Bell’s Special Double Cream Stout

Eccoci ad un nuovo appuntamento con Bell's, birrificio del Michigan fondato a Kalamazoo nel 1985 da Larry Bell che ha spento la sua trentunesima candelina lo scorso settembre.  Larry naque nell'area di Chicago ma alla fine degli '70 si trasferì a Kalamazoo, a 200 chilometri di distanza, per lavorare alla Sarkozy Bakery. Un collega di lavoro lo introdusse all'homebrewing, che Larry portò avanti con grande passione arrivando ad aprire qualche anno dopo un minuscolo negozio di homebrewing, dal quale nacque poi la Kalamazoo Brewing Company, rinominata Bell's nel 2005. Potete leggere maggiori dettagli sulla loro storia qui e anche qui.Che alla Bell's amino le stout non è un segreto: ne producono cinque, tra regolari e stagionali, ogni anno: Expedition Stout, Special Double Cream Stout, Java Stout, Cherry Stout e Kalamazoo Stout. Ma ogni giugno, dal 2008, si tiene presso il birrificio anche l'All Stouts Day: troverete almeno una ventina di spine tutte dedicate a questo stile. Oltre alle cinque birre sopracitate. l'offerta include alcuni vintage di Expedition Stout e alcune produzioni occasionali come ad esempio la Trumpeter’s Stout, la Sweet Potato Stout, la Bear Hug Imperial Stout (sciroppo d'acero e miele) e la Milchkaffee (lattosio e caffè); la lista completa dell'edizione 2016 la trovate qui.Dopo aver assaggiato le ottime Expedition e Kalamazoo, è il momento di passare alla Double Cream Stout; contrariamente a quanto il nome potrebbe far pensare, non si tratta di una milk stout prodotta con lattosio per renderla morbida e cremosa al palato. La ricetta prevede infatti solamente acqua, lievito, luppolo ed un mix di dieci diverse varietà di malto.La birra. Colore il bicchiere di nero, formando un modesto cappello di schiuma nocciola cremoso e compatto che rivela un'ottima persistenza. Il naso è pulito e non particolarmente intenso ma c'è un elegante presenza di caffè alla quale s'affiancano tostature, note di mirtillo e qualche accenno di cioccolato. Cream Stout di nome e di fatto, delizia il palato con una sensazione palatale morbidissima, per l'appunto cremosa, aiutata dalle poche bollicine e dal corpo medio. 6.1% l'ABV dichiarato ed un'intensità al gusto che compensa la carenza dell'aroma: eleganti tostature, caffè, ricordi di liquirizia e cioccolato il cui amaro è contrastato dalla leggera presenza di caramello bruciato. La bevuta è amara di torrefatto e di caffè ma risulta comunque agevole e nel complesso bilanciata, grazie all'acidità finale che ripulisce bene il palato ad ogni sorso. Chiude ricca di caffè, cioccolato e tostato che vengono riscaldati da un delicato ma avvertibile tepore etilico.Bevuta essenziale ma sostanziosa, pulita, elegante, intensa: in poche parole, un altra ottima stout da Bell's.Formato: 35.5 cl., alc. 6.1%, L15113, imbottigliata 01/12/2015, scad. 01/12/2016, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Craig Allan Psychedelia

Nel 2010, quando assaggiai quasi per caso la sua Agent Provocateur la beerfirm Craig Allan fu per me quasi una rivelazione; reduce da un paio di settimane di vacanza tra Bretagna, Normandia e Nord-Passo di Calais – piuttosto deludenti dal punto di vista birrario – trovare una birra pulita, ben fatta e abbondantemente luppolata risultò la luce alla fine di un lungo tunnel di delusioni. Craig Allan è uno scozzese che ha studiato Malting, Brewing and Distilling a Edimburgo ed ha poi lavorato per diversi microbirrifici inglesi prima che l’amore lo spingesse a trasferirsi in Francia in una casa di campagna a nord di Parigi; un paio d’anni passati a lavorare per alcune cantine e poi il richiamo della birra lo porta, in assenza dei fondi necessari, a farsi produrre una ricetta presso l’infallibile (o quasi) De Proef in Belgio. Nacque così la Belgian Ale Agent Provocateur ,generosamente luppolata con Cascade ed Amarillo;  a quel tempo (2010) mi augurai che la birra di Allan potesse essere il fattore scatenante (l’agent provocateur) di una micro-rivoluzione brassicola francese e sei anni dopo possiamo dire che le cose sono effettivamente andate in quella direzione. La qualità dei microbirrifici francesi è ancora alquanto discontinua, ma per lo meno si sta superando la classica e anonima offerta (biere blanche/blonde/rousse/noir) che caratterizzava quasi ogni produttore transalpino. Gli anni sono passati e la famiglia Allan si è ampliata con l’arrivo della  Cuvée d'Oscar (una dunkelweizen con dry-hopping di Nelson Sauvin), della “pale ale” Psychedelia e, in tempi più recenti della stout Black Market, della saison La Saint Jean e di una serie di IPA prodotte ogni volta con diverse luppolature. Nell’ottobre 2015 Allan ha anche finalmente messo in funzione il proprio impianto casalingo da 10 ettolitri sul quale vengono effettuate le cotte sperimentali e anche qualche produzione limitata; il resto della produzione continua ad essere appaltato presso De Proef.La birra.Terza  birra prodotta da Allan, Psychedelia è secondo la descrizione del produttore una “generica Pale Ale” che alla prova d’assaggio mi sembra incastrarsi perfettamente tra Belgio e luppolature extra-europee; la ricetta prevede malti Pale e Biscuit, luppoli Simcoe (amaro), Tomahawk e Moteuka (late hopping) e un dry-hopping finale di  Simcoe  e Moteuka. Il risultato? Davvero sorprendente. Di colore arancio pallido, velato, forma un perfetto cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla lunghissima persistenza. Profumi floreali (a richiamo dell’etichetta “flower power”) e fruttati si diffondono nell’aria con una pulizia ed una eleganza davvero notevoli: ananas, mandarino, arancia, accenni di frutta tropicale. Il ceppo di lievito utilizzato non è dichiarato ma io scommetterei sul Belgio, con una delicata speziatura, di quelle che non riesci ad identificare, ed esteri che richiamano il “bubble gum”.  Il palato continua in linea retta al palato con un mouthfeel perfetto: corpo medio-leggero, vivaci bollicine e una scorrevolezza da record. Crackers ed un tocco biscottato supportano un gusto delicato ma al tempo stesso ricco di frutta: ananas, mandarino, arancia guidano la bevuta, impreziositi da note (anche in bocca!) floreali e di bubble gum. Delicatamente speziata, impeccabilmente secca, chiude con un bell'amaro di discreta intensità che vede la sinergia di note terrose, erbacee e zesty. Livello di pulizia molto alto, facilità di bevuta impressionante, difficile resistere ad una birra profumata, bilanciata  e molto ben curata in ogni dettaglio: luppoli ed espressività del lievito convivono in un equilibrio che non è  facile da incontrare. Questa volta nel bicchiere non c'è solamente la solita precisione tecnica di De Proef, ma anche un bel po' di emozioni.Formato: 75 cl., alc. 5%, IBU 37, scad. 16/03/2018, prezzo indicativo 6.00/8.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stone 20th Anniversary Encore Series: 12th Anniv. Bitter Chocolate Oatmeal Stout

Nel luglio del 2008 alla Stone Brewing Company di Escondido (California) si festeggia il dodicesimo compleanno con la consueta birra celebrativa.  Ma il 2008 viene anche ricordato come l'annata della grande carenza di luppolo, o Hop Shortage: il risultato fu un aumento dei prezzi dei luppoli e la difficoltà ad ottenere alcune varietà, sopratutto per quei birrifici che non avevano sottoscritto dei contratti a lungo termine con i produttori."Per il nostro dodicesimo anniversario scegliemmo di fare una birra scura per alcuni motivi, uno dei quali la carenza di luppolo; non ci colpì particolarmente - affermano alla Stone - ci toccò sostituire alcune varietà e chiederne ogni tanto qualcuna in prestito ad altri birrifici. Ci sembrava comunque poco carino, vista la situazione, celebrare il nostro compleanno con una bomba luppolata mentre c'erano alcuni birrifici amici che facevano i salti mortali per recuperare il luppolo necessario a produrre le loro birre. Era inoltre da un po' che pensavamo di fare una birra scura; dopo aver assaggiato il lotto pilota di una Oatmeal Stout del nostro birraio Jeremy Moynier e una Imperial Stout al cioccolato prodotta in casa dal nostro responsabile della logistica Jake Ratzke, decidemmo di mettere assieme le due cose e realizzare la nostra 12th Anniversary Bitter Chocolate Oatmeal Stout". La ricetta prevede l'utilizzo delle varietà di luppolo Ahtanum, Summit, Willamette e Galena ma sono ovviamente i malti, in questa birra, a guidare le danze. Nel 2016 Stone ha festeggiato il suo ventesimo compleanno e, per l'occasione, sono state riprodotte alcune birre che in passato erano state commercializzate solamente in un'occasione; parliamo quindi di alcune Anniversary Ales e anche di un paio di Vertical Epic Ales. Ricetta e serigrafie delle bottiglie, giurano alla Stone, sono identiche a quelle originali.La birra.Assolutamente nera nel bicchiere, la replica del dodicesimo compleanno di Stone forma un cremoso e compatto cappello di schiuma color cappuccino che ha un'ottima persistenza. L'aroma è un ricco e ben riuscito assemblaggio di cioccolato, caffè ed orzo tostato mentre in secondo piano si scorgono note di fruit cake, alcool, liquirizia e cenere. La sensazione palatale è morbida, quasi cremosa ma forse leggermente carente di corpo per una birra dal contenuto alcolico del 9.2%: ne guadagna la scorrevolezza, agevolata dalle bollicine che si mantengono a livelli medio-bassi. Il gusto segue quasi fedelmente l'aroma: non c'è una grossa complessità ma quello che c'è è molto ben disposto. Caffè, cioccolato amaro e tostature guidano la bevuta supportate da un tocco di caramello bruciato; la presenza alcolica è quella giusta, non disturba ma fa comunque sentire la sua presenza ed il suo calore per tutta la bevuta. C'è pulizia ed eleganza nelle tostature, la chiusura è abbastanza secca e prepara il palato al retrogusto caldo ed etilico nel quale s'incontrano per l'ultima volta caffè, cioccolato e tostature; in sottofondo, un'accenno di anice.Imperial Stout semplice nella sua impostazione, bilanciata nel suo essere amara, ben eseguita e molto soddisfacente, anche se un po' avara di emozioni: è comunque questo il livello di Stone che vorrei sempre trovare nel bicchiere e che per il momento nella filiale di Berlino non sono ancora riusciti a replicare, almeno per quel che riguarda le lattine.Formato: 65 cl., alc. 9.2%, IBU 55, imbott. 15/01/2016, prezzo indicativo 14.00/16.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Schneider Weisse Tap X Mein Aventinus Barrique (2014)

Con Tap X  la bavarese Weissbierbrauerei G. Schneider & Sohn identifica una serie di produzioni limitate, sperimentali e/o occasionali; s'iniziò nel 2012 con la Tap X Mein Nelson Sauvin, una weizenbock caratterizzata dal luppolo neozelandese e da un ceppo di lievito belga per la rifermentazione in bottiglia,  seguita l'anno successivo dalla Tap X Meine Sommer Weisse, prodotta con "nuovi" luppoli tedeschi, e dalla TAPX Mein Aventinus Barrique. Nel 2014 nacque la Tap X Meine Porter Weisse e nel 2015 la Tap X Mathilda Soleil che utilizzava un mix di luppoli nel quale era presente il Cascade; quest'anno è arrivata la Tap X Marie’s Rendezvous, una potente (10%) weizenbock che vuole festeggiare i 500 anni del “Reinheitsgebot”. Con questa serie di birre il birraio di Schneider,  Hans-Peter Drexler, intende dimostrare che è possibile innovare e sperimentare anche nel pieno rispetto dell'editto di purezza. Ma torniamo a dicembre 2012, quando Drexler ha a disposizione un centinaio di barili che hanno contenuto Chardonnay (rovere francese), Pinot Nero e Cabernet Franc (rovere americano); le botti vengono riempite con la splendida (e atipica) weizenbock di casa Schneider e con la sua versione "potenziata" Aventinus Weizen-Eisbock. Otto mesi d'attesta e il risultato viene sapientemente blendato nelle bottiglie della nuova birra Tap X Mein Aventinus Barrique, di recente più appropriatamente rinominata  Tap X Mein Cuvée Barrique, visto che si tratta di un blend di birre e di barili differenti. La birra.Millesimo 2014, birra che si presenta di una splendido color ambrato carico, limpido e impreziosito da brillanti venature rossastre; la schiuma ocra è effervescente e piuttosto rapida nel dissolversi. Al naso c'è una bella complessità composta da note lattiche e aspre di amarena, ribes, uva acerba; la controparte dolce chiama in causa la prugna e la ciliegia sciroppata, il mosto d'uva cotto; profumi floreali, note di legno e un deciso carattere vinoso completano un quadro aromatico molto pulito e interessante. Al palato c'è una buona corrispondenza con l'aroma ma, sopratutto, c'è l'alcool (9.5%) nascosto davvero molto bene: all'acidità lattica e asprezza di ribes, mela acerba, uva spina ed amarena risponde un sottofondo dolce di ciliegia, caramello e frutti di bosco. L'acetico ogni tanto fa capolino, andando un po' oltre le righe solo quando la birra s'avvicina alla temperatura ambiente. Chiude molto secca, con l'asprezza che viene stemperata da un retrogusto quasi accomodamente nel quale il caramello viene accompagnato da un lieve tepore etilico; la bevibilità è tutto sommato buona, come da scuola tedesca.  Netta la caratterizzazione vinosa dovuta al passaggio nelle botti che hanno trasformato, grazie ai batteri in esse presenti, due birre in origine dolci (molto dolce, nel caso della Eisbock) in una Sour Ale nel quale comunque l'acidità è sempre contrastata da un residuo dolce. Molto pulita, complessa, pecca un po' di eleganza in alcuni passaggi ma si rivela comunque una bevuta che soddisfa e che regala più di un'emozione. Formato: 37.5 cl., alc. 9.5%, IBU 16, scad. 05/05/2019, pagata 3.00 Euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Het Kapittel Watou Abt

Ritorniamo oggi in Belgio per fare sosta al birrificio Van Eecke, qui la sua storia nel dettaglio.  Ci troviamo nelle Fiandre Occidentali del Belgio, vicino al confine francese, una regione famosa per la coltivazione del luppolo (Poperinge) ma anche per le robuste Dark Strong Ales che vengono prodotte in un raggio di soli venti chilometri. E' qui che nascono alcune delle migliori rappresentanti (al mondo!) di questo stile: le Westvleteren, le St. Bernardus e, in tempi più recenti, quelle di De Struise. Ci sono fonti discordanti sulla data di nascita della gamma Kapittel di Van Eecke: c'è chi sostiene sia nata negli anni ’60, chi nel 1948 per competere con le vicine birre di St. Sixtus/Westvleteren, che in quel periodo erano appena state appaltate alla vicina St. Bernardus. Di certo vi è indubbiamente l’intenzione monastica (il nome scelto fa riferimento al  "capitolo", ovvero il luogo del monastero in cui si riunivano l'abate ed il priore) e il fatto che sia stata pensata ed elaborata dal birraio Jan Van Gysegem (1931-2003) a quel tempo alle dipendenze di Albert Van Eecke. La scura Kapittel Prior (9%), primogenite della seria, è stata per lungo tempo la birra più alcolica di Van Eecke fino all’arrivo della chiara Abt (10%) dedicata all’abate e quindi al titolo che spetta al superiore di na comunità monastica. Stando a quanto racconta il birrificio, abati e vescovi erano gli unici ai quali era consentito bere queste birre dall’elevato contenuto alcolico: ai monaci venivano concesse solo in alcuni speciali giorni di festa.La birra.Due varietà di luppolo (probabilmente provenienti dalla vicina Poperinge) e quattro di malto: ecco tutto quello che viene dato a sapere sulla Kapittel Abt,  una tripel ovviamente rifermentata in bottiglia che il birrificio dichiara in grado d’invecchiare sino a venti anni. Di colore ramato con qualche riflesso oro, forma un impeccabile cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Una delicata speziatura (pepe?) al naso dà il benvenuto in un aroma caldo e dolce nel quale trovano posto canditi (arancia, albicocca), miele, biscotto e zucchero a velo. Qualche accenno di frutta secca per un bouquet pulito dalla discreta intensità. Carbonazione e corpo medi garantiscono una facilità di bevuta di tutto rispetto per un ABV a doppia cifra: morbida al palato, segue l'aroma con buona corrispondenza. Miele e biscotto, frutta candita e pesca sciroppata, zucchero candito; il dolce è ben bilanciato da una leggera acidità finale e, soprattutto, da una buona attenuazione.  L'alcool è sotto controllo facendosi sentire quanto basta, ovvero soprattutto nel retrogusto, caldo e morbido, nel quale si fa accompagnare dalla frutta candita. Tripel pulita e molto ben fatta, riscalda e rincuora lasciandosi bere senza troppo impegno: un'altra birra solida e convincente da Van Eecke che potete bere subito oppure dimenticare in cantina per qualche anno. Formato; 33 cl., alc. 10%, lotto A1, scad. 12/2017, pagata 1.40 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bevog Who Cares Editions Freezbee Beer Vol. 3 Session IPA

Nuovo incontro con il birrificio austriaco Bevog e nuovo incontro con la sua serie “sperimentale” chiamata Who Cares Editions. Per riassumere, Bevog si trova in Austria ma "batte" bandiera slovena; stanco delle lungaggini burocratiche della madrepatria, il fondatore Vasja Golar ha attraversato il fiume Mura per lasciare la nativa Gornja Radgona e fondare il proprio birrificio in territorio austriaco a  Bad Radkersburg, a soli tre chilometri da casa. Bevog è stato aperto nel 2013 e nel 2014 il popolo di Ratebeer lo ha eletto tra i tre nuovi migliori birrifici al mondo confermandolo anche per il 2015 come miglior birrificio austriaco.  Il 2016 ha visto il debutto delle lattine. Tornando alla serie Who Cares Editions, si tratta di birre occasionali e/o prototipali con le quali si cerca di capire il feedback da parte di chi le beve, al fine di valutarne l'entrata in produzione stabile: il luppolo (session IPA, IPA e Double IPA) è spesso il protagonista  delle ricette. Tra queste mi era già capitata d’assaggiare qualche mese fa la Lumberjack, una IPA ben fatta e molto gradevole. Replichiamo oggi con una lattina di Freezbee Beer, una Session IPA nata lo scorso giugno 2016 come birra estiva e rapidamente entrata (se siete amanti del beer-rating) nella top 50 delle migliori Session IPA secondo Ratebeer, sito che contempla ufficialmente questa categoria: “beers marketed for their hop-dominant flavor profiles at “sessionable" levels of alcohol. While this is typically 3.2-4.6% ABV, a few have stretched the definition”. Arriva in una lattina etichettata come tutte le Who Cares Editions, con un personaggio che ricorda molto, troppo da vicino il Jack Skeletron (Skellington) di Nightmare Before Christmas: chissà who care è anche quello che pensano i possessori dei vari copyright dei personaggi del film prodotto da Tim Burton.La birraEstiva nelle intenzioni e nel colore, si presenta di un brillante dorato leggermente velato e sormontato da una compatta e cremosa testa di schiuma bianca che quasi sembra non volersene andare dal bicchiere. Naso intenso,  molto fresco e fragrante, pulitissimo; una macedonia di frutta appena tagliata che include ananas, cedro, limone, mandarino, arancia e pompelmo; è davvero difficile non portare subito le labbra al bicchiere. Il gusto mantiene le ottime premesse dell'aroma, regalando un'intensità davvero notevole per una session beer.  I malti sono lievi (crackers) e non sottraggono spazio alla festa del luppolo: un tappetino dolce di frutta tropicale (ananas, mango) sostiene il carattere agrumato di una birra che, ruffiana quanto basta, dispensa pompelmo, cedro, lime e limone senza sosta. L'intensità del finale amaro, tale da non stancare mai le papille gustative e mantenere elevato il ritmo di bevuta, si sviluppa tra note erbacee e di scorza d'agrume, pur non disdegnando qualche intermezzo terroso. Ne deriva una IPA secchissima, estremamente dissetante e rinfrescante, perfetta nel suo corpo leggero e nella sua scorrevolezza: pochi sorsi, il bicchiere è già finito e tu ne vorresti aprire almeno un altro paio di lattine. Davvero impressionante questa Freezbee Beer di Bevog: pulitissima e profumata, ruffiana, fruttata/succosa, "moderna": difficile resistere quando hai l'estate nel bicchiere. Birra molto riuscita, una delle migliori session beer del 2016: comprare subito. Formato: 33 cl., alc. 4.4%, scad. 26/05/2017, prezzo indicativo 3.50/4.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Left Coast Voo Doo American Stout

Pizza, birra e sport in TV:  sembra un banale luogo comune ma sono gli elementi che hanno decretato il successo della famiglia Hadjis (George, Dora e John) che nel 1991 ha inaugurato a Del Mar, in California, il ristorante Oggi’s Pizza (il riferimento all’italiano è ovviamente voluto).  Per differenziarla dalle altre pizzerie, nel 1995  viene installato al centro del locale un microbirrificio a vista per dissetare i clienti; la “craft beer” sta lentamente prendendo piede nella contea di San Diego e la mossa si rivela vincente al punto che nel 2002 viene deciso di creare una seconda società destinata esclusivamente alla produzione della birra. A San Clemente, quaranta miglia più a nord sulla costa del Pacifico, nasce la Left Coast Brewing Company i cui impianti, affidati al birraio  Randal Dilibero proveniente da Lagunitas,  hanno lo scopo di sia di produrre le birre a proprio marchio che di rifornire le varie succursali di Oggi’s che sono via via state aperte.  3500 i barili prodotti nel primo anno grazie al lancio delle prime tre Left Coast:  la Double IPA Hop Juice, la Voo Doo Stout e la Trestles IPA. Il business si è espanso e Oggi’s Pizza, che lo scorso ottobre ha festeggiato i 25 anni d’attività, è divenuto un franchising con 17 punti vendita in tutta la California; due sedi (Mission Valley e Carmel Mountain Ranch) ancora si autoproducono la birra con il proprio microimpianto. In ogni Oggi’s troverete almeno otto birre fisse più due a rotazione stagionale; le nuove aperture prevedono invece un’offerta di 26 spine; Oggi’s è divenuta anche la pizza “ufficiale” della squadra di baseball dei San Diego Padres, di quella di football (NFL) dei San Diego Chargers  e degli  Arizona Coyotes  (hockey su ghiaccio, NHL). Left Coast dispone attualmente di un impianto da 30 barili, produce circa 9000 barili ogni anno; la Double IPA Hop Juice  è ancora la birra  più venduta, ma la gamma tocca praticamente quasi tutti gli stili brassicoli ed è anche attivo un programma di invecchiamenti in botte. Numerose le medaglie d’oro ottenute alle varie edizioni della World Beer Cup  e del Great American Beer Festival; alla World Beer Cup del 2004 il birrificio ha anche vinto il premio di Small Brewing Company of The Year.La birra.La minacciosa etichetta ideata dallo studio Magnetic Creative di Temecula (California) introduce un'imperial stout quasi “delicata” per gli standard americani: 8.5% l'ABV, cha sale però a 10 nelle varianti passate in botte. E’ la Voo Doo di Left Coast, una delle birre con la quali il birrificio di San Clemente ha debuttato quindici anni fa; Simcoe e Cascade i luppoli utilizzati in una birra dove però il palcoscenico è completamente dominato dai malti e dalle loro tostature. Nel bicchiere è quasi nera, mentre piuttosto modesta è la quantità di schiuma color beige che si forma: cremosa e compatta, ha una discreta persistenza. Caffè e tostature dominano l'aroma, la cui intensità é un po' dimessa; in sottofondo accenni di tabacco e cioccolato amaro a completare uno scenario semplice ma pulito. Parte invece senza indugi il gusto, che dispensa da subito caffè e tostature in grande quantità; il mouthfeel è denso e oleoso, con un corpo medio e poche bollicine a costruire un'imperial stout che dal punto di vista tattile sembra molto più dell'ABV dichiarato. Il gusto rispetta la semplicità dell'aroma, peccando un po' di eleganza nella sua opulenza torrefatta; a sostenerla ci provano un tocco di caramello bruciato e qualche estero fruttato (prugna?) con una chiusura ben luppolata che riesce comunque a ripulire il palato. Retrogusto, senza che ci sia bisogno di dirlo, in balia di caffè e tostature, con un lieve alcool warming a riscaldare la serata.Nera di colore e di fatto, amara da capo a coda: monodimensionale ma intensa, per gli amanti delle intese tostature e del caffè. Per chi ama invece imperial stout più equilibrate, meglio cercare altrove. Formato: 35.5 cl., alc. 8.5%, IBU 38, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 4.00/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Bosco Froggy Hops IPA

Debutta oggi sul blog il birrificio Birra del Bosco, una giovane realtà operativa dal 2013 a San Michele all'Adige (Trento); i fondatori sono Gabriele Tomasi (birraio) e Marco Pederiva (commerciale), due ex-compagni di liceo che si sono ritrovati dopo aver terminato gli studi universitari. Tecnologie alimentari per il primo, ingegneria civile per il secondo: entrambi non proprio soddisfatti delle proprie occupazioni,  si rincontrano quasi per caso nel 2010 scoprendo un denominatore in comune, la birra. Tomasi ha studiato in Belgio (leggo di esperienze formative presso Dupont e Cantillon) mentre Pederiva, in giro per il mondo per lavoro, scoprì in un locale di Amsterdam che c’era un universo di birre oltre a quelle industriali che affollano gli scaffali dei supermercati. Scoprendo di condividere anche la passione per l’homebrewing, i due ragazzi redigono un business plan e si danno un anno di tempo per elaborare ricette, sperimentarle, affinarle e fare pratica presso qualche altro birrificio. Birra del Bosco inizia nel 2013 come beerfirm per testare la ricettività del mercato: i sondaggi sono stati evidentemente favorevoli visto che a metà del 2014 diventa operativo l’impianto di proprietà da 10 HL, mentre Pederiva trova anche il tempo di diplomarsi Biersommelier al Doemens di Monaco di Baviera. Il nome scelto dal birrificio richiama ovviamente una delle ricchezze e delle risorse naturali del Trentino: il bosco, con la sua flora e la sua fauna alla quale vengono anche dedicate le birre. L’intento dichiarato è di farle “facili da bere”, ovvero non troppo impegnative e quindi accessibili anche ai palati meno esperti. Sei quelle prodotte tutto l’anno, quasi tutte (eccetto la Weisse-Bear) d’ispirazione anglosassone:  la Bitter Owl, la red ale Foxtail, la golden ale Pale Whale, la IPA Froggy Hops e la porter Dark Deer. A queste si sono già affiancate due produzioni stagionali, la saison Surama (con buccia d’arancia e pepe rosa) e l’American Pale Ale Atanea, birra estiva realizzata in collaborazione con alcuni homebrewers trentini. Con quasi mille attori nel panorama brassicolo italiano sta diventando davvero difficile restare aggiornati su tutte le novità: a colmare la mia lacuna su Birra del Bosco ci ha pensato il negozio Iperdrink.it  che mi ha gentilmente inviato una bottiglia d’assaggiare.La birra.Ispirata alle IPA della West Coast statunitense, la Froggy Hops si presenta di color ramato con riflessi dorati, leggermente più scura delle tipiche “sorelle” californiane; la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. L’aroma è pulito e la freschezza è ancora accettabile: note floreali, di aghi di pino e di pompelmo si guadagnano il palcoscenico con caramello, miele millefiori ed un accenno di frutta tropicale rilegati in secondo piano.   Biscotto e caramello introducono la bevuta portandola verso quell’amaro che diviene rapidamente il protagonista: resina e vegetale dominano e concludono il percorso enfatizzati da un discreto calore etilico che non si nasconde ed accompagna tutta la bevuta, limitandola un po’. Il corpo è medio, c’è una buona secchezza e le poche bollicine rendono la birra scorrevole anche se un pochino pesante al palato dal punto di vista tattile.   E’ una IPA ed è quindi amara ma c’è sempre una controparte dolce a bilanciare e a tenerla lontana da territorio estremi; in quanto interpretazione di West Coast IPA ci trovo però poca frutta, soprattutto in bocca, eccezione fatta per qualche leggera nota di pompelmo.   L’impostazione finisce quasi per ricordare maggiormente un’ American IPA della costa opposta, quella ad est, con caramello e resina sugli scudi; la bevuta regala belle soddisfazioni sebbene si mantenga lontana dalle ultime tendenza/mode a tema IPA. Se l’obiettivo è quello dichiarato di realizzare birre  “accessibili anche ai palati meno esperti”  direi che è stato pienamente centrato; per fare un ulteriore salto in avanti bisogna dare a questa IPA una maggiore personalità. Il  livello di pulizia è comunque davvero molto buono e già questa e un’ottima premessa per il futuro.Formato: 75 cl., alc. 5.9%, IBU 55, lotto 162725, scad. 07/2017. Se volete la potete acquistare qui: www.iperdrink.itNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppebräu PX

Di Hoppebräu vi avevo già parlato qualche anno fa, in occasione della Vogelwuid IPA; il progetto è di Markus Hoppe è un giovane birraio tedesco nato a Waakirchen, a pochi chilometri di distanza dal lago Tegernsee, nella Baviera meridionale; dopo l'apprendistato presso Maxlrainer inizia a lavorare per Joh Albrecht, produttore d'impianti, come responsabile per l'installazione e l'avviamento dell'impianto della Flying Dodo Brewing Company, all'isola di Mauritius. Ritornato in Germania nel 2013, Markus apre la Hoppebräu: le ricette vengono sperimentate e messe a punto su di un piccolo impianto nel garage della propria casa, per poi essere realizzate su "grande" scala presso altri birrifici, che tuttavia non vengono resi noti.Oltre alla Vogelwuid IPA, la gamma Hoppebräu si completa con la Fuchsteufelswuid Imperial IPA, l'amber ale Wuidsau, la Vienna Wuida Hund e la Pale Ale Wuide Hehna Session IPA; l'ultima nata è la imperial stout  PX, invecchiata in botti di Pedro Ximénez; viene rilasciata a novembre 2015 giusto in tempo per riscaldare i bevitori nel corso delle festività natalizie. Solo 1400 bottiglie prodotte nel formato da 25 centilitri; curiosamente, immagino per evitare problemi legali derivanti dall'uso del nome del vitigno/vino spagnolo, in etichetta viene riportato il nome Petro Ximenenz. La birra.Quasi nera, lascia intravedere nel bicchiere sfumature di colore ebano scuro; la schiuma è piuttosto modesta e grossolana, molto rapida nel dissiparsi all'interno del bicchiere. Al naso risulta subito una forte "botta" etilica che quasi spaventa chi avvicina le narici al bordo del bicchiere: pian piano emergono note di legno e di carne, cuoio, un'accenno affumicato e una netta ossidazione (cartone bagnato). Uno scenario tutt'altro che invitante ad anticipare un gusto che non migliora di molto la situazione: tanto, troppo alcool a rendere difficoltoso persino il sorseggiare, con i venticinque centilitri di birra che sembrano non finire mai. L'elevata componente etilica non è affatto supportata dal corpo e dalla complessità dei sapori: c'è sopratutto liquirizia, qualche ricordo lontano di tostature, caffè e, ancora più remoto, di sherry e legno. L'ossidazione regala una netta astringenza finale, la gola quasi brucia d'alcool, nella bevuta sembra a tratti emergere un accenno di salmastro: poca birra, quasi un distillato di liquirizia. Al di là del discutibile passaggio in botte,  quello che qui mancano sono le fondamenta, ovvero la birra di partenza. Formato: 25 cl., alc. 11.4%, IBU 42, lotto 623/1400, imbottigliata 21/11/2015, 8.00 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Kasteel Cuvée du Chateau 2012

Dalla sua fondazione, nella prima metà del 1800, la Brouwerij Van Honsebrouck è ancora nelle mani dell'omonima famiglia fondatrice, anche se è solo dal 1950, con l'arrivo di Luc Van Honsebrouck, che il birrificio assume il nome attuale. Un cambio al timone che si rivela fondamentale per il successo e per il futuro del birrificio: Luc decide di terminare la produzione di anonime lager per dedicarsi alla produzione di lambic, dotandosi di foeders nei quali far maturare il mosto acquistato da produttori del Pajottenland. Il successo della linea St. Louis (Gueuze e lambic alla frutta) portò Van Honsebrouck a diventare il secondo maggior produttore di lambic "addolcito" del Belgio, dietro a Belle-Vue; il mosto viene oggi prodotto internamente e fermenta spontaneamente in vasche aperte; il birrificio continua ad etichettare i suoi prodotti come gueuze e lambic nonostante si trovi ben al di fuori dei confini del Pajottenland.La gamma di Van Honsebrouck si completa con i marchi Bacchus (una  Oud Bruin  prodotta dal 1950), Brigand e Kasteel; queste ultime vennero lanciate verso la fine degli ani '80 per celebrare l'acquisto del castello della città di Ingelmunster, le cui cantine vengono ancora usate per la maturazione di alcune birre. Sebbene l'edificio attuale risalga al 1700, nello stesso sito esisteva prima un'abbazia e poi, a partire dal 1400, un castello con annesso birrificio.La birra.Cuvée du Château, massiccia (11%) belgian strong ale o quadrupel, come la definisce il birrificio, che prende ispirazione dalle cantine sotterranee del castello di Ingelmunster di proprietà della famiglia Van Honsebrouck; in quei locali dopo dieci anni d'invecchiamento le bottiglie della Kasteel Donker (altra strong ale da 11%) iniziavano a mostrare i segni del tempo regalando note di vino liquoroso. Al birraio Hans Mehuys venne l'idea di realizzare una birra che presentasse quelle caratteristiche senza dover attendere tutto quel tempo; nacque così la Cuvée du Château il cui aroma e gusto - promettono alla Van Honsebrouck - sono gli stessi di una Kasteel Donker invecchiata.Millesimo 2012 in etichetta, quattro anni passati in cantina e colore (tonaca di fata, molto torbido) che ricorda effettivamente quello di una birra invecchiata: poca schiuma, un po' grossolana e abbastanza rapida nel dissolversi. Al naso caramello, biscotto, uvetta e prugna, il tutto ben imbevuto nell'alcool; ci sono le note ossidate di vino liquoroso ma anche quello molto meno gradevoli di cartone bagnato. Intensità piuttosto dimessa, aroma tutt'altro che entusiasmante. Uno scenario non molto differente si presenta al palato: il corpo è medio, la carbonazione non è particolarmente alta e la bevuta procede un po' slegata con una consistenza oleosa nella quale trovano posto biscotto e caramello, uvetta e prugna, zucchero candito; il dolce è davvero imponente ma viene ben contrasto dall'alcol, sempre presente nel corso della bevuta, che riesce ad asciugarlo. Nel finale c'è una netta astringenza mentre al gusto l'ossidazione porta più effetti negativi (cartone bagnato) che positivi (vino liquoroso); una birra con l'alcool piuttosto in evidenza che si sorseggia con calma ma senza adeguata soddisfazione. Al di là che il birrificio dichiari di aver fatto una birra che volutamente presenta le caratteristiche di una birra invecchiata, direi che i quattro anni trascorsi dalla messa in bottiglia non le hanno assolutamente giovato e che andava bevuta prima.Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto KACU606A15:38, scad. 06/2017, pagata 1.48 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.