Berg Jubel Bier

Berg è un tranquillo sobborgo di circa 4.000 abitanti nel land del Baden-Württemberg, a sette chilometri da Ehingen e ad una quarantina dalla più nota Ulm. Ad Ehingen i più antichi documenti scritti sulla produzione di birra risalgono al 1384 e quelli relativi al birrificio Berg (“montagna”, ma in questo caso siamo a soli 500 metri sul livello del mare) al 1466:  in quell’anno l’arciduca Sigismondo d’Austria menzionò infatti in una lettera la “Wirtshaus auf dem Berg”, osteria dove potersi rifocillare con carne di ottima qualità. Nel 1890 operavano ad Ehingen una ventina di birrifici, incluso Berg che dal 1757 è di proprietà della famiglia Zimmermann: Dopo nove generazioni, è Ulirich ad avere ora il timone tra le mani : la produzione annuale si attesta sui 30.000 ettolitri.Al solito non si trovano molte notizie storiche e non vi è molto da raccontare sui birrifici tedeschi che hanno alle spalle una storia secolare dominata dal rispetto per la tradizione. La Berg Brauerei Ulrich Zimmermann non fa eccezione ed è meglio quindi concentrarsi sul presente: il birrificio vi attende in centro a Berg con la propria BrauereiWirtschaft, ristorante che oltre ai classici della cucina sveva come i ravioli Maultaschen propone anche un interessante Gulash alla birra e una cotoletta Schnitzel impanata alla birra. In Germania i camerieri vi guardano sovente con compassione quando chiedete una birra dalle dimensioni inferiori al mezzo litro: alla Berg non è un problema, visto che propongono anche il formato assaggio da 10 centilitri e la possibilità di ordinare un moderno “beerflight” di quattro birre. A fianco del ristorante, aperto tutti i giorni, troverete il BrauereiLädele, negozio di merchandising e nel seminterrato la Bierkeller dove poter acquistare birra da asporto; oltre alle bottiglie sono disponibili fustini di diverse dimensioni in acciaio e in legno.  E nella stagione estiva dal venerdì alla domenica è operativo l’immancabile Biergarten nel quale – come vuole la tradizione – c’è musica dal vivo.   Ma non è tutto: alla Berg si organizzano visite guidate, corsi di panificazione e di birrificazione su di un impiantino pilota da 20 litri, corsi di degustazione tenuti da beersommelier.La birra. Come il nome indica, la birra Jubel è stata prodotta nell’occasione della Ulrichsfest che nel luglio del 2016 si è svolta a Berg per celebrare “550 Jahre auf dem Berg”, ovvero quei 150anni  passati trascorsi dalla data di fondazione del birrificio: stand gastronomici, mercatini, un accampamento medievale nel castello, visite alle cantine del birrificio, cicloraduni, musica  dal vivo e diretta su grande schermo degli europei di calcio. Il birrificio la definisce una classica Zwickel/Kellerbier non filtrata e quindi naturalmente torbida; per la produzione è stato utilizzato malto d’orzo locale, luppoli Hallertauer Magnum e Tettnanger Perle nel corso della bollitura e Tettnanger a freddo, durante la maturazione. Il suo  aspetto è inappuntabile: dorata, piuttosto velata, schiuma candida, a trama fine, compatta e cremosa. Fiori, cereali, mollica di pane, accenni erbacei e di miele, una delicata speziatura; l’aroma è una piacevole ventata di semplicità e freschezza e la bevuta non è altro che la sua ideale prosecuzione. Jubel è una zwickel/keller facilissima da bere ma caratterizzata da un’ottima pulizia e da una buona intensità: i malti sono fragranti, nel finale c’è un accenno erbaceo/terroso che  dura un battito di ciglia. Un bel bicchiere di pane liquido, non privo di una gradevole componente rustica: così piacevole dal farmi desistere subito in approfondimenti che possano smentire o confermare un accenno di diacetile. Jubel di Brauerei Berg: bottiglia acquistata alla cieca senza saperne nulla, si è rivelate essere  un giubileo di nome e di fatto. Formato 50 cl., alc, 5.3%, lotto 15133, scad. 02/01/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Alder Beer Co.: Summer Job & Hoppeland

Le presenze sul blog del birrificio Alder di Seregno sono sempre più frequenti ma ammetto che era tanta la curiosità di vedere Marco Valeriani cimentarsi per la prima volta con un birrificio tutto suo, dopo le esperienze di successo maturate lavorando come birraio presso Menaresta ed Hammer. Trovate tutta la storia qui.  A maggio vi avevo parlato di tre birre luppolate di stampo americano, a metà luglio siamo invece andati virtualmente in Germania ed in Inghilterra ad assaggiare tre birre dove i protagonisti erano i malti.  IPA e Double IPA americane continuano a dominare la gamma Alder ma pian piano il portfolio di Valeriani si sta espandendo andando a colmare lacune importanti: ad esempio il Belgio o l’Inghilterra luppolata.Lo scorso giugno è nata Summer Job, interpretazione moderna di una English Pale Ale "in ricordo delle pinte bevute in un pub di Swanage, contea di Dorset, UK”.  Valeriani non ha nominato esplicitamente né il nome delle due birre né quello del pub e tocca indovinare. Se per il nome del locale diventa abbastanza difficile fare delle ipotesi, visto che la cittadina affacciata sulla costa della Manica ne ospita parecchi,  il nome della birra presenta due indizi utili.  Il primo mi fa pensare alla  Summer Lightning, inventata alla fine degli anni ’80 da John Gilbert, birraio alla Hopback Brewery e considerato il “padre” di di tutte le Golden/Summer Ales inglesi: birre chiare, secche, generosamente luppolate e dalla grande bevibilità. La Summer Lightning  è una birra straordinaria che purtroppo non sono quasi mai riuscito a bere in condizioni decenti nel nostro paese.  Il secondo indizio mi fa pensare alla Proper Job, una della birre che hanno decretato il successo di St. Austell e commercializzata nel corso del tempo sotto le vesti di Golden Ale, American Pale Ale o India Pale Ale per adeguarsi alle richieste del mercato.  La Summer Lightning è prodotta con solo luppolo inglese East Kent Golding, la Proper Job utilizza invece Cascade e Chinook.   E la Summer Job di Alder?  Willamette (il più inglese dei luppoli americani), Cascade e Chinook: avrò indovinato le due pinte pinte bevute in un pub di Swanage? Il suo colore è dorato e velato, la schiuma compatta ma un po’ grossolana. L’aroma è pulito ed elegante: emergono profumi di pane, accenni biscottati e di miele, floreali ed erbacei, frutta a pasta gialla, lemongrass. Delicatamente carbonata (la flemma inglese!) scorre molto bene ma dal punto di vista tattile mi sembra un pochino più pesante rispetto a quello che ricordo essere le sue due probabili muse ispiratrici. Il bouquet aromatico viene riproposto con buona precisione anche se al palato il fruttato ha perso freschezza e vira un po’ troppo verso la marmellata. Bevuta secca, dalla buona intensità e dal grande poter rinfrescante e dissetante, chiude il suo percorso con un amaro tipicamente british: note terrose, erbacee e un tocco di lemongrass. Ottima birra estiva che a tre mesi dalla nascita sta solo invecchiando un po’ troppo precocemente, anche se conservata sempre in frigorifero: di quelle che non dovrebbero mancare in ogni pub, soprattutto in estate.Ad inizio luglio ha invece fatto il suo debutto Hoppeland, Belgian Ale con un nome che parla chiaro: la “terra del luppolo” belga è la cittadina di Poperinge e da qui proviene il luppolo Nugget usato in una ricetta ridotta ai minimi termini che prevede 100% malto pils. Perché dopotutto quando si parla di Belgio il vero protagonista non può che essere il lievito.  Anche qui è doveroso citare due birre che hanno aperto una strada poi imboccata da tanti altri: quella del Belgio “moderno” (luppolato): la XX Bitter di De Ranke e soprattutto la spesso sottovalutata Poperings Hommelbier di Van Eecke,  quest’ultima commissionata in origine proprio in occasione dell’annuale festa del luppolo della cittadina belga. Il suo vestito oscilla tra il dorato ed il giallo paglierino, la schiuma è perfettamente belga: generosa, compatta, molto persistente. Al naso emergono note erbacee e zesty, crackers  mentre il lievito regala accenni di spezie, e quel mix di banana e rustico che a volte trovo stappando la Saison Dupont. DNA belga rispettato in pieno al palato: bollicine copiose, corpo medio, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco di frutta a pasta gialla, agrumi canditi sono l’ago della bilancia di una birra dal un finale generosamente luppolato e secco, ricco di note erbacee, zesty e terrose. E’ il Belgio moderno che ammalia e seduce, quello che piace a me, quello da bere ad oltranza in estate e non solo.  Le manca un po’ di spavalderia, il suo abito è ancora un po’ ingessato e potrebbe essere ad esempio un po’ più ruffiana al naso. Ma l’esordio di Alder in territorio belga è degno di nota e la Hoppeland entra subito tra le migliori interpretazioni italiche. Nel dettaglio: Summer Job, 40 cl., alc. 5,0%, lotto 27/05/2020, scad.  27/09/2020, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)Hoppeland, 40 cl., alc. 5,5%, lotto 10/07/2020, scad. 10/01/2021, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Bierol The Padawan

Del birrificio austriaco Bierol vi avevo già parlato in questa occasione: Bierol, ovvero Bier and Tyrol, birra e tirolo; la regione dell’Austria non è certamente una destinazione ricercata dagli appassionati di birra artigianale, ma anche qui qualcosa sta lentamente cambiando. Ad Innsbruck i due locali del Tribaun rappresentano una bella oasi nel deserto e a Schwoich, settanta chilometri più a nord, vicino ai monti del Kaiser, è attivo dal 2014 il microbirrificio Bierol fondato da Christoph Bichler e Maximilian Karner. In realtà il padre di Bichler possedeva dal 2004 un impianto da 10 ettolitri nella stesso edificio rurale con annessa una piccola locanda-ristorante, lo Stöfflbräu: produceva le classiche helles  e weizen che la gente si aspettava di trovare. La morte improvvisa del suo birraio e un sostituto non all’altezza provocarono la chiusura del business. Il figlio Christoph non era molto interessato a proseguire l’attività del padre e si era dedicato a studiare legge; nel corso di una vacanza negli Stati Uniti assaggia però alcune IPA che cambiano completamente la sua concezione di birra. Al ritorno trasmette il suo entusiasmo all’amico Maximilian Karner convincendolo ad andare a Monaco di Baviera ad un festival di birra artigianale per fargli assaggiare qualcosa di simile a quello che aveva bevuto in America. Dopo quell’esperienza i due amici si trovano d'accordo: perché non provare a rimettere in funzione l’impianto da 10 ettolitri del padre di Christoph che giace inutilizzato da nove anni? Nessuno dei due ha mai fatto la birra ma c’è il vecchio Bichler ad aiutarli a muovere i primi passi, ci sono i libri e c’è internet. Nel 2014 nasce Bierol alla quale si unisce  Marko Nikolic, commerciale e beer sommelier: la prima birra prodotta è una Lager ambrata con dry-hopping di Cascade chiamata Number One seguita dalla Mountain (Double) Pale Ale che risulterà essere la birra più votata dal pubblico del primo Craft Bier Festival di Vienna.  Da allora Bierol in quasi sei anni d’attività ha già realizzato 166 diverse etichette.  Potete assaggiarle direttamente alla fonte presso la Taproom & Restaurant che si trova adiacente agli impianti ed è gestita da Caroline Bichler, sorella di Christoph; otto spine affiancate dalla cucina dello chef Thomas Moser, coerente con le birre moderne che Bierol produce: non aspettatevi di mangiare Schnitzel, Gröstl e Kaiserschmarrn.  Qualche mese fa Maximilian Karner ha abbandonato il birrificio. La birra.Gli appassionati di Star Wars avranno già rizzato le orecchie ma alla Bierol giurano che il nome scelto per questa loro  American Pale Ale non è assolutamente ispirato alla famosa saga.  Padawan non è colui che ha iniziato un addestramento sotto la guida di un Maestro Jedi ma semplicemente una “Pale Ale Doing Alright Without A Name”, ovvero una Pale Ale che sta bene anche senza nome. Il curioso acronimo fu scelto nel 2014 nel corso di un sondaggio online col quale il birrificio chiedeva suggerimenti per una Pale Ale ancora priva di nome.  La sua ricetta prevede malti Pilsner, Carahell, frumento, fiocchi d’avena e luppoli Mosaic e Citra a guidare le danze.  Il suo colore ricorda quello  di un succo di frutta: la schiuma risente un po’ di questo voler essere contemporaneo e non è molto compatta. Sorvolando sull’estetica, c’è un bell’aroma, fresco e pulito, ricco di litchi, mango, ananas, arancio e pompelmo; in secondo piano profumi floreali e leggermente vegetali/resinosi. Un ottimo biglietto da visita.  L’avena le dona una bella morbidezza al palato che è tuttavia un po’ disturbata da un eccesso di bollicine, in questa bottiglia. Bierol la definisce “una birra per l’estate” e non posso che confermare: molto fruttata ma priva di inutili esagerazioni, prosegue il suo percorso tra agrumi e frutta tropicale in maniera un po’ meno definita rispetto all’aroma, caratteristica alla quale queste birre sottoposte a generosi DDH (Double Dry Hopping) ci hanno ormai abituato. La bevuta non è affatto deludente, tutt’altro: bella intensità, ottima secchezza, un finale amaro piuttosto delicato e corto che si sviluppa tra vegetale e resina senza mai grattare in gola. Ci vuole più tempo a descriverla che a berla. Dopo El Patron, un’altra ottima birra da Bierol: Padawan è una Pale Ale moderna e alla moda ma realizzata raziocinio e intelligenza. Ottima bevibilità, livello alto: siete in Tirolo e vi siete stancati di bere helles e weizen? Bierol è la risposta alla vostra domanda. Formato 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 706707, scad, 21/01/2021, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Founders KBS Espresso

La KBS  - Kentucky Breakfast Stout  del birrificio Founders è una birra che ogni appassionato dovrebbe conoscere e che ha fatto un pezzo di storia della Craft Beer Revolution americana: ve l’avevo già raccontata qui. Nata nel 2002, è partita un po’ in sordina complice un mercato ancora poco ricettivo per queste birre “estreme” ma è riuscita poi a diventare un oggetto di culto. E’ stata una  delle prime birre per le quali le gente si accampava fuori dal birrificio per riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Founders ne ha aumentato anno dopo anno la produzione a  scapito della qualità, dicono quelli che l’avevano assaggiata quando era accessibile solo a pochi. Il birrificio di Grand Rapids ha poi ceduto nel 2014 il 30%  agli spagnoli della Mahou e nella propria “cantina”,  una ex-cava di gesso profonda 25 metri, si sono accumulati sempre più barili usati di bourbon. L’hype non va mai d ‘accordo con la quantità e di conseguenza quello per la KBS è andato pian piano scemando. L’interesse degli appassionati si è spostato verso altre Barrel Aged Imperial Stout e per riuscire a venderle tutte le bottiglie prodotte Founders ha iniziato a guardare anche oltre i confini della propria nazione. Nel 2015 la KBS arrivava per la prima volta in Europa e In Italia: da allora anche per noi è relativamente facile acquistarne ogni anno qualche bottiglia. Non sarà più la birra che era dieci anni fa, ma la KBS rappresenta tutt’ora una delle Barrel Aged Imperial Stout dal miglior rapporto qualità prezzo.In un mercato costantemente alla ricerca di novità è invece abbastanza curioso che Founders non abbia mai sfruttato il marchio e il successo della KBS realizzandone molteplici varianti.  D’accordo, si tratta di una imperial stout già “ricca e golosa” in quanto prodotta con fave di cacao e caffè, ma ci sarebbe voluto davvero poco andando aggiungendo di volta in volta vaniglia, cocco, peperoncino o qualche altra spezia, prendendo come fanno la maggior parte dei birrifici americani. Di fatto esiste solamente la CBS - Canadian Breakfast Stout, riesumata nel 2018 dopo sette anni di assenza, che però ha un nome leggermente diverso.Nel 2019 gli spagnoli di Mahou San Miguel hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevare la maggioranza di Founders: la loro percentuale è salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa.  E nello stesso anno il birrificio del Michigan ha rivoluzionato la propria Barrel Aged Series: la KBS viene resa disponibile tutto l’anno e non solamente a marzo, la CBS non viene più prodotta. Nel settembre dello scorso anno Founders annunciava l’arrivo della prima vera variante della KBS, chiamata Espresso e disponibile a partire da febbraio 2020. La sua messa in commercio è stata poi anticipata di qualche mese: vernissage al birrificio il 15 novembre e distribuzione in tutti gli Stati Uniti a partire da dicembre.  Racconta il birraio Jeremy Kosmicki: “ci siamo divertiti nell’invecchiare la KBS in diverse botti con grande successo, come quelle che avevano contenuto sciroppo d’acero; in altri casi, come con la salsa piccante, le cose non sono andate ugualmente bene.  Per la nostra prima variante ufficiale abbiamo deciso di potenziare un elemento che costituisce già il cuore di questa birra, il caffè. E non un caffè qualsiasi, ma quello torrefatto di nostri vicini di casa della Ferris Coffee & Nut di Grand Rapids. La KBS viene già prodotta con del caffè, ma questa variante dopo aver terminato l’invecchiamento nelle botti di bourbon viene fatta maturare con aggiunta di ulteriori chicchi di caffè espresso”.Evidentemente alla Mahou San Miguel hanno deciso di rilanciare il marchio KBS seguendo, con colpevole ritardo, quello che stanno facendo tutti i birrifici americani.  Lo scorso giugno Founders ha infatti annunciato l’arrivo di una seconda variante di KBS, prevista per novembre e chiamata Maple Mackinac Fudge: sarà prodotta con sciroppo d’acero e fudge al caffè dell’isola di Mackinac, un vero e proprio paradiso nel Michigan per gli amanti del fudge, dei cavalli e delle biciclette.La birra. La KBS Espresso è arrivata anche in Europa con un lotto realizzato in un secondo momento ed imbottigliato lo scorso aprile. Vestita di nero, porta un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Nessuna sorpresa al naso, dove domina effettivamente il caffè espresso, in forma liquida: l’accompagnano profumi di cioccolato fondente e vaniglia, orzo tostato, bourbon, legno e frutta sotto spirito. L’aroma è pulito e ancora molto intenso. Tutto procede per il meglio anche al palato: corpo quasi pieno ammorbidito da una sensazione tattile cremosa, quasi setosa: sorseggiarla non è affatto difficile. Il gusto non ripropone la precisione dell’aroma e non raggiunge profondità abissali, ma è comunque un gran bel bere. Caffè e bourbon sono protagonisti di una bevuta che parte dolce, arricchita da vaniglia, fudge e frutta sotto spirito per poi essere bilanciata dall’acidità proveniente dal caffè, abbastanza pronunciata: ed è forse questa la caratteristica che la differenzia maggiormente dalla KBS standard. C’è il cioccolato mentre  tostature e torrefatto sono meno evidenti del previsto ed il finale procede nella sua lunga scia avvolgente ed etilica di bourbon e caffè.   Nel bicchiere non ci sono grandi emozioni ma a una imperial stout barricata dall’ottimo rapporto qualità prezzo: su questo niente da eccepire. Espresso è variante della KBS che amplifica ovviamente l’elemento caffè:  piccolo avvertimento per chi non ne ama l’acidità, che in questa birra si fa sentire abbastanza: orientatevi sulla KBS normale. Formato 35,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto 23/04/2020, prezzo indicativo 8--10 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Finix Brewing: Lumberjack Lager & Grind NEIPA

Alto Adige e birra: per andare oltre la naturale l’associazione con la tradizione tedesca basta recarsi a Perca, nella splendida Val Pusteria.  E’ qui, in una stradina secondaria che porta ai campi sportivi di tennis e calcio, che l’americano Zacharias “Zeke” Maamouri-Cortez ha aperto nel 2015 il Riverside Gastropub. Zeke è nato nel Maine ed è arrivato in Alto Adige nel 2006, portato dall’amore per le montagne e per lo sci: si dilettava con l’homebrewing dai tempi del college ma in Südtirol mancavano spazi e materie prime per continuare. Si “consola” completando la scuola alberghiera a Bressanone per poi andare a farsi le ossa cucinando nelle cucine di diversi ristoranti tedeschi e italiani come lo stellato Schote di Nelson Müller ad Essen e il tri-stellato Rosa Alpina di Norbert Niederkofler in Val Badia.  Esperienze che si riveleranno fondamentali nel momento di inaugurare con la compagna Petra Töchterle il Riverside Gastropub e portare un pezzo degli Stati Uniti (BBQ ed Hamburger, per semplificare) in Südtirol: “volevo smarcarmi dall’offerta tradizionale di questo territorio.  Nel mio ristorante uno ci deve venire apposta, non ci si passa per caso. Se avessi servito canederli e cucina sudtirolese, la cosa non avrebbe funzionato. Ci sono tanti posti eccellenti in cui fermarsi prima di arrivare qui, e comunque non è quello che volevo fare. Neanche questa struttura, così moderna, si addice alla cucina tradizionale di questo territorio. Ci voleva qualcosa di nuovo per cui i clienti avrebbero scelto di recarsi precisamente qui, alla fine della strada, sulle rive del Rienzo e in questo locale dallo stile molto moderno. Ho proposto quello che io sono, la mia cultura e la cucina della mia tradizione”. Ma per completare il puzzle manca ancora un pezzo: la birra, quella autoprodotta.  Dal 2006 ad oggi le cose sono cambiate anche in Alto Adige, dove molti birrifici si sono uniti alla piccola rivoluzione della birra artigianale italiana.  Con il supporto di altri microproduttori, Zeke ha accesso alle materie prime e torna a produrre birra tra le mura domestiche.  Nel 2019 un garage adiacente al Gastropub viene ristrutturato e Zeke adatta ed assembla con le proprie mani i pezzi di un impianto da 3,5 ettolitri proveniente dal Nebraska: nasce Finix Brewing.  L’American Blond Ale Pamela e la berliner ai lamponi Circle Like A Square sono le birre del debutto affiancate da alcune versioni sperimentali di New England IPA destinate poi ad evolvere nella Grind, la NEIPA della casa, alla quale s’affiancano la Wildcatter Milk Stout e la Pilsner Lumberjack.E negli Stati Uniti viene catapultato anche chi capita per caso sul loro sito ufficiale e non ha il tempo di buttare l’occhio sull’indirizzo: il sito è tutto in inglese, le birre sono offerte in lattina, hanno grafiche moderne, il webshop dispone già di merchandising come magliette e bicchieri. Siamo in Italia? La Craft Beer Revolution USA ha decretato il successo delle lattine sulle bottiglie e Finix si è già dotato di “mobile canning”, un sistema di inlattinamento itineranante che può quindi essere usato anche da altri birrifici.  Qualche settimana fa Finix ha infine inaugurato la propria Taproom nella zona pedonale di Brunico: dieci spine e tre frigoriferi che ospitano anche altri birrifici, con un posto di riguardo agli amici di Birra Del Bosco.Le birre.Finix vuole portale in Sudtirolo la Craft Beer americana ma paradossalmente gli Stati Uniti hanno (ri)scoperto da un po’ di tempo la tradizione tedesca: numerosi birrifici hanno infatti inserito tra le loro spine lager e pilsner.  Non è quindi una sorpresa che lo scorso maggio Finix abbia fatto debuttare Lumberjack (5%), una pilsner classica (luppoli Tettnanger e Hallertauer Mittelfruh) che promette però di avere un “american touch”. Il suo colore è dorato e leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente candida, cremosa e compatta. I profumi di crosta di pane, miele, floreali, erbacei ed una delicata speziatura danno forma ad un aroma pulito ed abbastanza elegante: un bel biglietto da visita per un percorso che continua al palato senza divagazioni ma con qualche leggero calo d’intensità (acquoso) che poteva essere evitato. Discreta secchezza, buona pulizia ed un finale erbaceo che pulisce bene il palato: ma per avvertire l’american touch mi devo lasciar suggestionare da qualche impercettibile accenno agrumato. Una buona pils, piacevole e molto scorrevole, una birra entry level che potrebbe essere strategica nell’avvicinare molti bevitori locali avvezzi alla scuola tedesca. Si poteva però osare qualcosa in più.La NEIPA Grind (7.5%) parla invece un linguaggio assolutamente contemporaneo, a partire dal suo color torbido che ricorda visivamente un succo di frutta. Al naso ci sono freschi ed intensi profumi tropicaleggianti, soprattutto di mango e di ananas, note resinose e dank ma anche qualche accenno al vegetale e al cipollotto che rovinano un po’ la festa. L’intensità e degna di nota mentre per quel che riguarda la pulizia ci sono ancora margini di miglioramento. Il mouthfeel è piuttosto gradevole, leggermente chewy come vuole la scuola del New England ma comunque scorrevole. La bevuta è ricca ed intensa, con frutta tropicale e pesca a definire una NEIPA intensa e ben bilanciata: c’è qualche spigolo nel percorso d’uscita, in quell’amaro vegetale e resinoso che gratta un po’ il palato e obbliga a dilungare un po’ il tempo d’attesa tra un sorso e l’altro.  L’alcool si fa sentire solo a fine corsa in questa NEIPA che non ha paura di essere amara mostrando determinazione ed un carattere un po’ scorbutico che avrebbe bisogno di qualche limatina.Nel dettaglio: Lumberjack, 44 cl., alc. 5%, lotto 203515, scad. 05/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio) Grind, 44 cl., alc. 7.5%, lotto 204424, scad.  02/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

BrewDog Indie Pale Ale

Quando si parla di un birrificio si dovrebbe parlare solo di birra ma nel caso di BrewDog le cose sono state sempre diverse. All’inizio c’erano le birre, ma gli scozzesi hanno rapidamente iniziato a far parlare di sé per le loro provocazioni, per le irriverenti operazioni di marketing e per altre iniziative nelle quali la birra era stata relegata in secondo piano. Una strategia che era forse necessaria in un primo periodo per rompere l’establishment della birra industriale inglese e che ha indubbiamente portato successo: BrewDog si dichiara ancora paladino dell’indipendenza e della Craft Beer nonostante abbia ormai raggiunto dimensioni ragguardevoli: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi in Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Australia.  Ho incontrato per la prima volta BrewDog nel 2010 ed allora il mio palato era indubbiamente diverso: la mia esposizione alla birra artigianale era ancora limitata e le birre BrewDog mi sembravano estreme, potenti, aggressive. Esattamente quello che ti aspetti da un birrificio che proclama il punk e la rivoluzione. Mi sembravano o lo erano davvero?  Poi la rivoluzione di BrewDog si è espansa: per far girare gli impianti sempre più grandi è necessario vendere tanta birra e per farlo è necessario andare a pescare sempre più nel territorio dominato dalle anonime birre industriali. Portare i consumatori verso la più costosa Craft Beer non è semplice: bisogna conquistare il loro palato senza spaventarlo con prodotti estremi o troppo diversi da quelli che sono abituati a consumare. Le birre di BrewDog sono progressivamente divenute sempre più docili, le ricette sono state modificate e ammorbidite per avvicinarsi con più facilità ai consumatori. La loro birra più  iconica, la Punk IPA, è l’esempio perfetto. Le BrewDog degli ultimi anni mi sono sembrate sempre più anonime e un lontano ricordo di quello che erano.  Personalmente ho perso interesse verso il birrificio scozzese e probabilmente lo hanno fatto tanti altri appassionati della vecchia guardia. Un piccolo prezzo da pagare per poter continuare a crescere a e diventare una grande porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale? Certo, anche se per i vecchi nostalgici trovare una spina BrewDog in mezzo a tante industriali può ancora essere un’ancora di salvezza, in attesa di tempi migliori.La birra.E’ esattamente in quest’ottica che venne annunciata a gennaio del 2018 la nascita della nuova Indie Pale Ale. Non India, ma Indie: independent. Una “pale ale per il ventunesimo secolo, la nostra interpretazione della perfetta gateway beer: studiata per essere facile da comprare e da bere in ogni occasione. Una birra Ideale per chi voglia espandere i propri orizzonti: la utilizzeremo come trampolino di lancio carico di luppolo nel mondo della birra artigianale. La Indie Pale Ale è al tempo stesso un campanello d’allarme e uno squillo di tromba. La birra artigianale continuerà ad avanzare nel mercato solo se sarà accessibile a tutti: questa birra è la nuova arma per combattere le birre industriale insapori. Perché crediamo che una volta si sia attraversato il cancello non si posso più tornare indietro”. Per fare questo BrewDog progetta una nuova Pale Ale (4.2%) con malti biscotto e caramello, luppoli Columbus, Cascade e Simcoe.  Nel giorno del suo debutto, 11 gennaio, chiunque avesse taggato BrewDog con l’hashtag #DrinkIndie avrebbe avuto due mezze pinte di birra offerte nei vari BrewDog bar.  Nel bicchiere si presenta di color dorato, leggermente velato, mentre la schiuma è  cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Pane, miele e cereali; l’aroma è tutt’altro che luppolato. Un po’ di mela verde completa un quadro poco entusiasmante e le molte poche bollicine non aiutano a riportare un po’ di entusiasmo a chi beve il primo sorso. La bevuta è figlia dell’aroma è quindi sono protagonisti i malti, dovrei dire: in realtà l’intensità è davvero ai minimi termini e quindi parlare di protagonismo è fuori luogo.  Un po’ d’amaro, nella forma di frutta secca a guscio, arriva alla fine di un percorso anonimo e deludente.  Ma è una chiusura poco secca e quindi poco dissetante, con una leggera patina dolciastra che rimane avvolta al palato.  Ben vengano birre entry level per portare i bevitori di birra industriale dall’altra parte della barricata, ma questa lattina di Indie Pale Ale è equiparabile proprio ad un banale e insapore prodotto industriale, noioso e privo di carattere. Meglio allora risparmiare qualche centesimo e restare tra la braccia dell’industria. Siamo nel 2020 e si deve pretendere di più anche da una semplice gateway beer. Non so se la birra sia stata maltratta dalla distribuzione, ma l’impressione è che sia una delle tante anonime e deludenti birre alle quali ormai BrewDog ci ha purtroppo abituato.Formato 33 cl., alc. 4.2%, lotto 03029 50,  scad. 11/09/2021, prezzo indicativo 2.00 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Liquida: Loki IPA & Don Quisciotte West Coast IPA

Il Birrificio Liquida è uno degli ultimi arrivati nel panorama italiano ma dietro alle quinte vi sono delle vecchie conoscenze: Luca Tassinati, Christian Bertoni e Luca Drudi. Partiamo da Tassinati, homebrewer che esordì tra i professionisti nel 2013 con la beerfirm ferrarese Monkey Beer  e diventò poi alla fine del 2016 birraio del birrificio umbro Altotevere, col quale due anni dopo riuscì a conquistare il titolo di birraio emergente dell’anno 2018. Christian Bertoni e Luca Drudi sono invece due appassionati birrofili ed homebrewers che nell’autunno del 2016 inaugurarono a Forlì, assieme al socio  Lorenzo Gramellini, il locale BiFor, nel quale è ovviamente protagonista la birra artigianale: al locale è collegata l’omonima beerfirm che nel 2019 ottenne alla manifestazione Birra dell’Anno la medaglia d’argento nella propria categoria di riferimento con la Black IPA Icaro.  Il birrificio Altotevere è stato uno dei protagonisti alle spine del BiFor e sugli impianti in Umbria venne prodotta anche qualche etichetta BiFor. Tra Tassinati, Bertoni e Drudi si creò un bel rapporto professionale e personale: il birraio ferrarese cullava da tempo il sogno di possedere un proprio birrificio e i due amici romagnoli decisero di aiutarlo a realizzarlo.  I tre soci fondano il Birrificio Liquida e Tassinati lascia Altotevere per dedicarsi al nuovo impianto che trova casa ad Ostellato, nella “bassa” ferrarese, posizionato a metà strada tra il capoluogo emiliano e la costa adriatica. Le vicissitudini legate al Covid-19 hanno fatto posticipare il debutto di Liquida, molto atteso dagli addetti ai lavori, allo scorso 17 Giugno 2020 ovviamente alle spine del BiFor. Liquida, bel nome e belle grafiche realizzate a Forlì,  fa riferimento allo “stato della birra come corpo fluido, in evoluzione, in crescita, che conserva il proprio volume ma che tende a prendere la forma del recipiente in cui è posto”.    Si parte “a tutto luppolo” con le IPA Don Quisciotte, Loki e la sorella maggiore Sierra Tonante; in luglio sono poi arrivate la Ploner Pils, la Session IPA Chopper a la Tripel Caronte, in agosto la witbier In Bloom.La birra.Loki è una delle prima birre realizzare da Liquida ma non affezionatevi troppo: si tratta in realtà di una IPA (5.5%) la cui ricetta varia ad ogni lotto (“mutevole come la forma e il carattere dell’omonima divinità norrena) e si differenzia per un diverso mix di luppoli.  Nello specifico ci occupiamo della primissima cotta dello scorso giugno realizzata con Sabro, Amarillo e Mosaic. In commercio troverete già la Loki DDH IPA Citra/Simcoe /Sultana e la Loki Sabro/Amarillo/Mosaic. Si tratta di un’interpretazione West Coast ma a voler essere pignoli il suo colore dorato è un po’ troppo pallido: la schiuma è candida, compatta ed ha ottima ritenzione. Pane e crackers, profumi floreali, pompelmo, mandarino, arancia, cedro, qualche accenno alla frutta tropicale: l’aroma è pulito ed elegante, abbastanza intenso. La bevuta è secca, moderna e non modaiola, molto ben bilanciata tra malti (pane, crackers), frutta tropicale e quegli agrumi che diventano rapidamente protagonisti per essere poi affiancati da note resinose in un finale amaro di buona intensità e persistenza. Ottimo anche il mouthfeel, che avvolge il palato senza pregiudicare la scorrevolezza di una birra che nasconde benissimo l’alcool ed evapora dal bicchiere molto velocemente. IPA semplice ma efficace, pulita, elegante: ottima esecuzione.Restiamo al sole della California perché anche l’IPA Don Quisciotte (6.6%) è d’ispirazione West Coast:  i protagonisti sono Mosaic, Columbus e Citra. In questo caso il suo colore è perfettamente centrato: tra il dorato e l’arancio con una testa di schiuma cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Pompelmo, accenni di frutta tropicale, note dank (per i meno esperti: pensate alla marijuana): l’aroma non è esplosivo ma quello che conta, ovvero pulizia ed eleganza, c’è. Anche la Don Quisciotte risulta molto gradevole al palato: corpo medio, giusta carbonazione, morbida e leggermente cremosa al “tatto”: pane, miele, qualche accenno di frutta tropicale e di pompelmo tracciano un percorso lineare che culmina in un bel finale amaro, dank e resinoso, lungo e intenso. Gran bella interpretazione di West Coast IPA: pulita, con gli attributi al punto giusto e dalla grande bevibilità.  In un periodo in cui molti birrifici cercano di produrre dei torbidi succhi di frutta con risultati spesso discutibili è davvero un piacere trovare due IPA di ottimo livello ispirate alla cara vecchia West Coast e rinvigorite da un tocco moderno: un debutto assolutamente positivo quello di Liquida. Ma da vecchio brontolone voglio trovare lo stesso un difetto: perché non indicare in etichetta la data di confezionamento? Nel dettaglio: Loki, 33 cl., alc. 5.5%. scadenza 14/06/2021, prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)Don Quisciotte, 33 cl., alc. 6.6%, scadenza 15/06/2021,  prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Ottakringer BrauWerk Big Easy Session IPA

Il birrificio Ottakringer fu fondato nel 1837 nell’omonimo (Ottakring) sobborgo di Vienna, un tempo semplice agglomerato di un centinaio di case e oggi divenuto il sedicesimo distretto della capitale: nella sua storia ha cambiato innumerevoli proprietari, è sopravvissuto a due guerre, è stato più volte ricostruito ed è oggi l’unica azienda austriaca nel settore bevande ad essere quotata in borsa.  La Ottakringer Getränke AG è posseduta al 94% dalle famiglie austriache Menz, Wenckheim, Trauttenberg e Pfusterschmid che nel 2009 hanno riacquistato un considerevoli numero di azioni dalla multinazionale Heinieken, operante in territorio austriaco con i marchi Zipfer, Gösser e Puntigamer attraverso la Brau Union.  Birra propria, distribuzione di marchi altrui (Budweiser) e acqua minerale (Vöslauer) hanno consentito alla Ottakringer di fatturare nel 2018 circa  80 milioni di euro: la produzione di birra è di circa 500.000 ettolitri l’anno, con una quota di mercato domestico  del 6%.  Per cercare di conquistare nuovi clienti anche Ottakringer, come altri grandi marchi austriaci, ha iniziato a fare l’occhiolino al craft, creando nel 2014 la propria divisione BrauWerk, uno spin-off dedicato a produrre piccoli lotti su impianto dedicato che vanno soprattutto al di fuori dalla tradizione austriaca. Al marchio BrauWerk, caratterizzato da grafiche moderne, è seguito il Beer Base Vienna, un locale che si trova in Ottakringer Plants, adiacente al birrificio. Definirlo solo un bar (aperto lo scorso aprile) sarebbe molto riduttivo: oltre alle spine e alle bottiglie da acquistare, il Beer Base Vienna promette di mostrarvi il mondo BrauWerk a 360 gradi con corsi di degustazione, visite guidate all’impianto e la possibilità utilizzarlo per produrre le proprie ricette. La gamma BrauWerk include attualmente numerose etichette stagionali ed alcune birre disponibili tutto l’anno: tra queste la Belgian Ale Sunbeam, la Big Easy Session IPA, la Porter Black & Proud, la Lager Native Tongue e  la Pils alla menta Mint the Gap. Una Belgian Dubbel è invece stata utilizzata come base per i primi  passaggi in botte denominati Barrel Born.La birra.Lo ammetto: il nome Ottakringer non suscita in me particolari entusiasmi, anche se si tratta di un birrificio ancora indipendente e non posseduto da una multinazionale: le Ottakringer bevute nel corso di svariati viaggi in territorio austriaco non mi hanno mai lasciato nessun ricordo. Tentiamo la sorte con lo spin-off BrauWerk e la sua Big Easy Session IPA  dallo scorso giugno disponibile anche in qualche supermercato italiano ad un prezzo piuttosto interessante se paragonato alle altre birre artigianali o presunte tali.Di colore ambrato velato, forma una testa di schiuma ocra un po’ scomposta ma dalla buona resistenza. Biscotto, caramello, note resinose: l’aroma non è fresco né fragrante ma mostra comunque buona intensità e pulizia. E’ una birra che al palato dimostra molto più di quello che dichiara come contenuto alcolico (4.3%): non mi riferisco tanto alla percezione dell’alcool ma alla consistenza tattile, che ne penalizza un po’ la scorrevolezza in un paese dove la tradizione vuole che la birra sia leggera come l’acqua. La bevuta mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, sviluppandosi in una struttura rigorosa e classica, lontana da qualsiasi moda e scandita dal dolce del caramello e del biscotto al quale fa seguito un  amaro resinoso nel quale trova posto anche un po’ di frutta secca a guscio. Vale lo stesso discorso fatto riguardo all’aroma: per una session beer l’intensità è degna di nota ma  fragranza e vivacità non sono le caratteristiche principali di questa lattina. Notevole anche la presenza di sedimento sul fondo, a testimoniare come alla Ottakringer abbiano davvero voluto fare un prodotto assimilabile al craft. Una IPA versione 1.0, simile a quelle che giravano  dalle nostre parti 8-10  anni fa. Il risultato è ampiamente sufficiente ed anche gradevole, se volete fare un salto indietro nel tempo e non mettete la freschezza tra le vostre priorità: da Ottakringer mi aspettavo sinceramente di peggio.Formato 33 cl., alc. 4.3%, IBU 47, Lotto 022282, scad. 01/02/2021, Prezzo indicative 1,99 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Rebel’s Lil Tropical Session IPA & Parrot Invasion IPA

Tutti romani di nascita o d’adozione, nati all’inizio degli anni ’90 e cresciuti ai banconi del Ma che siete venuti a fa’ e della Brasserie 4:20: sono Andrea Martorano, Riccardo Di Profio, Andrea Casini e Raffaele Lucadamo, quattro ragazzi che hanno vissuto in prima persona la rivoluzione della birra artigianale arrivata nella capitale del nostro paese a colpi di IPA e Double IPA. Dal bancone alle pentole il passo è breve: la passione di bere e di scoprire nuovi birrifici si trasforma nella curiosità di provare a fare la birra ogni weekend nella casa estiva di Raffaele a Torvajanica.  L’homebrewing procede in parallelo agli studi universitari, arrivando dopo inevitabili successi ed insuccessi a toccare quota 3600 litri l’anno: ben presto i quattro amici scoprono di preferire la birra agli sbocchi professionali che si prospettano dopo aver studiato Economia, Ingegneria edile e Scienze della Formazione e decidono che è il momento di trasformare il loro hobby in una vera e propria professione, confortati dai pareri positivi sulle birre prodotte che arrivano da conoscenti e addetti ai lavori.  La ricerca della location giusta si protrae per quasi otto mesi, quando viene individuato un casale degli anni ’70 ristrutturato nella zona di Roma Sud, in via Ardeatina, in prossimità del Grande Raccordo Anulare:  “inizialmente volevamo realizzare un brewpub che unisse la produzione alla ristorazione, quindi ci siamo focalizzati su una location piuttosto centrale. Dopo diversi mesi a vuoto per via di spazi non conformi per l’attività di birrificio o costi esorbitanti, ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di fare quello che effettivamente sapevamo fare: la birra.  Già dai primi sopralluoghi avevamo capito che quello era il posto dove poter realizzare il nostro sogno: produrre e avere anche uno spazio esterno dove poter accogliere curiosi e bevitori, proprio come a Londra o in altre città europee. Inoltre, la sua posizione è esterna rispetto al centro, ma comunque dentro al raccordo, quindi tra la città e la campagna. Insomma, ci è sembrato il miglior posto dove lavorare ogni giorno!” Nel 2016 vengono così accesi i motori dell’impianto da 10 hl guidato da Riccardo Di Profio, mentre Andrea Martorano e Raffaele Lucadamo si occupano della parte commerciale e Andrea Casini di quella amministrativa.  A soli cinque mesi dal debutto Rebel’s viene chiamato a partecipare all’importante manifestazione EurHop con le prime cinque produzioni: la Cream Ale Honey, la Saison Tricky, la Double IPA Tropical Bomb, la Session IPA White Fusion e la Smoked Cream Ale  Mr. Peat.  Il birrificio non è dotato di cucina ma durante la stagione estiva vengono organizzati eventi con musica dal vivo, dj set e food truck nel Summer Beer Garden, di solito aperto dal giovedì al sabato. In loco è possibile acquistare anche le nuove lattine che da qualche mese hanno sostituito le bottiglie: per l’occasione è stato anche fatto il completo restyling delle etichette. Al di fuori della stagione estiva se non erro il birrificio è aperto solamente il sabato per acquisti in loco: in alternativa potete ricorrere al negozio on-line che effettua trasporto refrigerato in tutta Italia. In quattro anni d’attività Rebel’s ha prodotto una cinquantina di etichette diverse.Le birre. Partiamo da Lil Tropical (4.5%) sorella minore della Double IPA della casa Tropical Bomb, con la quale condivide la stessa ricetta: i luppoli utilizzati sono Topaz, Ekuanot e Citra. Il suo color oro è leggermente pallido e velato, la candida schiuma è cremosa ed ha buona persistenza. Pompelmo, lime e cedro caratterizzano un aroma ricco di agrumi ed arricchito da note floreali e di frutta tropicale; in sottofondo s’avverte anche una leggera presenza di cereale. E’ una Session IPA agile e scorrevole che tuttavia mantiene una buona presenza al palato: pane, cereali e il dolce dell’ananas sono le fondamenta che sorreggono e bilanciano una bevuta secca e spiccatamente zesty. L’amaro è educato e corto, il palato si trova subito pulito e desideroso di un nuovo sorso: caratteristiche perfette per una session beer facile da bere e dall’ottima intensità che disseta e non stanca mai. A dispetto del nome (tropical) sono gli agrumi a guidare le danze: birra ben fatta e perfetta per affrontare i mesi più caldi dell’anno.Parrot Invasion è invece una West Coast IPA che promette un “amaro morbido e un naso esplosivo” grazie al dry hopping di Mosaic e Cascade. Siamo in realtà leggermente al di sotto (6%) della classica gradazione alcolica di una IPA californiana ma poco importa: il vestito oro-arancio è perfettamente adeguato mentre la schiuma potrebbe essere più generosa. L’aroma non è esattamente esplosivo ma nella sua essenzialità offre pulizia e eleganza: dank, pompelmo, frutta tropicale. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato in una bevuta semplice ma efficace, pulita e molto bilanciata tra pane, miele, tropicale, pompelmo e un bel finale resinoso/dank di buona intensità e durata. Le manca forse un pochino di secchezza e  il suo spettro di profumi e sapori potrebbe essere un po’ più variegato ma sto andando a cercare il pelo nell’uovo: anche Parrot Invasion, come Lil Tropical, ha tutto quel che serve per far star bene chi si trova con il bicchiere in mano. Nel dettaglio: Lil Tropical, 40 cl., alc. 4.5%, lotto 12/20, scad. 04/02/2021, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)Parrot Invasion, 40 cl., alc. 6%, lotto  14/20, scad.  03/02/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

CRAK Mundaka Sunshine

Tra i birrifici italiani Crak è probabilmente quello che ha meglio adottato un profilo internazionale e moderno, alla stregua di quanto stanno facendo i nomi più gettonati della scena craft europea ed americana. In Italia non si sono ancora raggiunti (e mai accadrà) i livelli di fanatismo degli Stati Uniti, con persone accampate al di fuori del birrificio per riuscire ad accaparrarsi una bottiglia di birra ma, a parte questo, a Crak non manca ormai nulla: lattine, grafiche moderne, sforna novità senza sosta (anche se ciò consiste in monotone variazioni del tema NEIPA), ha una bella taproom moderna e informale, organizza ogni anno il proprio festival e – novità 2020 – distribuisce in autonomia le birre, sia a privati che a locali e beershop.Anche le poche birre che Crak produce tutto l’anno vengono periodicamente rinfrescate ed immesse sul mercato in edizione “speciale”, perché la gente vuole sempre bere qualcosa di diverso: è accaduto più volte  alla Guerrilla, la IPA della casa, e qualche settimana fa anche la session Mundaka ha partorito due gemelli chiamati Sunshine e Sunset. Mundaka viene prodotta dal 2012, anno in cui i ragazzi di Padova avevano debuttato con la beerfirm chiamata Birra Olmo poi trasformatasi in Crak Brewery:  Mundaka nacque come Summer Ale, una birra estiva (3.5%) semplice e facile da bere, una sorta di gateway beer da proporre a chi magari ha sempre bevuto le blande birre industriali. Nel corso del tempo Mundaka si è trasformata prima in un’American Pale Ale e poi in una Session IPA, categoria che riscuote certamente più successo tra i clienti delle due precedenti, ed ha aumentato la sua gradazione alcolica 4.6%..  Anche il mix di luppoli è stato ovviamente modificato: quello attuale dovrebbe includere Simcoe e Citra. Lo scorso giugno ne sono arrivate due edizioni speciali chiamate Sunrise e Sunset, entrambe caratterizzate dal (necessario, se si vuole essere moderni) Double Dry Hopping.: per Sunrise Crak afferma di aver “esplorato nuovi confini della luppolatura. Abbiamo usato un nuovo metodo sperimentale che permette un’aggiunta esagerata di luppolo per un’ondata potente e deflagrante di profumi e aromi  senza alcuna increspatura astringente”.  La Sunset è invece “solamente” una versione DDH single-hop della Mundaka, con il luppolo Citra come protagonista.La birra.Visivamente ricorda un succo di frutta alla pera, la schiuma è modesta ed ha scarsa ritenzione: l’aroma è intenso, pulito e caratterizzato da una buona finezza per lo stile. Ananas, mango, pesca, pompelmo, profumi floreali e di altri frutti tropicali: c’è tutto quello che serve. Il “problema” (virgolette obbligatorie) di queste birre sottoposte ad un massiccio dry hopping è che sovente le aspettative create dall’aroma vengono poi un po’ deluse quando le si beve. In questo caso Mundaka Sunshine regala invece una bevuta piuttosto intensa, per essere una session beer, nella quale sono in evidenza soprattutto agrumi e carattere zesty, ma si notano anche interferenze dolci di frutta tropicale e di crackers. Ma la sorpresa più bella riguarda soprattutto il mouthfeel: morbido, assolutamente privo di asperità e spigoli. La sua natura NEIPA ne limita ovviamente un po’ la velocità di bevuta, ma è una birra che non stanca mai e che, nota di merito, non gratta in gola. L’amaro è moderato è educato, la chiusura è secca: una session di carattere nella quale la componente juicy non è estremizzata: una birra molto fruttata che sa ancora di birra, per intenderci. Un bel boost alla Mundaka, birra che non bevo da un po’ tempo ma che ricordo un po’ troppo timida: non so in  cosa consista questo nuovo metodo sperimentale di luppolare la birra che Crak dice di aver utilizzato, ma il risultato è assolutamente convincente.Formato 40 cl., alc. 4.6%, scad. 23/11/2020, prezzo indicativo 5,00-6,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio