Redwillow Shameless IPA

Macclesfield, contea di Cheshire, Inghilterra:  sino al secolo scorso sede di alcuni birrifici che controllavano più di 50 pub nelle contee di  Cheshire, Derbyshire e Staffordshire. Tra i più noti vi era la Stancliffe's Sutton Brewery, acquisita nel 1920 dai vicini di casa della Lonsdale & Adshead; nel 1950 la Lonsdale passò nelle mani della  Ind Coope & Allsopp di Burton on Trent che chiuse  lo stabilimento di Macclesfield e la città rimase priva di birrifici.  Ci sono voluti quasi sessant’anni per riportare la produzione di birra nella città musicalmente “famosa” per aver (quasi) dato i natali e la morte a Ian Curtis, frontman dei Joy Division. Il responsabile è Toby Mckenzie, che dopo aver lavorato come biologo molecolare negli Stati Uniti e nel settore dell’Information Technology  ha fatto ritorno in patria e, nel pieno di una crisi di mezza età, ha deciso di trasformare la sua passione per l’homebrewing in una professione; con l’aiuto della moglie Caroline e della famiglia, ad agosto 2010 nasce la Red Willow Brewery, ispirata dai secondi nomi (Red e Willow) dei propri figli.  La prima birra prodotta sull’impianto da sei ettolitri, un’American Pale Ale chiamata Directionless,  debutta nel dicembre dello stesso anno: in poco temp il birrificio ottiene diverse riconoscimenti in molti concorsi locali e nazionali organizzati da SIBA e CAMRA. I luppoli americani, con i quali Mckenzie ha evidentemente familiarizzato durante la sua permanenza negli Stati Uniti, caratterizzano buona parte delle birre di Red Willow, suddivise tra standard range, produzione stagionali e sperimentali che vengono raggruppate sotto la gamma chiamata “Faithless”. Anche Red Willow Brewery ha da qualche tempo scelto di proporre la birre disponibili tutto l’anno in lattina anziché bottiglia.La birra.Shameless (senza vergogna) è un’American Ipa prodotta con Centennial, Columbus e Simcoe; nasce come birra sperimentale chiamata Faithless XV, ma è evidentemente piaciuta al punto di entrare poi in produzione regolare. Nel bicchiere è opaca e di un colore che si colloca tra l’arancio ed il dorato pallido; generosa, cremosa e compatta è la schiuma biancastra che ha un’ottima persistenza nel bicchiere. Il naso mette in evidenza ancora una buona freschezza e, soprattutto, un ottimo livello di pulizia:  c’è molto ananas, al quale s’affiancano profumi floreali e di pompelmo, polpa d’arancia, mango. Un inizio “succoso” e ben promettente che trova conferme al palato; biscotto e miele costituiscono la base maltata a supporto di un bel carattere fruttato che ripropone l’aroma con perfetta corrispondenza.  L’amaro non ha velleità di protagonismo ma funge da equilibrio ad una bevuta volutamente spinta sul fruttato, dando solo un breve contributo finale con note resinose che vengono alimentate da un delicato tepore etilico. Buono anche il livello di secchezza,  bevuta molto facile che indulge nella frutta riuscendo ad essere ruffiana quanto basta per non scivolare nella cafonaggine: facile da bere, ben valorizzata dalla freschezza con belle soddisfazioni per chi beve a patto che non siate in cerca della classica botta d’amaro.Formato: 33 cl., alc. 5.9%, lotto G1134, scad. 14/04/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Drakes Jolly Rodger (2015)

Ritorna sul blog il birrificio californiano Drake’s, attivo dal 1989 a  San Leandro, nella East Bay a circa trenta chilometri da San Francisco; il birrificio si trova in quella che un tempo era la centrale elettrica di un vasto sito industriale dove fino al 1946 venivano assemblati alcuni modelli di automobili Dodge e, fino alla fine degli anni ’70, macchine movimento terra Caterpillar. Il fondatore Roger Lind, era birraio in uno dei primi brewpub americani, la Triple Rock Brewing di Berkeley; decise di mettersi in proprio aprendo la Lind Brewing Company a San Leandro per poi cederla nel 1998 alla famiglia Rogers,  già proprietaria di una torrefazione di caffè adiacente al birrificio, che le cambiò il nome in Drake’s, omaggiando il navigatore/corsaro Francis. La produzione, sino ad allora basata quasi esclusivamente su birre rispettose della tradizione inglese, alla fine degli anni ’90 si sposta gradualmente in direzione West Coast USA grazie all’arrivo dei birrai Rodger Davis e Josh Miner, che introducono due birre di grande successo: la Drake’s IPA (medaglia d’oro al Great American Beer Festival del 2002) e la potentissima  Imperial IPA Denogginizer (2004). Nel 2008 il birrificio viene acquistato da John Martin, un assiduo frequentatore del brewpub sin dai tempi di Roger Lind, assieme al partner commerciale Roy Kirkorian: i volumi crescono esponenzialmente di anno in anno, gli impianti vengono ingranditi  per sfruttare il successo della Hopocalypse Double IPA e della Aroma Coma IPA. In sala cottura oggi c'è un team di birrai attualmente coordinati da John Gillooly  (brewmaster) e Chris Dunstan (Head Brewer); Travis Camacho si occupa  invece del programma di Barrel Ageing, che dai timidi esperimenti iniziati nel 2007 sta crescendo a grande velocità. Ogni anno Drake’s celebra il mondo dei pirati con un evento chiamato “Jolly Day”, una festa a tema piratesco nel corso della quale viene svelata la birra annuale chiamata Jolly Rodger, sempre diversa. Imperial Brown Ale (2009), Imperial Red Ale (2010), Imperial Black IPA (2011 e 2013), American Barleywine (2012),  Imperial Coffee Stout (2014) e Imperial Coffee Porter (2015);  per conoscere l’edizione 2016 dovrete aspettare il prossimo 12 novembre.La birra.In collaborazione con la Highwire Coffee di Oakland, Drake’s realizza una Imperial Coffee Porter utilizzando la varietà di caffè colombiano chiamata Huila Finca La Ilusion Natural; la ricetta include anche miele di caffè e miele millefiori della California, malti: American 2-Row, Muntons Extra Dark Crystal, Muntons Mild Ale, Patagonia Crystal 15, Patagonia Perla Negra, Simpsons Brown/Coffee, Simpsons Chocolate, Patagonia Crystal 35, luppolo Warrior per amaro e lievito White Labs 001.  Ne esiste anche una versione passata in botti di Bourbon e di Rye Whiskey.Assolutamente nera, forma nel bicchiere un abbondante cappello di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma non è esplosivo ma offre pulizia ed eleganza: dominano caffè (in chicchi e liquido) e orzo tostato, con solo qualche lieve accenno di fruit cake e salsa di soia. Gli stessi elementi ritornano anche al gusto di una Imperial Coffee Porter di nome e di fatto: tanto caffè e orzo tostato, ma non solo; ci sono liquirizia, cioccolato fondente, fruit cake, qualche accenno di salsa di soia e di caramello bruciato. La bevuta pur abbondando di caffè non risulta mai stancante ed è rafforzata da un delicato calore etilico che non incide per nulla sulla scorrevolezza, davvero ottima; c'è qualche bollicina di troppo a renderla meno morbida di quanto potrebbe essere, il corpo è medio e l'intensità è davvero degna di nota se consideriamo che si tratta di un'Imperial Porter dal contenuto alcolico abbastanza contenuto. Chiude con qualche nota di tabacco che accompagna il caffè ben sposandosi con la lieve presenza di frutta sotto spirito: ben fatta, molto pulita ed elegante. Ricorda per impostazione la imperial stout Drakonic, anch'essa esempio di come si possa "imperializzare" facendo ottime birre senza esagerare né sulla gradazione alcolica, né sulla viscosità/densità del liquido nero.Formato: 65 cl., alc. 8.1%, IBu 24, lotto 2015, prezzo indicativo 13.00/15.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brùton Abiura

Attivo dal 2006 in quel di San Cassiano di Moriano (Lucca), il birrificio/brewpub Bruton fondato da Agostino Lenci ed Ubaldo Cerri ha più volte attinto dalla tradizione brassicola belga per la realizzazione delle proprie ricette: Bianca, Brùton di Brùton, Momus, St. Renna e Stoner.  Ci sono voluti però quasi dieci anni per arrivare alla realizzazione di una saison; l'occasione a Iacopo Lenci e Andrea Riccio, attualmente residenti in sala cottura, l'ha data il 450° anniversario della nascita di Galileo Galilei, anche lui lucchese. A settembre del 2014 vede la luce la saison Abiura ispirata al processo che vide l'astronomo e scienziato italiano contrapposto alla Chiesa Cattolica per il suo sostegno alla teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, quella sostenuta dalla Chiesa stessa. Il processo si concluse il 22 giugno del 1633 con la condanna di Galilei per eresia e la successiva abiura forzata delle proprie concezioni astronomiche: "Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell'età tua d'anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch'il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch'avevi discepoli, a' quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l'istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l'istessa dottrina come vera;  (...)   Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura; Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide. (...)  Ti condanniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze".Dopo la sentenza, ecco l'abiura scritta di Galilei: "Io Galileo (...) inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali (...)  giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l'aiuto di Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa (...) pertanto (...) io abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; (...)  Giuro anco e prometto d'adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Santo Officio imposte; (...) io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633."La birra.Si presenta nel bicchiere di color arancio piuttosto pallido, velato e sormontato da una generosa testa di bianchissima schiuma compatta e quasi pannosa, dall'ottima persistenza. L'aroma apre con freschi profumi di fiori bianchi ai quali s'affiancano subito quelli degli agrumi (limone, bergamotto, mandarino); nessuna spezia aggiunta, ci pensa il lievito a caratterizzare la birra con una delicata nota rustica, quasi polverosa, delicatamente speziata. Bevivilità killer al palato, con una base maltata molto leggera (crackers, crosta di pane) ad introdurre una bevuta incredibilmente secca che porta in primo piano agrumi e poi sfocia in un finale amaro di moderata intensità nel quale convincono note terrose, erbacee e zesty.  Perfetta la sensazione palatale, con un carbonazione elevata a rendere la bevuta vivace e scattante; il corpo è medio ma quello che maggiormente impressiona è la chiusura, davvero secchissima. Molto pulita, semplice da bere con pochi elementi in gioco ma molto ben disposti: il riferimento, tanto per darvi qualche coordinata, è il Belgio "moderno" e ben luppolato alla maniera di De la Senne o, restando in casa nostra, alla Extraomnes. Se i nomi vi sono familiari o vicini al cuore, non esitate ad acquistarla. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 18, lotto 150925BR, scad. 24/09/2017, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Experimento Beer Saison Murici

All'ultima edizione del Salone del Gusto di Torino ha partecipato anche l'associazione Slow Beer Brasile: non era purtroppo presente una selezione di microbirrifici brasiliani ma solamente la beefirm Experimento Beer, fondata nel 2014 da Artur Schuler assieme ad  Anna Paula Diniz, art director dello studio DoDesign; lo studio cura il sito internet di Slow Food Brasile e ha lavorato ad alcuni progetti per la realizzazione d'imballaggi a basso impatto ambientale. Schuler è invece interessato a valorizzare con le sue birre alcuni frutti nativi del Brasile (presidi Slow Food) minacciati dal pericolo di estinzione; grazie alla collaborazione di João Palmeira, coordinatore dell'a ONG chiamata APA-TO, sono state coinvolte diverse comunità di piccoli produttori che praticano agricoltura sostenibile.La beerfirm ha debuttato con la Saison Umbu, prodotta con il 10% dell'omonimo frutto nativo della regione semiarida brasiliana del Sertão. Di passaggio in Italia, Schuler ha realizzato una birra (ancora non svelata) assieme al birrificio Baladin ed ha partecipato ad alcuni laboratori presso il Salone del Gusto.Lo scorso gennaio è arrivata una seconda Saison che utilizza questa volta il Murici: frutto della Byrsonima crassifolia, arbusto alto sino a 10 metri che cresce nelle foreste tropicali e nelle savane. Piccoli (2 cm di diametro) e gialli, i murici vengono utilizzati quasi esclusivamente dalle popolazioni locali: hanno sapore acidulo e sono consumati freschi, cotti oppure usati per produrre gelati, bevande rinfrescanti e liquori. Il frutto deperisce velocemente ma si mantiene per mesi se conservato in vasi pieni d'acqua, ed è in questo modo che viene venduto nei mercati locali.La birra.In etichetta le coordinate geografiche della città di Augustinópolis (stato del Tocantins) da dove i frutti, impiegati nella quantità pari al 10%, sono stati raccolti. La birra viene prodotta presso gli impianti della Cervejaria Loba, 150 chilometri a sud di Belo Horizonte, dove ha sede la beerfirm.Di colore velato, dorato e leggermente pallido, forma un discreto cappello di schiuma bianca e cremosa dall'ottima persistenza. Al naso profumi di agrumi (limone, lime), fiori bianchi, banana acerba, una delicata speziatura che ricorda il coriandolo; buona la pulizia, non c'è però nulla di quel carattere rustico che sempre vorrei trovare in una Saison. Il gusto mostra una buona corrispondenza con l'aroma: i malti (pane, crackers e miele) non reclamano ruolo da protagonisti ma lasciano spazio agli agrumi e ad un po' di banana, affiancati dal coriandolo: c'è un buon livello di secchezza a garantire un effetto dissetante e rinfrescante, mentre la delicata chiusura amara porta equilibrio con note terrose, di radice e di scorza d'agrume. Le mancano un po' di bollicine a darle ulteriore vivacità, ma complessivamente è una Saison pulita e priva di difetti che si beve con grande facilità. Buona l'intensità dei sapori, un po' carente l'espressività del lievito ed il carattere che ne deriva, del tutto privo di qualsiasi componente rustica: accontentandosi, si beve comunque discretamente. Formato: 60 cl., alc. 5.5%, IBU 27, lotto 002, scad. 12/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

CRAK – Hop Series: Citra, Mosaic IPA 12.SET.2016 & Amarillo, Citra, Columbus, Wolf Double IPA 26.SET.2016

Mancava sul blog da oltre un anno il birrificio padovano CR/AK, evoluzione della ex-beerfirm Olmo che ha aperto i battenti nel marzo 2015 a Campodarsego; lo fondano Anthony Pravato  ed il birrario Marco Ruffa (esperienze a Buxton e Brewfist). Sin dagli esordi CR/AK ha giustamente insistito molto sull’importanza di bere la birra fresca, ovvero giovane: data d’imbottigliamento sull’etichetta delle bottiglie e sui medaglioni dei fusti, shelf life iniziale di dodici mesi che è stata poi ridotta a sei.In questa direzione va anche la Hop Series, birre prodotte occasionalmente con un diverso mix di luppoli selezionando “i migliori a disposizione”:  un’operazione che richiama l'intera produzione The Kernel, birrificio inglese che da sempre produce leggere variazioni della stessa IPA.  Oltre a data d’imbottigliamento e shelf-life a sei mesi, CRAK s’impegna a garantire la catena del freddo, ovvero a far sì  che la birra  “sia sempre refrigerata, da quando lascia il nostro birrificio fino alla vostra pinta”; benissimo il trasporto refrigerato, essenziale nei mesi estivi, più difficile fare in modo che i rivenditori mantengano sempre fusti e bottiglie in frigorifero. La Hop Series viene inaugurata a giugno 2015 con una Hoppy Saison ed è poi continuata con svariate declinazioni dello stile IPA (Session, Double). Molto pulite e minimali le etichette, con una grafica semplice ma efficace ad opera dello studio Dry Design, curatore della visual identity di CRAK sin dagli esordi.La birra.Due le Hop Series che mi sono capitate tra le mani. Partiamo dalla HS08, una IPA (6.5%) prodotta con Citra e Mosaic e imbottigliata il 12 settembre 2016. Dorata ed appena velata, regala un bella schiuma bianca fine e compatta dall'ottima persistenza e soprattutto un bel bouquet olfattivo, fresco, pulito, intenso, elegante: cedro, pompelmo, limone sono in prima fila incalzati da ananas, passion fruit, melone retato. Le poche bollicine e il corpo medio la rendono morbida e scorrevole, a voler essere pignoli potrebbe essere un pochino più leggera a livello di sensazione tattile. Al palato c'è quasi perfetta corrispondenza con l'aroma: la leggera base maltata (crackers, miele) supporta senza reclamare spazio la frutta tropicale e, in successione, gli agrumi che diventano protagonisti della bevuta fino al finale amaro, più erbaceo che resinoso a dire la verità, ben arricchito da note zesty e da un'inatteso ritorno di cereale. Molto pulita anche in bocca, la freschezza esalta la generosa luppolatura; le manca forse ancora un pelino di secchezza e soprattutto un po' di nerbo in più a fine corsa, dove l'intensità cala anziché premere sul pedale dell'acceleratore dell'amaro. IPA comunque ben fatta, pulita, alcool ben nascosto, un po' accomodante e indubbiamente molto piacevole da bere.Alziamo l'asticella stappando la Double IPA Amarillo, Citra, Columbus, Wolf (8%), nata lo scorso 26 settembre. Il suo colore si colloca a metà strada tra il dorato ed il ramato: poco generosa e un po' grossolana è invece la schiuma, che si dissolve abbastanza rapidamente. L'aroma non è esplosivo ma elegante e molto pulito; pompelmo, arancia sanguinella, ananas e melone ne costituiscono la spina dorsale. La frutta è zuccherina e matura, dolce, ben valorizzata dalla freschezza. Come per la IPA, plaudo anche qui alla scelta del birraio di privilegiare malti chiari senza indulgere nel caramello, appena percepibile. Sono miele e biscotto a sostenere l'abbondante luppolatura che ripercorre il percorso aromatico con identica pulizia e freschezza; anche qui la chiusura amara (resina) non è particolarmente incisiva, sebbene sia enfatizzata da un discreto calore etilico che aiuta ad asciugare il dolce della birra. Anche qui, a fine corsa, compare a sorpresa una nota di cereale. La secchezza è buona, l'alcool non è nascosto alla maniera delle migliori DIPA della West Coast ma la bevibilità rimane comunque ottima: una DIPA bilanciata, ben fatta e, senza indulgere troppo nell'amaro, accomodante al palato come la sua sorella minore. Un bel passo avanti rispetto alla più caramellosa Double IPA della casa, la Perfect Circle.Nel dettaglio: CRAK - HOP Series - Citra, Mosaic / 12.SET.2016, 33cl., alc. 6.5%, imbott. 12/09/2016, scad. 12/03/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop)CRAK - HOP Series - Amarillo, Citra, Columbus, Wolf / 26.SET.2016, 33 cl., alc. 8%, imbott. 26/09/2016, scad. 26/03/2017, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Magic Rock Dark Arts

Nuovo appuntamento con il birrificio inglese Magic Rock, fondato nel 2011 da Richard e Jonny Burhouse con l’aiuto del birraio Stuart Ross. Dagli esordi in un modesto edificio all’interno del business di famiglia (importazione e vendita all’ingrosso di cristalli e pietre naturali), il birrificio ha finalmente trovato nel 2015 una nuova casa nel sobborgo di Birkby: i nuovi impianti  (10.000 hl/anno con possibilità di arrivare sino a 70.000) hanno anche permesso di ampliare la distribuzione che, a parte qualche bottiglia nell’anno degli esordi, era stata fatta esclusivamente tramite fusti. La scelta è caduta sulle (modaiole) lattine che sono cominciate ad arrivare anche nel nostro paese con un rinnovamento alle già belle etichette delle bottiglie d’esordio: la parte grafica è da sempre curata dal designer Richard Norgate, che dopo aver legato l’identità visiva di Magic Rock al mondo del circo si è ultimamente dedicato a disegnare simpatici piccoli mostri. Per assaggiare tutta la gamma del birrificio potete recarvi  alla Magic Rock Tap, dove troverete nove spine,  due casks, e qualche produzione occasionale o stagionali disponibile anche in bottiglia; per il merchandising provate il loro shop on line.La birra. “La nostra stout vi porterà dal lato oscuro”: con questa citazione di Star Warsiana memoria Magic Rock annuncia nel 2011 Dark Arts, prodotta con malti Black, Brown, Chocolate e Golden Promise, avena, luppoli Herkules, Magnum e Target. Praticamente nera, forma un elegante e generoso cappello di schiuma color cappuccino, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è semplice ma efficace, pulitissimo, privo di fronzoli, elegante: caffè (grani e macinato), tostature, caramello un po’ bruciato, suggestioni di mirtillo.  L’avena e le poche bollicine le donano al palato una discreta morbidezza, la facilità di bevuta è ottima per un  ABV (6%) ben lontano dalla soglia di sessionabilità.  Perfettamente corrispondente all’aroma, il gusto non è da meno per semplicità e pulizia e mira dritto al sodo: la partita è tutta giocata da caffè e tostature che vengono sostenute dal caramello, mentre in sottofondo si possono scorgere note di liquirizia e di frutti di bosco.  L’alcool non è pervenuto, la chiusura è secca, senza un briciolo di astringenza, ed appaga con l’amaro del caffè e delle tostature. I sottotitoli sulla lattina recitano “Surreal Stout”, ma in verità non c’è niente di strano in questa lattina, ma tanta qualità, precisione e pulizia: un'altra vittoria del “less is more”, in barba a tutte quelle birre stravaganti che affollano sempre di più gli scaffali dei beershop.Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 1183 09971 ?, scad. 21/07/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Retorto Tazmaniac

Ritorna sul blog Retorto, il birrificio piacentino  fondato nel 2011 a Podenzano dal birraio Marcello Ceresa con l’aiuto del fratello Davide e della sorella Monica; in cinque anni d’attività Retorto ha prodotto un numero di birre relativamente esiguo, se lo si confronta con quello di molti altri produttori. Anziché inondare il mercato di one-shot, collaboration e quant’altro Retorto ha preferito lavorare sul perfezionamento di quelle già esistenti, ottenendo peraltro sempre buoni riconoscimenti ai concorsi nazionali. Alle quattro birre del debutto  Morning Glory (American Pale Ale), Krakatoa (IPA), Latte Più (Blanche), Daughter Of Autumn (Scotch Ale) si sono progressivamente aggiunte la Black Lullaby (Belgian Dark Strong Ale), i barley wine Malalingua e Malanima e le ultime due nate Bloody Mario (con ciliegie piacentine) a Tazmaniac. Parliamo di quest’ultima, il cui nome è ovviamente ispirato allo stato-isola dell'Australia che si trova 250 km a sud del continente; la Tanzania fu scoperta nel 1642 dal navigatore olandese Abel Tasman il quale battezzò la nuova terra "Anthoonij van Diemenslandt", dal nome del finanziatore della sua spedizione, Anthony van Diemen, governatore delle Indie Orientali Olandesi. Ma a noi interessa la birra e la Tasmania è anche considerata la “terra  madre” del luppolo australiano, la cui richiesta è esponenzialmente aumentata con l’avvento della craft beer revolution, non solo australiana. Fu William Shoobridge, emigrato dal Kent inglese nel diciannovesimo secolo, il primo a portare in Australia qualche pianta di quell’humulus lupulus che già coltivava nella madre patria. Il figlio Ebenezer nel 1867 acquistò una area di terra compresa tra i fiumi Derwent e Styx Rivers per dedicarla alla coltivazione del luppolo; la proprietà, poi chiamata Bushy Park Estates, esiste ancora oggi ed è il maggior produttore di luppolo australiano.La birra.Se non erro la Tazmaniac di Retorto debutta inizialmente solo in fusto nell'ottobre del 2015, per poi essere resa disponibile anche in bottiglia; non sono rivelati i nomi dei luppoli neozelandesi utilizzati. Nel bicchiere arriva dorata e velata, con marcati riflessi arancio; la schiuma, bianca e cremosa, è compatta ed ha un'ottima persistenza. L'etichetta recita "scadenza 05/2017" quindi ipotizzo si tratti di una bottiglia dello scorso maggio che ha quindi già cinque mesi di vita alle spalle; l'aroma in effetti non evidenzia particolare freschezza, e neppure l'intensità regala acuti. Il bouquet dei profumi è piuttosto semplice, con l'ananas e la papaia accompagnati da qualche nota terrosa: un po' deludente. Al palato la birra scorre bene, con una carbonazione contenuta e corpo leggero ma con una sensazione tattile forse un pelino troppo pesante per una session beer. Una leggera base maltata (miele, accenni biscottati) ha il compito di preparare il terreno per far giocare al meglio i luppoli, che proseguono il percorso aromatico con agrumi e papaya, forse maracuja. La "frutta" sembra quasi più acerba che matura, con qualche asperità (aspra)  poi levigata dalla chiusura amara terrosa e vegetale (finalmente si sale d'intensità), che a tratti sembra quasi sconfinare nel lievissimo tostato. Buona la pulizia, buona la secchezza ma nel complesso questa Pacific Pale Ale mi sembra nel complesso il mix di sapori non mi sembra del tutto definito; un maggior freschezza sicuramente l'avrebbe valorizzata di più, si lascia bere bene, ma al di là del mio rapporto un po' conflittuale con alcuni luppoli "pacifici", non mi sembra la Retorto meglio riuscita. Formato: 33 cl., alc. 4%, IBU 38, lotto 16032, scad. 05/2017, prezzo indicativo 3.00/4.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Schwendl Don No. 4 Heilige Nacht

La Weissbräu Schwendl nasce nel 1935 a Tacherting nello Chiemgau bavarese, circa 90 chilometri ad est di Monaco; lo fondano Michael e Therese Schwendl perché, a dire loro, “era più economico far la birra in casa che comprarla”.  Da allora il birrificio è ancora nella mani della stessa famiglia e vede al timone  Anton, il pronipote del fondatore Micheal.  Come il nome suggerisce, la Weissbräu Schwendl produce soprattutto birre di frumento con il marchio Schalchner, dal nome del sobborgo di Tacherting in cui si trova: tutte le birre sono ad alta fermentazione, che avviene in vasche aperte con un ceppo di lievito proprietario oggi depositato presso l’Università di Weihenstephan. Ma Anton Schwendl è stato anche uno dei primi produttori bavaresi a guardare al segmento di mercato delle  cosiddette “birre gourmet” o “craft bier” ; si parte nel 2009 con la Don No. 1 Impala Weizen Bock, che viene proposta l’anno successivo anche in versione barrique.  In bavarese il none Antone è spesso abbreviato in “Done”  o – nel caso del nonno di Antone – in “Don”. Sono poi arrivate la Don No. 3 HaMilia IPA (dedicata da Anton alla propria figlia Emilia e ad Hannes, figlio di un amico) e due birre che vengono prodotte una volta all'anno nel periodo delle festività natalizie. Una è la (weizen)bock Don No. 4 Stille Nacht 7% che viene affiancata dalla sua sorella maggiore Don No. 4 Heilige Nacht 9%.La birra.L'etichetta recita Doppelbock, ma il birrificio Schwendl produce solo alte fermentazioni e nelle note gustative sul proprio sito parla di "intenso amaro, caffè, cioccolato e tostature"; il frumento compare tra gli ingredienti, quindi potremo parlare di Doppelbock al frumento o, se preferite, Weizenbock. L'atmosfera natalizia di questa Heilige Nacht ("la notte santa") è enfatizzata dalla presenza del bue e dell'asinello in etichetta.In quanto Doppelbock il suo colore è piuttosto atipico, avvicinandosi molto al nero; la schiuma beige è cremosa e compatta, con buona persistenza nel bicchiere. Pane nero, caramello, prugna e mela verde formano un aroma che nel complesso non risulta particolarmente invitante; in sottofondo qualche remota tostatura. Il percorso continua su di una linea sostanzialmente retta al palato dove passano in rassegna pane nero e biscotto, lievi tostature e liquirizia, prugna e frutti di bosco scuri; l'alcool è ben percepibile e fornisce un delicato calore per tutta la bevuta  che non va mai oltre il consentito, nonostante l'accelerazione finale. Il suo corpo è medio, con una carbonazione contenuta ed una sensazione palatale morbida che rivela un'ottima scorrevolezza per una birra dal contenuto alcolico elevato; chiude con un bel alcool warming che avvolge le delicate tostature, il caramello, la liquirizia e la prugna. La pulizia tuttavia non è certo impeccabile, si ha l'impressione di bere una generica birra scura che oscilla senza decidersi tra una Doppelbock ed un tentativo di Porter; non c'è la fragranza e l'intensità dei malti di una Doppelbock e manca l'anima tostata e torrefatta di un'Imperial Porter. Il risultato, pur privo di evidenti difetti, è incompiuto e un po' deludente.Formato: 33 cl., alc. 9%, scadenza 24/12/2016, prezzo 2.28 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Borgo ArcheoBirra Etrusca – Anfora

Il progetto chiamato "archeobirra" vede la luce il 22 ottobre 2012 quando i suoi creatori, i cosiddetti "Birreria Brothers" (Leonardo Di Vincenzo, Teo Musso e San Calagione) presentano ufficialmente la birra Etrusca all'Open Baladin di Roma. Le "birre ancestrali" hanno sempre affascinato Sam Calagione, fondatore del birrificio Dogfish Head; con l'aiuto e la consulenza del professor Patrick McGovern (archeologo molecolare dell’Universita’ della Pennsylvania ed esperto di bevande fermentate) nel 1999 il birraio americano ha inaugurato la propria serie delle "ancient ales" realizzando la Midas Touch, ispirata dai residui trovati nei vasi della tomba del re Mida di Frigia (Turchia odierna), vissuto all'incirca 2700 anni fa. Sono poi arrivate la Chateau Jiahu, ispirata dai reperti ritrovati in una tomba cinese di 9000 anni fa, la Theobroma, basata su quanto rivelato dell'analisi chimica di frammenti di vasi di 3500 anni fa ritrovati in Honduras, e la Ta Henket, creata grazie ai alcuni geroglifici egizi. Il progetto successivo guarda al mediterraneo europeo e Calagione decide di coinvolgere i suoi partner commerciali Di Vincenzo e Musso; si parte da alcune ricerche archeologiche italiane che testimoniano la presenza di bevande fermentate, come riporta il sito di Birra del Borgo: "anche se l’unica testimonianza della presenza di una bevanda chiaramente riconducibile alla birra per la presenza di luppolo e cereali e’ quella di Pombia, in provincia di Novara, risalente alla civilta’ dei Liguri, è facile pensare che anche gli Etruschi e altre popolazioni italiche della stessa epoca storica avessero già scoperto le potenzialità date dalla fermentazione dei cereali. Presso la necropoli etrusca di Casa Nocera, nei pressi di Casale Marittimo in provincia di Pisa, sono stati ritrovati in alcuni vasi funerari oggi conservati al Museo Archeologico di Cecina resti di nocciole, melograni, mele e uva, oltre ad incensieri e alveari: sostanze che servivano ad “aromatizzare” bevande, che fossero a base di uva o cereali, usate sia come offerte funerarie che nella vita comune. Anche nella necropoli etrusca di Prato Rosello ad Artimino  sono stati ritrovati incensieri e resti di pollini."Con l'aiuto del professor McGovern e di altri archeologici e studiosi italiani i tre birrai redigono la loro interpretazione di una bevanda fermentata di epoca etrusca: grano Saragolla, miele, frutti e succo di melograno, farina di nocciole, uva sultanina, resina, radice di genziana e mirra. Il lievito viene  fornito dal professor Duccio Cavalieri, docente di Microbiologia presso il centro di Ricerca e Sviluppo della Fondazione Edmund Mach di S. Michele all’Adige: si  tratta di un lievito di oltre 1500 anni d'età, isolato da alcuni acini d'uva ritrovati in Toscana. Ognuno dei tre birrifici coinvolti nel progetto fa poi fermentare la birra in maniera diversa: terracotta (grandi anfore da 800 litri) per Birra del Borgo, legno per Baladin e bronzo per Dogfish Head. Qui trovate il video di realizzazione dell'Etrusca, alla quale vengono simbolicamente aggiunti quattro frammenti di luppolo per rispettare i requisiti imposti dalla legge.La birra.Fermentata in anfore di terraccotta, materiale poroso che quindi consente uno scambio con l'ambiente circostante: si presenta opaca di colore ambrato scarico, con intense venatura arancio. La schiuma biancastra, di modeste dimensioni, svanisce piuttosto rapidamente nel bicchiere. Al naso, piuttosto complesso, troviamo un caleidoscopio di profumi che includono note lattiche, di sudore e di cantina umida, di melograno ed uvaspina, agrumi, uvetta: è l'aspro a dominare, con il dolce che rimane ben in sottofondo. Il gusto non è da meno e mette in campo una complessità non facile da decifrare: la bevuta è attraversata da una netta acidità lattica che viene solo parzialmente bilanciata dal dolce del miele, del caramello e dell'uvetta. C'è l'asprezza del melograno e dell'uva acerba, c'è una nota acetica che a tratti risulta un po' fastidiosa e c'è una delicata speziatura (mirra?) che a me ricorda lo zenzero: meglio farle raggiungere la temperatura ambiente e far sì che emerga maggiormente il suo carattere vinoso, capace di smussare quasi del tutto le spigolature acetiche. Chiude molto secca, con un accenno amaricante lattico e di frutta secca, qualche suggestione di agrume: l'alcool dichiarato (9.3%) è praticamente impercettibile e l'Etrusca risulta alla fine una birra rinfrescante, mediamente carbonata, che si potrebbe bere senza nessuna difficoltà. E' piuttosto la sua natura sperimentale a suggerirne il lento sorseggiar per cercare di carpirne tutte le diverse sfaccettature.Formato: 33 cl., alc. 9.3%, lotto LS 369 14A, scad. 04/2017, prezzo indicativo 7.00-8-00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Val-Dieu Brune

Ritorna sul blog la Brasserie de l'Abbaye du Val-Dieu, della quale vi avevo parlato approfonditamente in questa occasione. Riassumendo, non si hanno notizie precise riguardo la produzione di birra presso l’abbazia cistercense di Val Dieu (fondata esattamente 800 anni fa, nel 1216), se non che l’attività cessò per effetto della secolarizzazione della Rivoluzione Francese e che i vecchi impianti di Val-Dieu furono definitivamente rottamati nel 1940 durante i lavori di restauro del monastero; dal 1975 al 1980 i monaci permisero (ingenuamente) al commerciante di bevande Corman di Battice l’utilizzo del proprio nome per realizzare la Tripel presso gli impianti della Brouwerij Van Honsebrouck, senza chiedere nulla in cambio. Nel 1993 il distributore Joseph Piron di Aubel (dove si trova il monastero) firmò con i monaci un contratto per la realizzazione di una serie di birre a nome Val-Dieu impegnandosi a corrispondere una commissione; il problema era che nel frattempo Corman aveva ad insaputa dei monaci registrato il nome “Val-Dieu” e  Piron fu quindi costretto ad acquistarlo da lui. Le “nuove” Val-Dieu vennero inizialmente appaltate alla Brouwerii Van Steenberge fino a quando non entrò in funzione il nuovo birrificio di Piron, la  Brasserie d'Aubel , situato a pochi chilometri dall’abbazia. Sembra tuttavia che la Blond e la Brune fossero di qualità molto bassa, con una serie d’infezioni e di problemi che portarono il giovane birrificio al fallimento nel 1995.  L’ultimo (e definitivo) tentativo di portare avanti il nome Val-Dieu è quello fatto nel 1997 dal commerciante di bevande Alain Pinckaers e dal socio Benoit Humblet, birraio proveniente dalla Kronenbourg; ai due venne l’intuizione di realizzare il birrificio in uno degli edifici del complesso cistercense. La produzione – che afferma di basarsi su ricette tramandate dall’ultimo abate di Val-Dieu – parte con Blond e Brune seguite nel 1998 dalla Tripel; se escludiamo i birrifici trappisti, Val-Dieu è di fatto a tutt’oggi l’unica abbazia in Belgio all’interno della quale viene ancora prodotta birra.  Dopo quasi vent’anni, Val-Dieu è ancora nelle mani di Alain Pinckaers e del nipote Michaël Pelsser;  il birraio Benoit Humblet se n'è invece andato ad aprire il microbirrificio  Bertinchamps a Gembloux e al monastero è arrivata la birraia Virginie Harzé assistita da Jonathan Petrenko.La birraMalti Pilsen e tostati, luppoli Saaz e Spalter sono utilizzati in questa Brune che riempie il bicchiere del tipico color tonaca di frate con riflessi ambrati; leggermente "sporca" di beige è la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Al naso, pulito, emergono pera, frutta secca, caramello e biscotto, qualche nota di amaretto: discreta l'intensità. Corpo medio, vivaci bollicine e ottima scorrevolezza sono le caratteristiche di una Dubbel che nasconde i suoi gradi alcolici (8%) solo come i belgi sanno fare: il gusto segue l'aroma, riproponendo caramello, biscotto e frutta secca, accompagnati da pera e qualche lieve nota di uvetta. Non c'è praticamente amaro, se si esclude un velocissimo passaggio di mandorla nel finale, ed una grande attenuazione a bilanciare il dolce della bevuta, con qualche lieve sconfinamento nell'astringenza; si torna subito in carreggiata nel retrogusto, con il tiepido ed accomodante conforto del dolce della frutta sotto spirito (uvetta, prugna). Non ci sono molte emozioni nel bicchiere ma c'è pulizia ed eleganza, tradizione: nonostante qualche imprecisione di troppo, c'è comunque una discreta soddisfazione.Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto illeggibile, scad. 09/06/2017,  pagata 1.35 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.