FiftyFifty Eclipse Imperial Stout – Evan Williams Single Barrel 2013

Truckee, cittadina di quattordicimila abitanti nella California del Nord-Est, Sierra Nevada, a pochi chilometri dal confine con il Nevada: Reno, la piccola Las Vegas, è a 50 chilometri mentre il Lago Tahoe è a soli venti.  E' in questa sperduta località montana che Alicia ed Andy Barr hanno deciso di fondare il brewpub Fifty Fifty, lasciando il loro decennale percorso lavorativo alla Hewlett-Packard; nel loro passato anche qualche timido esperimento di homebrewing. Alla Fifty Fifty nel 2006 arriva Todd Ashman, un birraio fondamentale non solo per il successo del birrificio californiano ma anche per l'intera Craft Beer Revolution americana.Folgorato dall'assaggio di una Sierra Nevada Pale Ale, a metà degli anni '80 Todd si dedica all'homebrewing trasformando il suo hobby in professione: le sue prime esperienze sono alla Bison Brewing ed alla Kegs Brewery nel New Mexico, per poi approdare nel 1997 al brewpub Flossmoor Station a Chicago. E' qui che Todd, ispirato da quello che stavano facendo Goose Island e Boston Beer Company, inizia a sperimentare con gli affinamenti in botte diventando di fatto uno dei pionieri americani delle Barrel Aged Beers. Nel corso della sua esperienza a Chicago, Ashton ottiene ben 11 medaglie al Great American Beer Festival prima di passare nel 2004 alla Titletown Brewing  (Green Bay, Winsconsin) e nel 2006 alla Fifty Fifty.  A luglio 2014 Ashton ha annunciato le sue dimissioni per ritornare alla Flossmoor Station di Chicago, in procinto di aprire un secondo sito produttivo; il ruolo di head brewer alla Fifty Fifty passa nella mani di Alyssa Shook, mentre Ashton ha comunque annunciato che continuerà a supervisionare la produzione della sua "creatura" che ha reso famosa Fifty Fifty nel mondo, ovvero la Eclipse Imperial Stout.Prodotta per la prima volta nel 2008, Ecplise viene commercializzata una sola volta all'anno nel corso di un evento che - come spesso accade negli Stati Uniti - genera hype ed isteria. Negli ultimi anni quasi tutta l'intera produzione di questa birra viene venduta attraverso quello che viene chiamato "Futures"; sul il sito del birrificio potete prenotare 6 o 12 bottiglie a testa, lasciando come caparra la metà del prezzo, ovvero 10 dollari a bottiglia. In alternativa dovete cercarla in qualche beershop o liquor store, ad un prezzo che si aggira di solito intorno ai 30 dollari (più tasse) a bottiglia.Ogni anno vengono commercializzate diverse versioni barricate di Eclipse, che si differenziano tra di loro per il tipo di botte utilizzata e per il colore della ceralacca applicata al collo della bottiglia; sul sito del birrificio trovate una guida per orientarvi nel vostro acquisto.La base di partenza è l'imperial stout chiamata Totality, la cui ricetta prevede malti Rahr 2row, Simpsons Golden Promise, Gambrinus Munich Light, Dark e Honey, Rahr Red Wheat Malt, Crips Pale Chocolate Malt, Simpsons Brown, Chocolate, Black, e malti tostati; i luppoli sono Mt. Hood ed  i tedeschi Magnum e Perle. In aggiunta viene utilizzato estratto di malti e sciroppo di riso (Rice Syrup Solids). La Totality viene prodotta solitamente tra Marzo e Aprile per essere poi travasata nelle botti a Maggio, restandoci almeno 180 giorni; a Novembre viene imbottigliata per essere poi messa in vendita nel corso di un'apposita festa che si tiene ogni anno a Dicembre.Mentre sta per arrivare l'Eclipse 2015, io faccio qualche passo indietro al 2013: bottiglia in ceralacca nera che sta ad indicare affinamento in botti che hanno ospitato Evan Williams Kentucky Straight Bourbon Whiskey. Le note serigrafate sulla bottiglia indicano che è anche stato aggiunto del miele. Semplicemente splendida nel bicchiere: nerissima, sormontata da una generosa schiuma color nocciola, compatta, fine e cremosa, dall'ottima persistenza per una birra dall'elevato contenuto alcolico invecchiata in botte. L'aroma non è esplosivo ma regala comunque una ricca e complessa opulenza: frutti di bosco, miele, fruit cake, vaniglia affiancate da sentori di bourbon e di legno, eleganti tostature, caramello bruciato. Il meglio deve tuttavia ancora arrivare ed è sufficiente il primo sorso a capirlo: sensazione palatale sontuosa, piena, con poche bollicine ed una consistenza densa ma cremosa e vellutata, quasi masticabile come fosse una mousse. Alla dolce festa partecipano in ordine sparso, entrando ed uscendo di scena senza un ordine prestabilito, caffè e miele, fruit cake che a tratti si confonde con il tiramisù, prugna disidratata, cioccolato, pane e orzo tostati, vaniglia. I sapori non sono forse impeccabilmente definiti singolarmente, ma quel "tutt'uno" che si forma è molto, molto appagante. La bevuta è dolce per poi essere ben equilibrata dall'amaro del caffè, delle tostature, del cioccolato fondente oltre a qualche residuo di luppolatura ancora presente a due anni di distanza dalla messa in bottiglia; sontuoso il retrogusto, lunghissimo, morbido, un caldo abbraccio di bourbon, vaniglia, caffè, cioccolato ed una punta di cenere. L'alcool (11.9%) è magistralmente sotto controllo, fornendo un adeguato sottofondo morbido e mai invadente nel corso di tutta la bevuta e contribuendo a stemperare un po' del dolce. Una splendida Imperial Stout da sorseggiare in tutta tranquillità dopo cena, per scaldarvi idealmente dai gelidi inverni di Truckee, dove viene prodotta, a 1800 metri di altitudine: riscalda e rincuora, facendosi perdonare il prezzo eccessivo (e po' sopra la media) anche alla fonte, ovvero in territorio americano. In Europa ne arriva ogni tanto qualche bottiglia, spesso corredata di passamontagna la cui funzione non è esattamente quella di proteggerla dal freddo: ma se volete farvi un regalo di Natale, la possibilità c'è.Formato: 65 cl., alc. 11.9%, vintage 2013, pagata 32.99 dollari + tasse (liquor store, USA).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birranova Tensione Evolutiva

Novità dicembre 2013 per il Birrificio Birranova di Triggianello di Conversano (Bari), guidato dal 2007 dal birraio Donato Di Palma; si chiama Tensione Evolutiva, omaggio al cantautore Jovanotti di cui evidentemente il birraio è fan. E' una birra che parte dall'esperienza dell'anno precedente chiamata "La Fine Del Mondo" e "Day After", qui descritte sul blog Berebirra: non propriamente una "natalizia" ma sicuramente una birra appropriata per i mesi più freddi dell'anno.Parliamo di un robusto Barley Wine (10%) che viene affinato in botte; due le versioni di "Tensione Evolutiva" messe in commercio, una passata in botti di rovere che hanno ospitato vini rossi pugliesi, ed una invecchiata in botti ex-whiskey. "Nessuno si disseta ingoiando la saliva" è la frase di Jovanotti che viene riportata sul retro della larga etichetta che avvolge l'intera bottiglia, con un bell'effetto "incartante". Delle due versioni realizzate, a me è toccata quella invecchiata in botti di rovere ex-vino.Nel bicchiere arriva di colore ambrato, piuttosto opaco, con riflessi ramati; la modesta schiuma biancastra che si genera è un po' grossolana e poco persistente, niente di preoccupante in una birra molto alcolica che ha anche riposato per diversi mesi in botte. L'aroma mette in evidenza una discreta complessità che la buona pulizia permette di scoprire anche a fronte di un'intensità non molto elevata. Sentori di legno, caramello, canditi, fico disidratato e un bel carattere vinoso conferito dal passaggio in botte; in sottofondo qualche accenno di marzapane, forse vaniglia, di vino liquoroso. Nonostante l'impegnativa gradazione alcolica (10%) è una birra che si sorseggia senza grosse difficoltà, grazie ad un corpo medio, poche bollicine e ad una consistenza oleosa che la rende morbida e scorrevole al tempo stesso.  I dolci profumi sono preludio ad un gusto che si svolge nella stessa direzione: biscotto, caramello, arancia candita, albicocca disidratata, miele, uvetta, qualche accenno di pasticceria. Il dolce e la componente zuccherina non si nascondono ma la birra riesce a non risultare mai stucchevole grazie ad una leggera acidità che aiuta anche a ripulire un po' il palato alla fine di ogni sorso; lungo e morbido il retrogusto, dolce, ricco di frutta sotto spirito a riscaldare e a rincuorare chi si trova con il bicchiere tra le mani. Personalmente ho avvertito la caratterizzazione del passaggio in botte ex-vino più all'aroma che al palato, ma poco male: è un barley wine pulito e ben fatto al quale forse manca ancora un po' di profondità per vedersela con gli altri migliori compagni di categoria italiani. Il risultato è comunque convincente e mi sembra d'intravedere anche un ottimo potenziale d'invecchiamento in cantina, per chi non ha fretta di berla. Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 1312, scad.31/12/2015, 5.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ægir Natt Imperial Porter

Della Ægir Bryggeri ne avevo parlato un paio di anni fa, con un piccolo resoconto di viaggio. Fondata nel 2011 a Flåm, minuscola (350 residenti) ma pittoresca località ad una delle estremità del fiordo di Aurland (Aurlandsfjord); qui  potrete non solo godere dello splendido panorama circostante (il porto, il fiordo, alcune cascate)  ma anche assaggiare direttamente le birre della Ægir che vi verranno servite in un brewpub/ristorante collegato ad un hotel adiacente dove potrete anche pernottare. Il birrificio organizza delle visite guidate agli impianti del brewpub, nel quale vi illustreranno anche le modalità di produzione dell'acquavite; il birrificio vero e proprio non è normalmente visitabile, e si trova invece ad un chilometro di distanza.Il fondatore è l'ex-homebrewer americano Evan Lewis, un pioniere della scena "craft" norvegese: nel 2004 aprì nella turistica Flåm un café/ristorante con otto stanze dove pernottare. Nel 2007 l'upgrade a pub, con un piccolo impianto produttivo, uno dei primi microbirrifici norvegesi; la nascita vera e propria di Aegir/Ægir risale come detto al 2011, quando venne inaugurata la distilleria. L'ano successivo entrò invece in funzione il birrificio vero e proprio.La birra di oggi è la Natt Imperial Porter: una ricca e sontuosa melassa scura con la quale riscaldare i lunghi inverni norvegesi nei quali le notti (Natt) sembrano non avere mai fine. Il suo colore è proprio quello di una tenebrosa notte d'inverno: nero, assolutamente impenetrabile, sormontato da una cremosissima e compatta testa di schiuma beige, dall'ottima persistenza. L'aroma non è evidentemente il punto di forza di questa birra, ma perlomeno c'è l'indispensabile, sebbene con intensità dimessa: orzo tostato, liquirizia, qualche ricordo di fruit cake e di anice, una discreta presenza etilica. Meglio passare subito alla bevuta, che si presenta con una splendida sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine, cremosa, morbida, molto soddisfacente. Il gusto non è particolarmente complesso ma è intenso: liquirizia, tostature, alcool, con un sottofondo dolce appena accennato di caramello bruciato. I due anni passati in cantina non hanno fatto del tutto svanire la generosa luppolatura, che è ancora presente nel retrogusto amaro un po' resinoso e tostato; nel finale, avvolto da un percepibile ma morbido calore etilico, appaiono il caffè ed una delicatissima nota affumicata. Imperial Porter solida che garantisce il necessario tepore in una fredda serata d'inverno; non ci sono molte emozioni, il gusto è abbastanza monotematico e anche quello che c'è potrebbe essere più pulito, più definito, più elegante. Ci si accontenta, ma le aspettative domandavano qualcosa in più. Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 03/01/2018.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ægir Natt Imperial Porter

Della Ægir Bryggeri ne avevo parlato un paio di anni fa, con un piccolo resoconto di viaggio. Fondata nel 2011 a Flåm, minuscola (350 residenti) ma pittoresca località ad una delle estremità del fiordo di Aurland (Aurlandsfjord); qui  potrete non solo godere dello splendido panorama circostante (il porto, il fiordo, alcune cascate)  ma anche assaggiare direttamente le birre della Ægir che vi verranno servite in un brewpub/ristorante collegato ad un hotel adiacente dove potrete anche pernottare. Il birrificio organizza delle visite guidate agli impianti del brewpub, nel quale vi illustreranno anche le modalità di produzione dell'acquavite; il birrificio vero e proprio non è normalmente visitabile, e si trova invece ad un chilometro di distanza.Il fondatore è l'ex-homebrewer americano Evan Lewis, un pioniere della scena "craft" norvegese: nel 2004 aprì nella turistica Flåm un café/ristorante con otto stanze dove pernottare. Nel 2007 l'upgrade a pub, con un piccolo impianto produttivo, uno dei primi microbirrifici norvegesi; la nascita vera e propria di Aegir/Ægir risale come detto al 2011, quando venne inaugurata la distilleria. L'ano successivo entrò invece in funzione il birrificio vero e proprio.La birra di oggi è la Natt Imperial Porter: una ricca e sontuosa melassa scura con la quale riscaldare i lunghi inverni norvegesi nei quali le notti (Natt) sembrano non avere mai fine. Il suo colore è proprio quello di una tenebrosa notte d'inverno: nero, assolutamente impenetrabile, sormontato da una cremosissima e compatta testa di schiuma beige, dall'ottima persistenza. L'aroma non è evidentemente il punto di forza di questa birra, ma perlomeno c'è l'indispensabile, sebbene con intensità dimessa: orzo tostato, liquirizia, qualche ricordo di fruit cake e di anice, una discreta presenza etilica. Meglio passare subito alla bevuta, che si presenta con una splendida sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine, cremosa, morbida, molto soddisfacente. Il gusto non è particolarmente complesso ma è intenso: liquirizia, tostature, alcool, con un sottofondo dolce appena accennato di caramello bruciato. I due anni passati in cantina non hanno fatto del tutto svanire la generosa luppolatura, che è ancora presente nel retrogusto amaro un po' resinoso e tostato; nel finale, avvolto da un percepibile ma morbido calore etilico, appaiono il caffè ed una delicatissima nota affumicata. Imperial Porter solida che garantisce il necessario tepore in una fredda serata d'inverno; non ci sono molte emozioni, il gusto è abbastanza monotematico e anche quello che c'è potrebbe essere più pulito, più definito, più elegante. Ci si accontenta, ma le aspettative domandavano qualcosa in più. Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 03/01/2018.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

St Peters Cream Stout

La St. Peter's Brewery viene fondata nel 1996 da John Murphy a Bungay, Suffolk, in alcuni edifici adicenti al municipio cittadino che risalgono al tredicesimo secolo.   John Murphy, classe 1946, ha avuto un lungo passato professionale con la società Interbrand, da lui fondata nel 1974 e poi ceduta nel 1995: si tratta di un’importantissima società di consulenza marchi  (brand strategy, brand analytics, brand valuation, corporate design, digital brand management, packaging design) ora parte dell'Omnicom Group e presente in 27 paesi nel mondo. Tra i numerosi nomi di prodotti creati dalla Interbrand, ci sono ad esempio “Prozac” e “Land Rover”. Dal 2013 Murphy sta anche cercando di vendere la St. Peter's Brewery, valore stimato tra i 12 ed i 15 milioni di sterline: in un periodo in cui piccoli birrifici sono sempre più oggetto d’interesse delle multinazionali, chissà che l’affare non possa andare in porto. L’80% della produzione St. Peters viene imbottigliata, con l’esportazione che occupa all’incirca la metà del fatturato. Le birre sono vendute nella caratteristica bottiglia usata dalla forma ovalizzata ed ispirata a quella che nel diciottesimo secolo veniva utilizzata da una distilleria di gin a Gibbstown (New Jersey, USA).La gamma St. Peter’s  comprende una dozzina di birre prodotte tutto l'anno e diverse produzioni stagionali, senza fare correre dietro alle mode e senza fare grosse concessioni alla modernità, eccezion fatta per qualche luppolo extra-europeo. La Cream Stout è una ricetta formulata dall'head breve Mark Slater che prevede l'utilizzo di luppoli Fuggle e Challenger raccolti nel Kent inglese ed un mix di cinque diversi tipi di malto di provenienza locale. Si presenta nel bicchiere di color ebano, generando appena un dito di schiuma beige, fine e cremosa ma molto poco persistente. Al naso spiccano i profumi del caffè (sia in chicchi che liquido) con in secondo piano caramello bruciato, orzo tostato ed una lieve presenza di cenere e di mirtillo; bene la finezza e la pulizia, solo modesta l'intensità. I primi sorsi deludono un po' le aspettative, più che altro perché si chiama "Cream Stout": non credevo certo di trovarmi una birra oleosa e quasi masticabile, ma perlomeno una benché minima cremosità, a simulare l'effetto "carboazoto. Qui la consistenza è invece piuttosto watery, privilegiando (forse anche troppo) la scorrevolezza abbinata ad un corpo medio-leggero e a poche bollicine. Il gusto ripropone la stessa semplicità dell'aroma, con molto caffè e tostature, una leva liquirizia, la dolcezza in sottofondo del caramello e acidità dei malti scuri: l'eleganza e la pulizia non sono tuttavia sullo stesso livello. L'intensità è tutto sommato buona, mentre la chiusura pecca un po' di finezza nel suo amaro tostato e leggermente terroso: complessivamente è una bevuta più che discreta, un po' avara di emozioni e con una marcata delusione per la mancanza di quella cremosità annunciata in etichetta. Formato: 50 cl., alc. 6.5%, scad. 08/03/2017, 3.90 Euro (drink store, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Boerken

Boerken e Boerinneken, ovvero l’agricoltore e la moglie dell’agricoltore:  due birre in origine realizzate per conto di Den Ouden Advokaat, un produttore artigianale belga di Advocaat, un liquore a base di uovo. Apparentemente Den Ouden Advokaat ha anche sviluppato la ricetta per questa Strong Ale che è poi stata realizzata presso l’’instancabile De Proef in due versioni (“dorata” e “ambrata”) entrambe con un ABV del 9.5%. Piuttosto inusuale – siamo in Belgio – l’utilizzo di una bottiglietta con tappo metallico, sulla quale sono serigrafati  l’agricoltore e sua moglie. Dal 2013 i marchi Boerken e  Boerinneken sono stati acquistati dal distributore di bevande Verstraeten H&S di  Beveren. Splendida nel bicchiere, ambrata con riflessi rossastri, leggermente velata: la schiuma color crema è una perfetta crema, densa e compatta, molto persistente.  L’aroma è pulito e caratterizzato da una certa eleganza che permette d’apprezzare i profumi di biscotto, crosta di pane nero, caramello e toffee ciliegia, frutta secca, zucchero candito. Al palato c’è un ricco profilo maltato che ripropone in buona parte l’aroma: biscotto, caramello, pane nero, suggestioni di pain d'épices, uvetta e prugna; la bevuta è spiccatamente dolce ma risulta alla fine ben equilibrata da una leggera acidità, da una punta finale amaricante di pane tostato, frutta secca e da un delicato alcool warming che asciuga bene il palato.  Interessante la progressione alcolica di questa Boerken, che parte delicatamente per poi accelerare e riscaldare palato e cuore con un intenso (ma morbido) retrogusto di frutta (uvetta e prugna) sotto spirito.  La facilità di bevuta è ottima, con un corpo medio ed una vivace carbonatazione che tuttavia non esclude affatto una sensazione palatale morbida e per nulla spigolosa. Pulita e realizzata con la meticolosa precisione del marchio di fabbrica De Proef, non è forse un vero e proprio “winter warmer” ma riuscirà senz'altro a rendervi meno fredde e più gradevoli per lo meno le serate d'autunno.Formato: 33 cl., alc. 9.5%, scad. 24/11/2016, 2.85 Euro  (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brekeriet Saison Sauvage

Tra i nuovi birrifici arrivati in Italia negli ultimi mesi c’è anche lo svedese Brekeriet: una società nata inizialmente come importatrice di birra nel 2010 e poi trasformatasi, a settembre 2012, in vero e proprio birrificio. A guidarla i tre fratelli Ek: Fredrik, Christian ed André, elencati in ordine anagrafico discendente.  Brekeriet realizza esclusivamente birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri, ed è l’unico birrificio svedese a farlo, attualmente. I loro prodotti sono sostanzialmente divisi in due categorie: bottiglie con il logo “B” nero, prodotte regolarmente, e birre con il logo bianco, sperimentali e occasionali. Come detto, la produzione è partita nel 2012 a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri  prodotti che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg. Proprio qualche mese fa è stato inaugurato il nuovo impianto proveniente dall’Inghilterra con una capacità di 20 hl a cotta; a Landskrona ci sono quattro fermentatori d’acciaio da 20 hl che vengono utilizzati per birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti. La precedente sede di Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con fermentatori in acciaio (75 hl) e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. Non andate tuttavia in Svezia a cercare le loro bottiglia: a seguito della riforma del 2014 del Systembolaget svedese  Brekeriet ha deciso di non commercializzare più le proprie birre attraverso il monopolio di Stato. In attesa di ripensarci, il business attuale è esclusivamente dedicato all’esportazione: anche se la richiesta dagli Stati Uniti, amanti di Farmhouse Ales, potrebbe assorbire completamente la loro produzione annuale (!), le bottiglie sono equamente destinate alla maggior parte dei paesi europei, Italia inclusa. Dal già vasto  catalogo Brekeriet, fatto per lo più di birre one-off, ecco la Saison Sauvage che viene invece prodotta regolarmente. Etichetta fedele alla scuola minimalista del design scandinavo, che corre però molto vicino al confine della sciatteria, dando l’impressione d’essere quasi stata stampata con un semplice computer tra le mura di casa. Nomen omen, si tratta di una Saison “selvaggia” ovvero fermentata diversi ceppi di lieviti selvaggi e lactobacilli. Il suo carattere rustico, o di “Farmhouse Ale” che dir si voglia, è ben rappresentato all’aspetto: arancio ma piuttosto torbido, reminiscente di un succo di frutta, con una piccola testa di schiuma biancastra un po’ grossolana e molto poco persistente. L’aspetto  non è evidentemente il suo punto di forza ma al naso c’è già il riscatto: evidenti le note lattiche ed aspre di frutta (limone, lime, cedro, mela verde) con un accenno di dolce in sottofondo che richiama l’ananas e qualche frutto tropicale.  Completano il bouquet i sentori meno gradevoli  - ma ruspanti - dei lieviti selvaggi: sudore e quell'odore polveroso e un po' umido che definisco genericamente con il sostantivo di "cantina". L’intensità è ottima, come la pulizia: una ventata di aria fresca che muove i campi di grano, un'aroma solare, mediterraneo. Questa Saison Sauvage ricorda visivamente un succo di frutta ed effettivamente al palato la componente fruttata è quella dominante, sopratutto aspra, acerba: mela verde, uva spina, ribes, scorza di limone, lime, pompelmo rosa: la bevuta è assolutamente rinfrescante e dissetante, con un leggero sottofondo dolce che suggerisce la pesca e la polpa dell'arancia. Bene il mouthfeel, leggero e vivacemente carbonato, per una Farmhouse Ale acida che scorre con grandissima facilità. Il finale è leggermente amaro (lattico) e zesty ma è sopratutto secco, secchissimo: bevetela in estate, se volete trovare sollievo dal caldo: l'intensità è buona, mentre l'eleganza e la pulizia sono effettivamente al livello di quelle "farmhouse ales" che i contadini bevevano in estate per dissetarsi durante le lunghe e faticose giornate di lavoro nei campi. Più sostanza che apparenza, quindi: poco importa se nel bicchiere è tremendamente torbida e se il gusto risulta un po' rozzo, rustico, non molto raffinato: il risultato finale è sincero, convincente e  disseta regalando anche qualche emozione. Il prezzo non è  invero popolare ma per questa volta la soddisfazione è alta.Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 3, scad. 16/02/2017, 15.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Molen Rasputin Bourbon BA

Delle innumerevoli versioni Barrel Aged di Rasputin del birrificio olandese De Molen, Ratebeer ne conta quasi una decina. A disposizione ho forse quella più "classica", affinata presumibilmente 12 mesi in botti ex-Bourbon. Devo fare una premessa: è da un paio d'anni che non stappo una De Molen davvero soddisfacente. Qualcosa alla spina di buono l'ho anche bevuto di recente, ma la consistenza qualitativa delle bottiglie negli ultimi anni è stata alquanto altalenante, complice (anche, forse) il cambio dell'impianto produttivo e, nel caso specifico della Rasputin, sembra ci sia anche stato un cambiamento del ceppo di lievito utilizzato. A peggiorare le cose ha probabilmente contribuito la volontà del birrificio di mettere comunque in commercio anche birre "infette" o che non erano venute come da manuale e torno a citare la testimonianza raccontatovi in occasione della Rasputin "regolare" di un cliente che ha contattato direttamente il birrificio: "ne ho parlato con loro  e sapevano che c'era un infezione lattica, ma erano ugualmente soddisfatti del modo in cui la birra era venuta e quindi l'hanno messa in commercio".Ma torniamo alla birra di oggi. Imbottigliata nel 2013, rientra presumibilmente in tra le Rasputin prodotte nel 2012, con le quali ho avuto una poca gratificante esperienza giusto un anno fa. Per fortuna le De Molen in cantina sono ormai terminate. “Imperial Stout-ish”,  così definisce  De Molen in etichetta questa Rasputin Bourbon BA, con quell’ “-ish” quasi a voler mettere le mani avanti per scusarsi in caso d’insoddisfazione cliente. Che non sia una classica imperial stout è evidente sin dal colore, davvero poco attraente: tonaca di frate, torbido, con qualche riflesso ambrato. La schiuma è assente, ma qualche bolla grossolana si forma ugualmente al bordo del bicchiere. Al naso non c’è nulla che ricordi un’imperial stout, ma ci sono evidentissime tracce del passaggio in botte: l’aroma è tuttavia intenso, gradevole e pulito, dolce, con forti sentori di bourbon, caramello, uvetta,  cocco, ciliegia sotto spirito, porto, pelle/cuoio, legno. In sottofondo spunta anche una leggerissima affumicatura. In bocca le bollicine sono quasi assenti, il corpo è medio e la consistenza piuttosto leggera: da un lato è agevolata la facilità di bevuta, dall’altro si sente un po’ la mancanza di solide “fondamenta” a supporto di una gradazione alcolica considerevole (11.4%). Passano in rassegna caramello, uvetta, prugna e ciliegia sotto spirito,  note di porto e vino liquoroso (con l’ossidazione che si porta anche dietro una leggerissima punta di cartone bagnato),  legno: la dolcezza è bilanciata da una leggera asprezza di frutti rossi acerbi.  Passata la delusione per non aver bevuto un’Imperial Stout, rimane comunque la soddisfazione di una birra intensa, molto morbida e gradevole ma  più simile ad un barley wine ben invecchiato, con il bourbon che si fa sentire solamente a fine corsa, diventando protagonista di un lungo retrogusto caldo e avvolgente.  Peccato solo per qualche passaggio a vuoto in bocca che rende la bevuta complessivamente meno gratificante di quello che potrebbe essere, risultando a tratti un po’ slegata e quasi “acquosa”.  Ci si potrebbe anche accontentare, ma visto che al passaggio in legno corrisponde sempre un prezzo “premium”, è lecito aspettarsi di più. Formato. 33 cl., alc. 11,4%, IBU 46, imbott. 28/11/2013, scad. 28/11/2038, 8.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

NovaBirra Big Nose Triple

Secondo appuntamento con NovaBirra, beerfirm belga fondata da Emanuele Corazzini, rientrato in Belgio dopo sei anni passati negli Stati Uniti, per dare vita al suo progetto inaugurato nel 2008 in quel di Braine-l'Alleud (una trentina di chilometri a sud di Brussels) come un “Atelier de Brassage” dove poter comprare e degustare birre, partecipare a laboratori e soprattutto imparare l’homebrewing. Accannto a queste attività  NovaBirra realizza le proprie ricette su di un impianto pilota e produce poi altrove in volumi più consistenti. Dopo la saison Li P'tite Gayoûle ecco la Tripel  “Big Nose” che dovrebbe essere stata realizzata presso gli impianti di De Ranke, anche se l’etichetta non fa chiarezza in questo senso. “Triple” non solo per il riferimento allo stile interpretato ma anche riguardo ai numero di malti (Pilsner, Pale Ale e Monaco) e luppoli (Nugget, Willamette e dry-hopping di Triskel) utilizzati. All’aspetto si presenta quasi limpida e ramata, con qualche riflesso dorato: la schiuma biancastra è assolutamente perfetta nella sua trama fine, nella sua cremosità, nella sua compattezza e persistenza. La messa in bottiglia dovrebbe risalire all’ottobre 2014 e i dodici mesi passati non sono di certo l’ideale per apprezzare il dry-hopping che è all’orgine del nome scelto (Big Nose): l’aroma è pulito e mantiene comunque un’ottima intensità, quello che viene a mancare è ovviamente la fragranza. Sentori floreali e di miele, marmellata d’arancia amara, frutta candita, biscotto ed una delicata speziatura che suggerisce il pepe ed il coriandolo.Specchio quasi fedele dell'aroma, il gusto ripropone biscotto e miele, caramello, frutta candita, marmellata d'agrumi e zucchero candito. La bevuta è piuttosto dolce e la generosa luppolatura non più fresca aggiunge probabilmente altro carico; c'è comunque una discreta secchezza e un amaro finale intenso quanto basta per riportare equilibrio, anche se le note vegetali non impressionano per raffinatezza. In conclusione rimane un morbido ma ben avvertibile alcool warming, quasi un ammonimento a non fidarsi della facilità di bevuta e a non sottovalutare una birra che, come spesso accade quando si parla di Belgio, nasconde molto bene la propria gradazione alcolica dichiarata. Vivacemente carbonata ma ugualmente morbida e gradevole in bocca, questa Tripel dal corpo medio e dal "grosso naso" paga un po' lo scorrere del tempo ma si difende ancora molto bene, risultando alla fine una birra ben fatta, molto pulita, intensa e facile da bere al tempo stesso, con un generoso profilo luppolo che sicuramente meritava d'essere apprezzato parecchi mesi fa.Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 26T1 OKT14, scad, 21/10/2019, pagata 2.50 Euro (food store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Omnipollo Noa Pecan Mud Cake

Una delle beerfirm più chiaccherate tra quelle arrivate in Italia nel 2015 è senz'altro Omnipollo, la creatura svedese dell’ex-homebrewer Henok Fentie e del socio Karl Grandin, disegnatore grafico di tutte le serigrafie che caratterizzano le bottiglie. A Stoccolma è stato da poco inaugurato  l'Omnipollos Hatt, un bar dove potrete assaggiare le produzioni della beerfirm che attualmente vengono realizzate in Belgio (De Proef) ed in Olanda (De Molen).Nell'ultimo periodo Omnipollo sembra aver definitivamente abbracciato il concetto di "birra disney", elevandolo all'ennesima potenza; alle birre "normali" degli esordi se ne sono affiancate altre sempre più stravaganti, soprattutto IPA con aggiunta di frutta e Imperial Stout arricchite da golosi ingredienti. Nel bene o nel male, sappiatelo.Henok Fentie ha dichiarato che a dodici anni il suo sogno era di diventare un pasticciere; due decenni più tardi prova a coronarlo in forma liquida. Rischiosa ma molto ben riuscita e convincente la Hypnopompa bevuta qualche mese fa, una massiccia imperial stout prodotta con marshmallow e baccelli di vaniglia tahitiana. Una volta realizzata un'ottima "base" di una Imperial Stout diventa facile per lo "chef" sbizzarrirsi e partorirne potenzialmente infinite versioni. Ritento la fortuna con la Noa Pecan Mud Cake che, da quanto ho capito, viene prodotta con aggiunta di pecan (noce americana) e di caramello; la "mud cake" è invece la cosiddetta "torta di fango" americana, così chiamata in quanto dopo la cottura mantiene un interno di cioccolato morbido e denso, simile appunto al fango. Viene realizzata presso gli impianti di De Molen. Assolutamente nera, forma una bella testa di schiuma beige scuro cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  L'aroma trasporta idealmente in una pasticceria: praline di cioccolato al latte, granulato di arachidi, pecan, vaniglia, cacao in polvere, gianduia, fudge, caffellatte, nocciolato e senz'altro avrò dimenticato qualcosa; i profumi sono ovviamente molto dolci e quasi sfacciati, riuscendo tuttavia a mantenere una certa eleganza senza dare nessuna impressione d'artificiosità.  Un "naso" così goloso invoglia ad assaggiare la birra subito, senza indugiare: bene la sensazione palatale con poche bollicine ed una consistenza più oleosa che cremosa, comunque abbastanza morbida. Il gusto inizia continuando il percorso dell'aroma in forma di dessert liquido: biscotto, pan di spagna imbevuto nell'alcool, cacao, gianduia, vaniglia, arachidi e frutta secca. La prima parte della bevuta, dolce, è golosa quasi quanto l'aroma ma poi la birra si perde un po' per strada: l'ABV dichiarato è 11% ma l'alcool è fin troppo nascosto, facendo sentire la sua mancanza. La dolcezza, più che dall'etilico, è stemperata dall'acidità dei malti scuri e da un finale amaro dove le tostature non sono eleganti come dovrebbero e spunta una nota terrosa che mi pare un po' fuori dal contesto di una birra-dessert: io avrei preferito l'amaro del caffè o del cioccolato fondente. Nel retrogusto ci sono una carezza etilica troppo timida ed una nota di cenere/affumicato. Molto più convincente al naso che al palato, la Noa Pecan Mud Cake di Omnipollo non va comunque presa troppo sul serio: chiamatela se volete "birra-Disney", ovvero una sorta di gioco, divertente, che può far inorridire alcuni o piacere ad altri. Personalmente ho sentito la mancanza di corpo e di cremosità al palato: se birra-dessert dev'essere, la vorrei davvero quasi masticare. Anche l'alcool è troppo timido: i sapori in gioco sono tanti ma non perfettamente amalgamati tra loro e la loro l'impalcatura andrebbe  meglio sostenuta con maggior "warming etilico". Immagino sia quello che accade nella sua immancabile versione barricata "Noa Bourbon": sappiatelo prima di procedere all'(esoso)acquisto di una o dell'altra.Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto e scadenza non riportati, 9.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.