Verzet Oud Bruin Oak Leaf 2014

Della beerfirm in procinto di diventare birrificio Verzet vi avevo già parlato qualche mese fa. I birrai "della resistenza" sono Alex Lippens, Joran Van Ginderachter e Koen Van Lancker, compagni di studi e nel 2008 diplomati birrai alla scuola di Gent. Subito al lavoro in diversi birrifici, i tre erano soliti ritrovarsi durante i weekend per sperimentare o per produrre birre secondo il proprio gusto. Famigliari ed amici apprezzavano, arrivando a convincerli di fare le cose un po' più in grande; in assenza di finanziamenti per progettare il proprio birrificio, i tre ragazzi decidono nel 2011 di partire a produrre presso gli impianti del vicino birrificio Gulden Spoor di Gullegem. Nel 2012 si spostano presso De Ranke e, nel 2013, si aggiunge anche il birrificio Geert Toye. Nella loro città natale, Anzegem, è già operativo il Café Local, un locale dove poter assaggiare le proprie birre destinato a diventare tra qualche mese un vero e proprio brewpub. Dopo aver assaggiato la Oud Bruin, assemblata con un blend di birra fresca e di birra che viene invecchiata un anno in botti ex-vino rosso, è il momento della sua versione “Oak Leaf” , ovvero della “foglia di quercia”.  Il perché del nome è presto detto: la birra matura per 6 mesi assieme a foglie di quercia raccolte a mano in autunno, precisamente un metro quadro di foglie ogni 1000 litri di birra; i lieviti selvaggi naturalmente presenti sulle foglie di quercia finiscono quindi nella birra contribuendo alla fermentazione.La birra.Nessuna etichetta, solo un cartoncino appeso al collo con lo spago ed un tappo avvolto dalla ceralacca gialla a complicare un po’ la vita al momento dell’apertura. Qualcuno di voi avrà probabilmente avuto occasione di assaggiarla nel corso dell’ultimo Arrogant sour festival 2016.Nel bicchiere arriva di color ambrato opaco, con intense sfumature rossastre ed un cappello di schiuma ocra fine e cremosa ma piuttosto evanescente. Legno  umido ed aceto di mela danno il benvenuto aromatico, accompagnati dall'asprezza di ribes e amarena; c'è un profilo "funky", lattico e polveroso "di cantina", mentre l'unica concessione dolce è data da accenni di vaniglia e zucchero a velo. Vivace e piacevolmente scorrevole, al palato nasconde benissimo il suo contenuto alcolico (7%) evidenziando pungenti bollicine ed un corpo medio. L'aroma non nascondeva il suo carattere aspro ed acido ed il gusto non intende smentirlo: la bevuta è segnata dall'asprezza del limone (quasi come succhiarlo) alla quale s'affiancano le note acetiche e l'asprezza di ribes e amarena. Il sottofondo dolce (caramello) è davvero solo accennato, il legno fa più volte capolino e ne risulta una birra  piacevolmente rustica e spigolosa, estremamente secca ma davvero molto aspra. Acetico e lattico camminano fianco a fianco entrando e uscendo di scena a più riprese, concludendo il match in parità. Estremamente dissetante e rinfrescante, la Oak Leaf  di Verzet è probabilmente la birra più sour che mi sia mai capitato d'assaggiare: se siete malati di acido fateci un pensiero, altrimenti valutate la Oud Bruin di Verzet "normale",  sicuramente più mansueta e accessibile.Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 2014, scad. 12/2025, 9.20 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mad Yeast Mad Saison

Mad Yeast è una beerfirm nata a Maggio 2013; al timone ci sono Denis Martin e Maxime Libouton, due belgi diplomati al Meurice Institute di Brussels che hanno successivamente trovato lavoro nell’industria della birra. Martin in Danimarca presso la Alfa Laval ad occuparsi d’installazione d’impianti professionali nel mondo, Libouton è rimasto in laboratorio di ricerca a fornire consulenze ai birrifici. Contagiati anche loro dalla craft beer revolution, hanno lanciato il  proprio  marchio Mad Yeast con sede legale in Danimarca a Frederiksberg; la produzione delle birre avviene però presso la  Brouwerij Anders di Halen, in Belgio; il progetto annunciato sul sito internet, non so quanto concreto, è di avere un giorno impianti di proprietà. Mad Yeast, il “lievito pazzo” richiama un po’ il wild yeast, qui lieviti selvaggi che però non sono ancora stati utilizzati dalla beerfirm.  Tre al momento le referenze prodotte:  Tripel  Mad (8%), Mad Stout (6%) e Mad Saison.La birra.Mad Saison (5.5%) viene prodotta con quattro varietà di luppolo non specificate: una tedesca, due alsaziane ed una americana. Di colore oro pallido velato, è piuttosto esuberante nella formazione di una schiuma bianca, pannosa e un po’ scomposta che riempie immediatamente il bicchiere obbligando ad una lunga attesa prima di riuscire a versare tutta la bottiglia. Il naso è fresco, pulito e di buona intensità: s'intrecciano profumi floreali, terrosi e sopratutto di agrumi (lime, limone); in sottofondo c'è l'asprezza della mela acerba, la dolcezza del miele e della banana, una gradevole nota rustica che ricorda la paglia.L'aroma è un bel biglietto da visita che trova conferme in bocca: i malti sono leggeri (crackers, un tocco di miele) e lasciano il campo libero agli agrumi, che vanno a caratterizzare quasi tutta la bevuta: lime, limone e pompelmo non lesinano la propria scorza a formare una bevuta molto ben attenuata e quindi dall'elevatissimo potere rinfrescante. Pesca ed ananas offrono qualche spunto di dolcezza, mentre  la chiusura prosegue con l'amaro terroso e della scorza d'agrumi, senza mai perdere di vista pulizia ed intensità. Quasi perfetta la sensazione palatale, vivamente carbonata, scorrevole  e facile da bere come una Saison dev'essere. Davvero una piacevolissima sorpresa questa birra di Mad Yeast, nella quale trovano posto elementi moderni ma anche quelle classiche note rustiche che non dovrebbero mai mancare in questo stile. Encomiabile per pulizia e secchezza, si beve con grande soddisfazione; per darvi un paragone facilmente comprensibile, pensate ad alcune produzioni di Extraomnes (Wallonie, Hond,erd e Zest) e non andrete troppo fuori strada. Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 20/03/2017, 2.40 Euro (beershop, Belgio).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Logsdon Szech ‘n Brett

Del birrificio dell’Oregon Logsdon Organic Farmhouse Ale vi avevo brevemente accennato un po’ di tempo fa, con l’assaggio della loro ottima Seizoen. Un birrificio che mi ha catturato ancora prima di riuscire a berlo: zero fronzoli, sito internet ed etichette delle birre quasi amatoriali che ricordano quelle di molti produttori belgi. Il fondatore è Dave Logsdon, quasi un’istituzione per ogni homebrewer  e birraio visto che fu nel 1985 uno dei fondatori della Wyeast Laboratories, oggi tra i più noti fornitori di lieviti; dopo aver aiutato per 25 anni altre persone a fare la birra, nel 2011 ha deciso di lasciare la Wyeast per fondare in una casa di campagna adiacente alla sua abitazione la  Logsdon Organic Farmhouse Ale; il  legame col Belgio non è casuale, visto che la moglie di Lodgson, Judith Barnes, è nata nelle fiandre e  i due s'incontrarono nel 2007 ad un festival di birra in Belgio. Logsdon era stato in passato uno dei fondatori del birrificio Full Sail, poi lasciato nel 1987 per concentrarsi sulla Wyeast.  Caratteristica di Logsdon Organic Farmhouse Ale è che fu fondata senza nessun dipendente, ma soltanto soci: oltre a Logsdon e moglie, ci sono John Plutshack  (vendite) e la moglie Jodie Ayura, il birraio Charles  Porter (un passato alla Full Sail assieme a Logdson e poi a Deschutes) e Seaberg Einarsson, proveniente dal mondo dell’hotellerie ma oggi pittore nonché autore di tutte le etichette.  Il birrificio si trova isolato nella campagna circostante Hood River, immerso tra filari di meli e peri, sotto lo sguardo dei ghiacciai del Mount Hood. Il 2015 è stato anno di grandi novità: prima l’inaugurazione della Logsdon Barrel House & Taproom, in centro a Hood River, gestita da Seaberg Einarsson, e poi grossi cambiamenti societari. Il birraio  e socio fondatore Charles Porter ha abbandonato Logsdon per (forse) fondare il proprio birrificio ed è stato sostituito dal suo assistente Aaron Gilliam.  In società sono entrati AJ Shepard, Chris Shepard e Stuart Faris del beershop/birrificio Uptown Market di Portland.La birra.Szech 'n Brett, una farmhouse ale prodotta con pepe Sichuan e brettanomiceti, nasce a maggio 2015 come birra occasionale prodotta per il quinto anniversario del  16 Tons Taphouse and Bottleshop di Eugene, Oregon.  Il compleanno viene celebrato con l’evento Wild  Ale Festival, ovvero una cinquantina di spine dedicate a fermentazioni spontanee, miste e selvagge. La Szech 'n Brett di Logsdon ha ottenuto un alto gradimento ed è così entrata oggi in produzione quasi regolare.Nel bicchiere è piuttosto torbida, di colore arancio, e forma una generosa ma scomposta testa di schiuma bianca, pannosa, dalla discreta persistenza. I lieviti selvaggi spingono la birra rimasta nella bottiglia a far capolino dal collo. L'aroma è piuttosto complesso, con i sentori lattici e funky dei brettanomiceti affiancati da profumi floreali e fruttati (albicocca, pesca, polpa d'arancia e ananas); c'è l'asprezza della scorza d'agrumi e della mela acerba, con una delicata speziatura (pepe) a far da collante. Naso pulito, fresco, quasi solare, davvero ricco di frutta. La sensazione palatale è perfetta, è quella che una saison/farmhouse ale dovrebbe sempre avere: vivaci bollicine, corpo snello, tra il medio ed il leggero, a favorire il massimo della scorrevolezza. Sembra che fosse cinque litri (!) il limite massimo di Saison da bere concesso ogni giorno ai contadini e ai braccianti valloni nel corso delle lunghe, calde e faticose giornate estive di lavoro nei campi: un quantitativo di birra (dal modesto contenuto alcolico, rispetto agli standard attuali) che si riteneva necessario per idratare, dissetare e rifocillare i lavoratori mantenendoli in grado di continuare a compiere le proprie mansioni. E avesse un costo più popolare, neppure io direi no a cinque litri quotidiani di questa Szech 'n Brett di Logsdon: su una base leggera di crackers c'è una straordinaria intensità fruttata dolce che richiama l'aroma (pesca, ananas, arancia e mela) ed è bilanciata dalle note lattiche dei lieviti selvaggi. Accanto all'acidità c'è l'asprezza degli agrumi (limone, lime) a comporre una birra dalla grande secchezza e dall'enorme potere dissetante. L'amaro (terroso e lattico) è appena accennato in una chiusura dove fa capolino anche il pepe, portatore di un lievissimo ma percepibile leggero calore. È una Saison facilissima da bere, dall'intenso profilo fruttato, che trova uno splendido punto d'incontro tra eleganza e rusticità. Per dirla senza troppe parole, l'estate in un bicchiere. Formato: 75 cl., alc. 6.5%,  lotto 3290, scad. 06/2019.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Innis & Gunn: Toasted Oak IPA & Oak Aged Beer Rum Finish

Oggi andiamo in Scozia per parlare di  Innis & Gunn, un marchio che strizza l’occhio al mondo “craft/artigianale” ma che ha in realtà spalle piuttosto grosse;  viene fondato nel 2003 da Dougal Sharp, figlio di quel Russell Sharp che nel 1987 riportò in vita la Caledonian Brewing Company, originariamente fondata nel 1869. Nel 2004 la Caledonian venne poi acquistata dalla Scottish & Newcastle a sua volta comprata nel 2008 per 7.8 bilioni di sterline da Heineken e Carlsberg, che si sono spartiti tra di loro il portfolio dei marchi. Secondo quanto riporta il sito di Innis & Gunn, la nascita del marchio avvenne per pura casualità: la distilleria scozzese William Grant & Sons voleva sperimentare l’invecchiamento del whisky in cask  precedentemente utilizzati per la maturazione di birra. Dopo diversi tentativi poco soddisfacenti, Dougal Sharp fu contattato per realizzare (presso la Caledonian, suppongo) una birra appositamente progettata per questo scopo: passare circa trenta giorni in casks di legno che vengono poi svuotati e riempiti di whisky. Il risultato di questo  “Ale Cask Whisky”  fu piuttosto soddisfacente, ma altrettanto lo fu la birra maturata in legno. Il brand Innis & Gunn nacque nell’agosto 2003 proprio per produrre birre maturate in legno da una partnership tra Dougal Sharp e William Grant, che nel 2008 lasciò al primo anche la propria quota societaria. Nonostante Innis & Gunn faccia leva sulla propria dimensione “craft”, le birre sono attualmente prodotte presso gli impianti della Wellpark  Brewery, fondata nel 1740 da Hugh and Robert Tennent e di proprietà dal 2009 del C&C Group, uno dei principali produttori e distributori di bevande nel Regno Unito, che lo aveva rilevato (assieme ai marchi Tennent’s e Caledonian) dalla AB-InBev. Tra i marchi più noti posseduti dal C&C Group ci sono anche i sidri Magners, Gaymers e Bulmers. Il fatto che le birre di Inns & Gunn promuovano il concetto di “craft” ma siano appaltate presso impianti industriali (Tennent’s e  Belhaven/Greene King)   ha suscitato diverse perplessità che Dougal Sharp sta cercando di dissipare: il primo passo necessario è quello di trasformare la beerfirm in birrificio, e per accorciare le tempistiche lo scorso aprile ha annunciato l’acquisizione del birrificio Inveralmond di Perthsfire per 3.1 milioni di sterline raccolte mediante un crowfunding chiamato “BeerBonds”: in questo modo sarà possibile produrre circa 100.000 ettolitri/anno.Le birre.Dalla gamma Innis & Gunn ecco due referenze disponibili anche in Italia sugli scaffali della grande distribuzione. Partiamo dalla Toasted Oak IPA (5.6%), la cui versione in bottiglia è filtrata e pastorizzata, contrariamente alle occasionali versioni in cask. L’etichetta parla di “un’abbondante luppolatura effettuata per ben tre volte nel corso della produzione”;  la birra matura poi per 41 giorni assieme a chips di rovere tostati. E' limpidamente dorata e forma una bella testa di schiuma bianca, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma svolge il compito senza troppo impegno, con pulizia ma intensità alquanto bassa: note floreali, di agrumi e un tocco di miele. Anche al palato non è certo l'intensità la caratteristica principale di questa birra: la base maltata è leggera (pane, crackers, miele) ed accompagna le delicate note d'agrumi che ricordano tuttavia più la marmellata che il frutto fresco. L'amaro è abbastanza leggero, in bilico tra il terroso e la scorza d'agrumi; le carbonazione piuttosto bassa abbinata al suo corpo medio-leggero la rende molto scorrevole. Il suo potere dissetante è un po' limitato da una secchezza non ottimale, con una patina dolce, leggera ma percepibile che non abbandona mai il palato; non metterei la mano sul fuoco, ma mi sembra anche ci sia una lievissimo diacetile. Del legno invece, per quanto mi sforzi di cercarlo, nessuna traccia. Una stiracchiata sufficienza forse la porta a casa, è bevibile ma alla fondamentale domanda "la ricompreresti?" risponderei di no. Passiamo alla Innis & Gunn Rum Finish (6.8%) , tecnicamente una English Strong Ale pastorizzata, filtrata e maturata per 57 giorni assieme a chips di rovere americano precedentemente imbevuti di rum. Niente  da dire sull'aspetto, forse solo inquietantemente limpido: è un ambrato carico acceso di intense sfumature rossastre, mentre la schiuma, cremosa e dalla buona persistenza, vira verso l'ocra. Il naso è molto più intenso rispetto alla IPA, e ovviamente molto più dolce; c'è una leggera speziatura che accompagna la ciliegia sciroppata,  toffee e caramello, pane nero, prugna e una lieve presenza di legno. Benché pulito l'insieme sembra un po' artificioso, sopratutto nella componente fruttata/sciropposa. La sensazione palatale è pressoché identica a quella della sua sorella "chiara" e nel caso di una Strong Ale personalmente sento la mancanza di una maggiore struttura. Il gusto ripercorre passo dopo passo l'aroma, riproponendo ciliegia e prugna, pane nero, toffee,  caramello e riproponendo anche quella sensazione artificiosa. L'alcool è piuttosto ben nascosto, sollevando timidamente la testa solo nel retrogusto dolce di (sciroppo di) frutta sotto spirito; la bevuta parte e finisce dolce, con solamente l'amaro necessario (pane tostato) a bilanciarla. Nel complesso mi sembra comunque leggermente meglio della IPA, anche se di fragranza e di emozioni non vi è ovviamente nessuna traccia.Nel dettaglio:Toasted Oak IPA, 33 cl., alc. 5.6%, lotto 6012, scad. 01/2017, 1.79 Euro (supermercato, Italia)Oak Aged Beer Rum Finish, 33 cl., alc. 6.8%, lotto 5343, scad. 12/2016,  1.79 Euro (supermercato, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Green Flash Double Stout

Grosse novità in casa Green Flash, il birrificio fondato a San Diego nel 2002 da Mike and Lisa Hinkley, gestori di un pub; privi di conoscere/esperienze nella produzione della birra, i due si sono quasi da subito affidati al birraio Chuck Silva che ha contribuito in maniera determinante al successo di un birrificio arrivato a produrre 82.000 ettolitri. Lo scorso anno Green Flash ha annunciato un ambizioso piano di espansione da 20 milioni di dollari che prevede la costruzione di un secondo birrificio sulla costa ad est, precisamente a Virginia Beach (Virginia): quello che verrà presumibilmente inaugurato entro la fine del 2016 sarà praticamente una copia di quanto già presente a San Diego: 100.000 ettolitri/anno di potenziale,  5000 metri quadrati nei quali troveranno posto la tasting room ed un beer garden. Ma l'annuncio più sorprendente non è stato piuttosto quello delle  inaspettate dimissioni di Chuck Silva, arrivate a settembre 2015 dopo undici anni di servizio. A ruolo di head brewer è stato promosso Erik Jensen, da quattro anni collaboratore di Silva e con esperienze precedenti alla Karl Strauss di San Diego e in alcuni brewpub. Sono probabilmente stati i grandi piani d'espansione che hanno fatto decidere a Silva di abbandonare "l'autostrada Green Flash" per dirigersi su una più piccola strada di campagna; il birraio dovrebbe infatti aprire quest'anno il suo nuovo birrificio (Silva Brewing) a Paso Robles, 500 chilometri più a nord rispetto a San Diego, a pochi isolati da Firestone Walker. Silva, nativo proprio della contea di San Luis Obispo, ha acquistato assieme alla moglie il terreno retrostante al Pour House, un pub con una trentina di spine: "non voglio creare un marchio e avere in testa solo di farlo crescere e crescere. Voglio un progetto che rimanga in una dimensione locale e sostenibile. Voglio fare birre in eleganti bottiglie con il tappo di sughero e magari in futuro coltivare nel terreno le erbe e i frutti da utilizzare nelle ricette". Il progetto, ancora in attesa delle autorizzazioni necessarie, dovrebbe partire con 300.000 dollari d'investimento per un impianto da 12 ettolitri e un potenziale anno di circa 1200 ettolitri: il pub The Pour House diventerà in pratica la taproom del birrificio, pur continuando a servire anche birre di altri produttori.La birra.Double Stout, è questa il nome scelto da Chuck Silva per l'imperial stout di Green Flash: un nome che richiama subito le robuste stout prodotte in Inghilterra nel diciannovesimo secolo, alle quali il birraio dichiara di essersi ispirato. La sua versione barricata in botti ex-bourbon prende il nome di Silva Stout.Il suo aspetto è inappuntabile: nerissima, sormontata da un goloso cappello di schiuma color cappuccino cremosissima, compatta e fine, dall'ottima persistenza. Il naso offre un bouquet piuttosto interessante nel quale dominano i chicchi di caffè accompagnati da profumi di mirtillo, cioccolato amaro, tostature, liquirizia e un tocco di cenere. Pulizia, intensità ed eleganza sono ben presenti, con la componente etilica appena accennata. Al palato viene privilegiata la scorrevolezza: corpo medio, poche bollicine, consistenza oleosa e morbida  ma ben lontana da sensazioni cremose, avvolgenti o "lussureggianti". Il gusto segue quasi in fotocopia l'aroma, con un'intensa presenza di caffè e tostature sostenuta da un velo di caramello bruciato; fa capolino ogni tanto una suggestione di cioccolato fondente, ma non c'è molto altro. L'alcool è gestito molto bene e dispensa in sottofondo quel tepore necessario a irrobustire la bevuta senza mai infastidirla: i malti scuri le conferiscono una leggera acidità che contribuiscono a ripulire il palato assieme alla chiusura luppolata finale, terrosa.  Pulizia ed eleganza (sopratutto delle tostature) mi sembrano leggermente inferiori rispetto all'aroma, ma è comunque una imperial stout che si lascia bere con molta soddisfazione, nonostante la sua relativa semplicità.Formato: 35.5 cl., alc. 8.8%, IBU 45, lotto F15253, scad. 03/09/2016.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dieu du Ciel L’Herbe à Détourne

E' sempre un piacere stappare una bottiglia di Dieu du Ciel, birrificio canadese già ospitato sul blog con grande soddisfazione. Sono Jean-François Gravel, Patricia Lirette e Stéphane Ostiguy, compagni di studi (microbiologia), a fondarlo nel 1998 a Montreal; dei tre è Jean-François ad essere stato contagiato dalla passione per l'homebrewing dal padrino e dai libri di Charles Papazian. L'inaugurazione avviene nell'agosto del 1988, quando un ex-ristorante russo all’angolo di Rue Laurier e Rue Clark viene convertito in brewpub: "Dieu De Ciel!" sarebbe stata l’esclamazione di Jean-François dopo aver assaggiato la sua prima birra prodotta in casa.  Patricia Lirette lasciò la società nel 2006, rimpiazzata (anche nell’azionariato) dal birraio Luc Boivin, esperienza decennale alla Les Brasseurs du Nord. Boivin e la moglie Isabelle Charbonneau formarono la Dieu Du Ciel Microbrewery Inc., un primo passo del  necessario processo di espansione visto che la produzione nei modesti locali del  brewpub di Montreal non poteva più essere incrementata e non c'era neppure lo spazio per installare una linea d’imbottigliamento.Venne trovato un nuovo edificio (16.000 metri quadri) a St. Jerome, 60 chilometri a nord di Montreal, vicino a casa di Luc ed Isabelle,  inaugurato nel 2007 con un potenziale produttivo di 3500 hl. Nello stesso anno vennero finalmente distribuite le prime bottiglie, mentre nel 2008, attiguo al nuovo birrificio, fu inaugurato un brewpub-fotocopia di quello di Montreal; attualmente gli impianti di St. Jerome producono circa 13000 ettolitri. Nel 2010 Bouvin ha lasciato Dieu Du Ciel per fondare in Quebec la Microbrasserie des Beaux Prés. La birra.L'Herbe à Détourne è una produzione stagionale di Dieu Du Ciel, commercializzata per la prima volta nel maggio 2010 e da allora disponibile una volta l'anno, solitamente in primavera. Si tratta di una "new world Triple", il che significa che ad una classica Tripel belga viene aggiunta un'abbondante luppolatura di Citra. Secondo una (a me sconosciuta) leggenda, l'herbe à détourne sarebbe una pianta capace di far perdere il senso d'orientamento a chiunque la calpesti. La splendida etichetta realizzata da Yannick Brousseau, fido collaboratore del birrificio, cerca di comunicare con immagini quanto appena esposto, raffigurando un uomo con gli occhi coperti dalle ramificazioni della pianta.Nel bicchiere si presenta di color arancio, piuttosto velato, con una cremosa testa di schiuma bianca, compatta e molto persistente. L'aroma è uno splendido biglietto da visita nel quale c'è una convivenza molto ben riuscita tra gli esteri fruttati (banana), le spezie (pepe) del lievito e la generosa luppolatura che elargisce fresche e fragranti profumi di pompelmo, arancia, mango, passion fruit e melone cantalupo. In sottofondo si scorgono tracce di una classica Tripel con lo zucchero candito e la scorza d'arancia candita. Il mouthfeel è quello classico belga; corpo medio, carbonazione vivace, birra dalla gradazione alcolica importante (10.2%) che tuttavia scorre senza grossi intoppi. La bevuta segue abbastanza fedelmente l'aroma, con una partenza ricca di frutta tropicale (ananas, mango, passion fruit) sostenuta dalla base maltata di pane, miele e biscotto; il gusto rispetta maggiormente i canoni stilistici di una Tripel, con una buona presenza di canditi e di zucchero a velo. L'amaro è praticamente impercettibile, sono l'acidità del frumento e la componente etilica ad asciugare il dolce mantenendo un ottimo equilibrio. L'alcool, è lui l'unico cruccio di questa birra: entra in scena con prepotenza a 3/4 della bevuta togliendo a questa birra quella "beviblità assassina" tipica delle migliori Tripel belghe: riscalda molto, sopratutto nel finale, facendo perdere qualche punto a quella che rimane comunque un'ottima birra, rispettosa degli elevatissimi standard di pulizia e di eleganza che ho trovato in tutte le produzioni Dieu Du Ciel. Formato: 34,1 cl., alc. 10.2%, lotto 17 12:14, imbott. 04/02//2016, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Magic Rock High Wire Grapefruit

Avevo incontrato Magic Rock per la prima volta nell'estate del 2011, a pochi mesi dal suo debutto, mentre mi trovavo in vacanza in Inghilterra. Il birrificio viene fondato da Richard e Jonny Burhouse, proprietari del beershop Mybrewerytap, a Huddersfield (West Yorkshire); i due fratelli, a quel tempo homebrewer novelli, si sono da subito fatti aiutare dal birraio Stuart Ross (Kelham Island, Acorn e Crown Brewery tra le sue esperienze). Gli impianti sono stati inizialmente posizionati all'interno degli edifici del business di famiglia, una ditta che si occupa di importazione e vendita all’ingrosso di cristalli e pietre naturali; a quest’ultime, appunto, s’ispira il nome “Magic Rock”.Da quell'estate il birrificio ha svolto un lento ma costante percorso di crescita rinunciando quasi alle bottiglie per concentrarsi solamente sui fusti, che assorbivano in pieno la ridotta capacità produttiva; lo scorso anno è stata inaugurata la nuova sede di Birkby, un sobborgo di Huddersfield, che ha aumentato la capacità a 10.000 ettolitri con la possibilità di arrivare a 70.000 già nel corso del 2016. E' stata anche aperta la Magic Rock Tap, dove potete trovare nove spine e due casks, e soprattutto sono arrivate le lattine, formato scelto per le birre che vengono prodotte tutto l'anno; le produzioni occasionali e stagionali vengono invece vendute in bottiglia.La birra.Magic Rock debuttò nel 2011 con due birre ispirate dalla craft beer revolution americana: High Wire e Cannonbal. La stessa ispirazione credo sia anche alla base della versione "grapefruit" della High Wire: impossibile non pensare alla Grapefruit Sculpin di Ballast Point, uno dei primi - se non il primo - esempi commerciali di birra generosamente luppolata alla frutta. La ricetta della High Wire Grapefruit è la medesima della birra base alla quale viene poi aggiunto il pompelmo: malti Acidulato, Golden Promise, Monaco e Vienna, luppoli Cascade, Centennial, Chinook, Citra, Columbus e Magnum.All'aspetto è dorata e velata con qualche venatura arancio; la schiuma bianca è fine e compatta, cremosa, con un'ottima persistenza. Se avevate dubbi su come sia un'American Pale Ale al pompelmo, l'aroma ve li toglie subito: il frutto domina in lungo e in largo, fresco e fragrante, lasciando molto in sottofondo qualche sentore di ananas e di mandarino. Non c'è davvero altro, l'aromatizzazione è molto pulita e "naturale", ma effettivamente potrebbe lasciare un po' spiazzato chi è alla prime esperienze di birre alla frutta e si trova sotto il naso una spremuta di pompelmo. In bocca c'è innanzitutto una sensazione palatale perfetta: corpo medio, la giusta quantità di bollicine e una grande scorrevolezza che va a braccetto con una consistenza morbida e molto gradevole. I malti forniscono un supporto piuttosto leggero (crackers) ma funzionale a sorreggere il pompelmo che diventa subito protagonista anche del gusto; a bilanciare c'è il dolce della frutta tropicale (ananas e mango), mentre il finale spinge l'acceleratore dell'amaro con una chiusura ricca di resina e di scorza d'agrumi. Non è un Radler ma la caratterizzazione al pompelmo è piuttosto evidente anche al gusto, benché in maniera minore rispetto all'aroma. L'inizio della bevuta fa molto succo-di-frutta, ma progressivamente ritorna in territori più familiari alla nozione di birra, se mi passate la semplificazione, senza rinunciare ad una piccola dose di ruffianeria; il risultato è comunque una birra pulitissima, fresca e fragrante, molto secca e quindi dall'elevato potere rinfrescante e dissetante, che si candida ad essere una delle protagoniste dell'estate ormai alle porte.  Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto e scadenza illeggibili, 4.00 Euro (beershop, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pretty Things Barbapapa

Ultima birra della beerfirm americana Pretty Things Beer & Ale Project, fondata da Dann Paquette e Martha Holley con sede operativa a Cambridge, Massachusetts. La loro storia l’avevo già riassunta qui.  Parlo di ultima birra non in senso temporale ma assoluto, in quanto a fine novembre 2015 Dann ha annunciato la chiusura del progetto iniziato nel 2008. Da allora assieme alla moglie Martha si è preso un periodo sabbatico utilizzato per viaggi a tema birrario che potete seguire sull’account twitter dell’ex-beerfirm.Non sono stati resi noti i motivi che hanno portato alla chiusura di Pretty Things, ma proprio attraverso il suo profilo twitter Dann Paquette aveva lanciato nell’ottobre 2014 pesanti accuse verso diversi bar di Boston e dintorni ai quali non riusciva più a vendere la birra, denunciando di fatto l’esistenza del sistema “pay-to-play”  (“paga-se-vuoi-giocare”) anche nel mondo della craft beer. “Boston is a pay to play town and we’re often shut out for draft lines along with many beers you may love”, aveva scritto. Di cosa si tratta? Di distributori (o birrifici) che offrono denaro ai locali per avere una o più spine riservate alle proprie birre, escludendo di fatto tutti gli altri. Offrire o chiedere soldi in cambio di “committed lines” è una pratica illegale per l’Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau statunitense, in quanto concorrenza sleale che limita la scelta per il consumatore.  Per birrifici di medie e grosse dimensioni non è un grosso problema riconoscere ad un bar 5.000/10.000 dollari l’anno per ottenere in cambio la sicurezza di avere spine sempre occupate dalle proprie birre lasciando fuori altri concorrenti. Ricordo che, con le dovute differenze da stato a stato, dalla fine del proibizionismo negli Stati Uniti è in vigore il Three-tier system che regola la distribuzione della birra: nella maggioranza dei casi, i birrifici non possono distribuire la propria birra ai locali e ai negozi. Birrificio, distributore e rivenditore finale sono i "tre soggetti" che compongono questo sistema.Sei mesi dopo lo sfogo di Paquette, lo stato del Massachusetts aprì un’inchiesta ufficiale nei confronti della Craft Beer Guild LLC, il distributore di Pretty Things, scoprendo almeno una quindicina di casi in cui erano stati pagati sino sino a 12.000 dollari in cambio di “spine in esclusiva”. Fu condannato anche Gordon Wilcox del Wilcox Hospitality Group, proprietario di diversi bar e locali a Boston: Wilcox era stato il primo a tuonare contro il tweet di Paquette, dandogli dell’ubriaco e affermando che l’unico motivo per il quale Pretty Things non veniva servita nei suoi locali era il rapporto qualità-prezzo ($200 a fusto anziché gli $99-$170 di altri birrifici). Per chi volesse divertirsi a leggere, segnalo questo e questo thread sul forum di Beer Advocate. Non sappiamo se sia stato il disgusto verso queste pratiche a far prendere a Paquette la decisione di chiudere la propria beerfirm e di staccare la spina per un po’: il sito ufficiale lascia comunque intravedere la possibilità di qualche nuovo progetto futuro. Di certo c’è che lo storico inglese Ron Pattinson, che aveva lavorato con Pretty Things alla  replica  di alcune ricette recuperate dagli archivi storici di birrifici inglesi, si sta muovendo per cercare altri birrifici interessati a portare avanti il suo progetto.La birra.Barbapapa è una massiccia (12%) imperial stout  che veniva prodotta come tutte le Pretty Things presso la Buzzards Bay Brewing di Westport, Massachusetts. La sua ricetta parla di malti Pale Ale, Maris Otter, Amber, Brown, Black, Roasted, frumento maltato, orzo in fiocchi e orzo tostato; l’unico luppolo utilizzato è il Chinook. Nel bicchiere è molto bella, completamente nera con un cremoso e compatto cappello di schiuma color cappuccino dall’ottima persistenza. L'aroma purtroppo è alquanto deludente, non c'è quella complessità o perlomeno quella ricchezza che ti aspetteresti di trovare in una birra così importante. Pulizia ed intensità sottotono, leggeri profumi che ricordano una fruit cake, caffè, carne e forse anice, il tutto sostenuto da una discreta presenza etilica. Fortunatamente le cose migliorano subito al palato, a partire dalla sensazione palatale lussurreggiante: birra dal corpo pieno, con poche bollicine ed una consistenza cremosa, morbida ed avvolgente, estremamente appagante. Passano in rassegna tostature, caffè e cioccolato al latte, fruit cake e caramello bruciato, accenni di vaniglia: la bevuta è intensa con l'alcool (12%) che si fa sentire senza mai esagerare. Nel finale oltre alle tostature arriva anche il luppolo, con note resinose, a ripulire il palato per qualche attimo quasi rinfrescante (anice) prima del lungo retrogusto nel quale in un ottimo equilibrio convivono caffè e tostature, cioccolato e liquirizia, accompagnate da un morbido ma evidente calore etilico.Nel complesso un'ottima imperial stout che si sorseggia in tutta tranquillità senza grossi sforzi: sottolineo "nel complesso" perché la bevuta risulta alla fine molto gradevole, ma la pulizia e l'eleganza dei singoli elementi potrebbe essere migliore. Qualche punto in meno per l'aroma davvero sottotono. Formato: 65 cl., alc. 12%, imbott. 12/2014, 12.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Põhjala Öö – Imperial Baltic Porter

Appuntamento numero cinque con il birrificio estone Põhjala, nato nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 trasformatosi in birrificio; come già raccontatovi in precedenza, lo fondano tre soci  (Enn Parel, Peeter Keek e Gren Noormets) ai quali si aggiunge in seguito  Tiit Paananen; a fare birra viene chiamato a Tallinn  il giovane (26 anni) Chris Pilkington, ex-BrewDog e conosciuto dai soci proprio nell’occasione di una visita allo stabilimento del birrificio scozzese. All’assaggio un’altra birra “scura” dal contenuto alcolico importante, caratteristiche che il birrificio sembra prediligere forse anche per riscaldare i propri clienti nei lunghi e rigidi inverni estoni e scandinavi. Dopo la porter chiamata Must Kuld e l'imponente imperial stout Pime Öö (notte oscura) è la volta di una Imperial Baltic Porter chiamata Öö, ovvero “notte”. Pime Öö e Must Kuld e si erano rivelate sostanzialmente due birre dessert: davvero troppo dolce per i miei gusti la prima, molto più bilanciata e fruibile la seconda.La birra.Öö, una (imperial) Baltic Porter la cui ricetta prevede malti Pale ale, Monaco, Carafa II Special, Special B, Chocolate, Crystal 300 e zucchero  Demerara, mentre i luppoli usati sono  Magnum e  Northern Brewer. Nel bicchiere tiene fede al suo nome (“notte”) mostrandosi completamente nera tranne che per una densa e compatta testa di schiuma color marrone scuro, molto persistente. L’aspetto è davvero goloso e l’aroma cerca di mantenere le aspettative: la componente etilica non si nasconde e bagna – con reminiscenze di rum – il caffè, le tostature, il fruit cake e la liquirizia. Ne scaturisce un bouquet discretamente intenso ed elegante. Molto più ricco è invece il gusto, con un inizio dolce di melassa, caramello/toffee e fruit cake e una successiva virata verso quella “notte” che dà il nome alla birra; emergono liquirizia, caffè, tostature di orzo e di pane la cui intensità cresce sino ad un finale ricco di tostature e di caffè nel quale anche la luppolatura si fa sentire dando un fondamentale contributo a ripulire il palato con un effetto quasi rinfrescante, benché brevissimo. Con un corpo quasi pieno, scorre con consistenza oleosa senza arrivare al punto di "masticabilità": risulta piuttosto morbida, con una carbonazione alquanto bassa. Il retrogusto è quello atteso, un morbido ma forte abbraccio etilico nel quale si ritrovano per i saluti finali il caffè e le tostature. Nonostante ci siano ancora margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia e finezza, questa Öö è una imperial baltic/porter/stout soddisfacente e ben fatta, ben bilanciata nel suo percorso tra dolce ed amaro; riscalda e rincuora, accompagnandoti dal divano al sonno della notte.Formato: 33 cl., alc. 10.5%, IBU 60, lotto 090, scad. 02/07/2016.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

18th Street Cone Crusher

Non si trova nella diciottesima strada del quartiere Pilsen di Chicago: per Drew Fox quello è rimasto solo un sogno. Gli elevati costi  della più grande città dell’Illinois lo hanno obbligato a spostarsi a Gary (Indiana), un sobborgo ad una quarantina di chilometri, dove poter far frequentare ai propri figli una buona scuola privata ma economicamente sostenibile.  Gary, fondata nel 1906, oltre ad avere dato i natali a Michael Jackson (no, purtroppo non il beer hunter!) era un importante  centro siderurgico oggi ormai in declino.Drew lavorava nel ramo alberghiero, e durante una vacanza rigenerante in Belgio (Brussels, Bruges, Ghent) scopre la magia di una Witbier: ritornato negli Stati Uniti s’innamora della cosa più simile a quella bevuta in Europa, ovvero la Blue Moon e al tempo stesso inizia a frequentare la taproom del microbirrificio Half Acre, appena inaugurato (2006). Al lavoro viene promosso manager della Lobby Lounge dello Swissotel di Chicago e ha l’idea d’inserire craft beers tra le spine del bancone, ottenendo un ottimo riscontro dai clienti; nel 2008 inizia con l’homebrewing inizia arrivando costruirsi (2010) nel retro di casa propria un piccolo laboratorio da trenta metri quadrati dove installa un impianto SABCO.  In quello stesso periodo conosce Gerrit Lewis del neonato birrificio Pipeworks di Chiacago, che lo invita a dargli una mano: ogni settimana, dopo il lavoro, trascorre un paio di serate da Pipeworks, un’esperienza formativa fondamentale che lo convince definitivamente a mettersi in proprio. Fox ha però a disposizione solamente 10.000 dollari, un po’ pochi:  la maggior parte di quello che manca viene raccolto attraverso il crowdfunding di Kickstarter. Il nome rimane quello del sogno “originale”: 18th Street Brewery, e la comunità di Gary è pronta a dare il benvenuto al suo primo birrificio, che trova casa nel quartiere di Miller Beach, ad un paio di miglia dalle sponde del Lago Michigan. Il birrificio debutta nell’autunno del 2013 ma a fine anno i  beergeeks di Ratebeer lo hanno già eletto come “Best New Brewery” dello stato dell’Indiana. Forse anche grazie quell’hype, a  soli 12 mesi dall’apertura Drew Fox annuncia bellicosi piani d’espansione volti a raddoppiare i volumi di produzione e portarli a 1000 barili. 18th Street Brewery è anche diventato il primo birrificio dell’Indiana del nord a mettere la birra in lattina e nello scorso febbraio ha inaugurato il nuovo sito produttivo di Hammond, a 20 chilometri da Gary, 1500 metri quadrati con taproom e cucina. La sede originale di Gary  (5725 Miller Avenue) rimane ancora aperta, anche se solamente con la funzione di taproom con cucina, nell'attesa che venga inaugurata la più accogliente nuova taproom al 614 di S Lake Street, a poche decine di metri di distanza.La birra.Arriva in una lattina avvolta da una delle splendide etichette realizzate dall’artista di Chicago Joey Potts: un pugno che strizza un cono di luppolo, nello specifico l'Amarillo che è il luppolo protagonista di questa Double IPA (8.6%). La fotografia la rende più scura di quanto sia in realtà: il suo vestito è tra l'arancio ed il dorato e forma un notevole cappello di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. La lattina non indica purtroppo la "data di nascita" ma questa birra denota comunque ancora una freschezza accettabile, accompagnata da una buona intensità ed un ottima pulizia: pompelmo, arancio, mango, ananas e passion fruit s'intrecciano con le note resinose a creare un bouquet classico ma non per questo poco interessante. Al palato l'abbondante luppolatura è sostenuta da una base maltata che rimane nei paraggi di biscotto e miele senza sconfinamenti caramellosi o dolcioni e lasciando campo libero alle note succose della frutta tropicale (mango, ananas) prima e del pompelmo poi. L'amaro cresce con una bella progressione che sfocia in un finale intenso ricco di note resinose, pungenti e quasi pepate, sospinte da un leggero tepore alcolico, sino ad allora rimasto abbastanza in disparte. Double IPA molto pulita e godibile, ancora abbastanza fragrante nonostante l'attraversamento oceanico: c'è il giusto (intenso) livello d'amaro con una bella controparte fruttata e succosa a fare da sparring partner, il tutto completato da un ottimo mouthfeel, morbido e molto gradevole, appagante.Formato: 35.5 cl., alc. 8.6%, lotto e scadenza non riportati, 6.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.