Parma Aurea Birra: Istrice APA & Tiritera IPA

Parma Aurea Birra: non si trova nessuna informazione in internet su questo marchio che, almeno in alcune città dell'Emilia Romagna, si trova sugli scaffali di qualche supermercato. L'etichetta indica comunque chiaramente che le birre sono prodotte presso il birrificio Farnese di Fontevivo (Parma), il cui sito internet però non ne dà notizia. Non so quindi se si tratti di una linea "secondaria" che il birrificio ha pensato appositamente per la GDO o se si tratti di alcune birre che Farnese ha prodotto su richiesta di qualche distributore. Delle quattro etichette a scaffale, ne ho reperite due: un'American Pale Ale chiamata Istrice (5.8%) ed una India Pale Ale chiamata Tiritera (6.3%): il contenuto alcolico è lo stesso della APA Calumet e della IPA Pashà prodotte da Farnese. In assenza di ulteriori informazioni non posso ovviamente affermare che Istrice e Tiritera siano delle semplici rietichettature. Tutte la gamma Parma Aurea Birra viene venduta a circa 8 euro al litro, un prezzo sensibilmente inferiore rispetto ad altre birre "artigianali" presenti nella grande distribuzione.Le birre.Partiamo dalla Istrice, descritta in etichetta come "ambrata con note di pompelmo e caramello": è effettivamente ambrata, con qualche riflesso ramato ed un bel cappello di schiuma color ocra compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma è piuttosto scarso, s'avvertono deboli profumi di marmellata d'agrumi e caramello; ancora più nascosti quelli floreali, di pompelmo ed erbacei.  Il gusto mantiene quanto dichiarato in etichetta, senza raggiungere livelli di fragranza e di eleganza degni di nota; caramello e biscotto introducono qualche nota di marmellata d'agrumi prima che la bevuta viri in territorio amaro con pompelmo, resina e terra. Il corpo è medio-leggero, ci sono poche bollicine e la consistenza watery la rende scorrevole ma ogni tanto scivola in qualche eccesso acquoso. L'intensità non è degna di nota, tuttavia la bevuta si mantiene sufficiente a patto che vi accontentiate e non siate in cerca di emozioni in una birra che si basa sul facile canovaccio caramello-pompelmo-resina.Tiritera (filastrocca ma anche "discorso lungo, noioso, in cui si ripetono continuamente le stesse cose") è invece il nome piuttosto appropriato dato ad una IPA che si presenta all'aspetto piuttosto simile alla APA ma con una schiuma leggermente meno generosa e più rapida nel dissolversi nel bicchiere. Al naso profumi floreali s'accompagnano al dolce della marmellata d'arancia; più in sottofondo accenni di frutta tropicale, pesca bianca, un indefinito dolce che oscilla tra il lampone ed il bubble-gum.  Caramello e biscotto sorreggono la bevuta che, dopo un veloce passaggio di frutta tropicale, s'incanala nel territorio amaro del pompelmo, della resina e del terroso; a riportare nuovamente in equilibrio l'asticella c'è un po' di caramello nel retrogusto. Non ci sono difetti ma anche qui, come per la APA, la pulizia potrebbe essere migliore e non c'è fragranza, freschezza, carattere: l'aroma (luppoli pacifici?) risulta sicuramente più interessante del gusto.Due birre sufficienti che però risultano abbastanza noiose a chi naviga da tempo nel mare della cosiddetta "birra artigianale"; per chi invece sta facendo i primi passi lontano dalle blande birre industriali possono senz'altro rappresentare una discreta opportunità di bere meglio ad un prezzo abbastanza contenuto, considerata la media italiana.Nel dettaglio: Istrice, formato 50 cl., alc. 5.8%, lotto 126/127 16, scad. 30/04/2018, pagata 4.09 Euro (supermercato)Tiritera, formato 50 cl., alc. 6.3%, lotto 77/78 16, scad. 12/2017, pagata 3.99 Euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Le Trou du Diable Albert 3

Dopo un assenza di un paio d'anni ritorna sul blog il birrificio canadese Le Trou du Diable,  “il buco del diavolo”: con lo stesso nome vengono chiamate le rapide del fiume Saint-Maurice che  - si dice – sembrano precipitare così in basso da arrivare all’inferno. Il brewpub viene aperto nel 2005 nella cittadina industriale di Shawinigan (150 chilometri da Montreal, Québec) da André Trudel, Issac Tremblay ed altri tre soci. La formazione brassicola di Trudel parte dal Belgio e dall'homebrewing per sfociare in un birrificio che pian piano si specializza in fermentazioni spontanee ed invecchiamenti in botte.E' in Belgio, al Moeder Lambic, che Trudel ammette di aver scoperto la birra con la "B" maiuscola: il suo amore per quella nazione è stato sigillato nel 2015 per mezzo di un accordo che ha nominato Trou Du Diable importatore ufficiale di Cantillon per la regione del Québec.Il brewpub è oggi affiancato da un secondo stabilimento produttivo che ha consentito di aumentare i volumi e di espandere un ambizioso programma di barrel ageing. A fine 2014 è stato anche inaugurato lo Shop du Trou du Diable - Salon Wabasso, un luogo dove poter assaggiare ed acquistare le bottiglie: per quella occasione vennero anche commercializzate per la prima volte tre birre: una al miele (Melliferabee), un blend di saison invecchiate in botti di Banyuls e una Bière de table chiamata Albert 3.La birra.Parliamo proprio di quest'ultima, Albert 3, che il birrificio definisce "una bestia coraggiosa inviata nello spazio per conquistare quei palati in cerca di birre secche e luppolate"; leggo che un tempo era chiamata Le P’tite Buteuse, ovvero una versione "ridotta" di una delle birre più apprezzate di Le Trou du Diable, la tripel La Buteuse.Nel bicchiere si presenta di color arancio/dorato pallido, velato e sormontato da un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta, bianca, quasi indissolubile. L'aroma ha un bel taglio rustico, con profumi di paglia, fiori e frumento subito incalzati dagli agrumi (mandarino, limone) e da qualche nota di banana. In sottofondo si scorge anche il profumo del pane e qualche accenno di ananas. Al palato è perfetta: anche se la sua gradazione alcolica (5.49%) è un po' troppo alta per una Bière de Table, scorre velocissima con una vivace carbonazione ed una consistenza watery ma mai sfuggente. L'utilizzo di segale la rende un po' ruvida e rustica, mentre pane, cereali ed una delicata speziatura introducono le delicate note di frutta a pasta gialla, tropicale e di agrumi:  limone, lime, scorza d'arancia a formano un carattere fruttato molto meno evidente in confronto all'aroma. Splendido il finale, secchissimo, con un amaro di media intensità che si sviluppa tra note zesty e terrose; palato fresco e di nuovo assetato, subito pronto a bere un altro sorso. Belgian Ale pulitissima che riesce a trovare un azzeccato punto d'incontro tra eleganza e rusticità: una session beer che sfora la soglia del 4.5% ma che si lascia bere come acqua per tutta la serata. Riuscitissima interpretazione moderna della tradizione belga, gran lavoro del lievito, bilanciata, pungente, delicatamente speziata e piacevolmente luppolata. Come la Saison du Tracteur, anche qui il livello è molto alto.Formato: 60 cl., alc. 5,49%, imbottigliata 14/03/2016, prezzo indicativo in Italia: 8.00-9.50 Euro (beershop). NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Les 3 Fourquets Lupulus

Ritorna sul blog la Brasserie Les 3 Fourquets che si trova a Gouvy (provincia del Lussemburgo belga), a soli 15 chilometri di distanza da Achouffe. Lo fondano Chris Bauweraerts e il cognato Pierre Goubron, gli stessi che il 27 agosto del 1982 produssero i primi 50 litri (!) di “La Chouffe” birra d’esordio della Brasserie d'Achouffe. Il birrificio raggiunse in un ventennio dimensioni importanti, arrivando a produrre più di 20.000 barili l’anno prima di essere ceduto nel settembre del 2006  alla  Duvel-Moortgat. Chiusa la parentesi Achouffe, Bauweraerts e Goubron, decidono di continuare a produrre birra in un nuovo progetto di dimensioni più modeste e, soprattutto, dai ritmi produttivi meno frenetici di quelli richiesti dall’industria; negli edifici di proprietà a Gouvy, a soli 15 chilometri di distanza da Achouffe, aprono un ristorante affidandolo al talentuoso chef Gilles Poncin, proveniente dalla cucina del “La Pomme Cannelle" di  Houffalize.  Contestualmente nasce anche la Microbrasserie Les 3 Fourquets, inizialmente con lo scopo di produrre semplicemente i fusti di birra necessari per soddisfare il consumo della Brasserie, per poi passare in un secondo tempo alle bottiglie. Arrivano così La  Bleuette (fruit beer al mirtillo), La Boquette (Bock), la Béole (Belgian Strong Ale), La Celisette (ovviamente una Witbier), La  Fourquette (Hefeweizen) e la La Pilsette  (Pilsener) ma  è stata la gamma Lupulus quella che sino ad oggi ha dato notorietà a Les 3 Fourquets:  birre dedicate al lupo che un tempo abitava la regione delle Ardenne, ma il riferimento è ovviamente anche al luppolo, ovvero Humulus Lupulus. Si va dall’invernale Hibernatus, alla Lupulus Brune passando per le più leggere ”Lupulus Fructus”, “Lupulus HopEra” e “Lupulus Printemps”.  All’appello sul blog mancava la flagship Lupulus, una Tripel/Belgian Strong Ale che ha inaugurato il marchio nel 2008: a questa lacuna ha provveduto il negozio Iperdrink inviandomi una bottiglia d’assaggiare.La birra.Di colore arancio, con qualche riflesso dorato, è velata e forma un’abbondante testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Profumi floreali ed una delicata speziatura danno il benvenuto aromatico: seguono frutta candita (albicocca, scorza d’arancia), qualche accenno di banana e di biscotto, zucchero candito. Un profilo semplice ma intenso ed elegante, molto pulito. Al palato riesce a nascondere l’alcool (8.5%) in modo subdolo come forse solo i belgi sanno fare: corpo medio, molte bollicine a renderla vivace, scorre pericolosamente mostrando buona corrispondenza con l’aroma. Il dolce del biscotto e del miele, dell’arancia candita e della frutta a pasta gialla è ben bilanciato da un’ottima attenuazione e da una leggera acidità; chiude con un tocco d’amaro terroso appena percepibile, mentre il retrogusto è di nuovo dolce e riscaldato dal calore della frutta sotto spirito che ben s’abbina ad una delicata nota pepata del lievito. Una Tripel ben fatta nella quale il lievito ha lavorato piuttosto bene,  molto pulita ed elegante, che si beve senza nessuna difficoltà: relativamente pochi elementi in gioco ma è un altro di quei casi in cui la semplicità paga e regala una bevuta molto soddisfacente. Se volete, la potete acquistare qui.Formato: 75 cl., alc. 8.5%, lotto 3, scad. 12/2019NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Flying Monkeys The Chocolate Manifesto

Barrie, 115 chilometri a nord di Toronto  e 120.000 abitanti che vivono sulle rive del lago Simcoe: da qui arriva Flying Monkeys, birrificio che si auto-considera uno dei pionieri della craft beer revolution in Ontario. Il fondatore è Peter Chiodo, nato in Canada ma  cresciuto frequentando l’università negli Stati Uniti, in Alabama ed in Mississippi, scoprendo l’homebrewing e la birra dei birrifici craft a stelle e a strisce; ritornato in Canada Chiodo si è esercitato per un altro anno nel proprio garage prima di inaugurare nel 2005 la Robert Simpsons Brewery. Robert Simpson fu il primo sindaco di Barrie (1871-1872) ma ancora prima fu un birraio di grande esperienza: fu lui a fondare il primo birrificio di Barrie, la Simcoe Steam Brewery. Chiodo dedica il suo birrificio a Simpson ma nel 2009 cambia idea rinominandolo Flying Monkeys suscitando più di un malumore tra i propri concittadini:  “avere il nome di un morto non è molto eccitante – dirà –  e la birra dovrebbe essere molto più divertente di una lezione di storia. Non abbiamo assolutamente nulla contro Simpson, ma pensiamo che  Flying Monkeys meglio rappresenti chi siamo e dove vogliamo arrivare.  Non vogliamo che il nome Simpson ci accomuni a produttori storici canadesi come Labatt o Sleeman”. La produzione passa dalle classiche Golden Ale / English Pale Ale / Amber Ale / Lager  di Robert Simpson ai più svariati stili:  IPA ed Imperial IPA costituiscono il nucleo di una gamma che guarda soprattutto alla Craft Beer Revolution statunitense, paese verso il quale inizia anche l’esportazione. Il cambio di nome comporta anche il completo completo re-branding “psichedelico” delle etichette realizzato da Andrea, la moglie di Peter; il nome questa volta fa riferimento alle scimmie volanti del Mago di Oz. La produzione annua s’attesta intorno ai 10.000 barili, oltre 250 le diverse etichette elencate da Ratebeer: in sala cottura c’è attualmente l’head brewer Paul Buttery.La birra.Chocolate Manifesto: una massiccia (Triple) Imperial (Milk) Stout che debutta come produzione stagionale a novembre 2013 ed arriva all’interno di una divertente scatola tutta da leggere che proclama: “Chocolate Manifesto crea una di quelle rare “esbirrienze” (exbeeriences) di lussuria e trascedenza”. Più in concreto: malti Chocolate, Dark Crystal. Pale, Roasted Barley e fiocchi d’avena, lattosio. Il luppolo amaricante è il Millennium; oltre al malto Chocolate, gli altri due elementi che formano questa “Triple Chocolate Stout“ sono le fave di cacao ed il cacao in polvere forniti dalla ChocoSol di Toronto.  Completamente nera ed impenetrabile, forma nel bicchiere una generosa e golosa testa di schiuma color cappuccino, dall’ottima persistenza. Il naso è effettivamente un trionfo del cioccolato, nel bene e nel male; quasi sfacciati i profumi di cioccolato al latte, gianduia e cacao in polvere, con quest’ultimo che contribuisce un po’ troppo a creare un “effetto Nesquik”. L’aroma-dessert si completa con note di caffelatte, caramello bruciato, orzo tostato. La gradazione alcolica  è importante (10%) ma questa Chocolate Manifesto è sorprendentemente docile al palato: corpo medio, poche bollicine ed una texture leggermente oleosa che sacrifica un po’ la morbidezza/cremosità in funzione della scorrevolezza.  Il gusto si mostra coerente con l’aroma riproponendo con grande intensità cioccolato al latte, gianduia, caramello bruciato, caffelatte (molto zuccherato); il  lattosio suggerisce la panna, forse anche la vaniglia ed è quasi con sollievo che nel finale arriva finalmente l’amato dell’orzo tostato e del caffè a portare un po’ d’amaro che bilancia di fatto la bevuta. L’alcool è gestito davvero molto bene ed è solo alla fine che viene a riscaldare la bevuta creando una sorta di liquore al cioccolato, impreziosito da qualche tostatura, il cui calore si diffonde nel lungo retrogusto. La Chocolate Manifesto di  Flying Monkeys tiene fede al suo nome: il cioccolato non è uno dei tanti elementi in gioco ma domina in lungo e in largo in quella che il birrificio stesso definisce una birra dessert. Pulita, intensa e facile da sorseggiare, convince a patto che vi piacciano questo tipo di birre: riesce a farsi perdonare anche qualche scivolone, soprattutto aromatico, nell’artificialità o, se preferite, nel “cioccolato/dolce industriale”. Molto buona ma, come spesso accade per questo tipo di birre, la generosa bottiglia da 75 è onestamente difficile d’affrontare in solitudine e non a causa del suo contenuto alcolico: il consiglio è di trovarvi un/una compagno/a di bevute, quando decidete di stapparla. Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo in Europa  17.00/20.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stigbergets: American Pale Ale Amarillo Citra & West Coast IPA

Torniamo a parlare del birrificio svedese Stigbergets, incontrato soltanto pochi giorni fa con la Amazing Haze IPA: lo stile dovrebbe sempre portarsi dietro la parola "freschezza", e visto che in frigorifero ne ho altre due ho preferito stapparle rapidamente. Il birrificio guidato dal birraio Olle Andersson ha in un certo senso sposato la moda proveniente dal New England statunitense, anche se lui dice di replicare soltanto le birre che era solito fare in casa con le pentole: torbidissime, utilizzo dei luppoli nell'ultimissima fase della bollitura, dry-hopping spinti e utilizzo di cereali non malati. Eccone altri due esempi.Partiamo dall'American Pale Ale Amarillo Citra: il nome indica chiaramente che cosa aspettarsi nel bicchiere. Il suo colore è un arancio pallido molto torbido, impenetrabile alla luce che viene sormontato da cremoso e compatto cappello di schiuma bianca, molto persistente. L'aroma è leggermente meno esplosivo rispetto agli "standard Stigbergets" ma è ugualmente ricchissimo di frutta tropicale (ananas, mango), melone bianco, pesca bianca e arancia. Pulito, fresco ed elegante, per nulla cafone; difficile resistere alla tentazione di portare subito il bicchiere alla bocca. Contrariamente alle altre Stigbergets assaggiate, qui i malti riescono a dare un timido segno della propria presenza (cereale, crackers): è tuttavia un passaggio brevissimo prima del dolce della frutta tropicale (mango e ananas) che sfuma poi in territorio agrumato, con arancia e pompelmo sugli scudi. L'intensità del fruttato è tuttavia minore rispetto all'aroma, e c'è anche un po' meno pulizia ad essere sinceri; la chiusura amara, zesty e terrosa, è delicata e come al solito non reclama un ruolo da protagonista, mentre nel retrogusto c'è un inaspettato ritorno di cereale. Molto secca, dissetante e rinfrescante, facilissima da bere: convince sicuramente più al naso che al palato ma è indubbiamente un'ottima birra-succo-di-frutta, anche se un gradino sotto le altre produzioni Stigbergets che ho assaggiato.Formato: 33 cl., alc. 5.2%, lotto 526, scad. 20/03/2017.Passiamo ora ad una West Coast IPA, in un'interpretazione svedese che prevede il solito aspetto torbido e un colore arancio pallido: ottima la persistenza della schiuma, bianca, cremosa e compatta. Il naso è un trionfo di frutta, a partire dal cedro, con qualche sconfinamento nel candito, per passare al pompelmo, al mango, all'ananas; c'è una netta componente dank (pensate alla marijuana, per semplificare) che emerge man mano che la birra si scalda. Intensità, fragranza, pulizia ed eleganza sono a livelli davvero elevati mentre la sensazione palatale è ottima, morbida: poche bollicine, corpo medio. Il gusto segue passo passo l'aroma: impossibile avvertire i malti in un  tripudio di frutta tropicale e di agrumi che entrano ed escono di scena cambiandosi di posto al variare della temperatura nel bicchiere. Il canovaccio è quello delle altre Stigbergets bevute, ma in questo caso l'amaro è leggermente più pronunciato: scorza d'agrumi, resina e quel dank che ritorna anche a conclusione di un percorso davvero intenso a fronte di una facilità di bevuta eccellente. L'alcool (6.5%) si avverte solamente nel finale, restando sempre ben mascherato da carattere fruttato di questa birra. West Coast IPA in un'interpretazione atipica che si colloca idealmente a metà tra le due coste statunitensi: c'è la resina, c'è il dank della costa occidentale ma c'è un carattere dominante fruttato ed un aspetto che rimanda alla costa ad est. Il risultato, al netto di tante belle parole, è tanto ruffiano quanto positivo: IPA riuscitissima, comprare subito.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto e scadenza non riportati.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Lustige Brouwers Eden Quadrupel

De Lustige Brouwers, ovvero “i birrai felici”: nel 2012  Tom Segers ed un amico vedono in televisione un annuncio per il concorso  Brouwland Biercompetitie 2013 e decidono di parteciparvi iscrivendo la propria Quadrupel che si piazza al primo posto nella categoria “studenti”. Sei mesi dopo Segers ha già creato la propria beerfirm De Lustige Brouwers e venduto i 500 litri prodotti sugli impianti del birrificio Anders di Halen che costituivano il premio del concorso realizzandone poi ulteriori 2500. L'anno successivo è la Eden Blond a vincere un'altro concorso e ad entrare anch'essa in produzione sugli impianti della Anders; nel frattempo la Eden Quadrupel si rende disponibile anche in versione barricata in botti ex-cognac. Quest'anno altro concorso ed altra vittoria per Tom Segers: all''Innovation Beer Festival di Lovanio presenta una sorta di Belgian IPA prodotta con aggiunta di patate dolci che sbaraglia le altre 23 birre presenti. Anche il primo premio di questo concorso, organizzato dal birrificio Hof Ten Dormaal, consiste nell'opportunità di produrre 1000 litri di birra su impianto professionale: la cotta dovrebbe essere stata realizzata proprio nelle scorse settimane. In attesa di svelare il nome della sua IPA con patate dolci, Segers accarezza il sogno di riuscire presto ad aprire il proprio microbirrificio a Weelde, dove attualmente risiede.La birra.Nel bicchiere si presenta del classico color tonaca di frate, opaco; la generosa schiuma è cremosa e compatta e rivela un'ottima persistenza. Al naso c'è pulizia ed intensità: una delicata speziatura fa da collante tra i profumi di mela al forno, uvetta e datteri, zucchero candito, accenni di tostato. Corpo tra il medio e il pieno, sensazione palatale morbida e scorrevole con una presenza piuttosto contenuta di bollicine: il gusto mostra piena corrispondenza con l'aroma passando in rassegna biscotto, pane leggermente tostato, caramello, mela, uvetta, datteri e zucchero candito. Dolce ma ben attenuata, piacevolmente "movimentata" da una lieve speziatura, chiude con un breve passaggio amaricante nel quale s'intravedono accenni di tostato e, sorpresa, una suggestione di cioccolato: il retrogusto è dolce e tiepido di frutta sotto spirito e riscalda con garbo. Una sorpresa davvero positiva questa Eden Quadrupel: molto ben fatta, pulita e bilanciata, mette in evidenzia una bella espressività del lievito. Ogni sorso ne richiama subito un altro ed è facile sorseggiarla in tutta tranquillità. Formato 33 cl., alc. 9.6%, imbott. 08/2014, scad. 20/08/2017, pagata 1,85 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Traquair House Ale

Traquair è un maniero nel piccolo paese di Innerleithen, 50 chilometri a sud di Edimburgo, Scozia. Pare che sia la casa ininterrottamente abitata  più antica di tutta la Scozia: le sue origini sono sconosciute, sebbene le prime prove certe dell'esistenza di un fabbricato in quel luogo risalgano al 1107. Nel castello trovava ovviamente spazio un birrificio che veniva utilizzato per le necessità domestiche e che fu utilizzato sino agli inizi del 1800.  Gli impianti sono rimasti poi in disuso sino al 1965, quando Peter Maxwell Stuart, ventesimo Laird di Traquair ne scopre l’esistenza durante alcuni lavori di ristrutturazione: con l’aiuto di Sandy Hunter, a quel tempo del birrificio Belhaven, decide di riprendere la produzione.  Alla sua morte, nel 1990, gli succedono la moglie Flora e la figlia Catherine; nel 1997 Traquair diventa una società a responsabilità limitata. La produzione attuale si attesta intorno ai 600-700 barili l'anno, utilizzando ancora i vecchi tini di fermentazioni di quercia. Sono circa 6 le birre prodotte regolarmente, con qualche birra celebrativa prodotta occasionalmente. Negli ultimi ventotto anni la produzione di Traquair è stata affidata al birraio Ian Cameron che lo scorso febbraio è andato in pensione lasciando il posto a Frank Smith, da oltre vent’anni al suo fianco, e al suo nuovo assistente Ross Doherty.Cameron, perito elettronico, era stato assunto a Trauqair nel 1970 per fare lavori occasionali e poi definitivamente come giardiniere iniziando di tanto in tanto ad affiancare Lord Maxwell al birrificio arrivando ad occuparsene in toto a partire dal 1988.La birra.Traquair House Ale, letteralmente “la birra della casa” è stata la prima birra prodotta a Traquair nel 1965 e ancora oggi matura nei vecchi tini di quercia. Splendida nel bicchiere, di colore tonaca di frate con intense e limpide venature rosso rubino ed una compatta schiuma color crema dalla discreta persistenza. Caramello, ciliegia, pane nero e uvetta danno il benvenuto al naso, dolce e di buona intensità: più in secondo piano profumi di biscotto, crostata di prugna, lievi tostature. Il gusto prosegue nella stessa direzione alzando l’asticella dell’intensità: gli stessi elementi ritornano a formare una bevuta dolce ma bilanciata, facile e sorretta da un leggero alcool warning in sottofondo. Corpo medio e poche bollicine rendono il mouthfeel morbido mentre al palato  s’aggiungono lievi note di pane tostato e interessanti note di vino liquoroso e di legno; chiude con una buona attenuazione che asciuga bene il dolce ed un accenno d’amaro terroso. Morbido e delicatamente caldo, dolce di frutta sotto spirito è il retrogusto di una Scotch Ale (o Wee Heavy) ben fatta e soddisfacente, molto pulita, quasi un “piccolo liquore” da bersi in tutta tranquillità. Si trova ogni tanto anche nei supermercati ad un rapporto qualità prezzo da non lasciarsi sfuggire.Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lotto 2304, scad. 01/12/2018, pagata 2.70 Euro (supermercato, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stigbergets Amazing Haze IPA

Documenti storici riportano l’esistenza a Göteborg (Svezia) di un birrificio chiamato Stigbergets sin dal 1722  e operativo fino al 1824 nella strada Oscarsgatan.Nel 2012 il nome Stigbergets ritorna nuovamente attivo senza nessun legame con il passato: le notizie in inglese sono praticamente inesistenti, ma con l’aiuto di Google Translator  riesco a capire  che sa tratti di un microbirrificio fondato dai proprietari del ristorante del teatro Hagabion di Göteborg e dall’ex-homebrewer, ora birraio, Olle Andersson. Il birrificio inizia con un impianto molto piccolo (50.000 litri il primo anno) producendo quasi esclusivamente per il ristorante del teatro e per alcuni altri bar, arrivando a triplicare la produzione nel 2015 grazie alla distribuzione delle bottiglie attraverso il monopolio svedese Systembolaget. Ad inizio 2016 il necessario ingrandimento per far fronte all’aumento della domanda con un nuovo impianto da 20 hl realizzato dalla danese JTM Brew che porta il potenziale annuo a 400.000 litri. E' operativo anche il Bar Kino, un café situato sempre all’interno del teatro Hagadion (Linnégatan 21) dove potete trovare disponibili alla spina almeno nove birre Stigbergets. Come detto, il birraio è Olle Andersson, un passato lavorando come sviluppatore di software informatico prima di trasformare l’hobby per l’homebrewing in una professione.  Nonostante lo stile preferito di Olle siano le Porter, è con le IPA che Stigbergets ha iniziato a farsi notare prima in Scandinavia e poi in altri paesi europei. Galeotta fu in particolare la Gbg Beer Week IPA, realizzata nel 2015 per il Gothenburg Beer and Whisky Festival;  una IPA torbida/juicy che a molti beergeeks ha ricordato le ricercatissime IPA americane del New England. In verità Andersson dice di non essersi dichiaratamente ispirato alle birre di Trillium o Tree House ma alle sue produzioni casalinghe, caratterizzate dall’assenza di filtrazione e dall’utilizzo di cereali non maltati come frumento e avena.  Da allora la Gbg Week IPA è stata replicata solamente una volta nel 2016, ovvero quando il birrificio è stato in grado di trovare Nelson Sauvin, Citra e Galaxy di qualità eccellenti: ciò non le ha comunque vietato di scalare le classifiche del beer-rating diventando oggi, secondo Ratebeer, la decima miglior IPA al mondo dietro Trillium, Tree House, Alchemist e Hill Farmstead. Lo stesso Andersson si dice quasi incredulo del successo e delle richieste che il birrificio sta attualmente ricevendo.  Il birraio ha anche lanciato assieme ad Olof Andersson il marchio O/O, una beerfirm che opera sugli impianti di Stigbergets. La birra.Amazing Haze, nome che allude sia alle caratteristiche della birra (hazy) che alla omonima varietà di marijuana; debutta lo scorso settembre 2016 e, per gli strani meccanismi del beer-rating, è già diventata secondo Ratebeer la trentottesima miglior IPA al mondo. Va bene così.Molto torbida ma non "fangosa", nel bicchiere è di colore arancio pallido e forma un discreto cappello di schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa, dalla media persistenza. Il doppio dry-hopping di Mosaic regala un naso intensissimo, esplosivo, un trionfo di frutta fresca: cedro, mandarino, pompelmo, arancio, ananas, mango e, al variare della temperatura, potreste riconoscere molte altre varietà di frutta. Molto pulito, sfacciato ma non cafone, l'aroma anticipa le caratteristiche del gusto: impossibile percepire i malti con un tale carico di frutta succosa, c'è giusto un lieve accenno di crackers. Quello che arriva al palato è praticamente un succo di frutta, ed è sorprendente come utilizzando i luppoli in una certa maniera si possa ottenere un risultato che davvero emula quello della frutta spremuta in un bicchiere. Nello specifico ci sono soprattutto agrumi con qualche intromissione tropicale in sottofondo: la bevuta è agile e molto facile, con l'alcool che regala solo un delicato tepore a fine bevuta. Molto pulita, secchissima, caratterizzata da una sensazione palatale molto gradevole, ammorbidita dall'avena e dalle poche bollicine. L'amaro, zesty e leggermente terroso, non ha velleità di protagonismo ma solamente lo scopo di bilanciare la bevuta: non è in questa birra che lo dovete cercare, qui è il trionfo del succo, del juicy. Il ruttino dice mango e il risultato è una IPA che sorprende e conquista, a patto che vi piacciano i succhi di frutta: sarebbe molto difficile spiegare a chi ha sempre e solo bevuto industriale che anche questa è una birra.Ma se amate stare dietro alle mode birrarie e sotto sotto vi sentite un po' beer-geeks, per quel che riguarda le IPA Stigbergets è senza dubbio uno dei birrifici che dovete assolutamente provare.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 435, scad. 19/04/2017, prezzo indicativo 5.50/6.50 euro  (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Bosco Pale Whale

Secondo appuntamento con il birrificio trentino  Birra del Bosco, giovane realtà operativa dal 2013 a San Michele all'Adige (Trento) e già ospitata qualche settimana fa con la IPA Froggy Hops. Lo fondano Gabriele Tomasi (birraio) e Marco Pederiva (commerciale), due compagni di liceo che si sono ritrovati dopo aver terminato gli studi universitari scoprendo di avere entrambi la passione per la birra e l’homebrewing. Tomasi ha studiato in Belgio (leggo di esperienze formative presso Dupont e Cantillon) mentre Pederiva, in giro per il mondo per lavoro, scoprì in un locale di Amsterdam che c’era un universo di birre oltre a quelle industriali che affollano gli scaffali dei supermercati. Scoprendo di condividere anche la passione per l’homebrewing, i due ragazzi redigono un business plan e si danno un anno di tempo per elaborare ricette, sperimentarle, affinarle e fare pratica presso qualche altro birrificio.  Birra del Bosco inizia nel 2013 come beerfirm per testare la ricettività del mercato: i sondaggi sono stati evidentemente favorevoli visto che a metà del 2014 diventa operativo l’impianto di proprietà da 10 HL. L’intento dichiarato è di fare birre  “facili da bere”, ovvero non troppo impegnative e quindi accessibili anche ai palati meno esperti.  Dopo la Froggy Hops IPA è il momento d’assaggiare un’altra birra anch’essa inviatami dal negozio Iperdrink.it   Si tratta della golden ale Pale Whale, letteralmente la “balena pallida”; recita l’etichetta: “molto tempo fa un uomo trovò due cuccioli di lupo sulla spiaggia.  Impietosito, li portò a casa con sé e li allevò.  Quando i cuccioli crebbero, nuotarono molto lontano nell'oceano, uccisero una balena e la portarono a riva come dono al padrone.  Fecero questo per moltissimi giorni, ma presto ci fu troppa carne che cominciò a guastarsi.  Quando il Grande Spirito sopra le nuvole vide quello spreco creò un'immensa nebbia che non permise ai due lupi di tornare a riva.  E fu così che i predatori diventarono Orche assassine”La birra. Golden Ale che utilizza luppoli americani, si colora il bicchiere di un bel dorato un po’ pallido e velato; la schiuma è cremosa e compatta ma non molto generosa e dalla discreta persistenza. L’aroma è abbastanza sottotono, l’intensità è davvero modesta: a malapena avverto profumi di miele e floreali, qualche nota di crackers. Il birrificio la descrive come “una birra beverina non impegnativa” e direi che queste caratteristiche si ritrovano in pieno al palato: la facilità di bevuta non è però in antitesi all’intensità, e devo dire che il gusto di questa golden ale non è molto generoso. L’aroma viene ricalcato in pieno nei pregi e nei leggeri difetti; crackers, miele, un lieve fruttato che richiama gli agrumi ma anche una leggerissima presenza di quel diacetile che l’aroma aveva annunciato. La secchezza un po’ ne risente, una patina dolce avvolge sempre il palato limitando il potete dissetante di questa birra; la schiuma che quasi non si riforma anche roteando il bicchiere testimonia una bottiglia un po’ fuori forma che non brilla per fragranza e per pulizia, benché fruibile senza particolari problemi. La chiusura è delicatamente amara (terroso, erbaceo) e molto corta, con un ritorno di cereale. Capisco che si tratti di una gateway beer che punta a conquistare chi ha sempre ordinato una "bionda" o una "rossa" generica: la bevuta risulta quindi rassicurante per chi è abituato alla birra industriale ma risulta un po' anonima e carente di personalità per chi invece ha già fatto il salto dentro la craft beer revolution.  La bottiglia poco in forma non aiuta certo a valorizzare una Golden Ale che di semplicità, pulizia e fragranza dovrebbe fare la sua maison d'être.Se volete la potete acquistare qui.Formato: 75 cl., alc. 5%, IBU 27, lotto 162927, scad, 08/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Evil Twin Imperial Biscotti Break

C'è un pezzo d'Italia dietro a quella che col tempo è divenuta una delle birre più famose e di maggior successo della beerfirm Evil Twin; il gemello cattivo come vi avevo già raccontato in questa occasione è Jeppe Jarnit-Bjergsø, gemello di Mikkel Borg-Bjergsø alias Mikkeller. Entrambi birrai zingari, una rivalità ostentata ma probabilmente funzionale al marketing e due business partiti dalla Danimarca per sbarcare poi negli Stati Uniti. Il primo dei due è stato Jeppe, ormai da tempo residente a New York, che ha iniziato a farsi produrre le proprie ricette da birrifici americani; di recente lo ha seguito Mikkel, superandolo con l'apertura del suo primo birrificio a San Diego, rilevando gli impianti dismessi da Alesmith.Ma torniamo al 2011, quando Evil Twin è ancora una beerfirm danese e produce la maggior parte delle proprie birre alla Fanø Bryghus, dove lavora il birraio americano Ryan Witter-Merithew. Nel giugno di quell'anno viene realizzata la prima "crociera birraria" italiana: non so se nel mondo ci siano stati precedenti? E' Un mare di Birra, organizzata per festeggiare il decimo compleanno del Ma che siete venuti a fà. Tra i birrifici invitati a dissetare i partecipanti durante il viaggio Roma-Barcellona e ritorno c’è anche Evil Twin:  Jeppe e Ryan Witter-Merithew vogliono realizzare una birra apposta per l’occasione. Per legare la birra al nostro paese si pensa alla parola “biscotti”  e viene realizzata la Biscotti Ale, una porter (7.5% ABV) prodotta con caffè, vaniglia e mandorle tostate che viene poi mantenuta in produzione con il nome Biscotti Break e un ABV leggermente superiore (8.5%). La sua versione imperiale non ci impiega molto a nascere, rimpiazzandola: a marzo 2012 vede la luce la Imperial Biscotti Break, prodotta presso gli impianti della Westbrook Brewing di Mount Pleasant, Carolina del Sud. La birra.Il caffè proviene dalla torrefazione Charleston, mentre il resto della ricetta prevede un base maltata di 2-row completata da un mix di malti Chocolate, Abbey, Melanoidin, Cara e avena. Gli "aromi naturali" di cui parla l'etichetta dovrebbero sempre essere vaniglia e mandorle tostate. Una volta azzeccata la birra, ecco il proliferarsi di varianti barricate e con aggiunta di ingredienti inusuali: ciambelle, peperoncini, prugne e brettanomiceti, amarene, fragole e la lista è ovviamente molto più lunga.Assolutamente nera, forma una discreta testa di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il caffè domina ed è molto elegante sia nella forma di chicchi che di espresso: l'accompagnano profumi di cioccolato al latte e tostature, accenni di vaniglia, fuit cake e liquirizia. Discreta ma percepibile la componente etilica. Morbida e quasi cremosa al palato, l'avvolge con poche bollicine ed un corpo tra il medio ed il pieno: ne risulta una birra solida che scorre bene senza bisogno di essere masticata. Il gusto è ricco di caffè e tostature sostenute da una base di caramello bruciato e liquirizia dolce; più in sottofondo vaniglia, cioccolato al latte e fruit cake sono ben amalgamati da un tenore alcolico (11.5%) che riscalda ed irrobustisce senza eccessi. In chiusura l'alcool accende l'amaro del caffè e delle tostature, della mandorla e del cioccolato con una scia lunga, morbida, molto appagante. Tralasciando l'hype che qualche anno fa questa birra si portava dietro, l'Imperial Biscotti Break è una Imperial Stout bilanciata, elegante e solida che si sorseggia con gusto senza troppe difficoltà: le emozioni non abbondano, ma la soddisfazione è parecchia. Formato: 65 cl., alc. 11.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo in Europa 14-18.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.