Tiny Rebel The Full Nelson

Avevo incontrato il birrificio gallese Tiny Rebel  un paio di anni fa:  nel frattempo la “creatura” di Gareth “Gazz” Williams (31 anni) e Bradley Cummings ha continuato a correre veloce, raccogliendo premi e consensi.  Tre birre ai primi  tre posti del podio del Champion Beer of Wales 2013, bis della Pale Ale FUBAR all’edizione 2014 e, soprattutto, la Red Ale Cwtch che viene proclamata Champion Beer of Britain al Great British Beer Festival di Londra dello scorso agosto 2015. Il birrificio ha anche inaugurato il pub Urban Tap House, di fatto il primo  locale a Cardiff completamente dedicato alla “craft beer”, replicando poi nel 2015 con l’Urban Pop Up bar nella propria città di Newport. Il 2016 è iniziato con un annuncio sul blog nel quale il birrificio dichiara di voler realizzare trenta nuove birre, tre delle quali  (SNAFU, Dubbel Dragon e Stay Puft) sono arrivate già in gennaio; a voi stabilire se questa continua necessità di sfornare novità sia un bene o un male. Non è invece una novità la birra di oggi, che ha debuttato a maggio 2012: The Full Nelson, ovvero una “Maori Pale Ale”  nella quale, su una base di malto Monaco, viene dato ovviamente campo libero al luppolo neozelandese Nelson Sauvin. Ammetto subito il mio amore per questo tipo di luppolo, peraltro apprezzatissimo in un’altra riuscita “single hop” come la Merica di Prairie. Dorata con sconfinamenti nell’arancio, velata, forma una persistente “testa” di schiuma bianca, compatta e cremosa. L’aroma non è molto complesso ma porta in dote eleganza, intensità, pulizia ed ancora una buona freschezza: tanto basta per convincere. Dominano uva bianca, uva spina e litchi, in un’asprezza completata dalle note di cedro, pompelmo e lime.  In bocca le leggerissime note di biscotto e pane fanno da introduzione ad un tocco dolce di frutta tropicale prima che il gusto intraprenda il suo percorso in territorio amaro (zesty ed erbaceo). Leggera, vivacemente carbonata e scorrevolissima, ribalta al palato quanto espresso nell'aroma: qui dominano gli agrumi mentre l'uva e l'uva spina, marchi di fabbrica del Nelson, restano in sottofondo ma hanno un'importanza fondamentale nel contribuire a rendere questa Pale Ale  molto secca e quindi molto rinfrescante e dissetante. La componente ruffiana non è sfacciata, i profumi sono invitanti, la relativa semplicità ne permette la bevuta spensierata e quasi seriale; l'inappuntabile pulizia permette di realizzare una sorta di parata/tributo del luppolo neozelandese in una birra che risulta molto fruttata ma piuttosto quadrata e, soprattutto, sensata. Se come me amate questa varietà di luppolo, questa è una birra che dovreste regalarvi.Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto 818 819, scad. 10/2016.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tiny Rebel The Full Nelson

Avevo incontrato il birrificio gallese Tiny Rebel  un paio di anni fa:  nel frattempo la “creatura” di Gareth “Gazz” Williams (31 anni) e Bradley Cummings ha continuato a correre veloce, raccogliendo premi e consensi.  Tre birre ai primi  tre posti del podio del Champion Beer of Wales 2013, bis della Pale Ale FUBAR all’edizione 2014 e, soprattutto, la Red Ale Cwtch che viene proclamata Champion Beer of Britain al Great British Beer Festival di Londra dello scorso agosto 2015. Il birrificio ha anche inaugurato il pub Urban Tap House, di fatto il primo  locale a Cardiff completamente dedicato alla “craft beer”, replicando poi nel 2015 con l’Urban Pop Up bar nella propria città di Newport. Il 2016 è iniziato con un annuncio sul blog nel quale il birrificio dichiara di voler realizzare trenta nuove birre, tre delle quali  (SNAFU, Dubbel Dragon e Stay Puft) sono arrivate già in gennaio; a voi stabilire se questa continua necessità di sfornare novità sia un bene o un male. Non è invece una novità la birra di oggi, che ha debuttato a maggio 2012: The Full Nelson, ovvero una “Maori Pale Ale”  nella quale, su una base di malto Monaco, viene dato ovviamente campo libero al luppolo neozelandese Nelson Sauvin. Ammetto subito il mio amore per questo tipo di luppolo, peraltro apprezzatissimo in un’altra riuscita “single hop” come la Merica di Prairie. Dorata con sconfinamenti nell’arancio, velata, forma una persistente “testa” di schiuma bianca, compatta e cremosa. L’aroma non è molto complesso ma porta in dote eleganza, intensità, pulizia ed ancora una buona freschezza: tanto basta per convincere. Dominano uva bianca, uva spina e litchi, in un’asprezza completata dalle note di cedro, pompelmo e lime.  In bocca le leggerissime note di biscotto e pane fanno da introduzione ad un tocco dolce di frutta tropicale prima che il gusto intraprenda il suo percorso in territorio amaro (zesty ed erbaceo). Leggera, vivacemente carbonata e scorrevolissima, ribalta al palato quanto espresso nell'aroma: qui dominano gli agrumi mentre l'uva e l'uva spina, marchi di fabbrica del Nelson, restano in sottofondo ma hanno un'importanza fondamentale nel contribuire a rendere questa Pale Ale  molto secca e quindi molto rinfrescante e dissetante. La componente ruffiana non è sfacciata, i profumi sono invitanti, la relativa semplicità ne permette la bevuta spensierata e quasi seriale; l'inappuntabile pulizia permette di realizzare una sorta di parata/tributo del luppolo neozelandese in una birra che risulta molto fruttata ma piuttosto quadrata e, soprattutto, sensata. Se come me amate questa varietà di luppolo, questa è una birra che dovreste regalarvi.Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto 818 819, scad. 10/2016.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Statale Nove John G Evo 3

Di tanto in tanto fa sempre capolino sul blog il birrificio bolognese Statale Nove guidato dal 2008 dal birraio Filippo Bitelli; non abito molto lontano e l'occasione è ghiotta per bere sempre birra fresca. Il birrificio offre una gamma ampia che attraversa la tradizione tedesca, anglosassone e belga, ma è la Germania a farla da padrone, con interpretazioni stilistiche sempre ben fatte che convincono senza necessariamente dover sempre rincorrere la moda del momento. Non è dunque un caso che l'anglosassone Stout di Statale Nove, chiamata John G, venga ogni tanto trasfigurata in una bassa fermentazione tedesca altrimenti detta Schwarzbier e rinominata John G Evo 3. Gli elementi in gioco sono quelli preferiti dal birrificio bolognese: la musica, visto che John G è il titolo di un brano dell'album d'esordio degli Atomic Ants a sua volta "dedicato" a John Joseph Gotti, il boss "elegante" dal 1985 al 2002 a capo della famiglia dei Gambino una delle più potenti famiglie mafiose di New York. Ma oltre alla musica nel nome (Evo 3) ci sono anche i potenti motori americani ai quali erano già state dedicate questa e questa birra. John G Evo 3 dunque, nel nuovo formato 33 che finalmente anche Statale Nove s'è decisa ad adottare, accompagnato dalle nuove etichette. Schwarzbier che arriva nel bicchiere di color ebano scuro con intense venature rosso rubino; la schiuma è beige chiaro e, benchè non troppo generosa, è fine e cremosa ed ha una buona persistenza.  Al naso i profumi di caramello e pane nero (Pumpernickel), tracce di ciliegia  e di caffè (liquido) che, man mano che la birra si scalda, assume il ruolo di assoluto protagonista; bene sia l'intensità che la pulizia. Al palato la carbonzione è davvero molto bassa; la birra ne guadagna in scorrevolezza, anche se non ne avrebbe bisogno, ma perde un po' di vivacità: leggera e "watery" quanto basta, rivela invece una bella intensità che ricalca in fotocopia l'aroma. Pane nero, cereali con il dolce del caramello in sottofondo sono la base sulla quale recitano un ruolo da protagonista tostature e caffè, sopratutto quando la temperatura aumenta. E' l'acidità dei malti scuri a stemperarle un po', prima del loro ritorno nel retrogusto abbastanza amaro di caffè e tostature.  Un interpretazione piuttosto personale di una Schwarzbier, con il caffè molto in evidenza a portarla al di fuori dei parametri stilistici, se si vuole essere puntigliosi; superando la teoria, la pratica mostra una quasi "session beer" molto pulita che fa ben coesistere intensità e facilità di bevuta, un pregio che non dev'essere dato per scontato. Sfavorevole - come tutte le cosiddette "artigianali" italiane - è invece il rapporto qualità prezzo se paragonato alle sorelle tedesche: d'accordo, parliamo di due nazioni diverse ma "sessionare" a dodici euro al litro diventa impegnativo.Formato: 33 cl., alc.  4.7%, lotto 370 imbott. 29/10/2015, scad. 29/10/2016, pagata 4.00 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Val-Dieu Grand Cru

L'abbazia cistercense di Val Dieu venne fondata nel 1216 ad Aubel (Pays de Herve, Belgio) da monaci provenienti dall’abbazia di Hocht, vicino a Maastricht; secondo la leggenda questa zona un tempo inabitata che oggi si trova a soli 25 chilometri a nord-est di Liegi era così ostile da essersi guadagnata il soprannome di “vallata del diavolo”. I monaci vi si stabilirono e, probabilmente per sfatare i cattivi presagi, la rinominarono Val-Dieu, ovvero “la valle di Dio”, nome che fu poi attribuito anche all’abbazia. La storia del monastero attraverso i secoli nella tumultuosa Europa centrale è la solita fatta di ampliamenti e distruzioni (1287, 1574 e 1683): nel diciottesimo secolo il suo massimo periodo di splendore terminato poi con la Rivoluzione Francese che lo “espropriò” obbligando i monaci all’esilio: Val-Dieu può comunque vantarsi di essere l’unico monastero belga sopravvissuto fisicamente alla Rivoluzione Francese. Fu l’abate Jacques Uls a riottenere il possesso del monastero che alla sua morte fu convertito in una fabbrica di lino ed in un convitto: nel 1840 gli edifici ormai in pessimo stato di conservazione furono acquistati dall’abate Burgers che vi si stabilì assieme ad altri tre monaci provenienti dall’abbazia di Bornem. I monaci sono rimasti a Val-Dieu sino alla fine del 2001, mentre dal primo gennaio 2012 negli ambienti del monastero abita  “una piccola comunità laica, guidata del rettore Schenkelaars Jean-Pierre, sotto la supervisione delle autorità ecclesiastiche regionali e in collaborazione con l’Ordine Cistercense”.  Per quel che riguarda la produzione di birra, non si hanno notizie molto precise se non che la cessò con la Rivoluzione Francese e che i vecchi impianti di Val-Dieu furono definitivamente rottamati nel 1940 durante i lavori di restauro del monastero; dal 1975 al 1980 i monaci permisero (ingenuamente) al commerciante di bevande Corman di Battice l’utilizzo del proprio nome per realizzare la Tripel presso gli impianti della Brouwerij Van Honsebrouck, senza chiedere nulla in cambio. Secondo alcune fonti non si trattò altro che una rietichettatura della Brigand. Nel 1993 il distributore Joseph Piron di Aubel (dove si trova il monastero) firmò con i monaci un contratto per la realizzazione di una serie di birre a nome Val-Dieu impegnandosi a corrispondere una commissione; il problema era che nel frattempo Corman aveva ad insaputa dei monaci registrato il nome “Val-Dieu” e  Piron fu quindi costretto ad acquistarlo da lui. Le “nuove” Val-Dieu vennero inizialmente appaltate alla Brouwerii Van Steenberge fino a quando non entrò in funzione il nuovo birrificio di Piron, la  Brasserie d'Aubel , situato a pochi chilometri dall’abbazia. Sembra tuttavia che la Blond e la Brune fossero di qualità molto bassa, con una serie d’infezioni e di problemi che portarono il giovane birrificio al fallimento nel 1995. L’ultimo (e definitivo) tentativo di portare avanti il nome Val-Dieu è quello fatto nel 1997 dal commerciante di bevande Alain Pinckaers e dal socio Benoit Humblet, birraio proveniente dalla Kronenbourg; ai due venne l’intuizione di realizzare il birrificio in uno degli edifici del complesso cistercense. La produzione – che afferma di basarsi su ricette tramandate dall’ultimo abate di Val-Dieu – parte con Blond e Brune seguite nel 1998 dalla Tripel; se escludiamo i birrifici trappisti, Val-Dieu è di fatto a tutt’oggi l’unica abbazia in Belgio all’interno della quale viene ancora prodotta birra.  Dopo quasi vent’anni, Val-Dieu è ancora nelle mani di Alain Pinckaers e del nipote Michaël Pelsser;  il birraio Benoit Humblet se n'è invece andato ad aprire il microbirrificio  Bertinchamps a Gembloux e al monastero è arrivata la birraia Virginie Harzé assistita da Jonathan Petrenko. La produzione si attesta attorno ai 900.000 litri/anno, con Tripel e Grand-Cru a tirare le fila dell’export (30%).Nel 2016 ricorrono gli ottocento anni dalla fondazione di Val-Dieu ed è giusto “celebrarli” con quella che è l’ammiraglia del monastero,  una robusta (10.5%) Belgian Strong Ale chiamata Grand Cru. Si veste con la “tonaca del frate” che in contro luce evidenzia intensi riflessi rosso rubino e ambrati; la schiuma è di un bianco appena sporcato di beige, abbastanza compatta e cremosa ed ha un’ottima persistenza.  Il naso è pulito è piuttosto ricco di “dark fruits” come prugna e uvetta, frutti di bosco, poi zucchero candito, mela rossa ed arancia candita; in sottofondo qualche nota vinosa e terrosa. Al palato è piuttosto corposa (medio-pieno) con una consistenza morbida, viscosa ed oleosa che è tuttavia mitigata da una carbonazione abbastanza sostenuta. E’ una birra che sin dai profumi non fa certo mistero di voler essere dolce, ed in bocca c’è tanta frutta sotto spirito a continuare il percorso intrapreso: uvetta, prugna, e frutti di bosco vengono affiancati da note di biscotto, forse liquirizia, zucchero candito e caramello ed una delicata speziatura.  E’ l’alcool, assieme ad una  leggera asprezza finale (uva, mela rossa) e ad un accenno amaro (terroso)  a bilanciare almeno in parte il (tanto) dolce, mentre i primi sorsi regalano anche una suggestione di tostato e di cioccolato. Complessivamente si sorseggia lentamente ma con buona frequenza, mentre l’alcool regala un morbido e diffuso calore che permette d’affrontare anche le più fredde serate dell’anno: spiccatamente dolce (tocca ripetermi) ma  non fuori controllo, molto appagante soprattutto se amate questa tipologia di birre. Mettetevi a sedere e prendetevela comoda, magari con una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano.Formato: 75 cl., alc. 10.5%, scad. 04/2017, pagata 4.15 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mahrs Bräu Pilsner

Risalgono al 1670 le prime notizie documentate sull’esistenza di un birrificio in quello che allora era Wunderburg, un piccolo subborgo di Bamberga. L’area ad est del fiume Regnitz, che giusto per darvi un punto di riferimento  dista un paio di chilometri dalla centrale Dominikanerstraße dove potete bere la famosa Schlenkerla, è oggi a tutti gli effetti parte di Bamberga; nel 1895 Johann Michel acquista la proprietà che si trova al numero 10 di Wunderburg e la corrispettiva “cantina” scavata nella roccia della vicina collina di Stephansberg. Il birrificio esistente, chiamato “Zum Brenner”, viene demolito nel 1908 per far posto alla costruzione in mattoni che potete vedere ancora oggi;  dopo gli inevitabili disagi provocati dalla seconda guerra mondiale, nel 1949 la produzione riparte. Nel 1957 Albert e William Michel ricevono il testimone da Johann e fondano la Mahr's Brau, che nel 1971 passa nelle mani Ingmar Michel, nipote di Johann e  promotore dell’opera di ammodernamento ed ampliamento del 1985. Se vi capita di visitare Bamberga, opzioni ovviamente consigliata dal sottoscritto, potete bere le Mahr’s direttamente alla Gaststube del birrificio, sempre in  Wunderburg 10, dove ovviamente troverete anche l’immancabile Biergarten ad attendervi, dalle 9 di mattina alle 23.30.  In alternativa, avete la Mahr’s Keller al 36 di Obere Stephansberg, all’interno di una delle caratteristiche case a graticcio.  E mentre la più nota tra le produzioni di Mahr’s rimane ancora la Ungespundet Hefetrüb, una kellerbier non filtrata, oggi versiamo nel bicchiere la Pils della casa: 100% malto Pilsner, luppolatura di Hallertauer Tradition e Hallertauer Hersbrucker. Il primo è un luppolo creato dall’Hopfenforschungszentrum di Hüll e commercializzato per la prima volta nel 1991; fu ottenuto incrociando  Hallertau Mittelfruh , Saaz ed Hallertauer Gold allo scopo di creare una varietà più resistente ai parassiti e ai funghi (Verticillium) che affliggono i campi di luppolo. Il secondo prende invece il nome dall’omonimo distretto (Hersbruck) dell’Hallertau e si diffuse con successo a partire dagli anni ’70, anch’esso grazie alla sua maggior resistenza alle malattie. La German Pilsner di Mahr’s si presenta dorata e perfettamente limpida con un compatto cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è molto pulito, con una buona finezza che permette d’apprezzare i profumi di camomilla, miele millefiori, mollica di pane ed una delicata presenza erbacea. Parametri stilistici rispettati anche al gusto, che riprende in fotocopia l’aroma:  lo stile  - e lo ricordo per i meno esperti - è di quelli che non permettono distrazioni, non ci sono “smodate” quantità di luppolo a coprire eventuali imperfezioni o errori. Le note maltate (crackers, miele, pane e cereali) sono bilanciate dall’amaro erbaceo e leggermente speziato del luppolo "nobile", in un finale abbastanza secco che rinfresca e disseta. Il corpo leggero e un discreto livello di bollicine la rendono scorrevole senza mai essere sfuggente: non ci vogliono molti minuti a terminare questo mezzo litro di Pilsner che svolge il suo compito (dissetare e rinfrescare) con precisione e pulizia, equilibrio e, soprattutto, con un’ottima intensità di gusto ed una discreta fragranza. Il formato in bottiglia – si sa – non è quello ideale e neppure gli spostamenti giovano a queste delicatissime birre ma, in questo caso, anche accontentandosi si riesce ugualmente a godere. Formato: 50 cl., alc. 4.9%, scad. 24/03/2016.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.

Deschutes The Abyss 2013

Purtroppo non arrivano ancora in Europa le birre di Deschutes ed è un vero peccato perché il birrificio dell'Oregon ci sa davvero fare. Fondato come piccolo brewpub a Bend nel 1988 da Gary Fish, il birrificio che prende il nome dal fiume che attraversa la propria città è cresciuto sino a diventare (dati 2014)  il settimo maggior produttore "craft" statunitense ed il dodicesimo se alla classifica aggiungiamo anche i colossi industriali. Oggi però non è il momento di passare in rassegna la storia di Deschutes perché c'è molto da dire sulla birra. Nel 2005 Gary Fish "sfida" i propri birrai a creare una birra estrema, potente, quella che ancora mancava a Deschutes, la cui capacità produttiva era costantemente insufficiente a soddisfare la richiesta di tutte le birre "basiche". Da un informale "concorso" interno indetto tra i vari birrai ne escono vincitrici due Imperial Stout; una prodotta con l'aggiunta di liquirizia, l'altra con melassa nera (blackstrap): dal blend di queste due birre nasce la base per quella che sarà poi la definitiva imperial stout chiamata The Abyss: oltre a melassa e liquirizia, vengono aggiunti corteccia di ciliegio e baccelli di vaniglia. La sua preparazione è abbastanza laboriosa in quanto è necessario realizzare due mash separati che vengono poi portati nello stesso bollitore; ci sono poi 360 bastoncini di liquirizia da scartare a mano, uno ad uno. Potete seguire le fasi su questa interessante pagina-diario del birrificio; in alternativa, ecco un video in cui trovate Gary Fish e Ryan Schmiege, il cosiddetto "barrel master" di Deschutes. La ricetta completa prevede malti Pale, Black, Chocolate, Black Barley, Roasted Barley e frumento, mentre i luppoli utilizzati sono Millennium, Nugget, Styrian e  Northern Brewer. Al momento della messa in bottiglia, viene fatto un blend di birra fresca e di birra affinata per dodici mesi in diversi tipi di botti: rovere dell'Oregon, ex-Bourbon, ex-Pinot Nero. Nel 2006 alla Deschutes il marketing non era certamente una delle priorità è l'uscita della Abyss avvenne in sordina; il passaparola tra gli appassionati fu però velocissimo e già l'anno successivo le richieste superarono di gran lunga la disponibilità. Entrata nel circolo delle cosiddette "birre culto" americane, ogni anno viene commercializzata a novembre e sparisce rapidamente dagli scaffali dei negozi. E già che parliamo di hype, sia Ratebeer che Beer Advocate la elencano tra le 50 migliori birre al mondo: trentanovesima per il primo (e ventisettesima miglior Imperial Stout), quarantaseiesima per il secondo (ventesima miglior Imperial Stout).Il millesimo 2013 protagonista di oggi viene presentato il 14 novembre nei pub di Bend e di Portland: l'ABV (variabile ogni anno) è 11% ed il blend è assemblato con il 72% di imperial stout non barricata, il 6% affinata in botti ex-Bourbon, l'11% in botti di rovere e l'11% di Pinot Nero. Anziché una scadenza, il birrificio imprime sull'etichetta la data dopo la quale ne consiglia il consumo: in questo caso è il 16 agosto del 2014, ovvero siete invitati a tenerla in cantina per almeno nove mesi.L'abisso nel bicchiere è spaventosamente nero, anzi nerissimo: per fortuna c'è una rassicurante e sontuosa "montagna" di schiuma marrone molto fine e cremosa, dalla lunghissima persistenza. Stupenda. L'aroma è un percorso molto raffinato che si snoda attraverso i profumi del bourbon e della vaniglia, del fruit cake, dell'uvetta e della prugna,  della melassa; ci sono intermezzi legnosi e vinosi (porto), ogni tanto fa capolino una nota affumicata e di cenere.La discesa nell'abisso è molto meno minacciosa di quanto potrebbe pensare: i primi 3/4 della bevuta si mantengono nel territorio dolce delimitato dall'aroma, con melassa e caramello bruciato, fruit cake, vaniglia, uvetta e cioccolato al latte, liquirizia e suggestioni di porto. Il finale ha una repentina virata (forse qualcuno potrebbe trovarla un po' brusca) in territorio amaro con intensissime ma raffinate tostature, caffè e cioccolato fondente, cenere. La bevibilità per la gradazione alcolica è davvero notevole, nel blend c'è solo un 6% di birra affinata in botti ex-Bourbon ma il distillato fa sentire la sua morbidissima presenza ed il suo calore per tutta la bevuta. Impossibile non fare menzione del mouthfeel, dove a fronte di un corpo pieno c'è una patina superficiale morbidissima e setosa, ad accarezzare il palato mentre sulla lingua scorre un liquido ben più consistente ed oleoso; la carbonazione è ovviamente molto contenuta. Lunghissimo il retrogusto, punto d'incontro di Bourbon, caffè e cioccolato, caldo ed avvolgente, pulitissimo, degna chiusura di una Imperial Stout sontuosa e davvero ben fatta, dove potenza e finezza riescono a stabilire una convivenza pressoché perfetta.Una birra non facile da trovare in quanto esce una volta l'anno, ma se capitate negli Stati Uniti tra novembre e dicembre, quando viene commercializzata, cercate di portarvene a casa almeno un paio di bottiglie e non ve ne pentirete, una da bere dopo un anno e un'altra da lasciare a lungo in cantina.Formato: 65 cl., alc. 11%, IBU 86, anno 2013, $ 24.99 (liquor store, USA).

Het Kapittel Watou Prior

Ci sono fonti discordanti sulla data di nascita di quella che per lungo tempo è stata "l'ammiraglia" del birrificio Van Eecke, presentatovi in questa occasione; c'è chi sostiene sia nata nel 1962, chi nel 1948 per "competere" con le vicine birre di St. Sixtus/Westvleteren, che in quel periodo erano appena state "appaltate" alla vicina St. Bernardus. Il fatto che si tratta di una gamma di birre dedicate al "capitolo", il luogo del monastero in cui si riunivano l'abate ed il priore, fa forse propendere per quest'ultima ipotesi; l'unica certezza è che sia opera del birraio Jan Van Gysegem (1931-2003) a quel tempo alle dipendenze di Albert Van Eecke. Ci troviamo nelle Fiandre Occidentali del Belgio, vicino al confine francese, una regione famosa per la coltivazione del luppolo (Poperinge) e per le robuste Dark Strong Ales che vengono prodotte in un raggio di soli venti chilometri. E' qui che nascono alcune delle migliori rappresentanti (al mondo!) di questo stile, le Westvleteren 8 e 12,  le St. Bernardus, le Kapittel di Van Eecke e, in tempi più recenti, quelle di De Struise.  La Kapittel Prior (9%) è stata poi "sorpassata" dalla leggermente più alcolica Abt (10%): pare che in principio la Prior avesse un carattere particolarmente vivace ed "esplosivo" che si manifestava alla strappatura e che le fece guadagnare l'appellativo di "birra-champagne". Aveva anche una marcata acidità che la rendeva simile, per darvi un paragone più recente, alla Aardmonnik degli Struise. Con la classica livrea della "tonaca di frate", riempie il bicchiere con una generosa testa di schiuma beige abbastanza compatta e cremosa, dalla lunga persistenza. L'aroma non è molto intenso ma  grazie ad un'eccellente pulizia mette in mostra una bella complessità fatta da prugna e uvetta, toffee, frutta secca, fruit cake, marzapane, pan di spagna imbevuto d'alcool, ciliegia sotto spirito, una suggestione di porto e di speculoos, zucchero candito. Al palato nessuna sorpresa e tradizione rispettata: corpo medio, carbonazione abbastanza vivace e una consistenza oleosa abbinata ad un'ottima scorrevolezza. L'alcool è piuttosto ben nascosto, alla (subdola) maniera belga, ed il gusto ripropone uvetta e prugna, biscotto e caramello, zucchero candito, liquirizia e frutta secca; l'inizio dolce viene poi "assorbito" da un'attenuazione davvero sorprendente, mentre nel finale leggerissime tostature ed una lieve nota terrosa ne completano il bilanciamento. Si congeda con un morbido tepore etilico ricco di dolce uvetta sotto spirito. Dark Strong Ale solida, molto pulita, una sorta di "biscotto liquido" molto appagante che consente di terminare la serata con soddisfazione; dicono che invecchi anche molto bene, soprattutto nel formato da 75 centilitri e quindi le dò un appuntamento a tra qualche anno.Formato: 33 cl., alc. 9%, imbott. 15/07/2014, scad. 14/07/2017,  1.35 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Deb’s: Big Bang & Sotto Sopra

Prima volta sul blog della beerfirm Deb’s, fondata a Caramanico Terme (PE) nel 2014 da Debora Franceschelli, diploma da sommelier e passione per la birra coltivata prima in maniera autodidatta e poi attraverso un corso tenuto da Jurji Ferri di Almond 22; in assenza d’impianti produttivi di proprietà, la formula scelta per l’ingresso nel mondo dei professionisti è quello della beerfirm, appoggiandosi ad altri birrifici. Non ho trovato molte altre informazioni in internet, dove in assenza di un sito l’unico riferimento aggiornato è la solita pagina Facebook.  Dovrebbero essere cinque le birre in produzione: Big Bang (APA), White Ginger (witbier allo zenzero), Luce (Tripel), Sotto Sopra (Saison) e Red Snow (Belgian Strong Ale con aggiunta di miele e disponibile nel periodo natalizio). Due sono le bottiglie protagoniste del post odierno, le cui etichette purtroppo non fanno chiarezza su dove siano prodotte le birre: personalmente non ho nulla contro le “beerfirm”, ma auspicherei trasparenza, pur restando che l’unica cosa veramente importante è la qualità di quello che poi arriva nel bicchiere. Partiamo dalla Big Bang, un’American Pale Ale che vede come protagonista il luppolo Citra. All’aspetto è di colore oro antico, leggermente velato e forma un cappello piuttosto generoso di schiuma bianca, molto cremosa e dall’ottima persistenza. L’aroma è purtroppo un biglietto da visita molto poco invitante; sporco e “lievitoso” dal quale emergono ricordi di fiori secchi ed un vago sentore di scorza di limone e di plastica. L’abbondantissima schiuma si porta dietro una carbonazione davvero eccesiva per un’American Pale Ale, ma il problemi di questa bottiglia sono ben altri. ll gusto riflette d’aroma nella mancanza di pulizia,  s’intravede appena la dolcezza della frutta (ananas, forse polpa d’arancia) alla quale fa seguito l’amaro finale, sgraziato e sgradevole, nel quale più che la frutta secca dominano la plastica e la gomma bruciata. La pesantezza della birra al palato a livello tattile è notevole, così come la sua astringenza, a tratti allappante: impossibile continuare a berla.Per dimenticarla  passiamo alla saison Sotto Sopra, che non dovrebbe utilizzare spezie ma basarsi solamente sul "lavoro" del lievito. E' ambrata scarica con riflessi ramati: qui la schiuma bianca è invece un po’ grossolana ma soprattutto non ha l’esuberanza e la persistenza che di solito caratterizzano le saison.  L’aroma è quasi assente e anche quel poco che c’è risulta poco pulito e “lievitoso”, aggettivo da intendersi nella sua accezione negativa:  in mezzo ad un po’ di gomma bruciata si percepisce appena un ricordo di pera. Il corpo è medio-leggero, le bollicine – al contrario dell’American Pale Ale – qui sono molto poche e non riescono a dare a questa Saison la vivacità e la vitalità che meriterebbe. Al palato ritrovo gli stessi difetti della bottiglia precedente: birra pesante a livello tattile, astringenza (sebbene in tono minore) e una pulizia davvero lacunosa che ne rende difficile la descrizione. Forse biscotto e miele, pera, con l’amaro a riproporre gli stessi difetti dell’altra birra (plastica, gomma) ma, essendo presente in quantità minore, consente quanto meno di terminare il bicchiere, sebbene con uno sforzo notevole. Spiace sempre parlare male di una birra (sopratutto perché è stata pagata!) ma queste due bottiglie sono davvero ben lontane dalla soglia della sufficienza: e se una “sfortunata” può sempre capitare, due su due sono purtroppo un indizio abbastanza preoccupante.Nei dettagli:Big Bang, formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 43, scad. 07/2017, pagata 4.00 Euro.Sotto Sopra, formato: 33 cl., alc. 5.8%, lotto 72, scad. 09/2017, pagata 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Urban Chestnut Apotheosis

Florian Kuplent  e David Wolfe sono colleghi alla Anheuser-Busch (Budweiser, per gli ignari) di  St. Louis, Missouri:  all’interno della divisione New Product and Innovations, David si occupa di marketing, mentre Florian è il birraio intento a lavorare alla realizzazione delle cosiddette birre “crafty”, poi concretizzate nelle Michelob. Florian è tedesco, nato a Mueldorf (Baviera) e  diplomato mastro birraio a Weihenstephan: dopo una breve esperienza come birraio alla New England Brewing Co.  (Norwalk, Connecticut) la sua carriera lo porta a lavorare con la Brauerei Beck’s (Brema, Germania) e con  la Brouwerij Moortgat (Belgio) prima di arrivare a Londra per aiutare la nascente Meantime Brewery a mettere in funzione il suo primo impianto. In Inghilterra trova anche l’amore e per seguire la moglie americana si trasferisce negli Stati Uniti dove viene assunto alla Anheuser-Busch. Nel 2010 Florian Kuplent  e David Wolfe si licenziano per fondare la Urban Chestnut Brewing Co., inizialmente un piccolo brewpub (con annesso Biergarten) nel centro di di  St. Louis che apre le porte ad inizio 2011. Gli spazi divengono però abbastanza in fretta troppo ristretti e già nel 2013, anno in cui vengono prodotti 7.000 barili,  viene annunciato un piano d’espansione da 10 milioni di dollari con l’apertura di un secondo birrificio a St. Louis (capacità 60 bbl) con un potenziale annuo di circa 15.000 barili e di futura espansione sino a 100.000. A gennaio 2015 Kuplent  e Wolfe annunciano anche l’imminente apertura di una succursale in Germania, precisamente a Wolnzach, in pieno Hallertau, 60 chilometri a nord di Monaco di Baviera. La “Urban Chestnut Hallertauer”, guidata dal birraio Georg Seitz, debutta alla fine della scorsa estate con un impianto da 17 barili diventando  se non erro  la prima “succursale” di un birrificio americano in terra tedesca  e – di fatto -  battendo sul tempo l’hype ed il clamore dell’analogo progetto di Stone a Berlino .  Attualmente la produzione rimane focalizzata sugli stili tedeschi, con l’unica eccezione di una Pale Ale, mentre negli Stati Uniti Urban Chestnut propone la serie “Revolution”, d’ispirazione americana, e quella “Reverence” che invece guarda alla tradizione Europea. C’è tradizione europea anche nel nome scelto; il “castagno urbano” rimanda infatti a quegli alberi che in Germania venivano piantati sul terreno al di sopra delle cantine sotterranee dei birrifici, per  mantenere più fresca la temperatura durante l’estate. Divenne quasi naturale per i bevitori approfittare di quell’ombra e spostarsi là a bere le birre servite direttamente dalle botti, dando di fatto origine a quello che oggi viene chiamato Biergarten.Apotheosis è il nome scelto per una saison che venne prodotta la prima volta assieme al pub The Royale di St. Louis, in occasione della festa di Luigi IX di Francia, il Re al quale la città del Missouri deve il suo nome; l'Apoteosi di Luigi IX è una statua posta in cima alla collina Art.  La ricetta chiama frumento, malti Pilsner e Monaco, Hallertau Perle e Hallertau Saphir come luppoli.Di colore oro antico, leggermente velato, forma una bella testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza anche se non particolarmente generosa per lo stile. L'aroma offre una delicata speziatura che richiama il coriandolo, profumi floreali e di miele, paglia, pera, agrumi. Non c'è una gran intensità ma quello che si avverte è molto pulito e caratterizzato da una buona finezza. Al palato arriva con corpo medio-leggero e una carbonazione un po' troppo bassa per lo stile; la morbidezza ne guadagna, ma la vivacità viene quasi azzerata. La bevuta è comunque soddisfacente grazie ad un ottimo livello di pulizia e ad una grande intensità a fronte di una gradazione alcolica (5.3%) contenuta. Il gusto ha buona corrispondenza con il naso, con biscotto e miele a formare la base maltata che affianca le note fruttate di arancia, mela e pera accompagnate da una delicata speziatura  (coriandolo) donata dal lievito; la bevuta parte dolce per essere poi bilanciata dall'acidità del frumento e da un delicato finale amaricante terroso. Ne risulta una saison elegante ma poco secca e che tuttavia perde per strada le sue stesse radici, quel carattere rustico e ruspante che ci dovrebbe invece sempre essere: probabilmente una saison "urbana" di nome e di fatto, ma se ci si accontenta si  riesce comunque a bere abbastanza bene.Formato: 50 cl., alc. 5.3%, IBU 18, imbott. 12/05/2015, pagata 4.46 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Marble Lagonda IPA

Il birrificio Marble di Manchester l'avevo incontrato per la prima volta nel 2013, con la sorprendente Manchester Bitter: venne fondato nel 1997 da Vance Debechvel e  Mark Dade per cercare di sostenere la poco solida situazione finanziaria del pub Marble Arch Inn. Da quell'anno le cose sono progressivamente migliorate, ed oggi Marble ha aperto altri due locali, la Beerhouse Chorlton e il bar 57 Thomas Street. Dopo l'abbandono di Mark Dade, vi ha lavorato come birraio James Campbell fino a settembre 2013 per poi andare ad aprire assieme al socio Paul Jones nel 2014 la molto promettente Cloudwater Brewery. In sala cottura a Manchester si sono rapidamente avvicendati Dominic Driscoll (poi passato alla  Thornbridge) e Colin Stronge (ora a Buxton) fino all'arrivo a metà 2014 di Matthew Howgate che ha però dato le dimissioni proprio qualche settimana fa, rimpiazzato da James Kemp, ex Fullers, Thornbridge (2009-2010) e Buxton (2010-2013). Kemp, neozelandese, ha la paternità di alcune tra le birre più rappresentative della "new wave" brassicola inglese dell'ultimo decennio: la Wild Raven Black IPA di Thornbridge e la Axe Edge di Buxton; sarà interessante vedere il suo contributo alla già consolidata ed ottima gamma che offre Marble.La birra di oggi è tuttavia da attribuire a Matthew Howgate: una India Pale Ale dedicata a Lagonda, marchio inglese di automobili di lusso fondato nel 1906 da Wilbur Gunn e rilevato poi nel 1947 per 52.000 sterline dall'imprenditore David Brown che, appena una anno prima, aveva acquistato per 20.500 sterline l'Austin Martin. L'ultimo modello a nome Lagonda fu prodotto nel 1965: vi furono poi numerosi tentativi di riesumare il lussuoso marchio realizzando diversi prototipi che non entrarono mai in produzione di serie sino al 2015, quando venne presentata la Lagonda Taraf, duecento esemplari commercializzati per il mercato mediorientale e venduti alla modica cifra di circa 700.000 sterline.Tornando alla birra, i luppoli utilizzati dovrebbero essere prevalentemente Centennial, Simcoe e Citra, ma non sono riuscito a reperire molte informazioni accurate sulla sua ricetta. Perfettamente dorata e quasi limpida, la Lagonda IPA forma un discreto cappello di schiuma bianca e cremosa, compatta, dalla buona persistenza. La bottiglia serigrafata (personalmente preferivo le vecchie etichette) recita "the modern classic" e mantiene le promesse. Quello che c'è nel bicchiere è evidentemente "moderno" per quel che riguarda la scelta dei luppoli, mentre la "classicità" inglese è nella sua struttura e nella sua concezione: niente estremismi o fuochi d'artificio, a partire della gradazione alcolica (5%) nient'affatto esasperata (la American IPA di ieri, 5%, era stata invece definita "session") così come il livello d'amaro. L'aroma non è una sfacciata esplosione di sapori ma (complice qualche mese di troppo sulle spalle della bottiglia) un delicato e raffinato bouquet nel quale s'incontrano sentori floreali e agrumati (mandarino, arancia), tropicali (ananas, mango) con un tocco di miele e di cereali. La "scaletta" viene rispettata anche al palato, dove la priorità sembra essere "garantire una grande facilità di bevuta senza sacrificare l'intensità": e l'obiettivo è pienamente raggiunto, in una IPA dal gusto elegante, intenso ma mai sopra le righe, con una pulizia maniacale ed una grande attenzione all'equilibrio: pane, crackers ed un tocco di miele danno la base di sostegno al dolce della frutta tropicale a sua volta bilanciato dall'amaro "zesty" che ospita anche tracce erbacee e di lemongrass. Poche bollicine, corpo medio-leggero, consistenza al giusto livello "watery" e una bella secchezza finale a garantire un effetto dissetante e rinfrescante. La freschezza di questa bottiglia non è al top ma la bevuta risulta ampiamente coinvolgente e soddisfacente, con l'unico difetto di durare molto poco: troppo facile berla e quasi obbligatorio, se vi trovate sullo sgabello di un pub, ordinarne subito un'altra pinta. Birra molto ben riuscita, niente fuochi artificiali ma tanta sostanza, comprare senza esitare.Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 1053, scad. 04/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.