore. Dorata, leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastro compatto e cremoso, dalla buona persistenza. L'aroma non è molto intenso ma si riesce ugualmente ad avvertire una delicata speziatura, sentori floreali e di miele, un lontano ricordo di frutta tropicale, forse agrumi; pulizia ed eleganza sono tuttavia ampiamente migliorabili. Al palato risulta un po' ingombrante: va bene "l'imperializzazione", ma la birra dovrebbe comunque mantenere una leggerezza ed una scorrevolezza simile a quella di una pils. Il gusto passa in rassegna il pane e il miele, un lieve fruttato dolce tropicale ed un finale amaro erbaceo con qualche tocco resinoso/vegetale ed un lieve tepore etilico; l'intensità c'è, latitano invece pulizia e fragranza. Nonostante una buona secchezza, la birra non riesce ad essere completamente rinfrescante e soprattutto raffinata come ci si aspetterebbe da una pils; la bevuta scivola via nell'anonimato, senza difetti, forse penalizzata da una freschezza ormai perduta, con un risultato confuso e nei dintorni della sufficienza. Nel dettaglio:Hafensänger Baltic Porter; formato 33 cl., alc. 6.1%, IBU 20, scad. 24/03/2016, 3.30 Euro (beershop, Germania)Moonshine Imperial Pils; formaro 33 cl., alc. 7%, scad. 07/2016, 3.28 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wolf Carte Blanche

Non sono onestamente riuscito a chiudere completamente il cerchio dell’informazione attorno alla  Brouwerij Wolf: produce o è una solo una beerfirm? Il progetto parte da Peter Van der Borght che nel 2003 rimane entusiasmato dalla visita ad un birrificio ed inizia ad appassionarsi all’homebrewing, frequentando anche qualche corso. Assieme a tre amici (Luc Sempels, Paul Van der Borght e Jo Discart) decide nel 2008 di fare il “salto” nel mondo dei professionisti fondando la beerfirm Brouwerij Lupus; la motivazione per il nome è la stessa che abbiamo incontrato con il birrificio Les 3 Fourquets, produttore delle birre Lupulus: dedica all’animale che un tempo abitava le foreste del Belgio ma anche al nome botanico del luppolo, Humulus Lupulus. La produzione viene inizialmente appaltata alla Brouwerij Achilles / Serafijn di Itegem, sino all’inaugurazione degli impianti propri che avviene a fine 2010 a Begijnendijk. Nel 2014, forse anche a causa dell’abbandono di alcuni soci, il birrificio viene rinominato Wolf; gli impianti produttivi si spostano a Aarschot, mentre Luc Sempels, Paul Van der Borgh  vengono rimpiazzati da Bart Maryssael e Wouter Cuppens. Da quanto ho capito attualmente la produzione avviene in  proprio (forse) solo per un  paio di birre, mentre la maggior parte vengono realizzate dal birrificio Het Anker di Mechelen. E’ da qui che escono le storiche Wolf 7, 8 e 9, affiancate dalle più recenti Black Wolf (una lager venduta in lattina da mezzo litro che debutta a maggio 2014) e la strong ale Carte Blanche.Il birrificio esporta circa il 10% della produzione  e in Belgio ha in essere contratti commerciali con la grande distribuzione (Carrefour, Aldi); il sito internet – per gli standard belgi – è sorprendentemente ben curato anche se si sofferma più sul merchandising e su tutto quello che è complementare alla produzione. Wolf ha anche da poco (maggio 2015) inaugurato il Wolf Cafè ad Aarschot  (Betekomsesteenweg 76) con 78 posti a sedere dove oltre alle birre potete assaggiare i vini Wolf che sono prodotti nel sud della Francia (Languedoc) e in arrivo c’è il caffè a marchio Wolf. Ritorniamo in carreggiata e concentriamoci sulla birra, nello specifico la strong ale Carte Blanche, che viene venduta in un’elegante bottiglia nera, satinata con serigrafia dorata che sicuramente contribuisce ad elevare il prezzo rispetto agli standard belgi. Di color oro antico, leggermente velata, forma un perfetto cappello di schiuma biancastra, molto fine e cremosa, dalla lunghissima persistenza. Il profilo aromatico è impeccabilmente pulito, con un’elegantissima espressione del lievito: gli esteri fruttati (arancia candita, albicocca, una suggestione di tropicale ed una leggerissima banana) vengono affiancati da profumi floreali, di vaniglia e zucchero a velo, da una delicata speziatura che richiama il pepe e forse il coriandolo. L’eccellente inizio trova piene conferme al palato in una birra vivacemente carbonata, dal corpo medio e con l’alcool superbamente nascosto come (quasi) solo i belgi sanno fare. La bevuta è dolce e ricca di frutta candita e sciroppata (albicocca, pesca, arancia), biscotto al miele, bilanciati da una gradevole acidità finale e da una lieve nota amaricante terrosa. Le bollicine ben interagiscono con la leggera speziatura, amplificandola e contribuendo a stemperare la dolcezza iniziale: è solo nel retrogusto che l’alcool dà segni di vita, distribuendo un morbido calore di dolce frutta sotto spirito. Strong Ale belga davvero molto ben fatta e bilanciata nella sua dolcezza, senza inutili concessioni alle mode, caratterizzata da un’estrema pulizia, da una grande espressività del lievito e sorprendentemente facile da bere. Ottima.Formato: 33 cl., alc. 8.5%, scad. 01/09/2016, 2.90 Euro (drink store, Belgio)

Wolf Carte Blanche

Non sono onestamente riuscito a chiudere completamente il cerchio dell’informazione attorno alla  Brouwerij Wolf: produce o è una solo una beerfirm? Il progetto parte da Peter Van der Borght che nel 2003 rimane entusiasmato dalla visita ad un birrificio ed inizia ad appassionarsi all’homebrewing, frequentando anche qualche corso. Assieme a tre amici (Luc Sempels, Paul Van der Borght e Jo Discart) decide nel 2008 di fare il “salto” nel mondo dei professionisti fondando la beerfirm Brouwerij Lupus; la motivazione per il nome è la stessa che abbiamo incontrato con il birrificio Les 3 Fourquets, produttore delle birre Lupulus: dedica all’animale che un tempo abitava le foreste del Belgio ma anche al nome botanico del luppolo, Humulus Lupulus. La produzione viene inizialmente appaltata alla Brouwerij Achilles / Serafijn di Itegem, sino all’inaugurazione degli impianti propri che avviene a fine 2010 a Begijnendijk. Nel 2014, forse anche a causa dell’abbandono di alcuni soci, il birrificio viene rinominato Wolf; gli impianti produttivi si spostano a Aarschot, mentre Luc Sempels, Paul Van der Borgh  vengono rimpiazzati da Bart Maryssael e Wouter Cuppens. Da quanto ho capito attualmente la produzione avviene in  proprio (forse) solo per un  paio di birre, mentre la maggior parte vengono realizzate dal birrificio Het Anker di Mechelen. E’ da qui che escono le storiche Wolf 7, 8 e 9, affiancate dalle più recenti Black Wolf (una lager venduta in lattina da mezzo litro che debutta a maggio 2014) e la strong ale Carte Blanche.Il birrificio esporta circa il 10% della produzione  e in Belgio ha in essere contratti commerciali con la grande distribuzione (Carrefour, Aldi); il sito internet – per gli standard belgi – è sorprendentemente ben curato anche se si sofferma più sul merchandising e su tutto quello che è complementare alla produzione. Wolf ha anche da poco (maggio 2015) inaugurato il Wolf Cafè ad Aarschot  (Betekomsesteenweg 76) con 78 posti a sedere dove oltre alle birre potete assaggiare i vini Wolf che sono prodotti nel sud della Francia (Languedoc) e in arrivo c’è il caffè a marchio Wolf. Ritorniamo in carreggiata e concentriamoci sulla birra, nello specifico la strong ale Carte Blanche, che viene venduta in un’elegante bottiglia nera, satinata con serigrafia dorata che sicuramente contribuisce ad elevare il prezzo rispetto agli standard belgi. Di color oro antico, leggermente velata, forma un perfetto cappello di schiuma biancastra, molto fine e cremosa, dalla lunghissima persistenza. Il profilo aromatico è impeccabilmente pulito, con un’elegantissima espressione del lievito: gli esteri fruttati (arancia candita, albicocca, una suggestione di tropicale ed una leggerissima banana) vengono affiancati da profumi floreali, di vaniglia e zucchero a velo, da una delicata speziatura che richiama il pepe e forse il coriandolo. L’eccellente inizio trova piene conferme al palato in una birra vivacemente carbonata, dal corpo medio e con l’alcool superbamente nascosto come (quasi) solo i belgi sanno fare. La bevuta è dolce e ricca di frutta candita e sciroppata (albicocca, pesca, arancia), biscotto al miele, bilanciati da una gradevole acidità finale e da una lieve nota amaricante terrosa. Le bollicine ben interagiscono con la leggera speziatura, amplificandola e contribuendo a stemperare la dolcezza iniziale: è solo nel retrogusto che l’alcool dà segni di vita, distribuendo un morbido calore di dolce frutta sotto spirito. Strong Ale belga davvero molto ben fatta e bilanciata nella sua dolcezza, senza inutili concessioni alle mode, caratterizzata da un’estrema pulizia, da una grande espressività del lievito e sorprendentemente facile da bere. Ottima.Formato: 33 cl., alc. 8.5%, scad. 01/09/2016, 2.90 Euro (drink store, Belgio)