Ballast Point Black Marlin Porter

Nuovo appuntamento con il birrificio Ballast Point, San Diego, California: dopo la sontuosa e massiccia Victory At Sea di qualche settimana fa si naviga questa volta nelle acque più tranquille della Porter chiamata Black Marlin. Anche questa birra come tutte le Ballast Point ha un nome collegato in qualche modo al mare; il Black Marlin ritratto in etichetta è infatti un grosso pesce, simile al Vela, che si trova nelle regioni  tropicali e sub-tropicali dell'oceano Indiano e Pacifico. E' uno dei pesci più veloci al mondo, capace di raggiungere i 130 km/h: questa caratteristica lo rende un trofeo estremamente ambito nelle gare di pesca sportiva, è il sogno di ogni pescatore che deve battagliare a lungo prima di riuscire ad averla vinta su questo potente pesce che può arrivare a cinque metri di lunghezza e ad una tonnellata di peso. A questo imponente abitante dei mari Ballast Point dedica la sua Porter, la cui ricetta dovrebbe prevedere un mix di malti  Black, Crystal e Chocolate, luppoli Galena e Centennial. La birra ha ottenuto numerosi riconoscimenti in concorsi californiani (Los Angeles International Beer Competition, California State Fair), un bronzo al Great American Beer Festival del 2003 e un argento al US Beer Open Championship del 2015; il birrificio ne consiglia anche un eventuale blend con la Big Eye IPA per dare così forma alla Black Eye.La bottiglia di questa "hop forward Porter" ha poco più di un anno di vita con il passare del tempo che non ha certo giovato alla componente luppolata: vediamo che cosa rimane di tutto il resto. E' splendida nel bicchiere, quasi nera con una compatta e cruentissima schiuma beige, dalla trama fine e molto persistente. L'aroma benché pulito non è certamente entusiasmante, con un'intensità molto bassa dalla quale emergono i leggeri profumi dell'orzo tostato, del fruit cake, del caramello e del cioccolato.  Un inizio un po' sottotono che fortunatamente trova un pronto riscatto al palato dove c'è innanzitutto un mouthfeel morbido e gradevolissimo, fatto da poche bollicine ed una consistenza leggermente oleosa. Passano in rassegna orzo tostato, liquirizia, caffè e cioccolato su una base dolce di caramello, fruit cake e prugna disidratata. La prima parte indugia proprio in questo dolce per poi scivolare progressivamente nell'amaro intenso ed elegante del caffè e  delle tostature, del terroso ed un ricordo resinoso di quella che immagino era un'abbondante luppolatura. La porter di Ballast Point è molto scorrevole e facile da bere nonostante un sottofondo etilico che riscalda delicatamente tutta la bevuta: il livello è piuttosto buono anche se non ci ho trovato molte emozioni ed anche se pulizia e finezza sono ancora migliorabili.Formato: 65 cl., alc. 6%, lotto BM 199 / 15 002.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Camba Bavaria: Coffee Porter & Smoked Porter

Di Camba Bavaria vi avevo parlato in già in più di una occasione; il birrificio è stato aperto nel 2008 a Truchtlaching, nella regione bavarese del Chiemgau ed in prossimità del Chiemsee, una delle mete estive preferite dagli abitanti di Monaco e non solo. Il birrificio, lo ricordo, è una “costola” della BrauKon GmbH fornitore d’impianti per birrifici e brewpub in tutto il mondo: nei locali sulla riva del fiume Alz potete ovviamente assaggiare tutte le birre e mangiare, nell’immancabile e panoramico “Biergarten”. A produrle un team di una decina di birrai, affiancati da un manipolo di biersommelier che organizzano anche eventi nei locali del birrificio; a Truchtlaching vi era un tempo un insediamento di celti e “Camba” è infatti una parola Celta che significherebbe “bollitore”. Camba Bavaria ha anche aperto da qualche anno  un beer-bar a Monaco, chiamato Munich Tap House, dove oltre alle proprie produzioni potrete assaggiare numerose birre importate dall’estero; a 200 chilometri di distanza, a Gundelfingen an der Donau, nei pressi di Ulm, si trova la Old Factory Brauerei  & Craft-Bierwelt:  qui è dove avvengono gli affinamenti in botte di Camba.Il birrificio è uno dei precursori della cosiddetta “craft beer revolution” tedesca, e forse il primo in una regione (la Baviera) dalle tradizioni ben salde e difficili da scalfire; oltre agli affinamenti in botte, la produzione si suddivide tra gli stili tradizionali e la gamma delle “international beers”, ispirate alla tradizione anglosassone, belga e all’innovazione statunitense, anche se ciò a volte significa “violare” l’editto di purezza. E’ questo il caso della Coffee Porter, prodotta con aggiunta di caffè e una luppolatura di EK Goldings, Cluster e Fuggles. Molto bella nel bicchiere, “vestita” quasi di nero con un cremoso cappello di schiuma nocciola fine e compatta dall’ottima persistenza. Al naso ci sono i profumi del pane nero, del caffe liquido ed in chicchi, dell’orzo tostato, con in sottofondo lievi sfumature di mirtillo e di cenere.  Benino la pulizia e l’eleganza, solo discreta l’intensità. Il percorso prosegue in linea retta al palato, dove il dolce sottofondo di caramello (con un tocco di vaniglia) è la base sulla quale s’appoggiano l’orzo tostato, la crosta del pane nero, il cioccolato ed il caffè che diventa progressivamente il protagonista della bevuta. Poche le bollicine, corpo tra il medio ed il leggero con una sensazione palatale a mio parare un pelino troppo acquosa. Pur non brillando di pulito risulta ugualmente una discreta porter caratterizzata da un amaro intenso ma “educato”, ben stemperato dall’acidità dei malti scuri, e da un retrogusto che si snoda tra il tostato, il terroso ed il caffè. L’intensità è buona, gli ampi margini di miglioramento riguardano secondo me l’eleganza e la finezza del suo elemento principale, ovvero il caffè. Solo un breve accenno alla seconda Porter prodotta da Cambia, una smoked/affumicata che rappresenta anche una delle ultime novità. E' una produzione stagionale invernale, annunciata a gennaio 2015 e presentata ovviamente alla Tap House di Monaco, il locale di proprietà del birrificio. Non ho molto da dire a riguardo perché purtroppo questa bottiglia ha preso rapidamente la strada del lavandino. Si salva solo il gradevole aspetto, tra l’ebano scuro ed il rosso rubino: l’aroma annuncia il disastro con note salmastre mescolate ad un affumicato che richiama la gomma e la plastica. Al palato c’è una bella infezione in corso, con l’acido lattico che si mescola alla plastica affumicata per quello che risulta praticamente un bicchiere d’acqua sporca. Non dovrebbe, ma a volte capita.Nel dettaglio:Camba Coffee Porter, formato 33 cl., alc. 5.4%, IBU 34, lotto 181 17, scad. 30/03/2016, 3.00 Euro (beershop, Germania)Camba Smoked Porter, formato 33 cl., alc. 6.3%, lotto 336 142, scad. 02/09/2016, 2.37 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Francesco Baldini: American Pale Ale & Black IPA

Rieccoci a parlare di produzioni casalinghe in un nuovo appuntamento di Homebrewed! Oggi tocca a  Francesco Baldini dal 2011 homebrewer in quel di Imola contagiato dal “morbo” durante una cotta pubblica; seguono le prime produzioni da kit assieme a colleghi di lavoro e, da circa due anni, il passaggio all’E+G (Estratto + Grani, per i profani). A causa del poco tempo libero a disposizione la frequenza produttiva non è elevata, con circa 6-8 otto cotte realizzate nei mesi invernali in una pentola da 17 litri e equamente destinate al consumo personale e quello di amici e colleghi. Ringrazio da subito Francesco che ha voluto farmi assaggiare tre due birre, due delle quali ve le presento oggi:  non ci sono nomi o etichette realizzate al computer ma – hey! – dopotutto è la sostanza quella che conta. Partiamo da un’American Pale Ale realizzata con una parte di estratto liquido ed una di estratto secco; i malti sono Crystal, Carapils e Irish Moss, i luppoli Simcoe, Amarillo e Centennial con un dry-hopping di Nelson Sauvin. Il lievito è l’immancabile US-05. Il suo colore è ambrato velato, con riflessi oro antico; fine, cremosa e compatta la schiuma, ottima persistenza e ottimo aspetto complessivo. La bottiglia ha circa un mese di vita e l'aroma presenta un fresco bouquet di frutta tropicale (mango, papaia), pompelmo e i tipici profumi di uva bianca e litchi del Nelson Sauvin; la gradevolezza del mix è un po' disturbata da qualche nota meno piacevole che ricorda la cipolla. Al palato arriva con un corpo tra il medio e il leggero, è piacevolmente scorrevole e leggera anche a livello tattile, cosa che non ho riscontrato in altre birre prodotte in casa che invece soffrivano un po' di pesantezza; l'unico "appunto" che mi sento di fare riguarda le bollicine, la cui scarsezza toglie un po' di vitalità alla bevuta, soprattutto quando di coinvolto c'è un profilo di frutta tropicale. Personalmente ne avrei gradita qualcuna in più. Su una base maltata che richiama il biscotto e un po' il caramello, il gusto ripropone il dolce del mango e della polpa d'arancio ed il pompelmo; la chiusura è amara, della giusta intensità, con le note resinose che si mescolano a quelle del pompelmo. La birra è complessivamente gradevole e facile da bere, caratterizzata da un discreto livello di pulizia, fragranza e di eleganza, entrambe tuttavia migliorabili; gettate le solide basi, ora la sfida "professionale" sarebbe quella di limare e rifinire, ed è quella più complicata. Ma per il consumo tra le mura di casa, è una birra senza evidenti difetti o puzzette e ci si può tranquillamente accontentare.La seconda birra è una Black IPA realizzata anch'essa con estratto liquido e malti Crystal, Carafa, Black, Special B e Carapils; lievito US-05, Citra e Simcoe i luppoli utilizzati anche in dry-hopping. Non è nera ma poco ci manca, ed è sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color beige chiaro, dalla lunghissima persistenza. Ottimo l'aspetto e piuttosto bene anche l'aroma, fresco e intenso, con una macedonia di frutta (mango, papaia, ananas, melone, pompelmo) che s'affianca ai sentori resinosi e ad una suggestione di fragola/lampone. Il benvenuto al palato è dato dal leggerissimo sottofondo di pane nero appena tostato, ovvero la base che sostiene l'ossatura dolce centrale che richiama il mango, l'ananas ed il pompelmo dell'aroma. Il corpo è medio e le bollicine sono nella qualità giusta: la birra scorre bene, è facile da bere e volendo cercare il pelo nell'uovo è un pochino slegata nel rapporto "acqua-sapori". La chiusura è  intensa ed ovviamente amara, caratterizzata sopratutto dalle note di resina con sfumature "zesty", un lieve terroso e appena un accenno di tostato. Questa Black IPA mi convince e mi piace anche per la sua fedeltà a questo stile-ossimoro: è una IPA di colore nero, senza avvicinarsi ad una porter/stout molto luppolata. Certo, anche qui pulizia e finezza sarebbero migliorabili ma l'intensità e la freschezza abbinate all'assenza di difetti rendono la bevuta semplice ma piacevole e - lo devo ammettere - molto migliore di alcune birre "professionali" che ho bevuto dall'inizio dell'anno.Ringrazio di nuovo Francesco per avermi inviato le sue produzioni e gli dò appuntamento a fra qualche mese con la sua Imperial Stout; a voi invece che vi divertite a fare la birra in casa, ricordo che la rubrica è sempre aperta a tutti.Di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:American Pale Ale - formato 50 cl., alc. 5.3%, IBU 44, OG 1050, FG 1010, imbott. 29/12/2015.Totale 32/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10)Black IPA - formato 50 cl., alc. 5.9%, IBU 72, OG 1060, FG 1015, imbott. 11/11/2015.Totale 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

HOMEBREWED! Francesco Baldini: American Pale Ale & Black IPA

Rieccoci a parlare di produzioni casalinghe in un nuovo appuntamento di Homebrewed! Oggi tocca a  Francesco Baldini dal 2011 homebrewer in quel di Imola contagiato dal “morbo” durante una cotta pubblica; seguono le prime produzioni da kit assieme a colleghi di lavoro e, da circa due anni, il passaggio all’E+G (Estratto + Grani, per i profani). A causa del poco tempo libero a disposizione la frequenza produttiva non è elevata, con circa 6-8 otto cotte realizzate nei mesi invernali in una pentola da 17 litri e equamente destinate al consumo personale e quello di amici e colleghi. Ringrazio da subito Francesco che ha voluto farmi assaggiare tre due birre, due delle quali ve le presento oggi:  non ci sono nomi o etichette realizzate al computer ma – hey! – dopotutto è la sostanza quella che conta. Partiamo da un’American Pale Ale realizzata con una parte di estratto liquido ed una di estratto secco; i malti sono Crystal, Carapils e Irish Moss, i luppoli Simcoe, Amarillo e Centennial con un dry-hopping di Nelson Sauvin. Il lievito è l’immancabile US-05. Il suo colore è ambrato velato, con riflessi oro antico; fine, cremosa e compatta la schiuma, ottima persistenza e ottimo aspetto complessivo. La bottiglia ha circa un mese di vita e l'aroma presenta un fresco bouquet di frutta tropicale (mango, papaia), pompelmo e i tipici profumi di uva bianca e litchi del Nelson Sauvin; la gradevolezza del mix è un po' disturbata da qualche nota meno piacevole che ricorda la cipolla. Al palato arriva con un corpo tra il medio e il leggero, è piacevolmente scorrevole e leggera anche a livello tattile, cosa che non ho riscontrato in altre birre prodotte in casa che invece soffrivano un po' di pesantezza; l'unico "appunto" che mi sento di fare riguarda le bollicine, la cui scarsezza toglie un po' di vitalità alla bevuta, soprattutto quando di coinvolto c'è un profilo di frutta tropicale. Personalmente ne avrei gradita qualcuna in più. Su una base maltata che richiama il biscotto e un po' il caramello, il gusto ripropone il dolce del mango e della polpa d'arancio ed il pompelmo; la chiusura è amara, della giusta intensità, con le note resinose che si mescolano a quelle del pompelmo. La birra è complessivamente gradevole e facile da bere, caratterizzata da un discreto livello di pulizia, fragranza e di eleganza, entrambe tuttavia migliorabili; gettate le solide basi, ora la sfida "professionale" sarebbe quella di limare e rifinire, ed è quella più complicata. Ma per il consumo tra le mura di casa, è una birra senza evidenti difetti o puzzette e ci si può tranquillamente accontentare.La seconda birra è una Black IPA realizzata anch'essa con estratto liquido e malti Crystal, Carafa, Black, Special B e Carapils; lievito US-05, Citra e Simcoe i luppoli utilizzati anche in dry-hopping. Non è nera ma poco ci manca, ed è sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color beige chiaro, dalla lunghissima persistenza. Ottimo l'aspetto e piuttosto bene anche l'aroma, fresco e intenso, con una macedonia di frutta (mango, papaia, ananas, melone, pompelmo) che s'affianca ai sentori resinosi e ad una suggestione di fragola/lampone. Il benvenuto al palato è dato dal leggerissimo sottofondo di pane nero appena tostato, ovvero la base che sostiene l'ossatura dolce centrale che richiama il mango, l'ananas ed il pompelmo dell'aroma. Il corpo è medio e le bollicine sono nella qualità giusta: la birra scorre bene, è facile da bere e volendo cercare il pelo nell'uovo è un pochino slegata nel rapporto "acqua-sapori". La chiusura è  intensa ed ovviamente amara, caratterizzata sopratutto dalle note di resina con sfumature "zesty", un lieve terroso e appena un accenno di tostato. Questa Black IPA mi convince e mi piace anche per la sua fedeltà a questo stile-ossimoro: è una IPA di colore nero, senza avvicinarsi ad una porter/stout molto luppolata. Certo, anche qui pulizia e finezza sarebbero migliorabili ma l'intensità e la freschezza abbinate all'assenza di difetti rendono la bevuta semplice ma piacevole e - lo devo ammettere - molto migliore di alcune birre "professionali" che ho bevuto dall'inizio dell'anno.Ringrazio di nuovo Francesco per avermi inviato le sue produzioni e gli dò appuntamento a fra qualche mese con la sua Imperial Stout; a voi invece che vi divertite a fare la birra in casa, ricordo che la rubrica è sempre aperta a tutti.Di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:American Pale Ale - formato 50 cl., alc. 5.3%, IBU 44, OG 1050, FG 1010, imbott. 29/12/2015.Totale 32/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10)Black IPA - formato 50 cl., alc. 5.9%, IBU 72, OG 1060, FG 1015, imbott. 11/11/2015.Totale 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

Russian River Consecration

Nel 2007, per festeggiare il ventesimo anniversario del Toronado, Russian River realizza una birra destinata a diventare leggendaria: su richiesta e “supervisione” di Dave Keene, il proprietario del bar di San Francisco, viene realizzata la Toronado 20th Anniversary Ale che consiste in un blend di cinque Russian River in proporzione variabile e tutte “barrel aged”  per 12/18 mesi. La base de principale del blend è una “Quadrupel”  (12%) invecchiata nelle botti utilizzate da Firestone Walker per la Double Barrel Ale; dopo solo quattro mesi però la birra era talmente caratterizzata del legno che fu necessario tagliarla con un lotto di birra “fresca” e trasferirla in botti ex-Merlot. Le altre birre utilizzate per il blend furono due Belgian Strong Dark Ales (8-9%)  invecchiate in botti di legno nuove, la Sanctification (una Belgian Ale invecchiata in botti ex-vino con brettanomiceti) e, per aggiungere acidità, la Sonambic, una birra 100% fermentazione spontanea. Il risultato è sorprendente e, sebbene la  Toronado 20th Anniversary Ale non sia stata prodotta senza utilizzare frutta, chi la beve rimane impressionato dal suo profilo fruttato (uvetta, frutti di bosco, ciliegia);  da qui nacque in Vinne Cilurzo di Russian River il desiderio di realizzare una birra che aveva da tempo nel cassetto affinata in botti ex-Cabernet Sauvignon. La base di partenza di quella che sarà poi chiamata Consecration è sempre una Belgian Dark Strong Ale realizzata con lievito White Labs Abbey Ale WLP530 che viene poi trasferita nelle botti con aggiunta di Uva di Corinto secca (Zante Currants), lactobacilli, pedicocchi  e  brettanomiceti;  dopo alcuni mesi vengono aggiunti altri batteri e brattomiceti e la birra continua per circa sei mesi il suo percorso in botte prima di essere finalmente imbottigliata. Il suo aspetto è uno splendido ambrato piuttosto carico, quasi limpido, con riflessi ramati e un’effervescente schiuma biancastra che si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso, estremamente pulito e raffinato, rivela una complessità che è un piacere esplorare man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Evidenti le tracce vinose e legnose, i fiori (viola), l’uva passa, il ribes nero, la mora e la ciliegia, la prugna; in sottofondo tracce di zucchero caramellato, vaniglia, forse tabacco, cuoio, con un leggerissima nota acetica (mela). A quasi due anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è bassa ma ancora presente, la consistenza è oleosa, morbida e gradevole al palato, il corpo è medio. L'inizio della bevuta è dolce e mantiene una buona corrispondenza con l’aroma:  zucchero caramellato, prugna e uvetta, ribes nero e mirtillo, mora, accenni di vaniglia sono poi bilanciati dall’acidità lattica, dall’asprezza dei frutti rossi (ribes) e da una punta di acetico, l’elemento che Vinnie Cilurzo non ama e che cerca sempre di ridurre il più possibile nelle proprie birre. Delicata la presenza del legno e evidente il carattere vinoso impartito dall’affinamento in botte, presente anche nella chiusura ricca di tannini; a temperatura ambiente rilevo quella che forse è solo una suggestione di vino liquoroso, di porto. Il retrogusto è un piccolo riassunto della bevuta, con vino, ribes, caramello, ciliegia, uvetta e finalmente un leggere warming etilico: a proposito,  è impossibile indovinare la gradazione alcolica dichiarata, 10%. Nella sua splendida complessità, la Consecration è facilissima da bere, "acida" ma bilanciata, pulitissima e raffinatissima, assemblata con straordinaria eleganza; l'inchino è doveroso, siamo a febbraio ma non ho dubbi a metterla già tra le migliori bevute dell'anno, di sempre.Russian River non esporta, ma se vi trovate a San Francisco vale senz'altro la pena fare una gita di un centinaio di chilometri a nord, in quel di Santa Rosa, Sonoma County: il brewpub è il luogo più probabile dove potrete trovare qualche bottiglia da portare a casa; nei beershop le poche che arrivano spariscono di solito in pochissimo tempo.Formato: 37,5 cl., alc. 10%, lotto 23/05/2014, pagata 12.95 dollari (birrificio)

Russian River Consecration

Nel 2007, per festeggiare il ventesimo anniversario del Toronado, Russian River realizza una birra destinata a diventare leggendaria: su richiesta e “supervisione” di Dave Keene, il proprietario del bar di San Francisco, viene realizzata la Toronado 20th Anniversary Ale che consiste in un blend di cinque Russian River in proporzione variabile e tutte “barrel aged”  per 12/18 mesi. La base de principale del blend è una “Quadrupel”  (12%) invecchiata nelle botti utilizzate da Firestone Walker per la Double Barrel Ale; dopo solo quattro mesi però la birra era talmente caratterizzata del legno che fu necessario tagliarla con un lotto di birra “fresca” e trasferirla in botti ex-Merlot. Le altre birre utilizzate per il blend furono due Belgian Strong Dark Ales (8-9%)  invecchiate in botti di legno nuove, la Sanctification (una Belgian Ale invecchiata in botti ex-vino con brettanomiceti) e, per aggiungere acidità, la Sonambic, una birra 100% fermentazione spontanea. Il risultato è sorprendente e, sebbene la  Toronado 20th Anniversary Ale non sia stata prodotta senza utilizzare frutta, chi la beve rimane impressionato dal suo profilo fruttato (uvetta, frutti di bosco, ciliegia);  da qui nacque in Vinne Cilurzo di Russian River il desiderio di realizzare una birra che aveva da tempo nel cassetto affinata in botti ex-Cabernet Sauvignon. La base di partenza di quella che sarà poi chiamata Consecration è sempre una Belgian Dark Strong Ale realizzata con lievito White Labs Abbey Ale WLP530 che viene poi trasferita nelle botti con aggiunta di Uva di Corinto secca (Zante Currants), lactobacilli, pedicocchi  e  brettanomiceti;  dopo alcuni mesi vengono aggiunti altri batteri e brattomiceti e la birra continua per circa sei mesi il suo percorso in botte prima di essere finalmente imbottigliata. Il suo aspetto è uno splendido ambrato piuttosto carico, quasi limpido, con riflessi ramati e un’effervescente schiuma biancastra che si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso, estremamente pulito e raffinato, rivela una complessità che è un piacere esplorare man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Evidenti le tracce vinose e legnose, i fiori (viola), l’uva passa, il ribes nero, la mora e la ciliegia, la prugna; in sottofondo tracce di zucchero caramellato, vaniglia, forse tabacco, cuoio, con un leggerissima nota acetica (mela). A quasi due anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è bassa ma ancora presente, la consistenza è oleosa, morbida e gradevole al palato, il corpo è medio. L'inizio della bevuta è dolce e mantiene una buona corrispondenza con l’aroma:  zucchero caramellato, prugna e uvetta, ribes nero e mirtillo, mora, accenni di vaniglia sono poi bilanciati dall’acidità lattica, dall’asprezza dei frutti rossi (ribes) e da una punta di acetico, l’elemento che Vinnie Cilurzo non ama e che cerca sempre di ridurre il più possibile nelle proprie birre. Delicata la presenza del legno e evidente il carattere vinoso impartito dall’affinamento in botte, presente anche nella chiusura ricca di tannini; a temperatura ambiente rilevo quella che forse è solo una suggestione di vino liquoroso, di porto. Il retrogusto è un piccolo riassunto della bevuta, con vino, ribes, caramello, ciliegia, uvetta e finalmente un leggere warming etilico: a proposito,  è impossibile indovinare la gradazione alcolica dichiarata, 10%. Nella sua splendida complessità, la Consecration è facilissima da bere, "acida" ma bilanciata, pulitissima e raffinatissima, assemblata con straordinaria eleganza; l'inchino è doveroso, siamo a febbraio ma non ho dubbi a metterla già tra le migliori bevute dell'anno, di sempre.Russian River non esporta, ma se vi trovate a San Francisco vale senz'altro la pena fare una gita di un centinaio di chilometri a nord, in quel di Santa Rosa, Sonoma County: il brewpub è il luogo più probabile dove potrete trovare qualche bottiglia da portare a casa; nei beershop le poche che arrivano spariscono di solito in pochissimo tempo.Formato: 37,5 cl., alc. 10%, lotto 23/05/2014, pagata 12.95 dollari (birrificio)

Keesmann Bock

Fondata nel 1867 dall’ex-macellaio Georg, la Keesmann-Bräu  è oggi ancora nelle mani della famiglia Keesmann, guidata da Sabine e dal nipote Stefan. Inizialmente chiamata “Zum Sternla” (nome oggi affibbiato ad una delle birre prodotte), il birrificio è soprattutto famoso per la Bamberger Herren-Pils, prodotta per la prima volta nel 1979 e divenuta molto popolare a Bamberga e dintorni al punto di impegnare attualmente circa il 90% della capacità produttiva. Il birrificio si trova nel sobborgo chiamato Wunderburg, oggi completamente inglobato in Bamberga, a circa un chilometro e mezzo dalla stazione ferroviaria; non è ben chiaro il perché di questo nome (Wunderburg = “castello dei miracoli”), ma se pensate che in una strada lunga circa 50 metri ci sono  Keesmann al civico 5 e Mahr’s al civico 10, direi che il nome è assolutamente appropriato!  Il “brewpub” di Keesmann è aperto tutti i giorni dalle 9 (potete fare la classica “colazione” con il mezzo litro) alle 23, ma ricordate che il sabato chiude alle 15 e la domenica rimane chiuso. Quasi 150 storia e solo sei birre prodotte attualmente: la Hell, la già citata Herren-Pils, la Weissbier, la lager Sternla e due stagionali: Josephi Bock, disponibile nel periodo di Pasqua, e la Keesmann Bock, da ottobre a dicembre.La stagione è quella giusta proprio per quest'ultima, perfettamente dorata e limpida, sormontata da un perfetto "cappello" di schiuma bianchissima, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Nella sua semplicità e pulizia l'aroma offre un bouquet maltratto di mollica di pane e miele, cereali, sentori floreali e una lievissima punta di diacetile che emerge quando la birra si scalda, senza disturbare affatto. Poche bollicine al palato, corpo medio e presenza morbida caratterizzata dalla tipica scorrevolezza e facilità di bevuta della tradizione tedesca. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma sia nel bene che nella lievissima (e trascurabile) nota di diacetile; miele, pane, un accenno biscottato, un morbido tepore etilico che irrobustisce la (dolce) bevuta accompagnandola sino alla chiusura dove l'amaro (erbaceo) ha esclusivamente la funzione di bilanciare senza quasi farsi sentire. Il retrogusto è di nuovo maltato, dolce di miele e delicatamente etilico. Bock pulita, semplice, essenziale e fedele alla tradizione; chiudete gli occhi e collocatela idealmente in una fredda serata d'inverno in una Bierkeller di Bamberga accanto a rumorosi anziani che giocano a carte: la vita frenetica che spesso conduciamo vi sembrerà improvvisamente inutile e priva di ogni fondamento.Formato: 50 cl., alc. 6.9%, scad. 04/03/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Caulier 28 Brett 2013

Una storia tormentata e complicata, quella della Brasserie Caulier; ve ne avevo già parlato un paio di anni fa, senza riuscire a fare completamente chiarezza su di un nome “diviso” a metà. Ci riprovo. Effettivamente sembra che tutto sia iniziato nel 1842 con la fondazione di un birrificio da parte di Edmond Caulier che in seguito consolidò  il proprio business acquistandone almeno altri due per poi riunirli in un unico marchio: alla sua morte, nel 1893, i suoi figli fondarono la società Caulier Frères registrando due anni dopo il marchio Brasserie Caulier. Il ventesimo secolo vide altre “incorporazioni” che portarono alla formazione della  Brasserie de Ghlin, dichiarata fallita negli anni ’70. Il governo belga, per preservare i posti di lavoro, raggiunse un accordo con altri due produttori (Piedboeuf e Artois) per mantenere operativa la Ghlin ove rimase in produzione una sola birra a marchio Caulier e soprattutto la Jupiler di Piedboeuf. Nel 1993 il birrificio fu devinitivamente chiuso. Nello stesso anno Charles Caulier, discendente di Edmond, fonda la società di distribuzione bevande “Maison Caulier” commissionando una birra presso un altro birrificio, in attesa che dagli impianti di proprietà della nuova Brasserie Caulier a Péruwelz esca finalmente nel 1995 la prima  “Vieille Bon-Secours”.  Se ho composto bene i tasselli del puzzle, abbiamo quindi oggi un birrificio (Brasserie Caulier) di proprietà della famiglia Caulier che non detiene i diritti del marchio “Caulier” e che quindi produce birre con altri nomi  (Bon Secours, ad esempio); da quanto leggo la situazione finanziaria è di nuovo abbastanza traballante.  Il marchio Caulier  (e della Maison Caulier) è invece passato nelle mani della Caulier Developpement, che agisce oggi come beerfirm appoggiandosi al solito De Proef. E’ qui che infatti viene prodotta tutta la gamma moderna “Caulier 28” (Stout, White, Pale Ale, Tripel, Brett) e  la “Caulier Tradition“ (Brune, Blonde, 1842, Extra): da qualche anno la Caulier Developpement ha intensificato la promozione commerciale nel nostro paese, partecipando a diversi eventi e manifestazioni. E, last but not least, lo scorso 14 gennaio in via Flaminia a Roma è stata inaugurata la Brasserie 28 Caulier. Una delle ultime nate in casa “Caulier 28” è la “Brett”, birra che arriva sul mercato a fine 2013 e che non lascia molti dubbi sulla sua origine: il riferimento è ovviamente sua maestà Orval. Si veste d'ambrato piuttosto carico e limpido, con venature rossastre; la generosa schiuma ocra è abbastanza compatta, cremosa e molto persistente. Al naso è evidente il lattico, affiancato dalle note selvagge e "funky" terrose e di sudore; c'è l'aspro del limone e della mela acerba, una lieve nota di solvente e il dolce di toffee e caramello. Le bollicine sono ovviamente molto vivaci, il corpo è medio, la birra risulta un po' spigolosa ma comunque piacevole al palato. Il gusto si sposta maggiormente sul versante dolce, con caramello, biscotto, zucchero e frutta candita a predominare buona parte della bevuta, poi bilanciata dall'acidità lattica che si ritaglia il suo spazio senza manie di protagonismo. Chiude amara, terrosa e lattica, con un po' di solvente ed un lieve tepore etilico, unica manifestazione di un ABV abbastanza significativo (7.5%). A due anni dalla messa in bottiglia i brettanomiceti fanno sentire la loro presenza, soprattuto all'aroma; ci sono effettivamente ricordi di una Orval un po' "stagionata", c'è la struttura di base ma mancano cuore ed anima della trappista e, soprattutto, la sua bevibilità "killer", con un risultato è discreto ma un po' freddo ed avaro di emozioni.Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 30, lotto 2013, scad. 19/02/2016, 2.10 Euro (foodstore, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brewski: Ananasfeber APA & Passionfeber IPA

S'affaccia sul panorama brassicolo svedese a ottobre 2014 e Ratebeer elenca già 59 (!) birre prodotte in quindici mesi circa; parliamo di Brewski, microbirrificio aperto a Helsingborg, nei locali di un ex-macello, da Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund. Un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che sta già dando dei buoni risultati visto che la capacità produttiva è insufficiente a soddisfare tutte le richieste del mercato, le Brewski stanno già spopolando nei bar di Copenhagen e di Stoccolma e sono importate in Spagna, Italia e Stati Uniti; Marcus è il birraio, aiutato dal giovane Fredrik Fölster che ha effettuato alcuni stage presso il birrificio Rådanäs e presso Brekeriet.Sebbene l'aggiunta di frutta nella birra sia una tradizione abbastanza consolidata (pensate ai Lambic alla frutta o alle Radler), pare che la prima IPA con aggiunta di frutta sia la Grapefruit Sculpin di Ballast Point che risale "solo" al 2013. Non ho avuto né tempo né voglia di passare in rassegna tutte e cinquantanove birre di Brewski, ma una buona parte di esse sono state realizzate proprio aggiungendo frutta, seguendo quella che è un po' l'ultima tendenza nel mondo delle "craft beer". In verità Marcus Hjalmarsson dichiara di aver fatto ricorso alla frutta in quanto non riusciva a trovare disponibili alcune varietà di luppolo necessarie per ottenere determinati profumi e sapori nelle sue birre; la frutta (purea o succo) presenta però un altro problema, quello delle variazioni qualitative legate alla stagionalità dei frutti stessi. Personalmente sono sempre stato un po' scettico nei confronti delle birre "alla frutta", soprattutto quando si parla di IPA e derivati, visto che (la maggioranza) di quelle caratteristiche fruttate sono ottenibili utilizzando lievito, malti e luppoli. Ma non bisogna mai lamentarsi prima di aver provato, e quindi ecco due Brewski alla frutta: l'American Pale Ale Ananasfeber e la India Pale Ale Passionfeber.Partiamo dalla prima, la cui ricetta include anche Amarillo, Centennial, Simcoe e Chinook. Di colore dorato pallido e velata non quanto la foto possa far pensare: la schiuma è bianchissima e compatta, fine, generosa, dall'ottima persistenza. L'aroma offre una buona freschezza e un'ottima pulizia; c'è ovviamente l'ananas in primo piano, circondato da sentori floreali, agrumati (pompelmo, cedro) e di frutta tropicale. Al palato è leggera e vivacemente carbonata, con la bevuta che risulta molto facile e veloce: sulla sottile base maltata (crackers) s'inseriscono l'ananas ed il melone bianco, il dolce della polpa d'agrume e della frutta tropicale per un passaggio "ruffiano" prima dell'amaro finale spiccatamente "zesty" con un tocco di resina. Una birra molto secca e dissetante, con la lieve acidità del frutto a renderla rinfrescante quanto basta per sparire dal bicchiere in pochissimo tempo. L'uso della frutta è convincente, nessuna sensazione di trovarsi nel bicchiere un succo o una spremuta: l'ananas è molto calibrato e ben inserito nel contesto della birra, con un risultato non troppo distante da quello che si otterrebbe con i luppoli "giusti". Birra pulita e bilanciata, intensa, ruffiana: difficile resisterle. Un paio di gradini più in alto (7%) si trova la Passionfeber IPA, nella quale viene ovviamene utilizzato il frutto della passione. Abbastanza simile il canovaccio di partenza: colore dorato, velato ma luminoso, schiuma generosa, cremosa e compatta, molto persistente. Il passion fruit è protagonista al naso, affiancato dal mango e dal pompelmo, in un "cocktail" di frutta immagino pensato per bilanciare le note aspre del frutto della passione con quelle dolci del mango: il bouquet è fresco e pulito anche se personalmente il mix non mi fa impazzire. Un po' più robusto il corpo (siamo ai confini tra il medio ed il leggero), meno esuberanti le bollicine per una sensazione palatale morbida, benché molto scorrevole. Il contributo dei malti (crackers, un tocco di miele) è molto lieve al gusto domina il dolce/aspro del frutto della passione; mango e pompelmo restano un po' in disparte ed anche l'amaro (scorza agrumi, resina) fa un po' fatica ad uscire e ritagliarsi un ruolo da protagonista nel finale. Sarà che non amo particolarmente il frutto della passione, e quindi mi rendo conto che la mia opinione può essere poco obiettiva, ma questa Passionfeber mi convince molto meno della sua sorellina all'ananas. Rimane comunque elevato il livello di pulizia ed intensità, la birra è ancora piuttosto fragrante ma pende molto di più della precedente verso il succo di frutta. Nel dettaglio:Ananasfeber APA, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 8, scadenza non riportata.Passionfeber IPA, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 12, scad. 03/11/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Nomad Long Trip Saison

Galeotto fu l'incontro tra Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo) e  Kerrie Abba e Johnny Latta di Experience It Beverages, importatore di bevande con sede a Sidney; la coppia australiana viveva in Italia ed aveva iniziato un'attività di importazione di vini italiani nell'emisfero australe, venendo poi in contatto anche con l'attivissima scena brassicola italica. Birra del Borgo è uno dei primi marchi che gli australiani decidono di aggiungere alla propria gamma. Di Vincenzo viene invitato in Australia e a partecipare ad alcuni eventi  e alla Good Beer Week di Melbourne, finendo con l'innamorarsi della terra dei canguri. Tra una pinta e l'altra, tra Di Vincenzo ed i Latta nasce l'idea di mettere in piedi un microbirrificio a Brookvale, sobborgo di Sidney situato una quindicina di chilometri a nord. L'annuncio della nascita del progetto Nomad Brewing viene dato a febbraio del 2014; nello stesso periodo un impianto Spadoni da 25 hl parte via mare dall'Italia. La burocrazia australiana rallenta un po' i piani, e la prima birra viene ufficialmente spillata a fine luglio 2014.  Qualche mese dopo, in ottobre, al Salone del Gusto di Torino è già possibile assaggiare qualche bottiglia allo stand di Birra del Borgo; Di Vincenzo, che ammette di passare ormai quasi sei mesi l'anno in Australia, affida l'avviamento dell'impianto a Brooks Caretta - birraio nomade - ex di Birra del Borgo e responsabile anche della "partenza" delle Birreria a Eataly New York ed a Eataly Roma, progetti che vedono entrambi Di Vincenzo come socio.Nomad Brewing offre al momento quattro birre disponibili regolarmente (Pale Ale, Golden Ale, IPA e Saison) più un'ampia serie di produzione stagionali, occasionali e collaborazioni.Long Trip è il nome scelto per una Saison realizzata con malto Pale, frumento, chicchi di caffè, pepe della Tasmania e semi di Acacia Picnanta australiana.Il suo colore è l'arancio pallido, sormontato da un'esuberante schiuma biancastra e pannosa, dalla lunghissima persistenza. Gli agrumi (soprattutto cedro e limone) danno il benvenuto al naso, molto intenso e piuttosto pulito; sono affiancati da spezie (pepe bianco, cardamomo?), fiori e sentori di miele, erbe aromatiche (alloro?).  L'elevata carbonazione la rende in bocca molto vivace, mentre la consistenza watery abbinata ad un corpo medio garantisce un'ottima scorrevolezza. Il gusto è abbastanza complesso e parte con il dolce del miele e del biscotto, della frutta candita (albicocca), dello zucchero candito che formano una patina un po' appiccicosa che avvolge il palato senza mai abbandonarlo; a bilanciare c'è la nota acidula del frumento e l'amaro che si divide equamente tra il terroso e le erbe officinali. Nel retrogusto amaro fa ogni tanto capolino anche una suggestione di caffè. E' una Saison la cui lettura non è proprio immediata ma che mette in campo un'ottima intensità e un'eccellente pulizia; a mio parere indugia però un po' troppo sul dolce e si sente la necessità di una maggiore secchezza a ripulire il palato dopo ogni sorso. Viene un po' a mancare la raison d'être dello stile, quel potere dissetante e rinfrescante che costituiva il DNA di queste birre utilizzate dai contadini per rifocillarsi durante le lunghe giornate di lavoro estivo: priva di carattere rustico/ruspante, è una birra buona ed elegante che vedo più appropriata ad un comodo sorseggio a tavola in calice ed in abbinamento gastronomico, piuttosto che ad un'informale bevuta seduti per terra in mezzo all'erba di campagna. Formato: 33 cl., alc. 6.6%, IBU 39, lotto 35, scad. 07/2016, 3.90 Euro (foodstore, Italia).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.