MC77 / Cierzo Ala Pivot

L’anello di congiunzione tra le Marche e l’Aragona?  In questo caso Simone Flamini, cestista nato a Macerata che aveva debuttato nel 1998 con la Victoria Libertas di Pesaro diventando poi il capitano di quella Scavolini che nel 2011-2012 arrivò alla semifinale scudetto; la sua ultima apparizione sui campi di gioco con la maglia della Libertas Siena risale al 2017. Terminata l’attività sui campi di pallacanestro, Flamini si concentra sulla sua seconda passione, quella del bancone: nel 2013 assieme ad alcuni soci aveva infatti inaugurato il locale TipoPub a Pesaro con una selezione di birre artigianali ed industriali, replicando nel 2017 l’esperienza a Barcellona con la nascita del locale Pepita.   Da Barcellona Flamini si sposta poi a Saragozza, in Aragona, dove inizia a collaborare con il birrificio Cierzo , che avevamo incontrato in questa occasione, entrando a far parte dello staff.  Lo scorso febbraio 2020 Cierzo fu ospite di una serata presso il TipoPub di Pesaro e Flamini organizzò anche un incontro con il birrificio marchigiano MC-77 per una birra collaborativa.La birra.Ala-Pivot è il nome scelto per una IPA moderna e robusta, ai confini del  double (7.5%), caratterizzata dall’ormai immancabile DDH – Double Dry Hopping: non sono tuttavia state rivelate le varietà di luppolo utilizzate. “Erano i giorni prima del Covid-19  -  ricorda Flamini  -   e miei compagni d’avventura spagnoli hanno pensato che la birra dovesse avere qualcosa che mi ricordasse, ma anche un nome che si potesse capire immediatamente sia in italiano sia in castigliano. Poi gli amici di MC–77 hanno voluto che si creasse un giocatore “luppolato” che indossa la maglia della Victoria Libertas Pesaro che ha i colori biancorossi, che sono gli stessi di Macerata”. Il suo vestito dorato/arancio è molto velato ma non raggiunge le torbidità più estreme dello stile New England IPA. L’aroma è ricco, pulito e piuttosto elegante: mango, papaia, maracuja, pesca percoca, un po’ di agrumi in secondo piano. Al palato non è una NEIPA particolarmente cremosa o morbida: per quel che riguarda la sensazione tattile è una birra piuttosto “solida”, se mi passate l’aggettivo improprio, e la velocità di bevuta inevitabilmente ne paga le conseguenza. Il gusto si muove sullo stesso percorso dell’aroma ma lo fa con passi meno definiti e precisi, risultando un succo tropicale assolutamente gradevole che tuttavia non eclissa la componente maltata (pane e cereale). L’amaro vegetale finale, cortissimo, ha esclusivamente la funzione di portare equilibrio e lascia subito il posto ad una scia tropicale nella quale l’alcool fa finalmente sentire la sua presenza. Ala Pivot è una NEIPA piuttosto assennata e intelligente, priva di spigoli ed estremismi, coerentemente con altre produzioni Mc-7: il birrificio marchigiano si conferma – cosa abbastanza scontata, per quel che mi riguarda  - tra i birrifici italiani che meglio interpretano questo stile.Formato 33 cl., alc. 7.5%, imbottigliata 11/05/2020, scad. 11/11/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Muttnik Bolik

Di Muttnik vi avevo parlato a gennaio 2017 a pochi mesi dal suo debutto avvenuto nell’ottobre del 2016. Da allora la beerfirm fondata da Lorenzo Beghelli ha fatto parecchia strada trasformandosi innanzitutto in un birrificio vero e proprio, anche se con modalità insolite. Nella primavera del 2019 Muttnik ha infatti acquistato il Birrificio Opera di Pavia, presso i cui impianti aveva già realizzato alcune delle sue birre; poco tempo prima Beghelli era inoltre stato ingaggiato come birraio da Opera che, ricordo, nel 2017 fa aveva a sua volta rilevato il Birrificio Pavese.  Sugli stessi impianti di Pavia vengono quindi oggi prodotti tutti e tre i marchi: Muttnik, Opera e Pavese.Facciamo ora un passo indietro all’estate del 2017 quando a Sesto San Giovanni (MI) Muttnik inaugurava il pub chiamato MIR, locale un po’ vintage a tema (ovviamente) sovietico con una dozzina di spine ospitanti non solo le birre della casa ma anche di altri produttori e un’offerta gastronomica basata soprattutto su panini e crostoni.Oltre alle due saison dell’esordio Belka e Strelka, entrambe sottoposte ad un rigoroso restyling grafico delle etichette, la gamma Muttnik è oggi composta dalla Imperial IPA Zhulka, dalla Berliner Weisse Rhyzhik, dalla (tipo) Kolsch Laika, dalla White IPA Albina, dalla Vienna Lager Damka e dall’American Pale Ale Bolik. E e se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: tutte le birre sono dedicate ai cani del programma spaziale sovietico.  La birra.Bolik doveva essere la prima APA di Muttnik ma qualche problema con il fornitore di luppolo ne fece slittare il “vernissage” e al suo posto fu prodotta l’APA Zib, oggi mutata in Best (bitter) Zib. Per quel che riguarda il programma spaziale sovietico Bolik fu un cane che scappò solo pochi giorni prima del suo volo, previsto per il settembre del 1951 e fu sostituito dal cane ZIB (acronimo russo di "Sostituto dello scomparso Bolik"); per quel che invece riguarda la birra, la Bolik ottenne il primo posto nella propria categoria a Birra dell’Anno 2018, edizione ricca di soddisfazioni per il birrificio di Pavia. Oltre a quell’oro arrivarono infatti i bronzi per Strelka e Laika.Il suo vestito dorato s’accende di riflessi arancio, la candida schiuma è cremosa, compatta e mostra buona ritenzione. L’aroma è fresco, elegante, pulito e abbastanza intenso: mandarino, pompelmo, bergamotto, note floreali, qualche sbuffo dank e di frutta tropicale. Un gran bel biglietto da visita le cui aspettative vengono pienamente corrisposte al palato, a partire da un mouthfeel morbido e scorrevole. Pane, qualche accenno biscottato e di frutta tropicale (ananas) introducono una bevuta caratterizzata da un bell’amaro educato e pulito che oscilla tra note resinose e soprattutto  scorza d’agrumi. L’alcool (5.4%) è nascosto perfettamente in un’American Pale Ale che si beve con la facilità di una session beer e nella quale equilibrio, pulizia e precisione sono in grande evidenza. E’ una di quelle birre che potresti bere ad oltranza per tutta la serata:  secca, profumata, rinfrescante:  le manca praticamente solo la data di imbottigliamento in etichetta (una delizia di design grafico) per essere perfetta.Formato 33 cl., al. 5.4%, lotto 031-20, scad. 04/2021, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Alder Beer Co.: Imbiss, Dorf & Deltacolt

Torniamo a parlare di Alder Beer Co., il birrificio inaugurato da Marco Valeriani a Seregno nell’ottobre del 2019: qualche mese fa avevamo passato in rassegna tre birre luppolate di stampo anglosassone mentre oggi assaggiamo altre tre birre nella quale sono invece i malti a guidare le danze. Le prime due si rifanno ala tradizione tedesca, coerentemente con quello che aveva annunciato Valeriani spiegando il nome Alder: “una parola inglese  che sembra un po’ tedesca e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono”. La schwarzbier Imbiss (5.3%) ha debutatto lo scorso 9 aprile credo esclusivamente in lattina, visto che l’emergenza Covid-19 aveva chiuso tutti i locali ai quali sarebbero stati destinati eventuali fusti; è prodotta con malti tedeschi pils, Monaco e torrefatti, lievito lager e luppoli Mittelfruh, Tradition e Select.  Di color mogano forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta: al naso emergono profumi di pumpernickel, pane nero, accenni di caffè e torrefatto, suggestioni di cioccolato e qualche estero fruttato. Al palato c’è grande scorrevolezza come vuole la tradizione tedesca anche se personalmente credo che un pochino di corpo in più non le farebbe male.  Accenni di caramello e cola, pane nero e cereali danno il via ad una bevuta che s’intensifica solo nel finale con l’arrivo dell’amaro del torrefatto e del cioccolato. Pulita e fragrante, Imbiss è una schwarzbier facile da bere alla quale tuttavia mi sembri manchi ancora un pochino d’intensità e carattere.Dorf  (7%) è invece una bock “chiara” che ha anch’essa debuttato in pieno lockdown con una ricetta che prevede malti pils e speciali tedeschi, luppoli Saphir e Select, ceppo di lievito lager. Il suo color oro antico è leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, anche se la foto potrebbe ingannare. Pane, miele millefiori, accenni di biscotto e frutta secca compongono un aroma semplice, pulito e della buona intensità per lo stile: prefazione ad una bevuta delicatamente carbonata che si muove sullo stesso percorso senza deviazioni.  Dolce ma ben attenuata, riscalda il palato con un delicato alcool warming che ben sposa le note conclusive di panificato/cereale e frutta secca a guscio: bock elegante e morbida ma non priva di un leggero carattere rustico e ruspante a renderla vivace ed interessante. Per me è una birra molto ben riuscita. Deltacolt (5.9%) è invece una delle quattro birre (Lewis Keller Pils, Rockfield IPA e Gretna APA) con le quali Alder aveva debuttato: una milk stout nella quale lattosio e fiocchi d’avena hanno il compito di garantire cremosità e morbidezza. Si presenta di color ebano scuro e con profumi di caffè, orzo tostato, pane nero, accenni di cioccolato e di latte/panna:  è l’odore della colazione, non molto intenso ma piuttosto pulito. Il mouthfeel è effettivamente cremoso ma ci sono un po' troppo bollicine, anche se fini, a disturbarlo.  Caffè e torrefatto sono i protagonisti di una stout ben bilanciata nella quale è  la dolcezza della panna (effetto lattosio) a contrastare le tostature. Un delicato tepore etilico avvolge poi il cioccolato in una bel finale che lascia felici e soddisfatti: intensità e facilità di bevuta vanno in questo caso a braccetto e nonostante qualche piccola imprecisione da limare questa lattina di Deltacolt è una milk stout di livello già alto.Nel dettaglio:Imbiss, 40 cl., alc. 5.3%, imbott. 07/04/2020, scad.  07/10/2020, prezzo indicativo 5.00 €Dorf, 40 cl., alc. 7.0%, imbott. 20/04/2020, scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €Deltacolt, 40 cl., als. 5.9%,  imbott. 01/04/2020, scad. 01/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Tanker Oh My Citra!

Põhjala è il rappresentante più noto della birra artigianale estone, è stato il primo (2011) ed ha ispirato altri birrai a contrastare il dominio dei tre marchi nazionali A. Le Coq, Saku Õlletehas (Carlsberg) e e Viru Õlu (Harboe). Oggi ce ne sono quasi una cinquantina, tra microproduttori e beerfirm: fra questi Sori, Lehe e Pühaste sono regolarmente esportati in tutta Europa. Alla lista si aggiunge Tanker, birrificio operativo dalla primavera del 2015 ad una ventina di chilometri dalla capitale Tallinn. In realtà l’avventura di Tanker era iniziata un paio di anni prima come beerfirm: l’aveva fondata l’homebrewer e musicista Ants Laidam. Qualche mese dopo, ad un meeting di homebrewers estoni, Laidam incontra Jaanis Tammela e Ryan Suske, anche loro impegnati a trafficare in garage con pentole e fermentatori. I tre amici mettono assieme i propri risparmi acquistano il vecchio impiantino di Põhjala (1 HL) e chiudono il 2015 producendo 400 ettolitri di birra. Tammela abbandona così la sua decennale carriera nella telefonia (Ericsson) per dedicarsi a tempo pieno a Tanker e lo stesso fa Suske: Laidam, autore delle etichette, scompare invece dall’organigramma societario. In sala cottura arriva il giovane Martin Vahtra, aiutato nei primi passi dal birraio di Põhjala Chris Pilkington.   Nell’estate del 2015 l’acquisto di alcuni nuovi fermentatori permette di triplcare la capacità produttiva e di toccare quota 1200 ettolitri alla fine del 2016. Sono però quasi 100.000 le bottiglie che vengono tappate manualmente: un paio di campagne di crowdfunding sulla piattaforma Funderbeam consentono l’acquisto di un’imbottigliatrice automatica ed altri fermentatori, ma ancora non basta. Nel 2017 Tanker ottiene altri finanziamenti per un totale di 700.000 euro  che permettono di acquistare un nuovo impianto aumentando la capacità produttiva annuale a 6000 ettolitri; nello stesso anno è il primo birrificio estone ad essere invitato all’importante vetrina della  Mikkeller Beer Celebration Copenhagen. A marzo 2018 viene inaugurato a Tallin il locale Uba ja Humal, una sorta di taproom o meglio un beershop con tavolini e venti spine che ospitano anche birrifici amici e nel maggio del 2019 hanno debuttato le prime lattine. Oggi Tanker esporta in quasi tutta Europa ma l’80% della produzione continua ad essere assorbita da Estonia e Finlandia, dove le loro birre sono presenti anche in un centinaio di supermercati. A guidare le danze la flagship IPA chiamata Reloaded.La birra. Il portfolio completo di Tanker segna ormai quota 160 etichette, delle quali soltanto una decina viene prodotta tutto l’anno. IPA e dintorni (Session, DIPA, NEIPA) la fanno ovviamente da padrone; una delle ultime nate, lo scorso aprile, è la Oh My Citra!, una single hop che promette fuochi artificiali grazie ad un triplo dry-hopping: a inizio, durante e alla fine del processo di fermentazione. L’etichetta prende ovviamente spunto dal celebre Urlo di Edvard Munch, ma qui è cono di luppolo a gridare la propria angoscia ed alienazione. Il suo colore dorato è velato, mentre la candida e generosa schiuma è compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è gradevole ma del triplo dry-hopping non sono rimaste molte tracce, se parliamo d’intensità: protagonisti sono ovviamente gli agrumi nella forma di pompelmo, cedro, lime e mandarino.  Neppure al palato si verifica un’esplosione di luppolo e ci sono un po’ troppe bollicine a disturbare la festa: la bevuta è tuttavia piacevole e caratterizzata da una base di malti molto leggera (pane e miele) subito incalzata da un accenno di frutta tropicale e, ovviamente, tanti agrumi. Il finale è abbastanza secco, l’amaro zesty e vegetale è piuttosto tranquillo, alla faccia degli 85 IBU dichiarati in etichetta. A poco più di due mesi dalla messa in lattina nel bicchiere c’è una IPA un po’ timida nonostante i belligeranti propositi dichiarati in termini di dry-hopping ed IBU; nasconde tuttavia molto bene il suo contenuto alcolico (6%) risultando così quindi molto scorrevole e piuttosto rinfrescante.Formato 44 cl., alc. 6%, IBU 85, lotto B447, scad.  13/12/2020, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Bonavena Brewing: Knuckle Pils, Hook Vermont IPA & Ring IPA

All’apparenza potrebbe sembrare tutto nuovo, ma alle spalle del marchio/progetto Bonavena Brewing c’è uno dei produttori storici della scena italica nonché il primo in assoluto di quella campana: parliamo del birrificio Saint John’s, fondato nel 1999 a Faicchio (BN) da Mario Di Lunardo. Dopo quasi vent’anni d’attività con la linea  “La Birra Artigianale”. Di Lunardo ha voluto creare un marchio parallelo dal carattere moderno e con una bella identità visiva che si ricollega al mondo del pugilato ed in particolare alla figura dell’argentino Oscar Bonavena, peso massimo che negli anni ’70 era arrivato a sfidare il grande Mohammed Alì resistendo sino alla quindicesima ripresa, quando fu fermato dall’arbitro dopo essere andato al tappeto per la terza volta. Nel 1976, qualche mese dopo il ritiro, fu ucciso dal buttafuori di un bordello in Nevada: al suo funerale a Buenos Aires parteciparono 150.000 persone. Per sviluppare il progetto Bonavena viene reclutato Vincenzo Follino, homebrewer dall’esperienza decennale, attuale presidente dell’associazione Southern Homebrewers e personaggio noto a chi frequenta forum e gruppi Facebook dedicati alla birra. Follino ammette d’aver imparato prima a conoscere la birra e poi ad amarla: s’è interessato della fase produttiva durante i suoi studi di tecnologia alimentare  ed ha poi iniziato a berla per piacere a viaggiare per conoscerla sempre meglio ed a farla in casa. Oggi, in parallelo alla sua attività di medico nutrizionista a Monza, si reca nei fine settimana a Benevento per concentrare le cotte e gli infustamenti delle birre Bonavena; il debutto è avvenuto nella primavera del 2018 con l’American Pale Ale Match e la NEIPA Hook, seguite a stretto giro dalla Smooth Jab (Grisette), dalla So Clinch (Lichtenhainer) e dalla KO (American IPA). Non è stata – almeno per chi segue la scena -  affatto una sorpresa vederlo eletto miglior birraio emergente 2019 alla manifestazione di Birraio dell’Anno che si è tenuta lo scorso gennaio 2020 a Firenze: titolo, ricordo, riservato ai produttori  con meno di due anni di esperienza. Lo spin-off Bonavena è cresciuto molto in fretta ed oggi occupa già circa il 70% della produzione dell’impianto da 28 ettolitri di St. John, le cui birre (fusti e bottiglie rifermentate)  rimangono destinate sopratutto alla ristorazione. Bonavena va invece alla conquista dei pub e dei beershop: l’emergenza Covid-19 ha anticipato le tempistiche d’introduzione delle lattine (isobarico) che hanno affiancato i fusti. Poche le bottiglie: questo formato è stato utilizzato solamente per l’imperial stout e sarà, in futuro, la casa delle birre acide che stanno già prendendo forma nella bottaia.Le birre.Partiamo dalla Knuckle (le nocche della boxe a mani nude) una pils che vede l’utilizzo di un lievito della Franconia isolato e propagato dal fondo di una bottiglia  -  dicono -   della Mönchsambacher Lager. Dorata e velata, dalla candida testa di schiuma compatta e cremosa, regala profumi di erbacei, di pane e fiori, soprattutto camomilla, qualche suggestione fruttata. Pane, cereali fragranti e un tocco di miele caratterizzano una bevuta snella e leggermente rustica, correttamente carbonata, che si conclude abbastanza secca con un bel finale amaro erbaceo e delicatamente speziato. L’alcool (5%) è impercettibile in questa  birra semplice e pulita che evapora letteralmente dal bicchiere: uno dei migliori complimenti che si possono fare ad una pils. Ottima.Hook (“il gancio”) è invece quella New England IPA che non può mancare nella gamma di qualsiasi birrificio che vuol stare al passo coi tempi: utilizza due diversi ceppi di lievito, American Ale e Vermont. Il protocollo prevede che sia opalescente e lei lo rispetta; il suo color arancio è comunque luminoso e la schiuma è compatta e abbastanza persistente. Al naso c’è un’intrigante e fresca macedonia composta da mandarino, mango, ananas, pompelmo e arancia, pesca percoca, litchi, persino qualche suggestione di fragola. Il corpo è leggermente chewy, masticabile, ma non ci sono particolari morbidezze: una “mancanza” compensata da una bevuta priva di quegli ruvidi spigoli che spesso le NEIPA si portano appresso. Il gusto non è complesso e definito come l’aroma ma è comunque una NEIPA succosa e fruttata che oscilla tra la frutta tropicale e gli agrumi: pulita e abbastanza educata, nasconde anche lei l’alcool (6.9%) con grande maestria e chiude il suo percorso con un amaro resinoso/vegetale di buona intensità e breve durata. Una NEIPA molto ben eseguita che diventerebbe eccezionale se replicasse anche al palato le meraviglie aromatiche. Con la Ring (6.6%) ci spostiamo invece sulla costa ad ovest degli Stati Uniti, quella che fino a qualche anno fa, prima di essere spodestata dal New England, era considerata il nirvana della birra. Dorata ma forse un po’ troppo pallida per il sole della West Coast, utilizza luppoli El Dorado, Mosaic, Columbus e Citra per dare forma ad un bouquet ricco di pompelmo, cedro e limone, ananas, resina e qualche lontana reminiscenza dank. Al palato riesce a scorre bene anche se per quel che riguarda la sensazione tattile la trovo un pelino più pesante del dovuto. La bevuta si snoda attraverso pane e crackers, suggestioni tropicali e un profilo zesty che prelude ad un finale amaro resinoso, “amaro ma non troppo”. Una West Coast IPA rivisitata in chiave moderna che punta sulla facilità di bevuta e ci riesce sacrificando un po’ quel “kick”, quella “botta” d’amaro che avevano i classici della California; i nostalgici come me ne avvertiranno un po’ la mancanza, le giovani leve probabilmente apprezzeranno.Due anni fa il debutto, birre già ben definite e di ottimo livello: Bonavena brucia le tappe e s'appresta  già a passare da emergente a "big" della scena birraria italica. Nel dettaglio: Knuckle, formato 33 cl., alc. 5.0%, lotto 20/15, scad. 11/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)Hook, formato 33 cl., alc. 6.9%, lotto 20/12, scad. 09/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)Ring, formato 33 cl., alc. 6.6%, lotto 20/11, scad. 09/2020, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Oskar Blues / Cigar City Barrel Aged Bamburana

Il 2019 si è chiuso in maniera piuttosto positiva per la CANarchy Craft Brewery Collective, una sorta di “ombrello sinergico” che dal 2015  racchiude al suo interno Oskar Blues, Perrin, Cigar City, Squatters,  Wasatch, Deep Ellum e Three Weavers. Il progetto è stato parzialmente finanziato dall’equity firm  Fireman Capital Partners  e sforma circa 480.000 barili di birra, un bel +14% rispetto al 2018. La crescita è stata spinta soprattutto dal successo dell’Hard Seltzer Wild Basin Boozy Water di Oskar Blues e dall’introduzione di alcune confezioni miste di birre di Cigar City e Oskar Blues, nonché del CANarchy IPA pack, una selezione di dodici IPA in lattina prodotte da Oskar Blues, Cigar City, Three Weavers e Deep Ellum. Nell’ambito del mercato craft, la Jai Alai IPA di Cigar City è il secondo 6 pack in lattina più venduto negli Stati Uniti con un aumento di vendite del 41%., mentre il 6 pack di Dale’s Pale Ale di Oskar Blues si trova in quarta posizione. Alquanto curiosamente i birrifici che fanno parte del progetto CANarchy non avevano mai collaborato tra di loro, limitandosi ad altre tipologie di sinergie commerciali. E’ soltanto nel gennaio del 2019 che Oskar Blues e Cigar City hanno potuto annunciare la prima collaborazione in lattina tra  due membri del CANarachy:   Bamburana, una massiccia imperial stout prodotta con aggiunta di fichi e datteri ed invecchiata in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey e brandy; prima del confezionamento c’è stata una successiva maturazione in tank dove sono state aggiunte spirali di Amburana, un legno tipico del Sud America col quale vengono assemblati barili comunemente utilizzati per la produzione di cachaça, acquavite brasiliana ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero. L’idea di Tim Matthews, Head of Brewing Operations di Oskar Blues e Wayne Wambles, birraio di Cigar City, era di “imitare i sapori di un biscotto al pan di zenzero ripieno di fichi; abbiamo passato molto tempo e selezionare le giuste tipologie di fichi e datteri per dare anche alla birra quella leggera appiccicosità che potesse contrastare le note ruvide del legno Amburana”. Entrambi i birrifici sono noti per le loro imperial stout barricate di successo, come le varianti di Ten Fidy prodotte in Colorado e quelle di Marshal Zhukov e Hunahpu in Florida. La birra.  Molto prossima al nero, forma una testa di schiuma molto “abbronzata” e un po’ scomposta ma dalla discreta persistenza. L’aroma è in parte spiazzante: oltre alla rassicurante presenza di fichi, datteri, uvetta e distillato c’è un mix di spezie non ben identificato che richiama zenzero, cannella e cardamomo. C’è anche una netta nota affumicata e qualche richiamo al rabarbaro. Il naso è comunque avvolgente e riscalda con i suoi ricordi di whiskey e brandy.  Un eccesso di bollicine compromette quella che dovrebbe essere una birra morbida e piena, da sorseggiare con calma sul divano:  agitare il bicchiere aiuta ma non risolve del tutto il problema. La bevuta è dolce di melassa e caramello, liquirizia, cioccolato e frutta sotto spirito: alcool (12.2%), delicate tostature e note legnose riportano la livella in equilibrio prima di un finale caldo, piuttosto etilico, nel quale i distillati sposano qualche goccia di cioccolato e un filo di fumo.  E’ una birra interessante che lascia inizialmente un po’ spiazzati ma che riesce pian piano a conquistare chi ha il bicchiere in mano: un’imperial stout leggermente speziata in maniera abbastanza poco tradizionale, immagino per effetto del legno Amburana. Peccato per l’eccesso di bollicine: il risultato è positivo ma poteva essere migliore.Formato 35,5 cl., alc. 12,2%, imbott. 10/01/2019, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Dry & Bitter: Dank & Juicy & Still Lifestyle

Non è stato facilissimo mettere assieme tutti i tasselli del puzzle, ma spero di avercela fatta. Partiamo dagli “stronzi”, ve li ricordate? Stronzo Brewing Company, microbirrificio danese fondato nel 2011 che, sebbene mai importato in Italia, ebbe nel nostro paese una certa risonanza non solo per il nome scelto ma per aver anche annunciato nel 2012 la Birra Berlusconi, un progetto credo mai concretamente realizzato. La Stronzo non ebbe vita lunga, l’export non andava molto forte e la città di Copenhagen mai autorizzò l’apertura di un brewpub nel distretto Vesterbro che avrebbe dovuto assorbire buona parte della produzione: un’idea che precedette di qualche anno quella di Mikkeller, più abile a farsi concedere il benestare per aprire proprio a Vesterbro il suo brewpub Warpigs assieme agli americani di Three Floyds. A luglio 2014 Stronzo dichiara fallimento; i suoi impianti ed il mutuo per l’acquisto degli stabili di un ex caseificio a Gørløse  (40 km a nord ovest di Copenhagen) vengono rilevati qualche settimana dopo da Simon Toft Hansen e Tobias Rieck. Hansen è proprietario dell’Ølsnedkeren  (il carpentiere della birra) un brewpub nel quartiere Nørrebro di Copenhagen aperto nell’agosto 2012; Rieck è invece titolare della beerfirm Brøggeren che dalla fine del 2013 produce sugli impianti di Ølsnedkeren. L’ex birrificio Stronzo viene rinominato Ølkollektivet e contemporaneamente Ølsnedkeren cessa di produrre birra diventando tecnicamente una beerfirm che produce le proprie birre sugli impianti della Ølkollektivet. Da notare come nel 2013 Ølsnedkeren e Stronzo erano stati tra i più prolifici produttori danesi con oltre 50 nuove birre a testa, più di una ogni settimana! Il “regno” di Simon Toft Hansen e Tobias Rieck dura  però solamente sei mesi, perché a gennaio 2015 il birrificio Ølkollektivet viene acquistato da Søren Wagner e Jay Pollard, proprietari dal 2011 del beer bar di Copenhagen Fermentoren (Halmtorvet 29C, non lontano dalla stazione dei treni), 24 spine dedicate al craft e una succursale aperta di recente ad Aarhus. Alla Ølkollektivet si continua a lavorare per conto terzi ma s’inizia anche a produrre “le birre della casa” del Fermentoren, che diventa quindi anche una beerfirm; Ratebeer ne elenca circa una decina. Ma Søren Wagner è anche già proprietario di un’altra beerfirm chiamata Croocked Moon Brewing, una cinquantina di birre prodotte soprattutto presso gli impianti della Nørrebro Bryghus dove lavorava come birraio. In parallelo Wagner e il socio Pollard lanciano anche una seconda beerfirm chiamata con lo stesso nome della società da loro fondata (Dry & Bitter ApS) per la gestione dei Fermentoren. La Dry & Bitter Brewing Company debutta nella primavera del 2015: cinquanta birre realizzate in poco più di un anno di vita, al solito ritmo frenetico per stare dietro alla costante ricerca di novità dei beer-raters. Ducentomila i litri prodotti nel primo anno di vita, con la Session IPA Christian Bale Ale e la Double IPA Hobo Chic a tirare le fila. Nel frattempo alla Ølkollektivet (di proprietà Dry & Bitter, ricordo) si continua a produrre un po’ per tutte le beerfirm danesi emergenti, con alcune di loro che vi hanno anche piazzato i propri fermentatori: Bad Seed Brewing, Ghost Brewing, Black Rooster, Gamma Brewing Company, Vassingerød, Ølsnedkeren e ne avrò probabilmente dimenticata qualcuna. Da qualche mese le Dry & Bitter sono arrivate anche in Italia, con le loro etichette che oscillano tra il fumetto ed il retrò senza disdegnare incursioni nell’arte: il luppolo la fa ovviamente da padrone, con imperial stout e le prime “sour” a completare la gamma.Le birre.Dank e Juicy sono due termini anglosassoni oggi molto di moda tra i beergeeks; quelli del Fermentoren, che evidentemente conoscono bene clienti dei propri locali, le utilizzano per la loro interpretazione di West Coast IPA. Per i meno esperti, dank è un termine la cui traduzione letterale  (umido, freddo) non dice molto applicata alla birra; pensate piuttosto alla marijuana (stessa famiglia del luppolo) e al fatto che a volte alcune varietà di luppolo americano possano effettivamente dare alla birra un profumo che ricorda la Cannabis. Juicy si riferisce al carattere fruttato e “succoso” anch’esso impartito da alcuni luppoli: un normale descrittore che è diventato tremendamente di moda da quando il mondo dei geeks ha scoperto le cosiddette Juicy (o Cloudy) IPA che vengono prodotte da alcuni birrifici del New England.  Per semplificare, oggi direte che una IPA della West Coast è “fruttata” ma non “succosa”:  perché il termine “juicy” è ormai riservato a quelle IPA torbide, con poco amaro, tremendamente simili anche nel gusto ad un succo di frutta. Si scherza, eh. Ma non troppo.Dank & Juicy, un punto d'incontro ideale tre West ed East Coast statunitense. Citra, Equino e Mosaic sono i luppoli utilizzati per questa IPA che si presenta di un torbido color oro/arancio con una discreta testa di schiuma bianca e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma è ovviamente una macedonia di frutta fresca, valorizzata dalle poche settimane di vita di questa bottiglia: pompelmo, cedro, limone e forse qualsiasi altra declinazione d'agrumi alla quale possiate pensare, La frutta tropicale annunciata in etichetta rimane in secondo piani mentre per quanto mi sforzi di cercarlo, di dank c'è forse giusto un accenno. In bocca è morbida e scorre bene, forse le manca qualche bollicine (davvero poche, qui) per essere un po' più vivace. Difficile percepire i malti (crackers) in un gusto dove la frutta esplode sin dall'imbocco: mango ed ananas sono i due elementi principali di una "generica" sensazione tropicale che avvolge il palato, affiancata da pompelmo ed altri agrumi. La bevuta risulta facile e molto secca, mentre il finale in quanto West Coast IPA convince meno del dovuto, con l'amaro della resina che viene quasi oscurata da note zesty e leggermente terrose. IPA effettivamente "succosa" ma sicuramente non juicy nell'accezione del New England; il livello è piuttosto alto ma pulizia ed eleganza sono ben lontane dall'eccellenza. Un po' rozza in alcuni passaggi, più sfacciatamente fruttata che educata, è comunque una bella bevuta che soddisfa e "ti fa sentire al passo coi tempi".Continuiamo  con una porter “robusta” (7.3%) chiamata Still Lifestyle prodotta con infusione di caffè a freddo (Cold Brew Coffee); la bella etichetta esprime alla perfezione lo "stile di vita alla natura morta" con una lasciva signora intenta a fumare su di una poltrona a forma di calice di birra. Un inquietante teschio in sottofondo ci ricorda forse che i vizi (fumo, alcool) non sono salutari. Quasi nera,  forma un mediocre cappello di cremosa schiuma nocciola un po' grossolana e dalla discreta persistenza. Il caffè domina il naso in lungo e in largo, sia nella forma dei chicchi che in quella liquida dell'espresso. Intenso ed elegante, relega in sottofondo le sfumature di cenere, tabacco, cuoio. Anche in questa birra ci sono poche bollicine, il corpo è medio mentre la consistenza sembra prediligere la scorrevolezza alla cremosità. Caramello e liquirizia caratterizzano il dolce a supporto del monopolio del caffè con qualche breve intervallo di cioccolato amaro e tostature, sopratutto nel finale; l'alcool è quasi non pervenuto, l'amaro è ben bilanciato da una gradevole acidità. Nel bicchiere c'è semplicemente una birra al caffè, monotematica, senza fronzoli, bilanciata ed essenziale ma ben assemblata ed elegante.Nel dettaglio:Dank & Juicy, 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 17/11/2016, scad. 15/09/2017, prezzo indicativo 5.00 € (beershop) Still Lifestyle, 33 cl., alc. 7.3%, lotto non indicato, scad. 01/07/2017, prezzo indicativo 5.00 €(beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Westbrook Mexican Cake Imperial Stout

Westbrook Brewing viene fondata nel dicembre 2010 da Edward e Morgan Westbrook, marito e moglie che grazie ad una campagna di equity funding riescono a racimolare gli investimenti necessari per acquistare un terreno nel sobborgo Charleston di Mount Pleasant, Carolina del Sud.  Il birrificio (1700 metri quadri) viene costruito da zero, installando un impianto da 35 ettolitri affiancato da uno pilota da 23 ettolitri. Ai tempi del college per Edward la birra coincideva con il nome di Budweiser; fu una vacanza in Europa a fargli capire che esisteva anche della birra che avesse anche un gusto: prima la Guinness in Spagna (sic!), poi l’Inghilterra con le sue Real Ales e soprattutto con la Theakston's Old Peculier. Di ritorno negli Stati Uniti, Edward scopre che è possibile cercare di replicare quelle birre anche in casa: negli ultimi anni alla Furman University si cimenta con l’homebrewing ed inizia a frequentare i pochi microbirrifici presenti nei dintorni: Blue Ridge, RJ Rockers e Thomas Creek, quest’ultimo volenteroso nel dispensare consigli su come fare la birra in garage e nel fornirgli le materie prime. La fidanzata Morgan lo sprona e l’homebrewing diventa il loro hobby preferito: "era meraviglioso riuscire a produrre un keg di birra (141 pinte!) con soli 20 dollari. Alle feste studentesche potevo far pagare ogni pinta 5 dollari e con quelli pagarmi gli studi..”  Edward fonda anche un piccolo club locale di homebrewers guadagnandosi il soprannome di “Prolific Ed” in quanto ogni mese portava alle riunioni 5- 10 birre diverse; terminato il college e la Clemson University con un  Master in Business Administration, dopo circa quattro anni di homebrewing Westbrook a 25 anni apre il proprio birrificio facendosi aiutare nei primi passi da un birraio professionista. All’inizio sono solamente due le birre prodotte regolarmente tutto l’anno, in lattina: la Westbrook IPA e la White Thai, una witbier speziata con lemongrass e zenzero e ispirata dalla cucina asiatica; il resto della produzione Westbrook è fatto di birre stagionali o occasionali, esperimenti, leggere variazioni sul tema. Per Edward fare la birra è come cucinare, e quindi ama sperimentare ogni volta ingredienti diversi toccando quasi tutte le tradizioni brassicole: UK, Germania, Belgio, Polonia; non tardano ad arrivare anche gli invecchiamenti in botte. Una buona parte della capacità produttiva è inoltre destinata a produrre alcune birre per la beerfirm Evil Twin.La birra.Cinque mesi dopo l’apertura del birrificio Edward e Morgan Westbrook si sposano e per la festa Edward realizza una imperial stout prodotta con habaneros, stecche di cannella, vaniglia e fave di cacao che vengono aggiunte durante la fase di fermentazione: tutti i partecipanti ala cerimonia ricevono una bottiglia da portare a casa. La birra riscuote pareri entusiasti e viene quindi deciso di replicarla in occasione del primo anniversario del birrificio Westbrook, che arriva nel gennaio 2012: da allora ogni anno nel mese di maggio, mese in cui cade l’anniversario di matrimonio dei coniugi Westbrook, la Mexican Cake viene messa in commercio diventando una delle birre più famose e ricercate del birrificio della Carolina del Sud. Inevitabile il proliferare di innumerevoli varianti di una ricetta azzeccata; oltre alle versioni barricate (Bourbon, Pappy, Cognac, Tequila, Maple Bourbon e vino rosso) ne esistono  altre con aggiunta di caffè, ciliegia, chipotle, cocco, churro (!), cioccolato e fragole.Nel bicchiere arriva oggi l’edizione 2016, imbottigliata lo scorso maggio; "best consumed fresh, do not age" sono le indicazioni riportate in etichetta. Il suo colore è il nero, mentre la schiuma quasi fatica a formarsi: quel mezzo dito che appare è molto rapido nel dissolversi. L'aroma è purtroppo altrettanto fiacco: la componente etilica è preponderante e tende a coprire quasi tutto. Molto in sottofondo si scorgono lievi tostature, cioccolato al latte, vaniglia, caramello. Pulizia ed eleganza, di quel poco che c'è, non sono esemplari. Le cose vanno leggermente meglio in bocca, ma non c'è da esultare; anche qui l'alcool è molto, troppo in evidenza allontanando dal palcoscenico quelli che dovrebbero essere i protagonisti: tostature, cioccolato, caffè, caramello bruciato, lieve fruit cake. La cannella non è pervenuta ed il peperoncino è molto ben dosato facendosi sentire solo a fine bevuta  aggiungendo ulteriore calore a quello già derivante dall'alcool; nel finale il palato è ben ripulito dal luppolo (resina) il cui amaro ben si amalgama con quello del torrefatto. Al palato è oleosa e morbida, con corpo medio e poche bollicine: un buon mouthfeel che tuttavia non risolleva una bottiglia onestamente deludente. Pulizia solo discreta, troppo alcool, birra che si sorseggia con un po' di fatica e tanta noia: sicuramente "sfortunata" e il rammarico é direttamente proporzionale al prezzo del biglietto, in questo caso non economico.Formato: 65 cl., alc. 10.5%, IBU 50, imbottigliata 23/05/2016, prezzo indicativo in Europa 17.00/19.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

EastSide Brewing: SunnySide & SeraNera

Debutta oggi sul blog Eastside Brewing, birrificio di Latina fondato nel 2013 da cinque soci: Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La storia di EastSide inizia con l'homebrewing o meglio dall'incontro di due homebrewers, Luciano e Tommaso, che uniscono le loro forze e iniziano a far assaggiare le proprie birre a parenti e conoscenti. Tra questi vi è Alessio, amico e compagno di squadra di Luciano a partire dalle giovanili della Virtus Basket Latina, già imprenditore nel settore delle energie rinnovabili: è lui a spronare i due homebrewer a passare nel mondo dei professionisti e così, dopo qualche tentennamento, nasce nel 2013 la beerfirm EastSide che si appoggia inizialmente agli impianti di Malto Vivo, a quel tempo guidato dal birraio Luigi Serpe. Il debutto avviene con la APA Soul Kiss, il cui riscontro positivo spinge i birrai a cimentarsi con altre due ricette, la IPA SunnySide a la Brown Ale Sweet Earth. La messa in funzione degli impianti propri arriva prima del previsto bruciando un po' la  tabella di marcia che i soci si erano prefissati dall'inizio: nel 2015 viene inaugurato il birrificio di Latina, sala cotte a 2 tini da 14 ettolitri con sei fermentatori da 30 HL e 2 da 15 HL. La produzione è oggi divisa tra sei birre disponibili tutto l'anno (SunnySide, Soul Kiss, SeraNera, Sweet Heart, Beeraway e Berenice) e quattro stagionali, se non erro al momento disponibili solo in fusto: Spring Break (American Wheat), l'estiva Six Heaven (American IPA con cocco tostato), l'autunnale Bimba Mia (Hoppy Saison con brettanomiceti) e l'invernale Fumo Lento (Smoked Baltic Porter). In aggiunta ci sono anche una decina di altre birre prodotte occasionalmente con l'intento di farle entrare un giorno in produzione più o meno regolare.Devo innanzitutto ringraziare Luciano di EastSide che mi ha inviato da assaggiare le sei birre prodotte tutto l'anno, disponibili in formato 33 e 75 centilitri; quest'ultimo è pensato alla ristorazione, settore in cui il birrificio - nonostante la situazione nel nostro paese non sia  ancora molto incoraggiante - dice di credere moltissimo.Prima di partire con gli assaggi non resta che citare le belle etichette realizzate da Roberto Terrinoni, ognuna delle quali racconta una breve storia per immagini collegata alla birra o alle passioni dei soci del birrificio. Le birre.Partiamo dalla American IPA SunnySide, la cui etichetta richiama il (falso) mito delle IPA nate per essere inviate ai coloni inglesi ed il sole della West Coast, mentre il nome riguarda l'esposizione privilegiata alla luce del sole che nel corso dell'anno ha la città di Latina: lo sapevate? L'interpretazione West Coast avviene per mezzo di Citra, Simcoe, Columbus, Chinook e Mosaic.Al solito la fotografia rende la birra più scura del reale: nel bicchiere è solare (oro antico) e leggermente velata; la bianca schiuma, non troppo generosa, è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. La bottiglia ha poche settimane di vita ed il naso trasmette freschi profumi di pompelmo e arancio, frutta tropicale (mango e ananas); in sottofondo qualche nota dank a completare un bouquet semplice ma elegante e pulito, dall'ottima intensità. Il percorso continua in linea retta al palato dove c'è un bel carattere fruttato a guidare le danze: sopratutto pompelmo, con frutta tropicale ad aggiungere preziosi dettagli. Presenza dei malti (lieve biscotto, cereale) molto leggera, ottima attenuazione e finale che spinge sull'amaro della resina e del pompelmo senza eccessi e mantenendo sempre un buon equilibrio. IPA pulita e facile da bere, alcool (7%) ben nascosto, corpo medio e poche bollicine a formare un mouthfeel morbido, molto gradevole.  Interpretazione stilistica scevra di caramello che rientra perfettamente nelle mie corde: profumi e gusto sono valorizzati al massimo dalla freschezza, ottima intensità, carattere fruttato dominante ma non cafone, davvero una bella bevuta.Oscuriamo ora il bicchiere e passiamo alla Sera Nera, una Cascadian Dark Ale la cui etichetta rappresenta il momento ispiratore di uno scritto, nel caso specifico la ricetta di una birra, con le gocce d'inchiostro che rivelano la notte, la luna e le stelle. Il nome è un omaggio all'omonima canzone di Tiziano Ferro, nato a Latina. Cascadian Dark Ale quindi, stile che nei concorsi e in quasi tutte le guide agli stili (BJCP in primis) viene equiparato a quello delle Black IPA. In realtà ci sarebbero delle leggere differenze, come spiega Mitch Steele nel suo libro IPA: le Black IPA sono nate all'inizio degli anni 90 in Vermont, mentre qualche anno dopo sull'altra costa statunitense, in Oregon, delle birre scure abbondantemente luppolate presero il nome di Cascadian Dark Ale, come omaggio alle materie prime (luppolo) locali. Le Black IPA sarebbero sostanzialmente delle semplici IPA colorate di nero, con un carattere tostato quasi impercettibile; le CDA non sarebbero invece neppure nere ma di color marrone scuro e le tostature, benché non pronunciate come in una Stout/Porter luppolata, non dovrebbero essere completamente eclissate dalla luppolatura.Cascade, Columbus, Chinook e Simcoe sono i luppoli utilizzati da EastSide in una birra che appare comunque di color nero, con un compatto e cremoso cappello di schiuma che rimane per lungo tempo nel bicchiere. L'intensità dell'aroma fa qualche passo indietro rispetto alla SunnySide ma è ugualmente pulito: pompelmo, caffè, tostature e note terrose convincono fianco a fianco rilegando in sottofondo qualche accenno di frutta tropicale. Il gusto riporta subito in alto l'asticella dell'intensità con una bevuta nella quale entrano in campo all'inizio caffè, orzo tostato e torrefatto, seguiti dal pompelmo e, in quantità minore, frutta tropicale; c'è un sottofondo torrefatto che entra ed esce delicatamente di scena più volte nel corso della bevuta, mentre nel finale amaro convivono note resinose, tostate e terrose, con il pompelmo che non disdegna di fare un capolino anche nel retrogusto. Anche qui c'è una bella intensità, una buona secchezza ed un ottimo livello di pulizia; poche bollicine, corpo medio, la sensazione palatale rimane ugualmente morbida e leggermente cremosa nonostante la ricetta prevede una piccola percentuale di segale; le poche settimane di questa bottiglia fanno il resto valorizzando la generosa luppolatura.Due birre ben fatte e di ottimo livello, debutto convincete sul blog di un birrificio ancora giovane ma che sta lavorando davvero bene: teneteli d'occhio.Nel dettaglio: SunnySide, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 51 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50 EuroSeraNera, formato 33 cl., alc. 6.5%, lotto 48 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Struise / Stillwater Outblack 2011

Eccoci ad un altro appuntamento con la rubrica "Dalla Cantina" dedicata al vintage, alle birre che hanno superato la loro data di scadenza, a quelle dimenticate in cantina... appunto. Ancora una volta il protagonista è il birrificio belga De Struise, con un altra delle loro robuste Belgian Strong Dark Ales che ben si prestano ad essere conservate per molti anni.Outblack è una collaborazione datata 2011 con la beerfirm americana Stillwater Artisanal Ales: da notare che a quel tempo anche gli Struise erano una beerfim che produceva presso gli impianti della Deca di Woesten Vleteren. I lavori di ristrutturazione dei locali di una scuola di Oostvleteren a pochi chilometri dall'abbazia di St. Sixtus/Westvleteren stavano per essere terminati e gli impianti produttivi di proprietà stavano per essere finalmente messi in funzione. A fine 2010 Urbain Coutteau, Carlo Grootaert e l'americano Brian Strumke si recano alla Deca per produrre la Outblack: come l'etichetta riporta, "ci sono voluti 29 giorni per sviluppare la ricetta, 12 ore per realizzarla, 44 minuti per assaggiare questo gioiello e 2.8 secondi per vedere un sorriso apparire sui nostri volti". La Outblack viene descritta commercialmente come "una Belgian Strong Ale sposata ad uno stile giovane ma molto potente, le Black IPA": difficile dire a cinque anni dalla messa in bottiglia se fosse effettivamente quello il risultato ottenuto. Il giorno successivo della cotta Strumke rimase alla Deca a realizzare la propria strong ale Jaded. La birra.Non ci sono molte notizie sugli ingredienti utilizzati: in aggiunta a luppolo e malti, l'etichetta cita anche avena, frumento e segale. Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro, opaco: forma un discreto cappello di schiuma nocciola cremoso e compatto, dalla buona persistenza. Al naso l'intensità è buona, con un apporto molto positivo dato dal passare del tempo: netti i profumi di vino liquoroso, di porto, liquirizia, uvetta e prugne disidratate, zucchero candido, cuoio/pelle. Con un corpo tra il medio ed il pieno, al palato è morbida ed avvolgente, oleosa, con una carbonazione media. La ricchezza del gusto ricorda in alcuni tratti la Pannepot degli Struise: biscotto, zucchero candito, liquirizia, prugna e uvetta, caramello brunito. Il risultato è simile a quello di un vino liquoroso che scalda ma si sorseggia senza grosse difficoltà; la bevuta dolce è bilanciata da un sorprendente finale quasi rinfrescante, con la generosa luppolatura (di un tempo) che ancora ripulisce bene il palato con una nota amaricante che ricorda il rabarbaro e la china, e il pensiero vola in direzione del barolo chinato. La Outblack ha retto piuttosto bene ai cinque anni di cantina virando positivamente nel territorio del  vino marsalato e fortificato; gli aspetti negativi dovuti all'età (cartone bagnato, salsa di soia al naso) sono davvero ridotti ai minimi termini e quasi impercettibili. Il risultato è una birra avvolgente e calda, pulita e potente, solida, perfetta da gustare in tutta tranquillità dopocena. Fomato: 33 cl. alc. 10%, lotto 01/01/2011, scad. 01/02/2016, pagata 4.60 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.