Ardenne Saison

Arriva anche il debutto sul blog della Brasserie de Bastogne, e che debutto! Ma procediamo con calma; il fondatore è Philippe Minne, ingegnere meccanico che dopo alcuni anni passati ad esercitarsi in garage con pentole e cotte da 50 litri si sente abbastanza pronto per lanciarsi nel mondo dei professionisti con l’aiuto della moglie Catherine, che s’incarica di seguire la parte commerciale e amministrativa. Per Philippe si tratta di riprendere una tradizione di famiglia che si era bruscamente interrotta da una generazione: il suo bisnonno era infatti proprietario della Brasserie Saint-Antoine, mentre suo nonno Joseph Minne aveva lavorato come birrario alla Brasserie De Beco. La birra d'esordio è la “blonde” Trouffette la cui prima cotta da 1 hl viene realizzata il  26 gennaio del 2008 presso la Brasserie de Rulles. Nel frattempo  Philippe lavora all’adattamento e all'installazione del proprio impianto, acquistato di seconda mano proprio da Rulles, che trova posto presso la fattoria biologica di Philip Meurisse, un agricoltore nonché ex-compagno di scuola che s’imbarca nell’avventura del birrificio: ci troviamo a Belleau (o Belle-Eau) una località vicino a Sibret, comune di Vaux-sur-Sûre, provincia del Lussemburgo belga, non lontano dalla città di Bastogne.La gamma delle  Trouffette, così chiamate in onore di un personaggio folkloristico di Bastogne, è a tutt'oggi quella di maggior successo del birrificio, disponibile anche nelle declinazioni "Rousse" e "Brune" e "Strong". Ma è quando Philippe decide di portare qualche novità all'interno della tradizione che arrivano le birre più interessanti: un utilizzo discreto e per niente sfacciato (dopo tutto siamo in Belgio) del luppolo americano fa nascere la Bastogne Pale Ale, seguita poi dalla Ardenne Stout e, l'ultima nata (2014) Ardenne Saison. Probabile che dietro a questa svolta "americana" ci sia anche stavolta Christine Celis, figlia del "mitico" Pierre (Hoegaarden), residente in Texas ma assidua frequentatrice e conoscitrice della scena brassicola della terra natia. E' lei che, attraverso l'importatore Authentic Beverage Management, organizza le prime spedizioni verso il continente a stelle e strisce. In un periodo in cui nella scena "craft" americana vanno molto di moda le Saison e le Farmhouse  Ales ispirate al Belgio, sarebbe un peccato non sfruttare un realtà produttiva che ha sede proprio all'interno di un'azienda agricola (Farmhouse) e che ha da poco iniziato a produrre una Saison rifermentata con i tanto amati Brettanomiceti. Aggiungente al tutto una luppolatura euro-americana (Hallertauer Mittelfrüh e Cascade), ed il gioco è fatto. Dorata e velata, con qualche sconfinamento nell'arancio e un'esuberante schiuma bianca, dannosa e compatta che impiega diversi minuti prima di affondare nel bicchiere. I profumi sono molto freschi, pulitissimi e molto ben assemblati in un bouquet che comprende una delicata speziatura (pepe bianco, ricordi di coriandolo), eleganti sentori floreali e di frutta tropicale (ananas, mango, pompelmo), scorza di limone ed un carattere rustico che parla di paglia, fieno, acido lattico, cantina.  Eccellenti premesse che sono mantenute, se non addirittura superate, al palato. Perfetto il mouthfeel, vivacemente carbonato e con un corpo medio-leggero: la scorrevolezza è scattante senza tentativi di fuga, la bevibilità è straordinaria. Delicata la base malata di pane e crackers, con il dolce del miele che introduce il dolce della frutta (ananas, mango/pesca, banana, arancia) subito bilanciato dall'acidità lattica e dall'amaro della scorza d'agrumi. E' una Saison molto secca e piacevolmente acidula, ergo definitivamente rinfrescante e dissetante, che ha un contenuto alcolico modesto (5.5%), scorre come fosse acqua ma mostra una bella intensità di profumi e sapori. Scaldandosi emergono delle sorprendenti note di uva bianca, mente il retrogusto non pretende un ruolo da protagonista ma si congeda abbastanza rapidamente con il suo amaro zesty, erbaceo, lattico e un tocco di pepe.Birra semplice, pulitissima e magistralmente eseguita, con tutti gli elementi al posto giusto, in un equilibrio quasi miracoloso tra eleganza e rusticità, dolce e amaro; assolutamente non invasivo l'utilizzo dei luppoli americani ma, soprattutto, ci sono reminescenze di Orval e di Fantôme, altri due birrifici del Lussemburgo Belga.Splendida saison, che definirei assolutamente da comprare senza "se" e senza "ma". Eppure c'è una postilla da fare per chi non ha mai sentito parlare di "lieviti selvaggi: si tratta di una Saison "brettata", con la componente acida/lattica a tratti evidente. Tenetelo a mente prima di rimproverarmi : "avevi detto che era buonissima ma a me ha fatto quasi schifo".Formato: 75 cl., alc. 5.5%, scad. 03/2017,  4.50 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller Beer Geek Brunch Weasel

Azzecca una birra e poi moltiplicala più che puoi: è questa una delle strategie che hanno portato successo a Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller.  E la sua Beer Geek Breakfast  è oggettivamente un'ottima birra, soprattutto quando era prodotta presso la Nøgne Ø; le bottiglie attualmente realizzate alla Lervig mi sembrano ancora leggermente inferiori. Dopo essere finita in botte, l'imperial stout di Mikkeller ha iniziato a subire leggere variazioni o aggiunte di ingredienti speciali dando origine a svariate "Beer Geek": la Vanilla Shake  (caffè, lattosio e vaniglia) e la Cocoa Shake  (caffè, lattosio e fave di cacao), la Beer Geek Bacon (caffè e malti affumicati), la Flat White (caffè e lattosio) e la Beer Geek Dessert (cacao, vaniglia, caffè e lattosio). La maggior parte di loro è disponibile anche in svariate edizioni barricate. Se ci limitiamo al caffè, una variante della Beer Geek Breakfast è la Beer Geek Brunch Weasel, prodotta con il pregiato caffè indonesiano (isole di Sumatra, Giava, Bali e Sulawesi) "ca phe chon" ovvero Kopi Luwak o "Weasel Coffee".Il Kopi Luwak, che leggo essere il caffè più costoso al mondo, viene prodotto con le bacche di caffè che vengono mangiate dal Luwak, uno zibetto delle palme che poi ne espelle i semi attraverso le feci.Purtroppo la scarsa disponibilità di questo caffè ha fatto nascere allevamenti intensivi di zibetti che vengono tenuti in batterie di minuscole gabbie e alimentati forzatamente solo con bacche di caffè e privati degli altri alimenti (insetti, piccoli rettili, uova di uccelli) che in natura costituiscono la sua dieta. L'etichetta disegnata da Keith Shore raffigura per l'appunto un zibetto circondato dalle rosse bacche di caffè.Beer Geek Brunch Weasel: assolutamente nera, forma un piccolo cappello di schiuma beige scuro, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il caffè (espresso e chicchi) è assoluto protagonista dell'aroma, affiancato dai profumi dell'orzo tostato, del cuoio, della carne e da lievi sentori dolci di vaniglia; non impressiona tuttavia né per intensità che per eleganza. Le cose vanno molto meglio in bocca, a partire dal mouthfeel, pieno, poco carbonato, morbido e cremoso, molto appagante. Il gusto rispecchia fedelmente il colore, nero; sin dall'imbocco sono dominanti tostature e caffè, accompagnate da un lievissimo sottofondo di liquirizia, cioccolato fondente e, dolce, di caramello. La birra è molto pulita e bene fatta ma, bisogna dirlo, piuttosto monotematica ed incentrata sul caffè. I "gradi" sono quasi 11, ma l'alcool è dosato bene senza mai andare bruciare e contribuisce, assieme all'acidità dei malti scuri ed ai sentori amaranti di resina e di rabarbaro, a ripulire un po' il palato. Molto più bilanciato della bevuta il retrogusto, dove alcool, cioccolato amaro e caffè si dividono il palcoscenico in un finale molto lungo e intenso.La sua parte migliore risulta senza dubbio la sensazione palatale, che dà forma ad una Imperial Stout molto potente e molto amara ma straordinariamente morbida, a tratti vellutata: i primi sorsi sorprendono e coinvolgono, mentre il resto della bottiglia si finisce sorseggiandola con qualche sbadiglio. Ottima, ma a piccole dosi.Formato: 33 cl., alc. 10.9%, lotto VL 10:22, scad. 23/10/2018, 7.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stillwater / Brewer’s Art Débutante

Aggiungiamo un altro tassello al già ricco elenco di produzioni Stillwater transitate sul blog, beerfirm statunitense guidata dall’instancabile Brian Strumke. Si tratta di Débutante, una Bière de Garde realizzata in collaborazione con il brewpub  Brewer's Art di Baltimora, Maryland, la città natale di Stillwater. Inaugurato nel 1996, fu eletto da alcune riviste “miglior bar di tutti gli Stati Uniti del 2008”. Per stessa ammissione di Strumke, il  Brewer's Art ha avuto un ruolo fondamentale nel diffondere la cultura birraria belga non solo a Baltimora ma in tutti gli Stati Uniti. Il brewpub è invece salito alle cronache per aver ricevuto a marzo 2014 dal cantante Ozzy Osbourne una lettera non esattamente amichevole con la quale lo intimava a cambiare nome e grafica per la propria Strong Ale chiamata Ozzy e poi rinominata, a causa di queste "minacce", Beazly. Che Strumke ami la tradizione belga non è certo un segreto: terminato il college nella nativa Baltimora, iniziò una carriera come produttore di musica elettronica passando una buona parte del tempo viaggiando nei locali europei facendo il DJ e, quando in Belgio, familiarizzando con le birre lì prodotte. L’interpretazione di Stillwater di una Bière de Garde vede anche l’utilizzo di farro e segale, oltre ad un mix di erbe formato da erica, caprifoglio e issopo. Prima di stappare la bottiglia non resta che citare la solita splendida etichetta  realizzata da Lee Verzosa, amico di Strumke nonché graphic designer e tatuatore.Nel bicchiere è limpida e di color oro carico, con riflessi ramati; la schiuma bianca è compatta e cremosa, a trama fine, ed ha un'ottima persistenza. L'aroma vede i profumi malati protagonisti: pane, biscotto, croissant e miele sono circondati da sentori dolci di pasticceria, canditi, marmellata d'agrumi, zucchero candito, erbe officinali ed una delicatissima speziatura. Un biglietto da visita interessante e molto pulito che introduce una bevuta tuttavia meno intensa delle aspettative: un po'  troppo dimesse le bollicine, corpo medio e una sensazione palatale complessivamente morbida ma poco vivace. Il gusto ripropone in scala minore biscotto, miele, zucchero candito e spezie, note floreali: l'ingresso è quello di una "debuttante" un po' timida che ci mette qualche istante di troppo a mostrare la sua personalità ed un profilo maltato pulito ed ancora fragrante, dolce ma ben attenuato e bilanciato da un finale americane terroso con qualche accenno di erbe officinali. L'alcool (6.5%) è ben nascosto, mentre il retrogusto ritorna in territorio dolce proponendo gradevoli note di miele e di pasticceria. Una buona interpretazione di uno stile non molto diffuso (originario di quell'area rurale del nord della Francia  - Pas-De-Calais - che scende poi verso sud sulla linea del confine col Belgio) che la "craft beer revolution" non ha ancora completamente ri-valorizzato: una valida alternativa alle più facilmente reperibili C'hti, Jenlain, La Choulette e Gavroche, di tanto in tanto avvistate anche in qualche supermercato.Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 246:16 09:02, pagata 5.40 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brasserie du Lion à Plume Metisse

Debutta oggi la beerfirm Brasserie du Lion à Plume, fondata nel 2009 da Julien Gascard con sede operativa nel paesino di Post, regione del Lussemburgo belga, ad una decina di chilometri da Arlon. La beerfirm è anche transitato un po’ di tempo fa per il palcoscenico del Villaggio della Birra: correva l’anno 2010 e a quel tempo il birraio che lavorava assieme a Gascard era Raphaël Vanoudenhoven. Le birre vennero inizialmente prodotte presso la vicina (20 km) Brasserie St. Helene, ma da qualche anno la produzione si è spostata presso la Brasserie du Bastogne e, sporadicamente, alla Anders; dal 2013 Julien Gascard è affiancato da Stephane Fronzée che ha sostituito Vanoudenhoven. La beerfirm debuttò con la Saison Métisse, aggiungendo poi progressivamente la blanche “Carioca”, la California Common “Encore” e la imperial stout “Postiche”. La grafica e le etichette sono curate dallo studio belga Atelier Design. Partiamo proprio dalla birra d’esordio, la saison Métisse che viene prodotta con luppoli EK Goldings (Inghilterra) e Cascade (USA). Il contenuto alcolico di partenza di 6.5% è stato nella versione attuale ridotto a 6.5%: la bottiglia in mio possesso purtroppo non riporta nessuna informazione né su dove la birra è stata prodotta né scadenza o lotto di produzione. Ad ogni modo, si presenta nel bicchiere vestita di color ambrato/ramato, leggermente velato e sormontato da un cappello di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è tuttavia tutt’altro che invitante, con la componente maltata in evidenza (pane, biscotto, miele), sentori terrosi ma anche qualche puzzetta (gomma bruciata) che non ne migliora la piacevolezza già pregiudicata da una bassissima intensità. Non che le cose siano molto meglio in bocca: a partire dalla sensazione palatale, agli antipodi di quella che dovrebbe essere una saison: poco vivace, scarsamente carbonata e soprattutto piuttosto “pesante” a livello tattile, leggermente astringente. La bevuta risulta un po’ slegata, con una partenza maltata (biscotto, caramello) che vira poi subito in territorio amaro, tra il terroso e il vegetale (cicoria) con deriva di gomma bruciata. L’espressività del lievito saison è praticamente sottozero, con il risultato di una birra piuttosto sgraziata, da non intendersi come sinonimo di  "rustico", caratteristica che invece vorrei sempre trovare in una saison; l’alcool è molto ben nascosto ed è questa l’unica nota davvero positiva di questa bevuta. Di questa  Métisse ne parlano solitamente bene, quindi non mi resta che invocare la solita teoria della bottiglia sfortunata e passare oltre. Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 38, lotto e scadenza non riportati, pagata 2.10 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toccalmatto Re Hop Fresh Hop

Non so se si possa già parlare di “moda” ma da qualche anno, in questi mesi, arrivano dai birrifici italiani sempre più birre prodotte con il luppolo appena raccolto, le cosiddette “Fresh Hop”, che vengono anche alternativamente chiamate “Harvest Hop” o “Wet Hop”: i tre termini sono praticamente equivalenti. Giusto ieri Cronache di Birra ha presentato una piccola carrellata di quelle che stanno arrivando nei pub proprio in questi giorni; anche in Italia si è da qualche anno iniziato a coltivare luppolo e c’è disponibilità di materia prima sufficiente a realizzare questo tipo di birre. Non esiste ovviamente una definizione categorica di “Fresh/Harvest/Wet Hop”, se non che i luppoli devono essere utilizzati entro pochissimi giorni (24/48 ore) dalla loro raccolta; i birrifici che si trovano vicino ai luppoleti sono fortunati e possono a volte utilizzare luppolo raccolto solamente qualche ora prima o, nei casi più estremi, qualche minuto prima! Le distanze tra i paesi europei non rappresentano comunque un ostacolo insormontabile a realizzare queste birre, se non quello “economico”: è infatti sufficiente recarsi con un furgone nelle zone di raccolta del luppolo per rientrare poi in Italia in giornata con dei luppoli freschi da poter utilizzare. In alternativa si può sempre ricorrere a costosi trasporti aerei come nel caso (estremo) di Sierra Nevada che realizza ogni anno la propria Southern Hemisphere Harvest con luppoli appena raccolti sul continente oceanico. Pare che il primo esempio di “Fresh Hop Ale” risalga al 1992 quando in Inghilterra il birraio  Trevor Holmes della  Wadworth Brewery  (Devizes, Wiltshire) ebbe l’idea di provare ad utilizzare del luppolo appena raccolto anziché quello secco; da allora, tutti gli anni, un addetto del birrificio si reca in una vicina fattoria alle 6 del mattino a prelevare il luppolo appena raccolto che viene utilizzato nel bollitore qualche ora più tardi. Gli americani avrebbero iniziato qualche anno più tardi: la prima (1996) dovrebbe essere stata  la ora defunta Yakima Brewery (sfruttando la sua posizione privilegiata a soli 50 chilometri da un campo di luppolo) imitata nello stesso anno da Sierra Nevada, che dovette però ricorrere a una spedizione urgente via aerea.  Negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, il fenomeno delle “fresh hop” beer è esploso, con festival ed eventi completamente dedicati alle birre prodotte con luppolo fresco.  Nella Yakima Valley si produce la maggior parte del luppolo statunitense; la raccolta avviene ogni anno all’inizio di settembre o dintorni, un periodo già estremamente frenetico nel quale vanno anche organizzate le spedizioni via aerea a quei birrifici che devono produrre le birre col luppolo fresco e devono riceverlo il giorno successivo alla raccolta. Per un birraio la sfida principale nel fare una birra utilizzando esclusivamente luppolo fresco consiste essenzialmente nelle scarse informazioni sulla materia prima, che arriva freschissima ma senza quelle precise indicazioni (alfa e beta-acidi,  olii essenziali,  etc)  necessarie per elaborare la ricetta. Ci si basa allora  sull’esperienza maturata con le birre realizzate gli anni precedenti, oppure testando i fiori di luppolo letteralmente “sulla pelle”, annusandoli, strofinandoli e cercando di capirne le caratteristiche tastandoli o "strizzandoli" con le dita. Non tutte le cosiddette “Fresh Hop” sono prodotte al 100% con luppolo fresco; spesso questi sono utilizzati solamente per il dry-hopping, abbassando notevolmente il rischio di fare una birra diversa da quanto voluta e sfruttando le proprietà aromatiche dei fiori raccolti da poche ore. Per "celebrare" la stagione della raccolta del luppolo 2015 ho scelto quest'anno la versione Fresh Hop della Re Hop di Toccalmatto, disponibile da qualche settimana e realizzata con Cascade fresco raccolto nell'Azienda Agricola Fre di Carrù (Cuneo). L'azienda (anche beerfirm) ha iniziato la coltivazione di luppolo cinque anni fa, rendendosi già protagonista della birra MeM, realizzata assieme a Baladin con il Cascade autoprodotto.Non bevevo la Re Hop da qualche anno e la prima cosa che mi colpisce (in positivo) è la differenza nel colore con la bottiglia stappata nel 2012. Fortunatamente molto più chiara la versione attuale (malto pils), opportunamente "aggiornata" per restare al passo coi tempi. Perfettamente dorata e leggermente velata, forma un bel cappello di schiuma bianchissima, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. Il mix di luppoli è stato modificato più volte nel corso degli anni; questa bottiglia viene prodotta con Cascade e Saaz. Siamo di fronte ad un'American Pale Ale e non ad bomba di luppolo; ci sta quindi che l'aroma non sia esplosivo, nonostante il luppolo fresco utilizzato, e che persegua piuttosto l'eleganza e la pulizia. In bell'evidenza c'è un bouquet che si compone di agrumi (cedro, mandarino, arancia, limone), frutta tropicale (ananas e mango), accenni di sentori vegetali e  "dank" che ricordano alla lontana la marijuana: birra in bottiglia da poche settimane, con fragranza e freschezza sugli scudi. Caratteristiche che si confermano anche al palato, in una birra delicata e molto bilanciata, che parte da una leggera base malata (crackers, miele) a supporto della generosa luppolatura che dispensa frutta tropicale (ananas) ma soprattutto agrumi, pian piano protagonisti della bevuta in un bel finale amaro e zesty (cedro, pompelmo, limone) con qualche breve sconfinamento in territorio resinoso e "dank". Grande pulizia al palato, birra ruffiana quanto basta che evapora dal bicchiere in tempi rapidissimi con l'aiuto di una carbonazione bassa (forse un po' troppo, per il mio gusto), un corpo leggero e un'ottima attenuazione a garantire un ottimo potere rinfrescante e dissetante. Formato da 33 decisamente insufficiente per questa "quasi" session beer che potreste tranquillamente bere serialmente senza mai stancarvi. Essendo una "fresh hop" va bevuta subito e non tra qualche mese: se volete assaggiarla cercatela prima che perda la sua stessa ragione di esistere.Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 15049, scad. 25/09/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Les 3 Fourquets Lupulus Brune

“Dallo gnomo al lupo cattivo”: con queste poche parole si potrebbe riassumere la storia della Brasserie Les 3 Fourquets, dietro la quale troviamo Chris Bauweraerts e il cognato Pierre Goubron, gli stessi che il 27 agosto del 1982 produssero i primi 50 litri (!) di “La Chouffe” birra d’esordio della  Brasserie d'Achouffe, il cui logo è rappresentato da uno gnomo.  Il birrificio raggiunse in un ventennio dimensioni importanti, arrivando a produrre più di 20.000 barili l’anno prima di essere ceduto nel settembre del 2006  alla  Duvel-Moortgat. Chiusa la parentesi Achouffe, Bauweraerts e Goubron, continuano comunque a produrre birra in un nuovo progetto che vuole essere di dimensioni più modeste e, soprattutto, dai ritmi produttivi meno frenetici di quelli richiesti dall’industria; negli edifici di proprietà a Gouvy (provincia del Lussemburgo belga), a soli 15 chilometri di distanza da Achouffe, aprono un ristorante affidandolo al talentuoso chef Gilles Poncin, proveniente dalla cucina del “La Pomme Cannelle" di  Houffalize.   Contestualmente nasce anche la Microbrasserie Les 3 Fourquets, inizialmente con lo scopo di produrre semplicemente i fusti di birra necessari per soddisfare il consumo della brasserie, per poi passare in un secondo tempo alle bottiglie. Ratebeer conta oggi circa una ventina di referenze, un numero abbastanza elevato per un birrificio guidato da due personaggi che – sin dai tempi dell’Achouffe - hanno sempre apertamente dichiarato di “odiare produrre birre nuove” preferendo invece continuare a perfezionare un numero ristretto di ricette. La gamma Lupulus è quella che sino ad oggi ha dato notorietà a Les 3 Fourquets:  birre dedicate al lupo che un tempo abitava la regione delle Ardenne, ma il riferimento è ovviamente anche al luppolo, ovvero Humulus Lupulus. Si va dalla flagship “Lupulus”  (una Tripel anche in versione biologica “Organicus”) all’invernale “Hibernatus”, passando per le più leggere ”Lupulus Fructus”, “Lupulus HopEra” e “Lupulus Printemps”. La scura della casa, una sostanziosa strong ale, vivne chiamata semplicemente “Lupulus Brune” ed arriva (2010) un paio di anni dopo rispetto alla Tripel. Il suo colore è il classico “tonaca di frate” arricchito da intensi riflessi rossastri; inappuntabile è anche la schiuma beige chiaro, cremosissima e abbastanza compatta, molto persistente. L’aroma, non particolarmente intenso o complesso, si compone di leggeri sentori di fiori e frutta secca, caramello, uvetta:  i profumi sono puliti ma non c’è quell’eleganza capace di trattenere le narici sul bordo del bicchiere per diversi minuti. Meglio, molto meglio al palato, a partire da un “mouthfeel” abbastanza scorrevole che trova un ottimo compromesso tra morbidezza e presenza di bollicine. La partenza è dolce di biscotto, caramello e uvetta, prugna, forse frutta secca, con una delicatissima – quasi impercettibile – speziatura a fare da “collante” tra i vari elementi; l’alcool (8.5%) è nascosto con la tipica subdolerìa belga  e la bevuta risulta agevolissima, con l’iniziale dolcezza bilanciata da un’elevata attenuazione. La chiusura è abboccata, con quella punta d’amaro strettamente necessaria a non renderla dolce. Devo però sottolineare che, almeno in questa bottiglia, la pulizia del gusto non è esente da pecche ed anche l’intensità è ben lontana dal soddisfare chi vorrebbe una calda compagna di fine serata con la quale magari rilassarsi in poltrona. Personalmente avverto un po’ la  mancanza di  calore etilico, avvertibile timidamente solamente quando la birra è a temperatura ambiente nel retrogusto, piuttosto corto, dove fa capolino un accenno di frutta sotto spirito. Complessivamente buona, ma mi aspettavo qualcosina di più. Formato: 75 cl., alc. 8.5%, lotto D6, scad. 12/2017, pagata 3.99 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Guineu Cocoa Imperial Stout

Sarò stato sfortunato, ma per il momento non posso definire positivo il mio bilancio con la "craft beer revolution" spagnola. Non sono tante le birre che ho assaggiato ma per ora vedo molte ombre e solo qualche spiraglio di luce per una scena brassicola giovane che in un certo senso ricorda quella italiana di una decina d'anni fa o dintorni.Faccio un altro tentativo con Ca L’Arenys, azienda di Valls de Torroella (Barcellona) produttrice di impianti per fare la birra nonché importatore e distributore in Spagna di materie prime. Quasi normale, avendo tutto già "pronto" in casa, lanciare anche il proprio birrificio/marchio: ecco allora Cervezas Guineu (ovvero "Volpe"), attiva dal 2008 ed affidata al birraio Guzmán Fernández. Le Guineu vengono importate in Italia da DaPian di Ponzano Veneto (Treviso) e ecco che tra i due partner commerciali nasce l'idea di realizzare assieme una birra. Si tratta di un'imperial stout chiamata Cocoa e prodotta con malti Extra Pale Ale Maris Otter, Munich, Crystal 150, Chocolate, Black, Carawheat e frumento in fiocchi; i luppoli utilizzati sono Magnum, Pacific Gem e (Hallertauer) Mittelfrüh. La birra riceve infine quello che in etichetta viene definito un "dry hopping di estratto di cacao".Il suo vestito è di color ebano scurissimo, quasi nero, e forma un piccolo cappello di schiuma beige, abbastanza fine e cremosa ma poco persistente. L'aroma rispetta fedelmente il nome della birra: il cacao qui è ovunque, intensissimo ma alquanto artificiale e ben lontano da una qualsiasi forma di eleganza. Sfacciato e alquanto cafone, diventa ben presto stucchevole obbligando - al meno per quel che mi riguarda - ad allontanare le narici dal bordo del bicchiere; ala cieca, più che una birra si avrebbe l'impressione di avere davanti una sorta di liquore aromatizzato al cacao, piuttosto dolce.Le cose vanno un po' meglio in bocca, dove per lo meno c'è un po' più di varietà: il cioccolato è sempre in primo piano, con quella sensazione "artificiale" che proprio non se ne vuole andare, ma per lo meno è affiancato dall'orzo tostato, dalla liquirizia e da qualche ricordo di caffè. La bevuta è un po' slegata, l'alcool si sente ma viaggia parallelamente agli altri elementi senza mai integrarsi con loro; la pulizia è tutt'altro che esemplare, benino il retrogusto che, anticipato da una lieve acidità ripulente, ripropone stavolta in maniera più convincente e amalgamata il caffè, le tostature, il cioccolato e l'alcool, anche se ogni tanto fa capolino una qualche leggera bruciatura. Il corpo è medio ma la sensazione complessiva palatale è un po' troppo leggera se si considera il contenuto alcolico (10%): se proprio si voleva realizzare una fantasiosa birra-dessert (cfr. le imperial stout di Omnipollo o le Beer Geek di Mikkeller) ci voleva maggior consistenza e cremosità. Ma oltre ad essere un'imperial stout troppo "cioccolatosa", questa Cocoa risulta purtroppo molto artificiosa nel suo cioccolato, risultando alla fine col sembrare uno stucchevole liquore al cioccolato: un paio di sorsi e viene già voglia di passare oltre.Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 80, lotto 510, scad, 10/2019, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wild Beer Modus Operandi

La storia di Wild Beer Co. che avevo riassunto qui un paio di anni fa inizia a giugno del 2012, quando gli impianti del birrificio non erano ancora pronti e Brett Ellis ed Andrew Cooper fanno la loro prima cotta presso la Arbor Ales. L'idea di questa birra era venuta loro dopo aver assaggiato, al Great British Beer Festival, La Roja degli americani di Jolly Pumpkin, e qualche giorno dopo una bottiglia di Gales Prize Old Ale. Per un birrificio che sceglie di chiamarsi "Wild", la birra di debutto chiamata "Modus Operandi" simboleggia quello che sarà il loro principale processo produttivo: lieviti selvaggi, affinamenti in botte, blend di birra invecchiata e birra fresca.Nello specifico, per realizzare questa Modus Operandi viene prodotta una Old Ale che inizialmente viene messa ad invecchiare in botti di bourbon. Il risultato finale non soddisfa completamente i birrai, che decidono allora di utilizzare anche botti ex-vino. Al momento della messa in bottiglia viene realizzato il blend che comprende birra fresca, birra invecchiata in botti ex-bourbon e birra affinata per 90 giorni in botti ex-vino, in compagnia dei batteri naturalmente presenti nel legno. Si presenta piuttosto torbida e di colore ambrato con qualche venatura rossastra; la schiuma è fine e cremosa ma la sua persistenza non è molto prolungata nel tempo. L'aroma è piuttosto invitante e molto ben assortito, ed è proprio la schiuma ad emanare i profumi migliori. Ci sono sentori di ciliegie, fragole e lamponi, frutti di bosco maturi, legno, vaniglia ed aceto balsamico, che vengono affiancati da quelli più aspri di visciole, aceto di mela e mela rossa. L'aroma è elegante e pulito, ma purtroppo svanisce quasi completamente assieme alla schiuma.  Le aspettative (alte) si sono comunque ormai create ma il primo sorso di questa bottiglia mi riporta subito con i piedi per terra; il gusto è molto meno ricco ed intenso dell'aroma, rivelandosi piuttosto confuso ed incomprensibile. Mi riesce persino difficile descriverlo, e quando chi beve non riesce a parlare facilmente di quello che ha nel bicchiere le cose non vanno molto bene. C'è una sottile base dolce (caramello, ciliegia?) ma soprattutto una componente più aspra (aceto di mela) con qualche sconfinamento nel lattico. La bevuta si trascina in assenza d'intensità e di pulizia, in un qualcosa indefinito e slavato, quasi evanescente, fin troppo leggero per l'alcool dichiarato (7%); per una volta mi trovo davvero in difficoltà a parlare di quello che sto bevendo e che mi lascia molto deluso. Facendo il conto alla sesta bottiglia di Wild bevuta il risultato è perfettamente in parità: luci ed ombre, tre a tre. Un bilancio assolutamente non soddisfacente, non sono birre economiche e le possibilità che una bottiglia su due non sia proprio memorabile è troppo elevata. Molto bene Ninkasi ed Evolver IPA,  bene Epic Saison, da dimenticare tutto il resto che trovate qui; nell'attesa che il birrificio trovi quella fondamentale costanza produttiva, soprattutto per quel che riguarda i "blend" di birra giovane e barricata, andateci cauti e incrociate le dita, se proprio vi decidete ad acquistare.Formato: 33 cl., alc. 7%, scaf. 16/05/2016, pagata 4.52 Euro (beeershop, Inghilterra).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Préaris Quadrocinno

Ritorna sul blog a sole poche settimane di distanza la beerfirm belga  del cavallo volante "Vliegende Paars", presentatavi in questa occasione. La birra di oggi si chiama Quadrocinno: anche non sapendo nulla non è difficile indovinare che si tratta di una Quadrupel con aggiunta di caffè, nello specifico del Costa Rica. Se l'etichetta è abbastanza esplicativa nella grafica, non lo è altrettanto nell'indicare il luogo di produzione di questa birra, che viene omesso: é comunque realizzata dal "solito" De Proef.Questa variante della Préaris Quadrupel biene inizialmente pensata come una produzione stagionale (invernale), ma il successo riscontrato allo Zythos Festival del 2014 l'ha fatta entrare in produzione tutto l'anno: i partecipanti del festival la elessero tra le tre migliori birre sulle oltre cinquecento presenti. Ai Global Craft Beer Awards di Berlino dello stesso anno la Quadrocinno si porta a casa una medaglia di bronzo.Millesimo 2014 stampato in etichetta, e nel bicchiere si mostra in tutta la sua statuaria bellezza: colore tonaca di frate movimentato da venatura rossastre, schiuma cremosissima e compatta, color ocra, molto persistente. Le belle notizie purtroppo si fermano qui, perché la quasi assenza di aroma non fa presagire nulla di buono: impressionante come sia difficile "tirare fuori" dei profumi da una birra che di gradi alcolici ne ha 10. La schiuma suggerisce una leggera asprezza di frutti di bosco rossi, mentre è solo agitando vigorosamente il bicchiere che emerge qualche sentore di zucchero candito, caramello, uvetta. Non che al palato ci sia molto di più: il gusto è poco intenso e piuttosto confuso, poco pulito; quello che ti aspetteresti di trovare in una Quadrupel (uvetta, caramello, zucchero candito) rimane molto in sottofondo, mentre la birra colpisce per il suo carattere estremamente secco,  che asciuga qualsiasi velleità dolce sul nascere ma, così facendo, attenua quasi del tutto i sapori. La bevuta è attraversata da una leggera acidità, anche se non c'è la evidente presenza di lattico, e termina con una nota amaricante poco gradevole ma quasi impossibile da descrivere. Il corpo è medio, con il giusto ammontare di bollicine e una ottima scorrevolezza, forse addirittura eccessiva per la sua "stazza": l'alcool è praticamente impercettibile. Per chiudere il cerchio ritorniamo all'inizio: la birra si chiama "Quadrocinno", ma di caffè non c'è la minima ombra, aroma o gusto che sia. Bottiglia davvero difficile da giudicare e, soprattutto, molto poco buona. Dimenticare e passare oltre, non resta altro da fare.Formato: 33 cl., alc. 10%, scad. 30/09/2016, pagata 2.05 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

L’Artigianale del discount: Cask 65 Bruna & Arcana Red Ale

Di tanto in tanto mi piace ritornare sull’argomento “la birra artigianale al discount”, due concetti teoricamente contrapposti;  “birra artigianale” è stata infatti "inventata" con in mente target ambiziosi: ristorazione, esperienze gourmet, enoteche, eleganti bottiglie da 75 cl. che inizialmente ricordavano quelle del vino o dello champagne, prezzi elevati (anche per) caratterizzare e posizionare un prodotto in fascia “premium”. Solo in tempi più recenti, dopo lo scarso successo nell’ambito della ristorazione, la “birra artigianale” ha preferito rivolgersi ai suoi canali “tradizionali”, ovvero la birreria, il pub, il bar e il beershop, rimpiazzando o almeno affiancando il formato 75 con quello da 33. I prezzi non sono diminuiti, ma questa è un’altra storia. E’ curioso come un prodotto come la  “birra artigianale”  sia pian piano entrato anche nelle cerchie dei supermercati “discount”, dove difficilmente i prodotti “premium” trovano collocazione e dove la gente si reca soprattutto per comprare “quello che costa poco”. Ma è allora possibile trovare una “birra artigianale italiana”  (e sottolineo “italiana”, perché in altri paesi il problema non si pone) che sia buona e che costi poco?  Al momento la risposta sembrerebbe essere più no che sì: queste sono almeno state le mie impressioni derivanti da questo e questo assaggio.   Facciamo oggi un terzo tentativo con due birre che ho di recente avvistato per la prima volta sugli scaffali del discount. La prima è la Arcana Red Ale, commissionata dalla Target 2000 di Riccione e, sebbene non sia indicato in etichetta, prodotta dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU): una “rossa” che va ad accompagnare la già esistente “bionda” Golden Ale, assaggiata lo scorso anno. Piuttosto bella nel bicchiere, ambrata, velata con venature ramate; la schiuma ocra è compatta e cremosa, con un’ottima persistenza. L’ idillio dura però poco: al naso un discreto diacetile e qualche sentore metallico mettono un po’ in ombra i sentori di toffee e di frutta secca (o “nutty", per dirla all’anglosassone). C’è quasi una suggestione di ciliegia e, quando la birra si scalda, di mela.  La pulizia non brilla neppure al gusto, ma nel complesso l’inizio della bevuta è accettabile, riproponendo biscotto, toffee, frutta secca e anche un lieve diacetile; abbastanza sgraziata è invece la chiusura, con un amaro tra il terroso e l’erbaceo poco elegante, leggermente astringente e lievemente bruciacchiato (gomma).  Indubbiamente un po’ migliore della sua sorella “bionda” , è un’ambrata dal vago carattere inglese non certo memorabile ma neppure imbevibile; l’avessi trovata al bancone del bar/pub a 5 Euro mi sarei probabilmente inca**ato,  ma la bottiglia di mezzo litro a  1,79 Euro  fa socchiudere gli occhi sui difetti e può essere un’opzione per bere qualcosa che ha un po’ più gusto di una blanda industriale senza dover arrivare ai soliti prezzi della “birra artigianale” italiana. In due parole, “quasi sufficiente”.Più arduo il compito che deve affrontare la birra Cask 65 Bruna, prodotta dal birrificio cuneese Della Granda  per la linea “Mastri Birrai Italiani”  de “La Cantinetta” di un altro noto discount italiano: qui si entra in territorio Belga, dove il lievito è più che mai protagonista. Sorvolerei sulle trionfanti note descrittive del volantino pubblicitario (“Viaggio fra sapori autentici, tra tradizione ed innovazione, alla scoperta delle birre dei migliori Mastri Birrai Italiani” con “l’obiettivo di presentare una birra genuina e di altissima qualità, ad un costo contenuto rispetto ad altre dalle medesime caratteristiche”) per passare subito alla sostanza , non prima di ricordare i luppoli utilizzati: Spalter Select, Saaz, Magnum.  Anche per questa birra il meglio arriva dagli occhi: ambrata e velata, bei riflessi rossastri e ramati, schiuma ocra, cremosa e compatta ma poco persistente. L'aroma è quasi inesistente, ma quel poco che c'è è dominato dall'acetaldeide (mela verde) e, impegnandosi, si può scorgere qualche sentore zuccherino e di caramello. Le cose vanno solo un pochino meglio al palato, ma non c'è nulla di cui essere contenti: biscotto, caramello, mela e pera vanno a comporre un gusto poco pulito, poco intenso che si rivela essere una sorta di amalgama di elementi privi di qualsiasi eleganza e fragranza. La chiusura di mandorla amara e nocciolo di pesca è piuttosto leggera, la birra slegata e un po' tropo watery, un pelino astringente, dove anche nel gusto c'è un po' troppa mela a far capolino; il retrogusto è piuttosto corto e la Cask 65 si congeda molto rapidamente con caramello e un lieve tepore etilico. Birra alquanto modesta che, onestamente, ho fatto piuttosto fatica a finire; alla fondamentale domanda "la ricompreresti?" la mia risposta sarebbe senz'altro di no. E questo a prescindere dal prezzo che, solo lui, mi riporta idealmente in un qualche supermercato belga. Si conclude anche questa terza puntata del "viaggio" tra le artigianali dei discount senza grosse lodi e con tanta mediocrità che sembra voler dire: volete bere bene? Lasciate perdere il discount.Nel dettaglio:Arcana Red Ale, formato 50 cl., alc. 6.7%, lotto 2091501, scad. 28/10/2016, pagata 1.79 Euro (3.58/litro)Cask 65 Bruna, formato 75 cl., alc. 6.5%, lotto 4153/4, scad. 08/2017, pagata 3.49 Euro (4.65/litro)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.