Saison Dupont Cuvée Dry Hopping 2015

Lo dichiaro subito apertamente: mi è difficile essere imparziale quando si tratta di Saison Dupont. E’ una birra che amo e che berrei ogni giorno e in ogni stagione, prima, durante o dopo un pasto. E’ una birra che dietro ad una straordinaria facilità di bevuta rivela una bella complessità di profumi e sapori ed ha un elevatissimo rapporto qualità prezzo (soprattutto se riuscite ad acquistarla nei posti “giusti”). Nel 2010 Olivier Dedeycker, direttore e birraio della Brasserie Dupont, annuncia una novità che è in realtà un ritorno al passato; una versione di Saison con dry-hopping, come la Dupont era solita produrre sino agli anni ’60.  La prima edizione – riservata al mercato domestico e ai “migliori” clienti  - consiste in 250 fusti e 500 bottiglie magnum; negli anni successivi si ripete la produzione, una volta l’anno, in quantità sempre maggiori. Ogni anno Dedeycker seleziona una diversa varietà di luppolo i cui fiori (no pellets) vengono utilizzati per il dry-hopping.  Nel 2013 fu utilizzato l'alsaziano Triskel, mentre nel 2014 è stata la volta del Challenger, coltivato in Belgio: fu proprio questa versione che riuscii ad assaggiare qualche mese fa, purtroppo dopo quasi un anno dalla sua messa in bottiglia, un lasso di tempo non certo ottimale per apprezzare l’apporto del dry-hopping. Questa volta sono stato più fortunato e a distanza di qualche mese posso già stappare l’edizione 2015, messa in vendita lo scorso luglio; il luppolo scelto è l’inglese Minstrel, una varietà ottenuta dalla Charles Faram &  Co Ltd incrociando (se le informazioni  che ho trovato in internet sono corrette) Cascade e Sovereign; il produttore sul proprio sito utilizza descrittori come “Herbal, Orange, Spiced Berries”.Il suo colore è il tipico arancio con riflessi dorati, opalescente: la testa di schiuma è perfettamente bianca e compatta, cremosa ed ha una lunga persistenza. Pulizia ed eleganza spalancano le porte di un "naso" ricco di sentori floreali ed erbacei, pane e crackers, una delicata punta di pepe bianco e di banana, scorza di limone, polpa e scorza d'arancia; a completamente il carattere rustico di paglia, terriccio umido, qualche traccia di sughero. Il "mouthfeel" è una sorta di manuale di come dovrebbe essere una saison: corpo "quasi" medio, vivaci bollicine che tuttavia non le precludono di risultare comunque morbida, massima scorrevolezza. In bocca c'è tutto lo splendore di una classica Saison Dupont: pane, crackers, un tocco di miele, il dolce fruttato di arancia, albicocca e pesca, la delicata speziatura (pepe) che corre a braccetto con le bollicine. E' solo a fine corsa che noto qualche divergenza tra questa Cuvée Dry Hopping 2015 ed una classica Saison: è l'amaro ad essere un po' più intenso e marcato del solito, con le classiche note erbacee, terrose e leggermente "zesty" che fanno qualche sconfinamento in territorio resinoso. Inutile ricordare come l'alcool sia ben nascosto in una saison dalla scorrevolezza impressionante e dalla bevibilità "assassina". Birra pulitissima ed intensa, superbamente bilanciata tra dolce, amaro, una lieve acidità ed una perfetta attenuazione che la rende un indispensabile strumento per rinfrescarsi e dissetarsi. Bottiglia in splendida forma di Cuvée Dry Hopping che si mantiene piuttosto fedele alla "madre", costituendone di fatto una leggera variazione probabilmente non necessaria, se non che costruisce di fatto una scusa (come se ce ne fosse bisogno) per stappare e bersi un'altra Dupont. Alleluia! Formato: 37.5 cl., alc. 6.5%, lotto 15215A 10:07:55, scad 07/2018, pagata 1,60 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio del Ducato Beersel Morning 2013

L’episodio è quello raccontatovi qualche anno fa accaduto a Berseel, comune belga situato alle porte meridionali di Bruxelles con un passato ricco, come quello di tanti altri comuni della provincia del Brabante Fiammingo,  di produttori di Lambi(e)k e di assemblatori di Geuze (Geuzestekerij). Oud Beersel e Drie Fonteinen  sono gli unici ad aver superato le difficoltà economiche e ad essere ancora in attività;  il primo è rinato dalle proprie ceneri nel 2005, quando l’azienda fondata  (1882) da Henri Vandervelden  è stata  rilevata da  Gert Christiaens. Il secondo è di fondazione più recente: era il 1953 quando Gaston Debelder acquistò il 3 Fonteinen Café da Tisjke e Maree Potter iniziando la sua attività di assemblatore di lambic  per poi passare il testimone al figlio Armand alla fine degli anni ’90. E’ in questo periodo che 3 Fonteinen acquista un impianto diventando così anche un produttore di lambic, e non solo un assemblatore di quelli acquistati altrove. Il 16 maggio 2009 a causa di un termostato guasto (secondo la versione “ufficiale”) la temperatura della sala di fermentazione passa da 16 a 60 gradi. Il risultato, quantificabile in oltre 200.000 euro di danni, parla di quasi cinquantamila litri di  lambic da buttare via: in parole povere, ciò significa anche l'impossibilità per i prossimi tre anni di utilizzare il proprio lambic per l'assemblaggio di geuze. La bancarotta viene evitata con la vendita dell'impianto appena installato; una piccola parte di quel lambic viene distillato (Eau de Vie van Oude Geuze) e venduto con l'apposito scopo di racimolare fondi per la ripartenza. Da un amico americano arriva invece il suggerimento di immettere sul mercato delle edizioni limitate assemblate con i lambic degli anni precedenti, da vendere ad un prezzo più elevato; nel 2010 arrivano quattro speciali blend, diciassettemila bottiglie dedicate alle quattro stagioni e vendute in un'elegante confezione: Lente, Zomer, Herfst  e Winter. L’aiuto a Gaston Debelder arriva anche da alcuni birrai italiani: Giovanni Campari del Birrificio del Ducato si reca in Belgio per acquistare il contenuto di tre botti di lambic di 18 mesi che viene pompato in una cisterna e trasportato in Italia. Il lambic viene “blendato” (18%) con la saison New Morning e il risultato, imbottigliato manualmente, viene lasciato ad affinare per almeno 12 mesi.  Per le versioni più recenti il lambic di 3 Fonteinen è stato sostituito da quello di Oud Beersel. Bottiglia anno 2013 e birra che arriva nel bicchiere con un colore a metà strada tra il dorato e l’arancio, velato; la schiuma biancastra, benché generosa,  non è molto compatta e si dissipa piuttosto rapidamente. L’aroma è molto pulito e inizialmente dominato dai profumi tipici del lambic: lattico, sudore, legno, cuoio e cantina. E’ solo in un secondo tempo che la  componente “saison” mette la testa fuori dal guscio regalando sentori più “rassicuranti” di fiori, agrumi, una delicata speziatura, un accenno di ananas.  La bevuta, per chi non ha familiarità con le fermentazioni spontanee, risulta meno “spiazzante” dell’aroma: l’ingresso (pane e cereali) è forse un po’ timido ma poi è uno splendido susseguirsi di note aspre (uva, mela acerba, agrumi) e lattiche sostenute da un elegante “sottofondo” dolce che richiama il miele, la pesca e l’ananas, fino ad arrivare alla chiusura leggermente amara di nocciolo di pesca e acido lattico.  La bevuta è fresca e vibrante, sostenuta da una carbonazione molto vivace e da una grande secchezza che invoglia a bere ed a ribere: il risultato è una birra rustica, dissetante e molto rinfrescante, se bevuta a bassa temperatura. Lasciatela arrivare a temperatura ambiente se volete far emergere la delicata vinosità del lambic invecchiato, capace di portare in superficie un leggero tepore di quell'alcool che sino ad allora era stato praticamente impercettibile.Beersel Morning, ovvero un matrimonio assolutamente ben riuscito tra un lambic ed una saison: a due anni di distanza dall'imbottigliamento la parte "selvaggia" è già predominante ma non al punto da risultare indigesta a chi non ha esperienza con le birre acide. Bevetela subito se volete che l'asticella dell'equilibrio si orienti verso il lato "saison", oppure dimenticatevela in cantina per gli anni a venire. Ci sarebbe da farne scorta ed aprirne una bottiglia ogni tanto, ma purtroppo il suo costo rende molto difficile l'operazione.Formato: 75 cl., alc. 6.2%, lotto BM140 13, scad. 09/2033, pagata 17.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

St Feuillien Saison

La Brasserie Saint Feuillien viene fondata nel 1873, dalla famiglia Friart, a Le Roeulx; prende il nome da un missionario irlandese, Saint Foillan o Faelan (nato nel 655) che morì decapitato in quella che era una foresta prima della costruzione di Le Roeulx; sul luogo del suo decesso, i suoi discepoli costruirono nel 1125 una cappella che poi divenne l'Abbazia di Premontres, in seguito nota come l'Abbazia di St. Feuillien da Roeulx. L'edificio venne poi distrutto durante i tumulti della Rivoluzione Francese. Il birrificio continuò ad operare sino al 1980, quando venne chiuso; la famiglia Friart continuò comunque ad operare come distributore di bevande e di birra, mentre la produzione di alcune birre continuò presso gli impianti della Du Bocq. Nel 1988 alcuni eredi (Benoit e Dominique Friart) riaprirono il birrificio a nome Brasserie Friart, ricambiandone poi il nome nel  2000. Nel primi anni la produzione si occupò soprattutto di produrre su commissione Heineken il marchio Affligem, continuando invece a realizzare la proprie birre presso la Du Bocq. Solamente negli ultimi anni, a seguito dell'ampliamento degli impianti produttivi, la maggior parte delle birre St. Feuillien sono tornate "a casa". Al tempo stesso il birrificio ha intensificato i rapporti commerciali con gli Stati Uniti: ricordo la Black Saison (2009) realizzata assieme ai californiani di Green Flash che appaltano poi la produzione europea della loro West Coast IPA proprio alla  St. Feuillien.E' proprio su specifica richiesta dell'importatore americano che Dominique Friart decide nel 2009 di realizzare una Saison; l'etichetta utilizza infatti il termine "farmhouse ale" tanto di moda oggi negli Stati Uniti, viene effettuate un dry-hopping e c'è l'inusuale aggiunta di liquirizia: il suo debutto in società avviene a New York, e nel continente americano può vantarsi di essere la prima (e l'unica, credo) Saison belga ad essere venduta anche in lattina.Si presenta di un bel color oro carico, velato, e la tipica generosa  testa di schiuma bianca, cremosa e "croccante", compatta e molto persistente. Al naso spiccano i sentori di fiori bianchi, di cereali e agrumi (mandarino e arancia), pera, miele millefiori ed una delicata speziatura che porta ricordi di coriandolo e pepe. L'intensità è solo discreta, ma nulla da eccepire per quel che riguarda la pulizia. Nessuna sorpresa al palato, dove ci sono tutte le caratteristiche tipiche dello stile: vivaci bollicine, corpo medio, un'ottima scorrevolezza e alcool (6.5%) quasi non pervenuto. La bevuta è ricca di certezze ma avara di sorprese, muovendo i propri passi sulle note del pane e dei cereali, del dolce della pesca, della polpa d'arancia e dell'albicocca, bilanciati da una leggera acidità e da una chiusura delicatamente amara, terrosa e leggermente zesty. L'equilibrio regna, la speziatura è molto delicata, l'intensità è discreta e rivelando un po' di timidezza: ne beneficia senz'altro la bevibilità, davvero altissima, nonostante la secchezza non sia impeccabile ed il palato si ritrovi avvolto da una leggera patina dolce. Una Saison che svolge comune il suo compito con onore: ci si disseta e ci si rinfresca con gusto, senza tuttavia provare grosse emozioni.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 6391 11:35, scad. 29/03/2017, pagata 1.31 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Nøgne Ø / Bridge Road Aurora Australis

Ci vogliono circa 38 ore e almeno tre scali per andare in aereo da Grimstad, Norvegia, dove ha sede il birrificio Nøgne Ø  a Beechworth, in Austrialia, presso la Bridge Road Brewers. Immaginate di dover percorrere il tragitto via mare, attraversando due oceani: è questo il lungo viaggio al quale sono stati sottoposti alcuni barili di birra, facendo rivivere un'antica tradizione norvegese nata da un curioso "incidente" avvenuto nel diciannovesimo secolo, quando un distillatore aveva spedito dei barili in Australia; le vendite non furono buone, e cinque barili invenduti furono rispediti in Norvegia dopo un po' di tempo. Al loro arrivo, il produttore notò come il distillato risultasse più morbido e ricco: il miglioramento fu attribuito, oltre che alla permanenza in botte, agli scuotimenti subiti nella stiva della nave e alle variazioni climatiche incontrate nel viaggio oceanico. Ancora oggi, i barili della Linie Aquavit vengono caricati su una nave e spediti in giro per il mondo; sul sito del produttore, inserendo la data impressa sulla bottiglia è possibile risalire all'esatto itinerario percorso.Nøgne Ø  e Bridge Road Brewers avevano già collaborato assieme realizzando la India Saison. Il loro secondo incontro avviene a distanza: in Norvegia viene prodotta una Quadrupel che viene poi messa in botti ex-whisky e spedita in Australia via nave, senza refrigerazione: prende il nome di Aurora Borealis. Nell'altro emisfero, la Bridge Road produce la stessa Quadrupel, la mette in barili che avevano contenuto Pinot Nero e li imbarca per la Norvegia, dove viene poi imbottigliata con il nome di Aurora Australis.Bottiglia millesimo 2012, che riempie il bicchiere - dopo un leggero gushing - di un bel color tonaca di frate scuro, dai riflessi ambrati: la schiuma beige è molto generosa. L'aroma è molto interessante, con una bella complessità fatta di sentori di legno e frutti di bosco, zucchero caramellato, prugne e fichi disidratati, vaniglia e tracce di vino liquoroso, porto. Eccellente la pulizia, bene l'eleganza. Il suo corpo è tra il medio e il pieno, con una carbonazione sottile e abbastanza contenuta: la consistenza oleosa la rende morbida e molto gradevole al palato. La bevuta inizia piuttosto dolce di caramello, prugna, uvetta sottospirito e vino liquoroso, per poi essere bilanciata da note aspre di frutti rossi e uva acerba; in sottofondo ci sono le note legnose, l'alcool scalda quanto basta per attenuare il dolce e riscaldare il palato, mentre è nell'ultima parte della bevuta che emerge chiaramente il suo carattere vinoso trasmesso dall'invecchiamento in botte, sopratutto nel bel finale ricco di tannini che apportano secchezza ed una leggerissima nota amaricante. E' una Strong Ale /Quadrupel davvero interessante che si sorseggia lentamente con grande soddisfazione: pulita e molto ben fatta, bilanciata, morbida, calda, avvolgente, perfetta per chiudere in tranquillità una delle tante frenetiche giornate di lavoro viaggiando con il pensiero nei silenziosi panorami norvegesi.Formato: 25 cl., alc. 11%, IBU 30, lotto 866B, imbott. 20/12/2012, scad. 20/12/2017, pagata 10,22 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Maeght van Gottem

Avevo  già avuto a che fare con il “Doctor Canarus” alias Piet Meirhaeghe un po’ di anni fa;   appassionato birrofilo, Piet inizia con con l’homebrewing principalmente per il consumo personale. Nel 1993 si trasferisce da Astene a Gottem dove conosce uno dei direttori del birrificio Riva di Dentergem e due settimane dopo l’incontro viene assunto a lavorare. Per un po’ di anni Piet produce la sua birra in casa al mattino presto prima di recarsi sul lavoro, arrivando ad assemblare con mezzi di fortuna un impianto che gli consente di produrre 70 litri da “vendere” ad amici e conoscenti; dalla Riva ottiene il permesso di portare a casa alcune vecchie caldaie non più utilizzate  e pian piano realizza cotte “casalinghe” da 200 litri. Nel 1999 acquista un casolare vicino alla chiesa di Gottem, lo ristruttura e in una parte del fabbricato installa il proprio birrificio aumentando la capacità a 800 litri grazie all’acquisto di altre attrezzature usate; nel 2002 decide di abbandonare la Riva (dove non erano molto entusiasti della sua attività parallela) per aprire ufficialmente il proprio microbirrificio. Dalla Germania arrivano due fermentatori usati da  1250  e 3000 litri ma la capacità produttiva rimane insufficiente a soddisfare tutte le richieste Piet va a produrre alcune birre alla Deca di Vleteren e da De Proef.  Nel 2011 acquista un’imbottigliatrice usata e nel 2012 un’etichettatrice proveniente dalla Germania. Rimane da raccontare del nome “sint canarus” (“sempre ubriaco”), una parodia del motto "da semper paratus" ("sempre pronti") dei Vigili del Fuoco del vicino paese di Deinze, e di una birra che il Doctor Canarus produce per la prima volta nel 2011, “De Maeght van Gottem”. La “Vergine di Gottem” diventa famosa per contenere all’interno di ogni bottiglia un cono di luppolo; un artifizio non del tutto nuovo, un “dry-hopping” in bottiglia che sicuramente molti homebrewer avranno provato nei loro esperimenti casalinghi. Per la realizzazione dell’etichetta viene organizzato un concorso che vede vincitore Bart Simoens con la sua interpretazione di “vergine” vestita di un verde cono diluppolo.  Fate attenzione quando stappate una bottiglia di De Maeght van Gottem: il cono di luppolo EK Goldings  depositato sul fondo della bottiglia verrà immediatamente espulso dal collo con un leggero gushing che si riesce comunque a controllare senza troppa difficoltà. Il suo colore si colloca tra l'arancio ed il dorato, opaco, sormontato da una generosa schiuma biancastra, pannosa e un po' scomposta, dalla buona persistenza. Nonostante il luppolo sia protagonista fuori e dentro la bottiglia, la mano esecutrice  è quella belga e quindi non aspettatevi un'ondata amara. L'aroma è piuttosto bilanciato tra pane, biscotto, frutta secca, una delicata speziatura e sentori di arancio e mandarino; purtroppo quando la schiuma svanisce e la birra si scalda emerge anche un po' di gomma bruciata. Il gusto è meno pulito dell'aroma, ma inizia abbastanza bene con miele e biscotto seguiti dal dolce dell'albicocca matura, della pesca e della polpa d'arancia; fin qui quasi tutto bene, ma il finale amaro è infestato dalla stessa presenza  di gomma dell'aroma, sempre più evidente man mano che la birra si scalda. Le bollicine sono vivaci e rendono agile una birra dal corpo medio-leggero che scorre con facilità: la bevuta però è praticabile solo per metà, rovinata da un finale sgradevole che purtroppo cancella quanto di buono l'ha preceduto.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto A, scad. 05/2017, pagata 3.75 Euro (beershop, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Maeght van Gottem

Avevo  già avuto a che fare con il “Doctor Canarus” alias Piet Meirhaeghe un po’ di anni fa;   appassionato birrofilo, Piet inizia con con l’homebrewing principalmente per il consumo personale. Nel 1993 si trasferisce da Astene a Gottem dove conosce uno dei direttori del birrificio Riva di Dentergem e due settimane dopo l’incontro viene assunto a lavorare. Per un po’ di anni Piet produce la sua birra in casa al mattino presto prima di recarsi sul lavoro, arrivando ad assemblare con mezzi di fortuna un impianto che gli consente di produrre 70 litri da “vendere” ad amici e conoscenti; dalla Riva ottiene il permesso di portare a casa alcune vecchie caldaie non più utilizzate  e pian piano realizza cotte “casalinghe” da 200 litri. Nel 1999 acquista un casolare vicino alla chiesa di Gottem, lo ristruttura e in una parte del fabbricato installa il proprio birrificio aumentando la capacità a 800 litri grazie all’acquisto di altre attrezzature usate; nel 2002 decide di abbandonare la Riva (dove non erano molto entusiasti della sua attività parallela) per aprire ufficialmente il proprio microbirrificio. Dalla Germania arrivano due fermentatori usati da  1250  e 3000 litri ma la capacità produttiva rimane insufficiente a soddisfare tutte le richieste Piet va a produrre alcune birre alla Deca di Vleteren e da De Proef.  Nel 2011 acquista un’imbottigliatrice usata e nel 2012 un’etichettatrice proveniente dalla Germania. Rimane da raccontare del nome “sint canarus” (“sempre ubriaco”), una parodia del motto "da semper paratus" ("sempre pronti") dei Vigili del Fuoco del vicino paese di Deinze, e di una birra che il Doctor Canarus produce per la prima volta nel 2011, “De Maeght van Gottem”. La “Vergine di Gottem” diventa famosa per contenere all’interno di ogni bottiglia un cono di luppolo; un artifizio non del tutto nuovo, un “dry-hopping” in bottiglia che sicuramente molti homebrewer avranno provato nei loro esperimenti casalinghi. Per la realizzazione dell’etichetta viene organizzato un concorso che vede vincitore Bart Simoens con la sua interpretazione di “vergine” vestita di un verde cono diluppolo.  Fate attenzione quando stappate una bottiglia di De Maeght van Gottem: il cono di luppolo EK Goldings  depositato sul fondo della bottiglia verrà immediatamente espulso dal collo con un leggero gushing che si riesce comunque a controllare senza troppa difficoltà. Il suo colore si colloca tra l'arancio ed il dorato, opaco, sormontato da una generosa schiuma biancastra, pannosa e un po' scomposta, dalla buona persistenza. Nonostante il luppolo sia protagonista fuori e dentro la bottiglia, la mano esecutrice  è quella belga e quindi non aspettatevi un'ondata amara. L'aroma è piuttosto bilanciato tra pane, biscotto, frutta secca, una delicata speziatura e sentori di arancio e mandarino; purtroppo quando la schiuma svanisce e la birra si scalda emerge anche un po' di gomma bruciata. Il gusto è meno pulito dell'aroma, ma inizia abbastanza bene con miele e biscotto seguiti dal dolce dell'albicocca matura, della pesca e della polpa d'arancia; fin qui quasi tutto bene, ma il finale amaro è infestato dalla stessa presenza  di gomma dell'aroma, sempre più evidente man mano che la birra si scalda. Le bollicine sono vivaci e rendono agile una birra dal corpo medio-leggero che scorre con facilità: la bevuta però è praticabile solo per metà, rovinata da un finale sgradevole che purtroppo cancella quanto di buono l'ha preceduto.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto A, scad. 05/2017, pagata 3.75 Euro (beershop, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Retorto Black Lullaby

Ritorna sul blog dopo una colpevole assenza di oltre un anno il birrificio piacentino Retorto, guidato dal  birraio Marcello Ceresa che, dopo l’homebrewing e le esperienze formative presso il brewpub Docks e soprattutto Toccalmetto  si è messo in proprio  con l’aiuto del fratello Davide e della sorella Monica. Dal  debutto del 2012 Retorto ha ottenuto numerosi riconoscimenti nei concorsi nazionali (CIBA e Birra dell’Anno); oltre al formato 75 sono finalmente da un po’ di tempo arrivate anche le più piccole trentatré centilitri con un completo restyling delle etichette. Dopo la Daughter of Autumn ecco un’altra birra che ben si presta all’arrivo della stagione autunnale e ai primi freddi: Black Lullaby, una Strong Dark Ale belga che nel CIBA 2012 fu eletta come la migliore nella categoria Belgian Pale Ale, Belgian Strong Ale, Dubbel, Dark Strong Ale e come miglior birra in assoluto di tutta la manifestazione.  Il successo nella categoria stilistica si è poi ripetuto nel CIBA 2014. Black Lullaby di Retorto tiene fede al suo nome, presentandosi di color tonaca di frate molto scuro e con bel cappello di schiuma beige, compatto e “croccante”, cremoso, dalla buona persistenza. Al naso è notevole l’espressività del lievito belga, con i suoi esteri fruttati (mela al forno, pera) ed il delicato tocco di spezie che ben s’amalgamano con i profumi del biscotto al burro, frutta secca, ciliegia e uvetta, zucchero candito e caramello, cioccolato al latte. Eccellente la pulizia, ottima l’intensità e bevuta che prosegue senza deludere le aspettative: caramello, biscotto, qualche accenno di panettone, uvetta, prugna e frutta secca. Anche il gusto è molto pulito ed equilibrato, con la dolcezza che viene stemperata dalla vivace carbonazione, dall’ottima attenuazione e dall’alcool, che scalda (e riscalda) asciugando il palato senza mai bruciarlo; il finale è lungo e morbido, ricco di frutta sotto spirito. Dark Lullaby è una convincente interpretazione di una strong dark ale belga che lascia molto soddisfatti, con  il lievito lavora benissimo caratterizzando la birra con molta eleganza; volendo fare i pignoli le bollicine sono all’inizio un po’ eccessive anche per il DNA belga, ma basta avere qualche minuto di pazienza. L’alcool non disturba affatto e, anche se  non nascosto in modo “subdolo” alla maniera belga, si fa sentire quel tanto che basta per  tenere fede al nome della birra: una calda  “ninna nanna scura” che, dopo aver finito il bicchiere, vi accompagna direttamente tra le braccia di Morfeo.Formato: 33 cl., alc. 8.3%, IBU 20, lotto 14073, scad. 04/2016, pagata 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dupont Triomfbier Vooruit

Nel diciannovesimo secolo la città belga di Gand/Ghent era un importante polo industriale, dominato dall'industria tessile; i lavoratori erano spesso sottoposti a massacranti turni di dodici ore per poi ritornare a dormire in degradati alloggi privi di ogni forma d'igiene. Edward Anseele nel 1880 fondò la cooperativa sociale Vooruit: si trattava inizialmente di un panificio dove gli associati potevano acquistare il pane ricevendo in cambio, nel corso dell'anno, una parte del ricavato sottoforma di buono spesa da poter utilizzare per altri acquisti di prodotti della cooperativa. Ben presto oltre al pane arrivò il caffè, il vestiario, una biblioteca, un bar e una sala dove potersi incontrare, dando così inizio al primo circolo "socialista" di Gand. I benefici per gli associati furono sempre maggiori; chi non poteva lavorare per malattia avevano gratis pane e assistenza medica, i membri più anziani ricevevano una piccola pensione basata sul volume dei loro acquisti presso la cooperativa.Ma Anseele si spinse oltre: visto che le condizioni di lavoro nelle fabbriche di Gand erano pessime, fondò lui stesso un mulino, un birrificio e uno zuccherificio assumendo personale retribuendolo in modo migliore; nel 1913 la cooperativa fondò anche una banca. La necessità di ampliare i locali portò all'acquisto di un terreno nel centro di Gand dove fu poi costruito nel 1913 l'edificio che oggi ospita il centro culturale Vooruit; il palazzo sopravvisse alle due guerre mondiali in quanto sequestrato dai tedeschi che lo trasformarono in una sorta di dormitorio per i propri soldati. Nel 1946 la cooperativa rientrò in possesso dei locali, ma con il passare degli anni il Vooruit entrò in crisi; gli operai iniziavano a migliorare il proprio livello di vita e preferivano quindi spendere i propri soldi in altri luoghi più attraenti. Il cinema ed i concerti che si tenevano nella sala spettacoli non erano più redditizi ed il palazzo necessitava di profondi interventi di restauro per i quali non c'erano le risorse comiche; negli anni '70 l'unico luogo ad essere ancora aperto era il bar, ma gli incassi non bastavano a coprire le spese. Un gruppo di giovani ottenne l'uso della sala concerti negli anni '80, sul cui palco si esibirono molti artisti locali; lavoratori volontari s'incaricarono di ripulire i locali dagli escrementi e dalle carcasse di piccioni che si erano accumulati nel corso del tempo. Qualche anno dopo l'edificio ebbe il riconoscimento di "monumento nazionale" e furono finalmente stanziati i fondi necessari per il restauro, portato a termine nell'anno 2000. Al Vooruit si esibirono, tra gli altri,  i Nirvana, Sinéad O’Connor e  the Red Hot Chili Peppers; furono organizzate mostre, dibattiti, eventi culturali. Oggi al Kunstencentrum Vooruit lavorano circa un centinaio di persone che accolgono oltre trecentomila visitatori l'anno.Nel 2013 il centro decide di celebrare il suo centenario riportando in vita una delle birre che un tempo venivano prodotte dal birrificio "sociale": è la Triomfbier, la cui realizzazione viene affidata alla Brasserie Dupont. Gli ingredienti sono tutti biologici, con una piccola percentuale di malto torbato.All'aspetto è di color ambrato chiaro, opaco, con una schiuma biancastra cremosa un po' scomposta e non molto persistente. Il naso è pulito e discretamente intenso, con il lievito di casa Dupont ben in evidenza: una leggera speziatura dalla quale emerge soprattutto il pepe, gli esteri fruttati (arancia, albicocca), le note maltate di biscotto; l'affumicatura è davvero leggera e si avverte solo quando la birra si scalda. La carbonazione è belga, tipicamente vivace, con un corpo medio-leggero e la grandissima scorrevolezza di tutte le birre Dupont. L'affumicato è molto delicato anche in bocca, dove c'è una fragrante base maltata (biscotto e miele) seguita dal dolce della pesca, dell'albicocca e dell'arancia; l'intensità scende un po' troppo bruscamente nel finale terroso ed erbaceo, piuttosto corto e "macchiato" da un breve passaggio acquoso che di fatto "spegne" la birra, forse volutamente, per permettere alle note di torba di fare una veloce apparizione nel retrogusto. Equilibrio e pulizia non mancano, l'alcool è ovviamente impercettibile e l'affumicatura ben convive con il carattere belga, un connubio che mi aveva fatto un po' dubitare a priori. Si tratta tuttavia di una convivenza da "separati in casa", nel senso che l'affumicato si percepisce solamente nel momento in cui gli altri profumi e sapori vengono a spegnersi.Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 17276A 09:57:48, scad. 10/2016, pagata 3.10 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Fourpure Hoptart

Il quartiere di Londra è quello di Bermondsey con il suo “beer mile”, ormai noto a qualsiasi birrofilo che si rispetti: a poca distanza l’uno dall’altro ci sono The Kernel, Partizan, Brew By Numbers, Anspach & Hobsday, Bullfinch Brewery e, da ottobre 2013, anche Fourpure. Quest'ultimo viene fondato dai fratelli Daniel e Thomas Lowe, entrambi con un passato da homebrewers; nella loro avventura professionale i due sono aiutati dal birraio John Driebergen, proveniente dalla Meantime. L’impianto da trenta ettolitri arriva dal birrificio  Purity ed e è affiancato da un impiantino pilota da 1 hl. Daniel Lowe  ha lasciato il suo ruolo dirigenziale in azienda di IT per lanciarsi in questo nuovo progetto in un settore in piena espansione. Il nome scelto si riferisce ai quattro elementi fondamentali per produrre la birra: cereali, acqua, lievito e luppolo, mentre il progetto grafico viene affidato all’agenzia Mr. B & Friends. Ma Fourpure è soprattutto il primo microbirrificio inglese a dotarsi da subito di un impianto di messa in lattina di proprietà, con una linea (53 lattine al minuto)  proveniente dalla canadese Cask Brewing Systems  ed in esborso complessivo stimato intorno a 250.000 sterline. Alla Fourpure le ambizioni non mancano, soprattutto quelle di evadere dal solo canale distributivo di pub e beershop; viene raggiunto un accordo con la catena Marriott per la fornitura della Fourpure Pilsner nei bar degli hotel di Londra e anche lo chef stellato Michel Rou mette le birre in carta nei suoi ristoranti La Gavroche, Roux at Parliament Square e Roux at The Landau. Niente di più lontano dagli umili pub di quartiere, insomma. Da qualche mese le Fourpure sono importate anche in Italia.  Per chi passasse da quelle parti, la Tap Room è aperta ogni sabato dalle undici del mettono alle cinque del pomeriggio, con possibilità di bere in loco alla spina o di fare acquisti da portare a casa;  la zona di Bermondsey non dista molto dal London Bridge. A soli due anni dal debutto il portfolio di Four Pour è già piuttosto ampio anche per quel che riguarda la varietà degli stili proposti. Novità dell'estate 2015 è una sour ale , chiamata con il nome poco originale di Hoptart che aiuta comunque a capire senza troppi giochi di parole cosa troverete nel bicchiere.Dorata e leggermente velata, forma una generosa schiuma bianca abbastanza compatta e cremosa, dalla buona persistenza. L'interpretazione di Fourpure di una Berliner Weisse è chiara sin dall'aroma: il massiccio dry-hopping regala un bouquet ancora molto fresco, raffinato e dalla pulizia davvero esemplare. Pompelmo, mandarino, arancia, frutta tropicale (lychee, ananas, mango) e abbondanza di scorza di limone/lime; i profumi sono pungenti, fragranti e ruffiani quanto basta da non risultare mai cafoni. E' difficile staccare il naso dai bordi del bicchiere, e il gusto di questa Hoptart non delude le aspettative create: anche in bocca c'è una pulizia estrema che permette di annotare le note di frumento e di pane, l'asprezza degli agrumi (pompelmo, lime, limone) e della frutta acerba (mela verde, ribes), una punta quasi impercettibile di lattico. In sottofondo c'è una delicata dolcezza (ananas, mango) ad ingentilire le asprezze rendendole più accessibili anche a chi non ha una grossa familiarità con l'acido, mentre spetta all'amaro della scorza d'agrumi il compito di chiudere la bevuta. Fourpure snatura completamente lo stile con un abbondante luppolatura che va a formare una birra fruttatissima, pericolosamente a rischio "succo di frutta"; il risultato è comunque davvero convincente, grazie alla freschezza, all'eleganza e soprattutto ad una pulizia davvero encomiabile. Quasi pleonastico sottolineare la sua grande secchezza, l'enorme potere dissetante e rinfrescante (tipico delle Berliner Weisse) e la stupefacente facilità di bevuta a fronte di un'intensità di gusto sorprendente per una gradazione alcolica piuttosto modesta (3.8%). Difficile tenerla nel bicchiere per più di qualche minuto: Fourpure rischia ma dimostra di saper gestire la sfida con grande maestria, uscendone vincitore con una birra che l'estate reclama a gran voce. Una lattina ricca di freschezza e di sapori, da bere quasi tutta d'un sorso.Formato: 33 cl., alc. 3.7%, scad. 03/2016., pagata 3.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Struise Cuvée Delphine (Vintage 2012)

La storia della Cuvée Delphine del birrificio belga De Struise ve l’avevo in buona parte raccontata in occasione della bevuta della Black Albert. Ricapitoliamo:  l'Ebenezer's Restaurant & Pub di Lovell (Maine, USA), è uno dei templi della birra americana con trentacinque spine ed un impressionante selezione in bottiglia che conta un migliaio di etichette, con ampia selezione vintage. E’ gestito dal 2004 da  Jen e Chris Lively che, nel 2007, contattano gli “amici” Struise per avere una birra speciale da   offrire durante l'annuale Belgian Beer Festival; nasce così la Black Albert, una massiccia “Belgian Royal Stout” (13%) prodotta utilizzando solamente ingredienti belgi e così chiamata in onore di Alberto II, sesto re belga. La birra riscuote un ottimo successo e, terminato il festival, Chris Lively ha l’idea di metterne un po’ ad invecchiare per un anno in botti ex-bourbon; l’esperimento riesce piuttosto bene e tutti i clienti dell’Ebenezer apprezzano molto il risultato. L’operazione è ovviamente replicata in Belgio dagli Struise, che riescono a reperire diverse botti ex-bourbon Four Roses; l’idea iniziale è di chiamare la birra “Four Black Roses”, ma dalla distilleria del  Kentucky non arrivano dei segnali incoraggianti ad utilizzare il loro nome. Con una buona dose d’ironia, gli Struise decidono allora di chiamare la birra Cuvée Delphine, in onore di  Delphine Boël, figlia della baronessa Sybille de Selys Longchamps e - si dice -  figlia illegittima di Alberto II. Fu il libro scritto da Mario Danneels  “Paola, van 'la dolce vita' tot koningin” (biografia non autorizzata  di Paola Ruffo di Calabria, moglie di Alberto II)  ad insinuare per la prima volta nel 1999 l’esistenza di una figlia illegittima di colui che a quel tempo era il Re del Belgio. La casa reale ha ovviamente sempre negato ma nel 2013 la Boël ha citato in tribunale il Re e i suoi due figli (in quanto il Re è protetto dell’immunità) per essere riconosciuta attraverso la prova del DNA; nello stesso anno Alberto II ha abdicato al trono e la Boël ha ritirato la prima denuncia per farne una nuova, questa volta solamente all'ex Re, ora non più immune. Il procedimento giudiziario è ancora in corso. Delphine Boël è anche artista ed ha accettato di realizzare l’etichetta della birra degli Struise, che si compone dell’eloquente scritta “la verità ti renderà libero”.  La prima versione di Cuvée Delphine è datata 2009 con un ABV uguale a quello della Black Albert (13%); l’ultima, imbottigliata a settembre 2014, è la “Vintage 2012”, ad indicare che il tempo passato in botte è stato superiore ai 12 mesi. Il contenuto alcolico è sceso all’11%.Maestosa, altezzosa e "regale" nel bicchiere, Cuvée Delphine manifesta la propria opulenza anche all'apparenza: assolutamente nera, sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color cappuccino, sorprendentemente generosa considerando la gradazione alcolica della birra ed il passaggio in botte. Sin da lontano si può avvertire il suo profumo dolce di bourbon, zucchero di canna, vaniglia, fruit cake, uvetta e prugna, caffè, liquirizia, legno. L'intensità non viaggia forse a pari passo con l'eleganza, ma è un aroma che invita ad portare subito il bicchiere alle labbra: piena, poche bollicine, morbidissima e vellutata, avvolge il palato con una coltre che è tuttavia di densità inferiore rispetto a quella del "genitore" Black Albert. Passano in rassegna, o in parata, bourbon, vaniglia, caramello bruciato, cioccolato fondente, melassa, miele, uvetta e prugna sotto spirito, frutta secca e qualche lieve sentore di cenere. L'ottima pulizia rende abbastanza facile descriverne la complessità: ne risulta un birra estrema ma piuttosto equilibrata tra le sue componenti, con la partenza dolce (bourbon, ma non solo) che viene equilibrata dal calore etilico, dalle tostature e dal caffè. L'alcool scalda senza mai bruciare, e la bevuta non risulta troppo impegnativa: è chiaramente una birra da sorseggiare in tutta tranquillità prendendosi tutto il tempo necessario per assaporarne il sontuoso e lunghissimo retrogusto nel quale il bourbon abbraccia il caffè, il cioccolato amaro e, idealmente, chi ha il bicchiere in mano.In sintesi: prendi un'ottima birra (la Black Albert), mettila dentro ad una botte e difficilmente sbaglierai; non a caso ne esistono ormai quasi infinite varianti, alcune davvero troppo esose: la Cuvée Delphine mi sembra quella che per rapporto qualità prezzo vale senz'altro la pena di andare a cercare. L'ultima nata (40% ABV) è la "BAOS - Black Albert on steroids", ottenuta tramite il processo della "distillazione a freddo" ed invecchiata due anni in botti di bourbon. Formato: 33 cl., alc. 11%, ABV 72, lotto 90100142012, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019, pagata 4.60 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.