Rodenbach Vintage 2012

La birra di oggi è strettamente legata a quella  Rodenbach Grand Cru raccontata un paio di anni fa, prodotta sin dalla fine del diciannovesimo secolo dalla Brouwerij Rodenbach, fondata nel 1820 da Alexander Rodenbach e guidata, in quel periodo, dal nipote Eugene. E’ lui ad apprendere il mestiere nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo dove le birre maturavano nei barili di legno e veniva poi effettuato il blend tra birra giovane  e “invecchiata”; Eugene dota Rodenbach di una straordinaria “cantina” nella quale vengono costruiti enormi tini di quercia, chiamati “foeders”. Ancora oggi è possibile ammirarne 294, alcuni dei quali hanno ormai 150 anni d’età e costituiscono parte del patrimonio industriale della regione delle Fiandre.La Rodenbach subisce la fermentazione primaria in tank d'acciaio con il lievito proprietario e viene poi trasferita all'interno degli enormi foeders, dove la birra si trova a contatto con la microbiologia e la flora batterica presente nel legno, restandoci per circa due anni e ricavandone, oltre alle caratteristiche acide, anche le splendide sfumature rosso Borgogna del suo colore. Ogni tino di legno ha ovviamente una propria microbiologia diversa dagli altri e quindi impartisce caratteristiche leggermente diverse alla birra che contiene.Il blend tra birra fresca e birra invecchiata nei tini di legno dà origine alla Rodenbach "base" che contiene il 75% di birra fresca ed il 25% di birra proveniente dai foeders; la Grand Cru è invece formata dal 34% di birra giovane e dal 66% di blend di birra invecchiata proveniente dai diversi tini. Il blend è ovviamente svolto al fine di ottenere una birra il più possibile costante e "uguale" nel corso degli anni. Una variante, introdotta da Rodenbach a partire dal 2009, è costituita dalla "Vintage": si tratta di una birra non "blendata", proveniente da un unico foeder, diverso ogni volta. Per la Rodenbach Vintage 2012, che è stata poi imbottigliata a fine 2014, è stato selezionato il tino numero 170.Il suo colore è un bell'ambrato carico con intensi riflessi rossastri e qualche venatura ramata; la schiuma ocra è cremosissima e compatta, con una buona discreta persistenza. L'aroma mette fianco a fianco le note aspre di aceto di mela, visciole e mela verde con quelle dolci di ciliegie, amarene cotte, caramello e vaniglia; i secondo piano i sentori legnosi e le suggestioni vinose e di aceto balsamico. Un percorso molto pulito ed elegante che continua anche al palato, tra l'asprezza dell'amarena, del ribes rosso e della mela acerba, dell'aceto di mela e il dolce della ciliegia sciroppata, del caramello e della vaniglia. Il tutto è impreziosito da accenni legnosi e di pelle cuoio, per arrivare al finale molto secco e lievemente tannico. Birra molto ben bilanciata, che inizia dolce per poi virare con eleganza e morbidezza in territorio aspro risultando molto dissetante, senza che la componente acetica arrivi a disturbare. Lasciatela scaldare se volete addentrarvi in territorio vinoso, ma è quando è da fresca che questa Vintage regala il meglio di sé, rispettando fedelmente l'appellativo che Michael Jackson aveva affibbiato alla sorella "Grand Cru", ovvero "la birra più rinfrescante del mondo".Formato: 37.5 cl., alc. 7%, vintage 2012, pagata 4.30 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Smuttynose Baltic Porter

Nel 1998 l’americana Smuttynose Brewing Co. (Portsmouth, New Hampshire) lancia la propria serie delle “Big Beers”, ovvero birre occasionali prodotte in piccole serie nel classico formato “bomber”  e spesso dall’elevato tenore alcolico. Il birrificio fondato nel 1993 da  Peter Egelston, aggiunge alla gamma una Baltic Porter, che viene commercializzata per la prima volta nel 2008 e costituisce di fatto “un’evoluzione” della Winter Porter e della Robust Porter prodotte in precedenza. L’occasione è anche buona per tornare ad utilizzare la bella etichetta realizzata da Joanne Francis e raffigurante il Padre Tempo che prende per mano un fanciullo, presente un tempo sulle bottiglia delle due porter citate; etichetta che oggi potrebbe avere qualche problema almeno per quel che riguarda la distribuzione proprio nello stato del New Hampshire, dopo che lo scorso giugno è stata approvata una legge che vieta la presenza di bambini sulle etichette di bevande alcoliche. La prima versione della ricetta include malti Pilsner, Munich, CaraHell, Dark Crystal 120, Carastan 35, Chocolate Malt e  Black Malt, con il luppolo Magnum in bollitura ed il Liberty per aroma, ABV 8.7%. Nel 2010 la ricetta viene leggermente modificata: malti  Cargill 2-Row, Munich 20L, Weyermann Carahell, Crisp C-120, Baird’s Carastan, Crisp Chocolate e Crisp Black,  un solo luppolo (Sterling) e lievito Old Bavarian Lager di White Labs, lo stesso che Smuttynose utilizza anche per la propria Portsmouth Lager. La Baltic Porter ottiene un grande apprezzamento, che nel divertissement del Beer-Rating si traduce in un punteggio di  94/100 su BeerAdvocate e di 100/100 su Ratebeer, dove figura come la terza miglior Baltic Poter al mondo, dietro  (sic) a Imperator Balticki dei polacchi di Pinta  e alla Baltic Porter di The Duck-Rabbit (USA) che non ho ancora avuto la fortuna di poter assaggiare. Sacrosanta quindi la decisione di Smuttynose di non limitare questa birra ai volumi ridotti della “Big Beer Series” ma di renderla disponibile tutto l’anno nel pratico formato da 12 once (35.5 cl.); l’edizione 2015 arriva sugli scaffali dei beershop americani a febbraio e, dopo qualche mese, anche qui in Italia. 9% ABV, malti North American 2-Row, Munich 10L, Caramunich, Carahell, Carafa II DH, luppolo Sterling e lievito Old Bavarian Lager. Già versandola nel bicchiere si riesce quasi a gustarne con gli occhi l'opulenza: un oleoso liquido praticamente nero ed  impenetrabile alla luce che forma una modesta schiuma di colore cappuccino, cremosa ma un po’ grossolana e dalla discreta persistenza.  Molto ricco l’aroma, spiccatamente dolce, colmo di prugna disidratata, frutti di bosco (mirtilli, ribes nero, more), uvetta, pane nero e biscotto, orzo tostato, fruit cake: delicatissima la presenza dell'alcool che regala  eleganti note di frutta sotto spirito e, interagendo con la ricchezza dei malti, qualche suggestione di Pan di Spagna imbevuto di liquore. Rimangono in secondo piano anche il cioccolato al latte e di caffè. Il gusto altro non è che la fotocopia dell'aroma, di ugual intensità e pulizia; un percorso dolce ed elegante nel quale s'incontrano di nuovo il pane nero, il biscotto inzuppato di liquore, il fruit cake, la prugna disidratata, l'uvetta ed il mirtillo sotto spirito, lievi note di liquirizia e di caffè, prima del finale leggermente amaro di cioccolato e di note terrose. E' una birra molto ben bilanciata, con un lieve acidità e con un morbido calore etilico ea stemperarne la manifesta dolcezza; il mouthfeel è molto morbido, leggermente cremoso, con poche bollicine e un corpo medio che agevola la scorrevolezza di una birra dal tenore alcolico comunque importante ma dosato con perfetta maestria e perfettamente integrato con la ricchezza dei malti.  A voi scegliere se sorseggiata in tutta tranquillità o se aumentare il ritmo, senza però dimenticarvi di prendervi tutto il tempo necessario per assaporare il sontuoso retrogusto di fruit cake, frutta sotto spirito e una punta di cenere/tabacco Una birra che fa serata, e tra le migliori bevute nel 2015.Formato: 35.5 cl., alc. 9%. IBU 40, imbott. 01/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Smuttynose Baltic Porter

Nel 1998 l’americana Smuttynose Brewing Co. (Portsmouth, New Hampshire) lancia la propria serie delle “Big Beers”, ovvero birre occasionali prodotte in piccole serie nel classico formato “bomber”  e spesso dall’elevato tenore alcolico. Il birrificio fondato nel 1993 da  Peter Egelston, aggiunge alla gamma una Baltic Porter, che viene commercializzata per la prima volta nel 2008 e costituisce di fatto “un’evoluzione” della Winter Porter e della Robust Porter prodotte in precedenza. L’occasione è anche buona per tornare ad utilizzare la bella etichetta realizzata da Joanne Francis e raffigurante il Padre Tempo che prende per mano un fanciullo, presente un tempo sulle bottiglia delle due porter citate; etichetta che oggi potrebbe avere qualche problema almeno per quel che riguarda la distribuzione proprio nello stato del New Hampshire, dopo che lo scorso giugno è stata approvata una legge che vieta la presenza di bambini sulle etichette di bevande alcoliche. La prima versione della ricetta include malti Pilsner, Munich, CaraHell, Dark Crystal 120, Carastan 35, Chocolate Malt e  Black Malt, con il luppolo Magnum in bollitura ed il Liberty per aroma, ABV 8.7%. Nel 2010 la ricetta viene leggermente modificata: malti  Cargill 2-Row, Munich 20L, Weyermann Carahell, Crisp C-120, Baird’s Carastan, Crisp Chocolate e Crisp Black,  un solo luppolo (Sterling) e lievito Old Bavarian Lager di White Labs, lo stesso che Smuttynose utilizza anche per la propria Portsmouth Lager. La Baltic Porter ottiene un grande apprezzamento, che nel divertissement del Beer-Rating si traduce in un punteggio di  94/100 su BeerAdvocate e di 100/100 su Ratebeer, dove figura come la terza miglior Baltic Poter al mondo, dietro  (sic) a Imperator Balticki dei polacchi di Pinta  e alla Baltic Porter di The Duck-Rabbit (USA) che non ho ancora avuto la fortuna di poter assaggiare. Sacrosanta quindi la decisione di Smuttynose di non limitare questa birra ai volumi ridotti della “Big Beer Series” ma di renderla disponibile tutto l’anno nel pratico formato da 12 once (35.5 cl.); l’edizione 2015 arriva sugli scaffali dei beershop americani a febbraio e, dopo qualche mese, anche qui in Italia. 9% ABV, malti North American 2-Row, Munich 10L, Caramunich, Carahell, Carafa II DH, luppolo Sterling e lievito Old Bavarian Lager. Già versandola nel bicchiere si riesce quasi a gustarne con gli occhi l'opulenza: un oleoso liquido praticamente nero ed  impenetrabile alla luce che forma una modesta schiuma di colore cappuccino, cremosa ma un po’ grossolana e dalla discreta persistenza.  Molto ricco l’aroma, spiccatamente dolce, colmo di prugna disidratata, frutti di bosco (mirtilli, ribes nero, more), uvetta, pane nero e biscotto, orzo tostato, fruit cake: delicatissima la presenza dell'alcool che regala  eleganti note di frutta sotto spirito e, interagendo con la ricchezza dei malti, qualche suggestione di Pan di Spagna imbevuto di liquore. Rimangono in secondo piano anche il cioccolato al latte e di caffè. Il gusto altro non è che la fotocopia dell'aroma, di ugual intensità e pulizia; un percorso dolce ed elegante nel quale s'incontrano di nuovo il pane nero, il biscotto inzuppato di liquore, il fruit cake, la prugna disidratata, l'uvetta ed il mirtillo sotto spirito, lievi note di liquirizia e di caffè, prima del finale leggermente amaro di cioccolato e di note terrose. E' una birra molto ben bilanciata, con un lieve acidità e con un morbido calore etilico ea stemperarne la manifesta dolcezza; il mouthfeel è molto morbido, leggermente cremoso, con poche bollicine e un corpo medio che agevola la scorrevolezza di una birra dal tenore alcolico comunque importante ma dosato con perfetta maestria e perfettamente integrato con la ricchezza dei malti.  A voi scegliere se sorseggiata in tutta tranquillità o se aumentare il ritmo, senza però dimenticarvi di prendervi tutto il tempo necessario per assaporare il sontuoso retrogusto di fruit cake, frutta sotto spirito e una punta di cenere/tabacco Una birra che fa serata, e tra le migliori bevute nel 2015.Formato: 35.5 cl., alc. 9%. IBU 40, imbott. 01/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

NovaBirra Li P’tite Gayoûle

Dopo quello di ieri con Vliegende Paard (Préaris), ecco un altro appuntamento con un birrificio belga di recente apertura. NovaBirra è il nome scelto da Emanuele Corazzini, rientrato in Belgio dopo sei anni passati negli Stati Uniti, per dare vita al suo progetto inaugurato nel 2008 in quel di Braine-l'Alleud (una trentina di chilometri a sud di Brussels) come un “Atelier de Brassage” dove poter comprare e degustare birre, partecipare a laboratori e soprattutto imparare l’homebrewing. I corsi si svolgono nel weekend, con due giornate intense nelle quali i partecipanti  (da 1 a 4 persone) decidono assieme la ricetta e producono la loro birra, tornando poi un mese dopo a ritirare sette bottiglie da 75 centilitri. Il passo successivo è lo status di beerfirm; le ricette vengono infatti studiate e testate sull’impianto proprio, ma per la produzione in “larga” scala della prima birra, la Big Mama Stout  (2012) ci si affida agli impianti della Brasserie de Jandrain-Jandrenouille. La birra del debutto verrà in seguito  realizzata da De Ranke, ed è qui che vedono la luce anche le altre due ricette di NovaBirra, ovvero la  Big Nose Triple e la Li P'tite Gayoûle. Quest’ultima nasce da una ricetta elaborata assieme ad alcuni partecipanti ai corsi di produzione di NovaBirra: Arnaud, FX,  Kevyn e, ovviamente, Emanuele Corazzini. Lievito tipo Saison, malti Pilsner e caramellati e luppolatura affidata a Simcoe e Mosaic. Il suo colore è ambrato, velato, sormontato da una testa di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Al naso non c’è quella predominanza di frutta che ci si attenderebbe dall’uso di luppoli americani ma sono piuttosto i malti ad essere in evidenza con sentori di pane e fetta biscottata, miele e cereali, una delicata speziatura; in sottofondo s’avvertono erbe officinali ed una remota presenza di agrumi. Lo scenario rimane pressoché simile anche al palato, in un gusto dove domina la componente maltata, peraltro molto fragrante, con le sue note di biscotto, frutta secca, miele e lieve caramello. C’è una leggera suggestione di frutta tropicale che anticipa la chiusura amara, terrosa, lievemente erbacea e – finalmente – un po’ rustica.  La birra è tecnicamente pulita e ben eseguita, non fosse per una leggera astringenza che la penalizza soprattutto a fine corsa; la facilità di bevuta è enorme, con un corpo medio-leggero e una vivace carbonazione. Il resto rientra nei confini del gusto personale, ovvero la preferenza (come nel mio caso) per Saison più fruttate e luppolato rispetto a quelle come questa dove i malti sono maggiormente in evidenza.Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto LNR52T 20/08/2014, scad. 09/08/2019, pagata 2,10 euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Préaris Blond

Vliegende Paard, ovvero “il cavallo volante” è il nome scelto dall’ex-homebrewer   Andy Dewilde per la sua beerfirm che debutta nel 2011, l’anno in cui una sua ricetta casalinga, la “Préaris  Quadrupel”, ottiene il primo posto al concorso nazionale per homebrewers “Brouwland Biercompetitie” la cui finale, alla quale partecipano un centinaio di birre, si tiene a Ghent.Andy non vuole lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione per sfruttare la notorietà, ma il proprio impianto casalingo a Oedelem (una quindicina di chilometri a sud di Bruges) da 80hl non è sufficiente a produrre la quantità necessaria per un lancio commerciale. Si rivolge allora all’immancabile De Proef dal quale, a settembre 2011 esce la prima cotta di Préaris Quadrupel.Allo Zythos festival del 2012 Andy Dewilde incontra Christine Celis, figlia del celebre Pierre (Hoegaarden) e residente da una ventina d’anni in Texas; Christine rimane favorevolmente impressionata dalle Prearis e porta qualche bottiglia negli Stati Uniti, convincendo un importatore ad ordinare i primi 7 hl destinati al mercato statunitense.   Nel 2013 Vliegende Paard viene proclamato da Ratebeer come il miglior nuovo “birrificio” belga, mentre nel 2014  la Prearis Quadrocinno  (la Quadrupel con aggiunta di caffè del Costa Rica) viene eletta dai 17.000 visitatori dello Zythos 2014 tra le tre migliori birre del festival.  Curioso è invece quanto avvenuto lo scorso aprile 2015, quando Andy Dewilde riceve una telefonata dall’organizzatore del tour europeo del gruppo hardcore americano Sick of it All: la band ha infatti espressamente richiesto di avere a disposizione ogni sera, nei camerini, alcune bottiglie di  Prearis Grand Cru, ovvero la versione barricata della Quadrupel.A febbraio 2013  Vliegende Paard presenta al Bruges Beer Festival una nuova birra: si tratta della Blond, una Belgian ale dalla luppolatura americana che per l’occasione viene servita al pubblico con l’utilizzo di una specie di Randall proveniente dagli Stati Uniti. Solare nel bicchiere, perfettamente dorata e leggermente velata, la Préaris Blond forma un bel cappello di bianchissima schiuma cremosa, compatta e fine, molto persistente. Difficile risalire all’età anagrafica di questa bottiglia (ipotizzo settembre 2014 ?)  e l’aroma non trasmette particolare sensazione di freschezza; i profumi sono poco intensi ma puliti con una leggera speziatura (pepe bianco, forse coriandolo?), sentori di scorza e polpa d’arancia, pesca, frutta candita. Più convincente il gusto, che mostra un bel carattere ed una buona intensità che passa per le note maltate (pane, miele) e quelle fruttate  (arancia e albicocca) generate dall’ottima interazione tra i luppoli e gli esteri del lievito, responsabili anche della delicata speziatura. La bevuta è abbastanza dolce di frutta candita e con il miele d’arancio sempre presente in sottofondo, il tutto bilanciato da un amaro di buona intensità (soprattutto se si prende come riferimento la media belga)  che chiude il percorso con note vegetali, terrose e qualche suggestione di resina. La secchezza è tutto sommato buona e la birra risulta ben bilanciata, molto facile da bere e pulita, con tutti gli elementi (malti, luppoli, lievito) ben percepibili e ben assemblati tra di loro; la bottiglia non molto fresca sacrifica un po’ l’eleganza, penalizzata dallo scorrere del tempo per sempre più inclemente verso i luppoli americani rispetto a quelli continentali.Préaris Blond è comunque un’interessante interpretazione moderna (leggasi “hoppy”) di Belgian Ale molto ben fatta che vale sicuramente la pena di provare.Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 35, scad, 30/09/2016, pagata 1.55 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Finalese Old Ale

Dopo la India Pale Ale assaggiata qualche mese fa, ritorna sul blog il brewpub/birrificio Finalese guidato in quel di Finale Ligure dal birraio Piero Cavalleri.  Impianto da cinque ettolitri a vista e birra che viene spillata direttamente dai maturatori all’interno dei locali; se non erro il brewpub è aperto dal giovedì alla domenica, con la possibilità di acquistare anche bottiglie da asporto. Le notizie in internet sul birrificio sono davvero scarse e quindi senza indugiare passiamo ad aprire una bottiglia di una ben più impegnativa, dal punto di vista realizzativo, della IPA bevuta in precedenza. Si tratta della Old Ale, definita dall’etichetta come una “birra rossa ad alta fermentazione affinata sei mesi in barriques di rovere” che hanno ospitato Barbera Superiore; per chi volesse sapere di più su questo stile (o "non stile," per alcuni) che a molti appassionati "neofiti" risulterà poco noto,   consiglio questo bell'articolo  in inglese di Martyn Cornell. Per qualche nozione in italiano, soprattutto se vi piace trafficare con le pentole, andate invece qui. L'aspetto di questa Old Ale è molto gradevole nel bicchiere: ambrato con intense venature rossastre, qualche riflesso rubino, leggermente velato; la schiuma beige chiaro è abbastanza compatta e cremosa, pur non essendo molto persistente. Ammetto che la primissima impressione avvicinando il naso al bicchiere è stata tutt'altro che positiva: il dominio totale dell'acido lattico mi ha fatto temere una birra completamente imbevibile a causa della contaminazione avvenuta in botte. Ma è bastato avere una buona dose di pazienza ed aspettare che la birra s'avvicinasse alla temperatura ambiente (siamo intorno ai 15 gradi) per vedere tornare il sereno.  L'aroma, quindi, oltre al lattico offre delle interessanti sfumature di vaniglia, legno, uva acerba e ribes; evidentissimo il carattere vinoso, con un dolce sottofondo di frutti di bosco e zucchero caramellato. Al palato arriva con un corpo medio e una carbonazione contenuta, mentre la sua consistenza acquosa è funzionale a garantire una buona scorrevolezza soprattutto quando la temperatura si alza e l'alcool si fa più presente.La bevuta risulta fortemente caratterizzata dal passaggio in botti ex-Barbera, al punto che in alcuni tratti la birra sembra quasi scomparire: accanto alle note vinose ci sono quelle legnose, lattiche ed acetiche, queste ultime molto leggere e per nulla fastidiose. L'asprezza si compone di ribes, visciole, uva acerba ed è supportata da una base dolce, tanto leggera quanto indispensabile, di caramello, prugna disidratata, uvetta, biscotto, zucchero caramellato. Il finale ricco di tannini si mantiene in territorio vinoso, con una punta amaricante che richiama, oltre al lattico, anche il nocciolo di pesca; bene il retrogusto, ça va sans dire vinoso, morbido, etilico e piacevolmente caldo, molto appropriato per un dopocena di una fresca serata autunnale. Dopo l'inizio "problematico" ammetto di averla bevuta molto guardingo e forse un po' prevenuto, ma alla fine il risultato mi ha soddisfatto. Fondamentale avere pazienza, attende  che si riscaldi e si apra nel bicchiere per lasciare emergere tutte le  sue componenti: il risultato è un po' troppo caratterizzato dal vino che è stato ospitato nelle botti, ma rappresenta già un'ottima base di partenza,  su cui lavorare per il futuro con fiducia. Formato: 75 cl., alc. 7.2%, lotto 12/14, scad. 12/2020, pagata 10.00 Euro (enoteca, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Struise Aestatis

Il già ampio catalogo del birrificio belga De Struise, guidato da Carlo Grootaert e Urbain Coutteau, viene arricchito nella primavera del 2015 da un'ulteriore novità. La birra viene realizzata in collaborazione con il Monk's Cafè di Stoccolma, un brewpub con una serie di bar e locali disseminati nella capitale svedese e da tempo "partner" commerciale degli Struise. Per il Monk's il birrificio aveva già prodotto la Svea IPA, e assieme al Monks gli Struise inaugurarono nel settembre 2013 il loro bar a Stoccolma, all'interno del Monks Whisky Paradise in Munkbron 15. La Scandinavia e la Svezia in particolare sono uno dei mercati che "gli Struzzi" hanno particolarmente a cuore e dove le loro (spesso molto alcoliche) produzioni vengono apprezzate. Non è quindi una sorpresa che dalla collaborazione con il proprio partner svedese nasca un'assurda "Imperial Saison" con un ABV dell'11% e chiamata con un bel po' di ironia Aestatis, ovvero "estate". Vero che le Saison erano le birre che i contadini ed i braccianti bevevano in quella stagione dell'anno per dissetarsi e rinfrescarsi durante le dure giornate di lavoro: ma si trattava per ovvi motivi di birre dal basso contenuto alcolico che dovevano sostituire l'acqua, spesso ritenuta poco salubre.Bottiglia di Aestatis ("Vintage 2015" in etichetta) che si presenta nel bicchiere di colore ambrato velato, con qualche riflesso arancio; la schiuma è abbastanza fine e cremosa, compatta, ed ha una buona persistenza. L'aroma è quasi sfacciato e butta nella mischia un carico importante di dolce frutta tropicale (papaia, mango), pesca, arancia e fragola; l'impressione non è esattamente quella di frutta fresca ma piuttosto di sciroppo, di marmellata, di canditi. La schiuma regala sentori floreali, i malti quelli di biscotto mentre l'alcool porta il suo benvenuto anche al naso; in questo caso l'opulenza non viaggia a pari passo con l'eleganza. E' sufficiente il primo sorso a mettere le cose in chiaro: al dispetto del nome "estivo", questa è una birra che riscalda e che va sorseggiata con calma. Il corpo è medio, mentre la sua consistenza oleosa e leggermente viscosa al palato non si sposa bene con la vivace carbonazione. Il gusto è piuttosto dolce e zuccherino, ricco della stessa frutta dell'aroma nella forma dei canditi, della marmellata e dello sciroppo, con note biscottate e, lievissime, di caramello; a contrastarlo ci sono una leggera acidità, un discreto calore etilico e una chiusura amara (erbacea, terrosa) che si limita al ruolo di sparring partner senza ambizioni di protagonismo. L'attenuazione è tutto sommato buona, se si considera la gradazione alcolica, e concede al palato quei pochi istanti di riposo necessari per poi assaporare il lungo retrogusto dolce di frutta sotto spirito nel quale l'alcool, benché morbido e non "bruciante" si fa comunque sentire parecchio. Del carattere rustico e "ruspante" di una saison non v'è ovviamente traccia,  con l'espressività del lievito che viene completamente oscurata da quel "tanto", da quel "troppo" che costituisce la spina dorsale di questa Aestatis. Una birra molto intensa ma altrettanto noiosa ed inutile, nel senso che non aggiunge nulla a quanto già fatto dagli Struise: se volete qualcosa di molto alcolico da sorseggiare con calma dopocena per scaldarvi ci sono  già Pannepot e Black Albert, nelle loro innumerevoli declinazioni, che svolgono alla perfezione il compito.Formato: 33 cl., alc. 11%, IBU 59, lotto 130391214, scad. 21/06/2020, pagata 3.20 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Canediguerra Brown Porter

Tra i debutti del 2015 c'è anche quello di Canediguerra, birrificio dal nome abbastanza originale con richiami musicali che portano in direzione di Francesco De Gregori o, se devo seguire il mio gusto, dei Pink Floyd. Il debutto è solo di nome, perché di fatto alla guida di Canediguerra c'è un birraio che qualsiasi appassionato di vecchia data riconosce: si tratta di Alessio "Allo" Gatti, un passato da homebrewer sin dai tempi delle scuole superiori e un carriera professionale che inizia al Birrificio Bruton per poi proseguire da Birra del Borgo, Toccalmatto, Brewfist e Bad Attitude.  Colui che è probabilmente il birraio più "zingaro" d'Italia (o il Bono Vieri dei birrai, se preferite) ha finalmente aperto le porte del proprio birrificio lo scorso gennaio ad Alessandria.La produzione, in attesa del Belgio, parte con una Bohemian Pilsner che viene seguita da un American IPA; l'ultima arrivata guarda invece alla tradizione anglosassone ed è una Brown Porter. Molto minimalista l'impostazione grafica sia del sito internet, ancora piuttosto avaro di contenuti, che della grafica delle etichetta, costituita da semplici e ripetitivi pattern geometrici.Il debutto sul blog avviene proprio con la Brown Porter, che riempie la pinta di un bel color ebano scuro, impreziosito da riflessi ambrati; la schiuma beige è impeccabilmente compatta e cremosa, con una persistenza molto buona. La semplicità, la precisione e la pulizia grafica dell'etichetta si ritrovano anche nel bicchiere, a partire dall'aroma: pochi elementi ma tutti al posto giusto, in equilibrio tra di loro, amalgamati con grande eleganza.Caffè in grani, cioccolato al latte, orzo tostato e pane nero, mirtilli, qualche sentore di frutta secca e di liquirizia. In bocca arriva leggera e scorrevolissima, mentre la carbonazione è solo un po' più alta del dovuto: poco male, perché a fronte di una gradazione alcolica ampiamente entro la soglia della "session beer" c'è un'intensità che non ha nulla da invidiare a birre molto più alcoliche: l'amaro del caffè e delle tostature è bilanciato dalle note dolci del caramello leggermente bruciato. E' una porter che si lascia bere con la stessa facilità di un bicchiere d'acqua, scomparendo dal bicchiere in pochissimi minuti; in chiusura c'è la leggera acidità dei malti scuri e soprattutto il finale ricco di caffè liquido, tostature e qualche note di liquirizia. Birra pulitissima ed elegante, molto rispettosa della tradizione alla quale porge uno splendido tributo, non fosse per il formato da trentatré centilitri che - purtroppo -  rimpiazza il classico mezzo litro anglosassone. Canediguerra debutta in maniera assolutamente positiva: birra da cercare e da comprare senza esitazioni.Formato: 33 cl., alc. 3.8%, IBU 18, lotto 151460, scad. 26/01/2016, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bolderiaan

In Belgio ci sono circa 150 birrifici, un numero molto piccolo se lo si confronta con quello italiano, ma non è sempre facile districarsi tra le migliaia di birre che appaiono sugli scaffali, prodotte per beerfirm,  distributori di bevande e per conto di esercenti (bar, beershop) che hanno la licenza di venere alcolici. Non sempre le etichette fanno chiarezza sulla provenienza di quello che c'è all'interno della bottiglia; prendiamo come esempio quella di questa Bolderiaan, descritta come una birra creata dal birraio Gunther Bensch della Brouwerij Montaigu per la Columbus Management, una beerfirm nota soprattutto per la gamma di birre Zonderik. Montaigu era partita inizialmente come beerfirm ma ha attualmente impianti propri; l'etichetta tuttavia non riporta che la birra è stata invece prodotta presso la Brouwerij Anders di Halen. La ricetta prevede malti Pilsner, Vienna e Monaco, luppoli Simcoe e Centennial ed una speziatura a base di vaniglia e zafferano. Alla Brussels Beer Challenge del 2013 ha conquistato il primo premio nella categoria  “Blonde/Golden Ales” e, a novembre dello stesso anno, la medaglia d’oro alla manifestazione “Limburgse Biervrienden” di Hasselt.Nel bicchiere arriva velata e di color oro, con una schiuma ocra compatta e "croccante" dalla lunga persistenza.  Il naso ha una buona intensità, nella quale spiccano sopratutto il dolce del miele millefiori, dei canditi e del biscotto, della zucchero vanigliato e dello zafferano, quest'ultimo un po' troppo in evidenza; in sottofondo qualche leggero sentore di frutta tropicale. Il gusto prosegue questo percorso in linea retta, senza deviazioni; il corpo medio, con una vivace carbonazione che tuttavia non preclude una buona morbidezza al palato. Miele, biscotto, canditi, zafferano, pesca ed albicocca disidratata, un tocco di frutta tropicale (mango, ananas); il gusto è piuttosto dolce e zuccherino ma viene bilanciato da una lieve acidità e da un finale abbastanza secco e una chiusura amaricante vegetale con qualche incursione nel resinoso. L'alcool (8%) dà il suo contributo in modo piuttosto discreto, facendosi notare solo nel retrogusto, dove ritorna lo zafferano. La bevuta è pulita, molto intensa e molto dolce, con la frutta che assume la forma della marmellata piuttosto che della freschezza; la data di scadenza ormai prossima è indice di una birra che ha ormai una certa età e nella quale il contributo dei luppoli si è senz'altro indebolito col tempo. Una discreta strong ale che personalmente ho trovato un po' troppo caratterizzata dallo zenzero e, come molti birrai belgi ci insegnano, "quando si riesce identificare il nome delle spezie usate vuol dire che ne sono state messe troppe"Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 40, scad. 14/01/2016, pagata 1.90 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Olimp Sophia

Negli ultimi mesi sul blog è transitato qualche birrificio polacco, i protagonisti di “un’avanguardia” che si sta diffondendo piuttosto rapidamente in una nazione dall’elevato consumo procapite; nella maggior parte dei casi da queste nuove beerfirm non hanno fatto altro che portare in Polonia un pezzo dell’inizio della  Craft Beer Revolution Americana, producendo soprattutto IPA o altre birre abbondantemente luppolate. Eppure nella ricca tradizione brassicola polacca non mancano alcuni stili “autoctoni” che risultano (almeno ad un birrofilo “estero”) molto più interessanti di una delle tante IPA; pensiamo ad esempio alle Baltic Porter che i paesi baltici, Polonia inclusa, iniziarono a produrre ispirati da quelle che nel diciottesimo secolo venivano esportate dall’Inghilterra  verso la Russia. La tradizione è stata riproposta anche dai nuovi birrifici polacchi, con interpretazioni che – per quel poco che ho assaggiato – hanno però completamente stravolto lo stile: si veda ad esempio la Imperator Bałtycki di  Browar Pinta bevuta qualche settimana fa. Un altro pezzo di storia brassicola polacca è rappresentato dalle Grodziskie o Grätzer: il nome punta dritto alla citta di Grodzisk (o Grätz, come fu rinominata dai tedeschi nel diciannovesimo secolo):  in questo periodo nel distretto di Poznań, che includeva Grätz, esistevano 158 fabbriche di birra delle quali 101 producevano Grätzer con in mano il 37% di fetta di mercato. In città ve n’erano cinque i cui nomi, se non erro, erano  Bahnischa, Grunberg, Bibrowicz, Habocka e Bohnstedta. Si tratta di una birra realizzata con il 100% di malto di frumento affumicato con legno di quercia e generosamente luppolata  sia con luppoli locali (Nowotomyski , Lublin) che con quelli provenienti dalle nazioni vicine come Tettnanger, Hallertauer o Saaz: una birra facile da bere, solitamente filtrata, le cui prime versioni avevano un contenuto alcolico del 5% circa:  il progressivo aumento delle imposte sulla birra e sul frumento spinse i birrifici ad abbassarlo al 3-3.5%. Più controversa è invece la discussione sul carattere “acido” di questo stile: lo storico Ron Pattinson  sostiene con convinzione che non vi sia nessuna evidenza storica a provare che le Grodziskie fossero birre acide; per qualcun altro non è così, e vi rimando a questa discussione sul blog di Pattinson se avete voglia di approfondire. Le Grodziskie iniziarono il loro declino nel ventesimo secolo: dopo la seconda guerra mondiale l’intera industria brassicola polacca fu nazionalizzata dal governo comunista che riservò poca attenzione per i prodotti “locali”, preferendo quelli di largo consumo nazionale, le lager, che arrivavano anche dalla vicina Germania Orientale.  L’ultimo birrificio ancora in attività a  Grätz  fu acquistato dalla Poznan Brewery  che ne sospese nel 1993 l’attività in quanto non più redditizia; in quell'anno si concluse di fatto la produzione commerciale di  Grodziskie. Rimasero solamente gli homebrewers che decisero nel 2011  di formare una “Associazione per la rinascita della  Grodziskie”, con lo scopo di riportare in vita un pezzo di storia brassicola della loro nazione. Nel 2013 l’homebrewer americano Cesar Marron partecipa all’annuale LongShot American Homebrew Contest organizzato da Samuel Adams con una birra chiamata semplicemente Grätzer, ispirata da alcune ricette storiche pubblicate in internet e vincendo tra oltre 1000 partecipanti.  Il premio prevede la messa in produzione l’anno successivo della Grätzer che viene venduta nel “LongShot Six-pack”  suscitando l’interesse di molti bevitori e produttori americani, che si cimentano anch’essi nell’interpretare lo stile.  In Italia il primo (e unico?) esempio di Grodziskie viene dal Birrificio Amiata, con il nome Polska: il birraio Claudio Cerullo ha anche scritto un interessante articolo a riguardo che non posso non citare.Del birrificio polacco Olimp vi avevo già parlato in occasione della Polka Pils prodotta da Brouwar Wasosz; Olimp ne è infatti una costola, essendo stata creata da Michal Olszewski e Martin Ostajewski, rispettivamente proprietario e birraio di Wasosz. I nomi delle birre sono tutti ispirati alla mitologia greca e il mio primo incontro con una Grodziskie è dunque con Sophia, nome che fa ovvio riferimento alla dea greca della sapienza, raffigurata con un libro in mano dell'etichetta realizzata da Adam Szary. La birra è in realtà nata da una collaborazione con l'homebrewer dal nome per me improponibile di  Łukaszem "Absztyfikantem” Szynkiewiczem che con questa Grodziskie ha vinto il secondo premio assoluto ed il primo premio nella categoria di stile del concorso Birofilia 2014.Da quanto capisco la birra è stata realizzata con frumento maltato affumicato, luppolo polacco Iunga e lievito US-05 (!): non avendo bevuto altre Grodziskie non posso fare confronti e dirvi quanto la versione di Olimp sia aderente allo stile.Ad ogni modo, si presenta nel bicchiere di color giallo paglierino, quasi limpido, con una velatura che appare solo dopo aver versato  tutta la birra nel bicchiere. L'aroma è piuttosto scarso: l'affumicato è davvero leggero, si avvertono i lievi profumi del miele e quelli del frumento. I miglioramenti sono per fortuna evidenti al palato: si tratta ovviamente di una birra leggerissima (2.7%), mediamente carbonata, che scorre come un bicchiere d'acqua senza tuttavia risultare annacquata. C'è piuttosto una buona intensità che si compone si pane, cereali, limone e lime, per un'asprezza piuttosto marcata che viene sostenuta da delle lievi note dolci di miele d'arancio. L'affumicato rimane inizialmente piuttosto nascosto, emergendo alla distanza solamente nel finale e quando la birra si scalda; la bevuta risulta secchissima e assolutamente rinfrescante, con un finale amaro decisamente "zesty" di breve durata che lascia subito spazio ad un leggero strascico affumicato. Una birra piuttosto semplice ma non per questo da snobbare, tutt'altro: si rivela un ottimo elisir dissetante nei mesi più caldi dell'anno, anche grazie alla leggera acidità donata dal frumento. L'affumicato potrebbe sembrare un po' fuori posto in una birra così leggera e fresca, ma la sua presenza rimane nelle retrovie lasciando il palcoscenico alla fragranza del frumento e alle note aspre e agrumate della generosa luppolatura. E, con una gradazione alcolica così contenuta, la potete tranquillamente sostituire all'acqua senza rischiare di riscaldarvi e sudare.Formato: 50 cl., alc. 2.7%, IBU 21, scad. 24/11/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.