Menaresta La Verguenza Summer IPA

L'estate (e questi torridi giorni ne sono un esempio) è troppo calda e non ve la sentite di affrontare una Double IPA? Niente paura, il Birrificio Menaresta vi viene in aiuto proponendo la versione alleggerita ed estiva della sua 22 La Verguenza, che peraltro rappresenta secondo me una delle migliori interpretazioni italiane dello stile.La Verguenza Summer, è questo il nome della IPA di Menaresta pensata appositamente per i mesi più caldi dell'anno e disponibile da giugno a settembre. Il suo creatore, il birraio Marco Valeriani, ha lasciato il birrificio brianzolo a fine 2014 per iniziare la sua avventura al nuovo birrificio Hammer, ma le due Verguenze sono rimaste a far parte della gamma Menaresta. E' cambiato solamente "l'asino" in etichetta, ora non più una caricatura di quel Valeriani allora ancora homebrewer che aveva chiuso al ventiduesimo "vergognoso" posto (o dintorni) il  “Concorso per homebrewers XMAS 2008” con la propria Double IPA.Leggermente diverso il mix di luppoli utilizzati (gli americani Simcoe e Chinook sono affiancati dai nobili Saaz e Tettnang Tettnanger) ma stessa impostazione di base: colore dorato velato e schiuma bianchissima, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma prende subito la forma di un succoso cocktail di frutta, dal profumo rinfrescante, nel quale dominano gli agrumi: pompelmo, mandarino, lime e limone. In secondo piano il dolce della pesca e dell'ananas, lievi sentori di aghi di pino. L'intensità non è eccezionale ma in compenso ci sono eleganza, una grande freschezza ed una pulizia quasi impeccabile. Indiscutibile a mio parare la scelta di evitare qualsiasi deriva dolciona o caramellosa in bocca, se si vuole proporre una birra estiva che rinfreschi e disseti: corpo medio, giusta quantità di bollicine ed elevata scorrevolezza che non preclude una morbida presenza. Difficile accorgersi del contenuto alcolico (6%) in un gusto che ripropone l'abbondanza di agrumi dell'aroma bilanciati dal dolce dell'ananas, da una suggestione di pesca/mango e da una punta di miele. Perfetta corrispondenza con l'aroma, quindi, e chiusura impeccabilmente secca in cui l'amaro offre sfumature zesty, resinose ed erbacee, intense quanto basta per soddisfare il palato senza asfaltarlo. Con una bevibilità da session beer, La Verguenza Summer è una IPA molto ben bilanciata (come la sorella "22")  che volutamente sceglie di non mostrare i muscoli nel bicchiere privilegiando la finezza, la pulizia meticolosa e la freschezza, quest'ultima salvaguardata da sei mesi dichiarati di shelf life. Evviva l'estate che ce la porta: se il vostro frigorifero è ancora senza, uscite a comprarla e rimediate subito a questa lacuna.  Formato: 33 cl., alc. 6%. IBU 55, lotto 19 del 04/2015, scad. 01/2016, pagata 3.80 Euro (foodstore, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Beavertown Bloody ‘Ell

Fu la Camdem Town Brewery, nel maggio 2013, il primo microbirrificio inglese a commercializzare la propria birra in lattina e a dare così il via al "microcanning" nella capitale inglese: sono i canadesi della Cask Brewing Systems a rivendicare di essere stati i primi a realizzare un sistema di "messa in lattina" su piccola scala, manuale, semi-automatico o automatico, presentato per la prima volta nel 2002 alla Craft Brewers Conference di Cleveland, tra la diffidenza degli addetti ai lavori.Gli americani della Oskar Blues, in quello stesso anno, furono il primo birrificio "artigianale" a vendere una birra in lattina, la Dale's Pale Ale. Il resto è oggi storia e anche in Europa, sebbene in misura molto minore che negli Stati Uniti, la lattina si sta diffondendo. A Londra dopo Camden fu la volta di Fourpure Brewing e Beavertown, mentre in tutto il Regno Unito  si parla di una crescita della vendita di birra in lattina al ritmo di un +250% all'anno.Parliamo nello specifico di Beavertown, birrificio fondato nel dicembre 2011 da Logan Plant (figlio d'arte e musicista nel gruppo Son's of Albion), nella cucina del pub di proprietà Duke's Brew and Que, nel quartiere di Hackney e poi trasferitosi  definitivamente ad aprile 2014 (terzo trasloco)  nei più ampi locali del Lockwood Industrial Park.La Bloody 'Ell debutta a maggio 2013 in bottiglia e fusto nel pub Duke's Brew and Que: si tratta di una IPA la cui ricetta, oltre ad una generosa luppolatura di Amarillo e Citra, prevede utilizzo di succo e scorza di arance rosse nelle ultime fasi della bollitura.Da poco disponibile anche in lattina con le solite splendide illustrazioni di Nick Dwyer, si presenta di colore arancio pallido, opaco, con qualche riflesso dorato ed una solida testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma mi sembra ancora fresco ma non brilla per l'intensità, e pure l'eleganza sarebbe migliorabile. Sono ovviamente protagonisti gli agrumi (pompelmo, mandarino e arancia) con sentori di aghi di pino in secondo piano. Neppure in bocca trovo quella "esplosione" di agrumi o di arancia che mi aspetterei da una birra che si definisce una "Blood Orange IPA": d'accordo, non è una birra alla frutta, ma qui gli agrumi (arancia e pompelmo) sono solo un veloce passaggio che porta dall'imbocco maltato (crackers) al deciso ed intenso amaro, nel quale è protagonista soprattutto la resina anziché la scorza degli agrumi. I gradi dichiarati sono 7.2 e si sentono tutti, senza nessuno sconto, con una bevibilità che risulta quindi un po' più lenta del previsto. La bevuta è comunque molto pulita, l'amaro è notevole ma elegante e mai raschiante, e soprattutto c'è un'elevatissima secchezza che lascia il palato fresco, pulito e dissetato. Ammetto che mi aspettavo una IPA molto più succosa e fruttata/agrumata  e quindi le mie aspettative sono state un po' deluse; è sicuramente una discreta bevuta ma abbastanza monotona, con pochissimi elementi a solleticare le papille gustative. Rimango con il dubbio di una lattina "sfortunata" o non completamente rappresentativa di quello che dovrebbe essere, almeno secondo le entusiaste descrizioni da parte di altre persone che l'hanno bevuta.Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lotto 224, scad. 04/11/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra Perugia Isterica

Nata per gioco, prima di tutto dalla passione di bere le birre acide, e finita imprevedibilmente in bottiglia: è questa in una riga o poco più il riassunto della storia di "Isterica", la prima sour ale firmata Birra Perugia. Un birrificio che ha iniziato con birre che potremmo semplicisticamente definire "tradizionali" e che sta lentamente ampliando il suo portfolio con produzioni più elaborate: un Barley Wine affinato in botti ex-vino, una Scotch Ale invecchiata in botti di whisky torbato, una birra acida.Imbottigliata per la prima volta a settembre 2014, l'Isterica di Birra Perugia vede una prima fermentazione con i lieviti presenti nel mosto d'uva e nell'aria: per il primo lotto è stato utilizzato il Sagrantino, ma sono già in atto esperimenti con altre varietà; nella fase di affinamento in botte sono poi stati inoculati, almeno per questo  primo lotto, brettanomiceti.Il nome scelto (Isterica) descrive perfettamente il percorso che la birra ha svolto, sotto l'imprevedibile azione dei lieviti selvaggi, prima di essere dichiarata "pronta" per l'imbottigliamento: all'inizio inavvicinabile per il cattivo odore, ad un passo dall'essere buttata via, poi improvvisamente diversa, pulita, piacevole, pronta. Una serie di cambiamenti inattesi ma in qualche modo "familiari" a chi decide di produrre questo tipo di birre: c'è ad esempio chi lo chiama "Metodo Cadegra", ovvero attendere ed aspettare che il tempo faccia (per bene, si spera) il suo dovere.Nel bicchiere è dorata e velata, con qualche riflesso arancio: non forma schiuma ed in superficie appare solo qualche bolla che poi svanisce piuttosto rapidamente. Il lattico è evidente al naso, assieme a  sentori di sudore, aceto di mela, legno e cantina umida, affiancati a quelli più "gentili" di mela verde, uvaspina, frutti rossi aspri e acerbi. In bocca è leggera e quasi piatta: il suo carattere acido (lattico, lievissimo acetico) non si nasconde ma convive assieme alle note dolci dell'ananas e dell'uva bianca matura, con qualche suggestione di cedro candito. Il finale è aspro di agrumi (limone e pompelmo), per una chiusura molto secca e dall'elevato potere rinfrescante e dissetante. Leggero ma evidente il carattere vinoso, con una delicata presenza del legno impartito dalla permanenza in botte. Una "sour"  non molto complessa ma ben fatta e piuttosto pulita, nella quale l'eleganza prevale rispetto al carattere rustico, alla ruvidezza, alle spigolature. Un ottimo inizio questo primo "esperimento", che senz'altro incoraggia ad andare avanti su questa strada: non ne sento parlare molto in giro ed è un peccato, perché questa "Isterica" secondo me merita di essere scoperta e provata.Ringrazio il birrificio per avermi inviato una bottiglia da assaggiare. Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto L3814S, scad. 09/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Edge Brewing Padrino Porter – Chocolate & Vanilla

La Edge Brewing nasce nel 2013 a Barcellona, nel quartiere di Poblenou; la fondano Scott Vanover ed Alan Sheppard, due nativi della Florida trasferitisi in Spagna con, anziché il classico zaino in spalla, un birrificio prodotto negli Stati Uniti. Scott Vanover aveva un’azienda produttrice di software che mette in vendita per prendersi un anno sabbatico andando in giro per il mondo con la moglie; finiscono per mettere radici nella capitale della Catalogna e decidono di esportare un po’ della Craft Beer Revolution americana. Scott torna in Florida per progettare il suo birrificio ed è qui che incontra Alan Sheppard, da quasi vent’anni alle dipendenze di un produttore di impianti: anche Alan stava meditando da tempo di aprire un birrificio e i sopralluoghi effettuati a Barcellona lo convincono ad aderire al progetto di Alan. I due sono convinti che si possa “replicare” la birra americana solo con gli strumenti e gli ingredienti americani: sbarcano a Barcellona con sei container al seguito, contenenti l’impianto interamente prodotto in Florida, fanno arrivare via aerea il lievito liquido della White Labs e i luppoli della Yakima Valley, distribuendoli al tempo stesso ad altri birrifici vicini. Anche l’acqua viene appositamente trattata con un macchinario proveniente da San Diego. In due anni scarsi di attività Edge Brewing ha già un buon portfolio di birre e alcune “nobili” collaborazioni con birrifici come Brewfist, Lervig, Cigar City.Purtroppo il mio primo incontro con questo birrificio spagnolo non è andato nel migliore dei modi, e vediamo perché. La Porter di Edge Brewing si chiama Padrino, ed è stata quasi da subito affiancata da una versione prodotta con fave di cacao biologico e baccelli di vaniglia del Madagascar.Bella nel bicchiere, assolutamente nera con un solido e cremoso cappello di schiuma beige, dall'ottima persistenza. L'aroma sfortunatamente apre con un fastidioso aroma di olive in salamoia che copre praticamente tutto, rilegando molto in secondo piano i sentori di cioccolato e di vaniglia. La sensazione in bocca è molto buona: birra con poche bollicine, corpo medio ed un ottimo compromesso tra scorrevolezza e morbida presenza palatale. Purtroppo anche il gusto non è esente dal sapore di salamoia, sebbene in maniera meno evidente che al naso. Quello che ne esce non è però molto gradevole: il caffè, il torrefatto ed il cioccolato non vanno molto d'accordo con le olive, almeno secondo le mie preferenze. La vaniglia arriva proprio in fondo, nel retrogusto, ma è troppo tardi. Non è da lavandinare ma è indubbiamente una birra sporca, una bottiglia/lotto con evidenti problemi: su Ratebeer, tanto per avere un idea, si becca un 97/100. Rimandata alla prossima occasione.Formato: 33 cl., alc. 6.9%, IBU 38, scad. 14/04/2016, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Charles La Rossa

Il contatore di Microbirrifici.org si avvicina sempre più al numero 1000 e sul blog è tempo di altri debutti. Ecco il Birrificio Charles con sede ad Altare, nell’entroterra savonese, ed inaugurato ad ottobre 2010 da Carlo Garzoglio, ovvero “Charles”.  Davvero poche le informazioni reperibili in internet: oltre al sito manca anche una pagina Facebook ufficiale, ma esiste un “gruppo” sul quale vengono pubblicate iniziative, eventi e manifestazioni alle quali il birrificio partecipa. Da quanto ho capito, anche Carlo è partito dall’homebrewer per poi trasformare la sua passione in una professione, confortato anche dai commenti positivi ricevuti dagli amici ai quali faceva assaggiare la birra. Tra le birre prodotte c’è una Weizen (Luce), una Stout (Buio), una birra alle castagne (Riccio), al chinotto di Savona (Sensu), alla ciliegia (Love). Capisco poi la volontà di chiamare le birre ”base”  in modo semplice, utilizzando il loro colore,  per dare una chiara indicazione ad una clientela che magari “esperta” di birra non è e la acquista abitualmente al e al supermercato; ma vedere ancora nel 2015 birre chiamate “La Bionda” e “La Rossa” mi rende un po’… malinconico ? Ad ogni modo è sempre la sostanza che conta e in assenza di ulteriori informazioni da raccontare sul birrificio passo alla bevuta de “La Rossa”, descritta nel retro etichetta come una “tipica bitter inglese”.Bel colore ambrato velato, con riflessi rossastri ed un cappello compatto di schiuma biancastra e cremosa, dalla buona persistenza. Al naso profumi gradevoli di frutta secca e nocciole, una suggestione di amaretto ma soprattutto una presenza troppo invadente di mela e pera che tendono a coprire tutto il resto; l’intensità è buona, mentre per quel che riguarda la pulizia  e la finezza ci sono ampi margini di miglioramento. Caratteristiche che si  ritrovano anche in bocca:  non c’è una gran fragranza nei malti con una generale impressione di caramello e biscotto alla quale si affianca di nuovo la mela; la birra risulta un po’ slegata in bocca con un’acquosità che ogni tanto fa capolino senza però allievare il senso generale di “pesantezza” tattile di questa “Rossa”. Le bollicine sono poche, il corpo tra il medio ed il leggero: non migliora purtroppo il finale, leggermente astringente,  con un amaro tra l’erbaceo ed il terroso poco elegante. Una (strong) bitter che si beve  ma nella quale  (e non me ne voglia il birrificio) c’è  davvero parecchio da lavoro da fare per pulire, raffinare e donare una sensazione palatale più gradevole e  meno pesante. Formato: 50 cl., alc. 5.3%, scad. 06/08/2016, pagata 6.00 Euro (bar, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton Far Skyline

Nell’ormai sempre più vasto portfolio brassicolo di Buxton trova anche spazio la Far Skyline, rilettura in chiave moderna di una Berliner Weisse.  Per chi non fosse molto familiare con questo stile, ricordo brevemente che si tratta di una birra di frumento sulle cui origini ci sono varie ipotesi. Alcuni ritengono che la Berliner Weisse altro non sia che la semplice evoluzione di una birra marrone di frumento ed orzo (Halberstädter Broihans) che veniva prodotta ad Halberstadt  nel XVI secolo; per altri venne invece portata a Berlino alla fine del diciassettesimo secolo da un gruppo di Ugonotti  francesi in fuga dalle persecuzioni del Re Sole.  Nel XIX secolo questa birra era diventata popolarissima nella capitale tedesca, per poi andare incontro ad un progressivo declino: oggi è rimasta solo la Berliner Kindl Brauerei a produrla, ed è quindi l’unico birrificio che potrebbe utilizzare questa denominazione  (Berliner Weisse)  d’origine controllata:  il fatto che Buxton metta ugualmente le due parole in etichettta avrà delle conseguenze? Le sue caratteristiche sono l’impiego di una percentuale di frumento che varia tra il 25 ed il 50%, una bassa gradazione alcolica (2,8-3,8%), una vivacissima carbonazione e, soprattutto, una spiccata acidità ottenuta mediante una seconda fermentazione in bottiglia aggiungendo Delbrückii Lactobacillus: pare che Napoleone  occupando Berlino agli inizi del diciannovesimo secolo le definì “lo Champagne del nord”, mentre i più umili nativi si accontentavano di chiamarla “lo spumante dei lavoratori”. La loro forte acidità fa sì che raramente vengano bevute “pure” dai berlinesi: di solito vengono “tagliate” con un bicchierino di sciroppo dolce (Schuss) che, a seconda della varietà, impartisce alla birra un curioso colore verde (sciroppo di asperula) o rosso (lamponi).  Alla Buxton scelgono invece di contrastare l’acidità usando la mano pesante con il luppolo, ovvero “snaturando” uno stile che non vorrebbe la percezione di luppolo né all’aroma né al gusto; la soluzione adottata (dry-hopping) è un buon compromesso che (volutamente) impatta l’aroma senza rendere il gusto amaro.All’aspetto si colloca tra il dorato e l’arancio, opaco, con una testa di bianca schiuma fine e cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma, pulito e ancora abbastanza fresco, è ovviamente quanto di meno ti aspetteresti da una Berliner Weisse, regalando un fruttato bouquet composto da mandarino, arancio e melone retato con qualche nota tropicale di ananas e mango.   Al palato c’è invece una bella acidità (lieve lattico, limone, frumento) che si trova a convivere con il dolce dell’ananas, della pesca e del melone;  il risultato è una birra acida piuttosto accomodante, fruttatissima e  sicuramente fruibile senza traumi anche a chi non ha grossa familiarità con le “sour ales “. Un’invidiabile secchezza garantisce un estremo potere rinfrescante e dissetante, mentre il finale è aspro di limone e lime, ananas acerbo, uva spina, con una punta amara lattica appena percepibile. Il suo unico evidente “difetto” è la mancanza di bollicine: poche, davvero troppo poche anche per  un’interpretazione “moderna” di uno stile che invece ne richiederebbe moltissime.  Convince? Sì, è una birra ruffiana che convince, prendendosi qualche rischio ma riuscendo ad amalgamare con successo l’acido con quel carattere fruttato che ormai troviamo protagonista in molte birre e che anche in questo bicchiere si ritaglia un ruolo principale;  limate quasi tutte le asprezze e le asperità lattiche, rimane una birra mansueta e leggermente acida che poco ha a che vedere con una Berliner ma che rimane comunque molto godibile e rinfrescante, quindi perfetta per la stagione estiva,. Formato da 33 decisamente insufficiente, perché una volta che entrate nel meccanismo del “dissetante succo di frutta" diventa difficile uscirne. Ah, per la cronaca ne esiste anche una versione (Very Far Skyline) invecchiata in botti ex-Chardonnay.Formato: 33 cl., alc. 4.9%, lotto G:B138, imbott. 25/03/2015, scad. 25/12/2015.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toccalmatto Skianto

Duemilaequindici ricco di novità, per il birrificio Toccalmatto di Fidenza: non solo nuove collaborazioni, come avvenuto nel 2014, ma soprattutto l'inaugurazione del nuovo stabilimento produttivo, che ha significato oltre ad una maggiora capacità produttiva anche il tanto atteso arrivo del formato 33, proprio quello che non troppi anni il "patron" Bruno Carilli dichiarava che non avrebbe mai fatto. Lo scarso successo della cosiddetta "birra artigianale" nei ristoranti e la buona diffusione nei bar, nei pub e nei beershop lo ha evidentemente convinto ad affiancare al classico formato da 75 anche quello più piccolo.   Tra le prime 33 ad arrivare sul mercato c'è subito una novità, la prima Session IPA targata Toccalmatto, chiamata Skianto (Session e Carnazza) e palesemente dedicata al gruppo capitanato da Roberto "Freak" Antoni, che nel 1978 fece uscire la canzone "Io ti amo da matti", nella quale si inneggiava a "sesso e carnazza", contenuta nell’album chiamato MONO Tono.Pronta strategicamente in tempo per fronteggiare l’imminente stagione estiva, per la propria “Session IPA” Toccalmatto sceglie una generosa luppolatura di Huell Melon e Equinox: se avete di recente provato la Duvel Tipel Hop 2015 che si trova in questo periodo sugli scaffali di qualche supermercato, troverete profumi familiari.Sotto ad un bianchissima schiuma abbastanza persistente, il bicchiere si colora di dorato velato piuttosto pallido, quasi paglierino. Bottiglia molto fresca  ed aroma che sprigiona eleganti e pungenti sentori di agrumi gialli e verdi (lime, limone, cedro, limonata) che lasciano spazio solamente ad un tocco di ananas  in sottofondo. Leggerissima in bocca, con le giuste bollicine, ha un gusto che rispetta quasi in pieno i dettami di questo “nuovo” sotto-stile: base maltata (crackers) appena percepibile, tantissima frutta con abbondanza di agrumi che vanno a comporre una sorta di succo di frutta estremamente dissetante e un po’ ruffiano.Nel caso della Skianto c’è coerenza con l’aroma (limone, lime, cedro e pompelmo) ed  una remota dolcezza (albicocca, ananas) a bilanciare l’intenso agrumato: il  finale è ovviamente zesty e secchissimo, amaro quanto basta. Una birra profumatissima volutamente portata all’estremo punto d’incontro tra birra ed un cocktail di frutta: pur con qualche lieve sconfinamento di troppo nell’acquoso, trova comunque un buon punto d’incontro tra intensità e necessità di essere leggera e scorrevole come l’acqua e portare quel necessario refrigerio nella stagione più calda dell’anno, evaporando rapidamente dal bicchiere.  Risultato che peraltro si può anche ottenere con una “normale” Golden Ale, ma se la moda di chi beve chiama “Session IPA”, per chi produce diventa necessario rispondere e stare al passo dei tempi. Mantenuti in pieno gli elevati standard del birrificio di Fidenza: ottima pulizia, abbondante luppolatura comunque ben “pensata” (difficile qui parlare di equilibrio) e, purtroppo, fascia di prezzo: i quasi 15 Euro al litro sono palesemente all’opposto del concetto di “bevuta seriale” e fanno sì che la “sessione” sia abbastanza corta. Un problema che riguarda trasversalmente tutta la birra di “qualità” italiana, ma che forse trova in questa “session” di Toccalmatto la punta dell’iceberg: Session o Double IPA che sia, il prezzo rimane più o meno lo stesso. E' sempre difficile fare confronti con altri paesi e l’Italia non rende le cose facili ai nostri birrai, ma secondo me dovremmo utilizzare il termine “session” solo quando anche nel nostro paese avremmo delle birre come queste a dei prezzi simili.  Per adesso, limitiamoci al “poca ma buona”.Formato: 33 cl., alc. 4.3%, lotto 15019, scad. 15/05/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Doctor Brew American IPA & Double IPA

Secondo appuntamento con la Polonia: dopo AleBrowar di qualche giorno fa è il momento di Doctor Brew, un'altra beerfirm (come la maggior parte dei protagonisti dell'avanguardia polacca) che produce presso gli impianti della Browar Bartek a Gołuchów. Doctor Brew è invece nata 150 chilometri  a sud-ovest, a Wroclaw, dove si sono incontrati Marcin Olszewski  e Lukasz Lis, entrambi ex-homebrewer che nel 2013 hanno trasformato il loro hobby in una professione. Che i due "dottori" siano ispirati dalle birre americane non è certo un mistero, basta guardare la lista delle birre prodotte in soli due anni: IPA, Double IPA, Single Hop IPA con qualche (American) Barley Wine ed Imperial Stout.      a rompere la monodia. L'annuale classifica di Rabeer pubblicata ad inizio anno, per quel che vale, ha proclamato Doctor Brew come "Best New Brewery" polacca del 2014; ai festival birrari la beerfirm si fa senz'altro notare per la presenza di infermiere/dottoresse che vi spillano la birra vestite in camice bianco.Con mia grande sorpresa Doctor Brew mi ha contattato per inviarmi alcune delle loro birre da assaggiare direttamente dalla Polonia: iniziamo  quindi dalla American IPA, che a voler essere pignoli esattamente "americana" non è, almeno nella forma. La sostanza si rivelerà poi corretta. L'unico luppolo a stelle e strisce che la ricetta prevede è infatti il Cascade, affiancato da Galaxy (Austrialia), Magnum (Germania) e Motueka (Nuova Zelada). I malti sono Pale Ale, Caramel e frumento.  Nel bicchiere arriva ambrata opaca, con qualche riflesso arancio: ottima la persistenza della schiuma biancastra, cremosa e compatta.  La bottiglia è giovane e l'aroma lo riflette, fresco, pungente e carico soprattutto di pompelmo con ananas, resina, caramello e un po' di "dank" in sottofondo; davvero notevole l'intensità, mentre pulizia ed eleganza sono ad un buon livello ma migliorabili. In bocca è morbida e scorrevole, con corpo medio e una carbonazione abbastanza bassa: biscotto e caramello sono la base necessaria per sostenere l'abbondante luppolatura che, dopo il pompelmo ed un leggero fruttato tropicale, accelera con un finale amaro resinoso e lievemente terroso di ottima intensità. Più vicina alle interpretazioni della costa ad est che di quella ad ovest Americana, porta in dota un'ottima freschezza che le fa perdonare una pulizia ed un eleganza che potrebbero essere migliori. E' una IPA che si beve con gusto e con grande facilità: affinandola e limando un po' gli spigoli può davvero diventare ottima.Il livello sale con la Double IPA, più alcolica (8%) ma comunque lontana da quegli estremismi a doppia cifra che spesso ci vengono proposti. Centennial, Magnum, Cascade, Summer ed Amarillo sono i luppoli impiegati, mentre i malti sono gli stessi della sorella minore; anche l'aspetto è piuttosto simile. Al naso c'è una bella freschezza che permette di apprezzare pompelmo, aghi di pino, ananas, mango, papaia, lampone, litchi e melone: pulizia e finezza sono senz'altro superiori all'American IPA. Il mouthfeel è molto buono, con corpo medio ed una bella morbidezza che però sacrifica qualche bollicina, che invece avrei personalmente apprezzato. Il gusto è un po' meno pulito rispetto all'aroma, ma offre una bella intensità fatta di biscotto e caramello, frutta tropicale (mango, melone), pesca ed un finale amaro resinoso e vegetale. Double IPA molto  equilibrata, in cui la freschezza gioca un ruolo fondamentale: il dolce della frutta bilancia benissimo l'amaro senza sconfinare in dolcioni o in marmellate, ed il palato ne trae giovamento. Molto ben gestito anche l'alcool, che dà il suo contributo solamente a fine corsa, senza mai disturbare la bevuta.Due birre di buon livello, con la Double IPA indubbiamente più raffinata ed elegante: nata neppure due anni fa, la beerfirm si dimostra interessante e, sebbene di IPA in giro ce ne siano sin troppe, è sempre un piacere berle quando sono fresche e fatte bene. Apprezzato anche il formato da 50 cl., ormai (ahimè) ormai quasi abbandonato dai produttori italiani. Bottiglie in scadenza ma ancora freschissime, a testimonianza di una shelf life molto corta (credo 2-3 mesi) che Doctor Brew giustamente impone a questo tipo di birre. In Polonia mi dicono che finiscono prima di scadere, vista l'elevata richiesta; in Italia, se v'interessa, potete eccezionalmente trovare qualche bottiglia qui.Nel dettaglio:American IPA, formato 50 cl., alc. 6.2%, IBU 90, scad. 30/06/2015.Double IPA, formato 50 cl, alc. 8%, IBU 99, scad. 01/07/2015.

Bad Brewer Pale Ale

Il suo indirizzo è "viale D'Annunzio 1, 47838 Riccione", ma non aspettatevi di trovare un suggestivo birrificio di fronte alla darsena della famosa località romagnola: l'indirizzo è solamente quello della sede legale. Chissà, forse un giorno sul lungomare ci sarà la "taproom"?  Come spiegano sul loro sito, senza nascondersi, Bad Brewer è una beerfirm che produce presso impianti altrui: tre le birre realizzate sino ad ora due sono nate sugli impianti del vicino Birrificio Amarcord (Amber Ale e Pale Ale) ed una al Birrificio Del Ducato (California Common).Il progetto beerfirm è molto ben curato, con una solida presenza sui social network e un bel sito internet: il focus comunicativo è sulla "strada", come vi viene mostrato in questo video. Dal cibo da strada alle birre da strada, "birre da rutto", birre da bere anche a collo, mentre passeggiate, in qualsiasi momento.Tra le tante (troppe) beerfirm italiane Bad Brewer si distingue in positivo anche per il prezzo particolarmente aggressivo: siamo intorno ai 6 Euro/litro, ovvero la bottiglietta da 33 cl. la trovate a poco meno di due euro.E' da tempo che vado lamentando come in Italia la birra "di qualità" (evito volutamente il termine artigianale) sia cara, troppo cara: e non mi riferisco a birre barricate o speciali, ma a semplici Pils, American Pale Ale, Golden Ale… Non dico che una birra di qualità debba costare come una lager industriale, ma non è neppure possibile che per una normalissima birra "base" da 33 centilitri si debbano spendere in media dai 4 ai 5 euro. Immaginate di fare una grigliata assieme ad un po' di amici e di volerla accompagnare con un cartone di birra: la vostra scelta obbligata diventa il supermercato, dove con una ventina di euro vi portate a casa due dozzine di bottiglie. Moltiplicate 4 euro per 24 ed ecco, facendo il conto della serva,  quello che vi costerà bere lo stesso cartone di un microbirrificio italiano: 96 euro, alla faccia del termine "session" che adesso va tanto di moda. Giusto un anno fa salutai con "felicità" l'arrivo della cosiddetta "artigianale del discount", ma il loro assaggio gettò un bel po' di acqua fredda sull'entusiasmo: il prezzo era interessante, la qualità lasciava invece a desiderare e, seppur qualcuna di loro l'avrei preferite ad una delle tante bottiglie verdi industriali, non mi è venuta tanta voglia di correre alla Lidl a ricomprarle. La scorsa settimana ho adocchiato in un Carrefour le birre di Bad Brewer: prezzo leggermente più alto rispetto alla Italian Pale Ale del discount (1.99 anziché 1.49 Euro) ma ancora "sostenibile" in caso di grande acquisto e comunque sempre inferiore del 50% di quasi ogni altra birra "artigianale" italiana.Ah, se volete malignare, anche l'azienda Target 2000 (quella della Italian Pale Ale del discount) è di Riccione e, guarda caso,  gli ingredienti  della Italian Pale Ale sono esattamente identici a quelli della Pale Ale di Bad Brewer. La ricetta è di Andrea Pausler, da cinque anni birraio da Amarcord e nel suo passato un'esperienza alla Thornbridge in Inghilterra: malti Pils, Vienna e Carmdark, luppoli Magnum, Centennial, Chinook e Ahtanum con Galaxy e Cascade in Dry Hopping. Ammetto di aver pensato subito male e di aver ipotizzato una banalissima rietichettatura della stessa birra, ma all'assaggio le cose si sono dimostrate molto diverse.Pale Ale di Bad Brewer, dunque, si presenta di color oro carico con qualche sconfinamento nell'arancio velato: la schiuma è bianca e cremosa, compatta, molto persistente. Bottiglia con scadenza giugno 2016, ipotizzo quindi un lotto piuttosto fresco, ragione principale che mi ha spinto al suo acquisto. E l'aroma lo dimostra: non molto intenso ma fresco e soprattutto pulito, i profumi sono quelli del limone e del lime, del mandarino e del pompelmo, del miele millefiori, con qualche suggestione di agrumi canditi. Gli stessi elementi (crosta di pane, agrumi canditi, limone e pompelmo, mandarino) ritornano subìto in bocca per continuare linearmente il percorso. Una leggera nota di miele fornisce poi l'adeguato bilanciamento al finale amaro, che tende a privilegiare la scorza d'agrumi rispetto alle note erbacee e resinose. Benino la secchezza conclusiva dissetante e rinfrescante, anche se non impeccabile: il palato rimane lievemente appiccicoso, piccolo vizio perdonabile. L'intensità è sicuramente migliorabile e un po' carente in alcuni passaggi, ma si tratta comunque di una birra pulita che nonostante un ABV del  6% si beve davvero con la facilità di una session beer, grazie ad un corpo medio-leggero e ad una consistenza correttamente watery. Spazio per migliorare c'è, ma il rapporto qualità prezzo paragonato agli standard italiani è indubbiamente positivo. Se dovessi prendere una dozzina di bottiglie da bere in compagnia, da accompagnare una grigliata o da portare in spiaggia questa Pale Ale di Bad Brewer sarebbe in cima alla mia lista. Probabilmente l'investimento economico non è ancora sostenibile, ma se arrivassero le lattine nei supermercati questo prodotto a questo prezzo potrebbe davvero diventare la birra della rivoluzione dei prezzi in Italia.Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 41, lotto illeggibile, scad. 30/06/2016, pagata 1.99 Euro (supermercato, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dark Horse Plead the 5th Imperial Stout

Marshall, piccola cittadina nella contea Calhoun, Michigan, 7000 anime o poco più: negli anni ’90 Bob Morse acquista una stazione di rifornimento in disuso e la riconverte in un Convenience Store; gli affari vanno bene e, oltre ad aprire altri due punti vendita, rileva anche un ristorante chiedendo poi aiuto al figlio Aaron, studente di arti grafiche, su come ridisegnarlo e ammodernarlo.  Aaron, che al college si dilettava con l’homebrewing  (fare la birra costava meno che comprarla) suggerisce di realizzare invece un brewpub. Alla banca che deve concedere il mutuo non piace però la location scelta, troppo poco visibile: il locale viene quindi realizzato al numero 826 di  West Michigan Avenue, con un impianto da sette barili che viene inaugurato nel 1997.  Il brewpub è però tutt’altro che un successo, essendo la piccola Marshall ben poco interessata alla “craft beer” in un periodo in cui la sua diffusione negli Stati Uniti era molto più limitata di oggi. Aaron Morse decide allora di convertire la licenza di brewpub in quella di “microbrewery”; il ristorante chiude e gli impianti vengono trasferiti sul terreno della vecchio Convenience Store,  dove trova anche spazio la taproom. Date un occhiata con Goggle Street View all’indirizzo “511 S Kalamazoo Ave, Marshall, MI” per rendervi conto della location. E’ l’anno 2000 è nasce la  Dark Horse Brewing Co.  Ad aiutare Aaron ci pensa il birraio Brian Wiggs e l’impianto da sette barili arriva ad effettuare 735 cotte all’anno, incapace di tenere il ritmo della domanda: nel 2011 viene acquistato un terreno adiacente  dove nell’edificio esistente viene installato il nuovo impianto da 20 barili.  Quello vecchio rimane in utilizzo per soddisfare il consumo della sola taproom, al cui soffitto è appesa l’impressionante collezione di tazze realizzate da Ryan Dalman; al momento ce ne sono oltre tremila.  Di tanto in tanto le tazze vengono messe in vendita, e acquistandole con un obolo di 46 dollari, guadagnerete l’iscrizione a vita al Dark Horse Mug Club. Ma che cosa ottenete, oltre alla tazza?  Il primo giro di birra gratis, il diritto a lasciare la tazza alla taproom in un apposito ripostiglio e un buono acquisto da 50 centesimi dopo ogni sei bevute; inoltre, la tazza è leggermente più capiente di una pinta americana e quindi con gli stessi soldi riuscirete a bere ogni volta un pochino più di birra dei non membri. Nel terreno di proprietà adiacente alla taproom la famiglia Morse aggiunge anche un negozio dove comprare il merchandising del birrificio, uno studio di tatuaggi ed un negozio di skateboard, tutti distrutti in un incendio (doloso, pare) avvenuto nel 2010. Vennero ricostruiti in un paio di mesi e, tra gli attuali progetti di espansione dalla famiglia Morse, c’è la costruzione di un negozio di motociclette, una distilleria, un forno e un negozio di dolci, che andranno idealmente a formare un piccolo “centro commerciale” nella desolante periferia di Marshall, dove le famiglie potranno trascorrere l’intera giornata. La Dark Horse è diventata “famosa” nel 2012 (l’episodio risale al 2010 ma si è diffuso in internet con due anni di ritardo) per aver rifiutato di prestare le proprie birre e la propria immagine alla realizzazione di un video musicale del famoso  gruppo rock canadese dei Nickelback, che nel 2008 aveva pubblicato un album chiamato proprio Dark Horse. Il regista intendeva ambientare il video all’interno di un party in un college dove i ragazzi sarebbero stati filmati tenendo in mano le lattine di Dark Horse; la risposta di Morse all’invito fu piuttosto secca: “noi non facciamo lattine, solo bottiglie”, rincarando poi la dose aggiungendo “io odio i Nickelback, fanno del rock di merda e non meritano di essere passati alla radio. Ma non ce lo poteva chiedere un gruppo come gli Slayer?”. Il birrificio rinuncia così a quella che sarebbe probabilmente stato un’ottima pubblicità a livello nazionale, e non solo. Ma l’appuntamento con la notorietà è solo rimandato; lo scorso luglio 2014 il canale History Channel ha messo in onda la prima puntata di un reality show ambientato all’interno del birrificio, chiamato Dark Horse Nation. Leggendo vi è venuta sete?  Passiamo alla birra. Ispirati dalla serie di nove stout preparate per l’Annual All Stouts Day  da quello che è forse il birrificio “craft” più famoso del Michigan, il vicino di casa (50 km.)  Bell’s, anche Aaron Morse e  Bryan Wiggs decidono di realizzarne cinque: One Oatmeal Stout, Fore Smoked Stout, Too Cream Stout e Tres Blueberry Stout sono le prime quattro. La chiusura, in bellezza, avviene con una muscolosa Imperial Stout che viene chiamata  “Plead The 5th”; il riferimento è al numero 5, ma l’espressione “appellarsi al quinto emendamento” equivale al nostro “avvalersi della facoltà di non rispondere”. La birra viene prodotta ogni anno in febbraio: per quel che conta, sia Ratebeer che Beer Advocate la elencano (assieme alla sua versione Bourbon Barrel Aged) tra le 50 miglior Imperial Stout al mondo.Dopo la Crooked Tree IPA bevuta quattro anni fa, ecco Plead the 5th riempire di un viscoso liquido nero il bicchiere, formando una solidissima e cremosa schiuma color nocciola, molto persistente. Aspetto splendido e aroma che risponde con un'opulenza fatta di fruit cake, cioccolato al latte, caramello, caffè e cenere, vaniglia, una leggerissima nota di salsa di soia; l'alcool ricorda il rum, completando un aroma dolce che anticipa quella sorta di dessert liquido in procinto di avvolgere il palato. Poche bollicine, corpo tra il medio ed il pieno, morbidezza ed una buona scorrevolezza per un'imperial stout che marca ABV 11%. Cioccolato al latte, orzo  tostato, liquirizia, caffè, toffee vanno a comporre un gusto davvero molto intenso con l'alcool che dà il suo contributo senza bruciare chi beve. Al palato è ancora più elegante che al naso e chiude sontuosa nel suo equilibrio fatto di caffè, cioccolato amaro e una bella e calda scia etilica; l'impressione complessiva è una sorta di tiramisù liquido, biscotti e caffè leggermente inzuppati nel liquore, qualche frammento di cioccolata. Davvero una splendida imperial stout, ricchissima e ben bilanciata tra dolce ed amaro, che consiglio senza dubbio a chi  - come me - ama questa interpretazione dello stile; chi invece preferisce intense tostature e abbondanza di  caffè forse la troverà un po' troppo dolce. Ordinatela a fine pasto in sostituzione del dessert e sorseggiatela con tutta calma: andrete a letto felici, soddisfatti e con la pancia piena.Formato: 35.5 cl., alc. 11%, IBU 39, lotto 5394-6, imbott. 20/03/2014.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.