Cycle Monday 2020

Fino a cinque-sei anni fa la Florida non era certo il paradiso di chi amava la birra artigianale: Cigar City era forse l’unico nome noto di una scena che faticava a decollare. Oggi le cose sono cambiate grazie a birrifici come Funky Buddha (poi acquistato dalla Constellation Brands), Angry Chair, J. Wakefield, Cycle e 3 Sons.  Peg Wesselink e Tony Dodson aprirono nel 2004 a Gulfport la Peg's Cantina, una sorta di bungalow di legno trasformato in ristorante messicano. Doug Dozark, figlio di Peg, ricorda: “in Florida la birra artigianale non esisteva ma un distributore ci mandò qualcosa di Boulder, Oskar Blues, Great Divide, Schneider, Hofbräu, Weihenstephaner”. Doug inizia ad appassionarsi e redige una carta delle birre per il ristorante dei genitori. Tra i clienti più affezionati c’è anche un homebrewer; tra lui e Doug nasce un’amicizia e i due producono una stout usando le pentole nella cucina del ristorante. “All’inizio era tutto così misterioso – dice Doug – ma dopo aver fatto un po’ di pratica iniziai a capire che potevo farcela”.Dozark trova lavoro per qualche mese alla Oscar Blues sulla linea di produzione lattine, capendo innanzitutto quello che non vuole diventare: “non volevo che fare la birra diventasse solo un lavoro esecutivo; pulire i tini va bene ma non è la parte che m’interessa del processo produttivo. Volevo qualcosa che mantenesse viva la mia passione”.  Rientrato a Gulfport, propone ai genitori di iniziare a produrre alcuni piccoli lotti di birra per il ristorante su di un impiantino da 130 litri: avrebbe pagato lui i costi e per farlo trova lavoro presso Cigar City, o quasi:  “lavorai come volontario per tre mesi  20-30 ore la settimana. Altrimenti non credo che mi avrebbero mai assunto”.  Doug fa esperienze fondamentali sull’impianto da 15 ettolitri a Tampa sotto la supervisione del birraio Wayne Wambles e alla sera ritorna a Gulfport a fare birra alla Peg's Cantina. Il doppio lavoro dura quasi tre anni ma i risultati iniziano  ad arrivare: nel 2010 Peg’s Cantina ottiene tre medaglie al Best Florida Beer Championship e nello stesso anno due delle sue Berliner Weisse (stile che molti birrifici artigianali della Florida poi abbracceranno) entrano nella Top 50 di Ratebeer. Ma è nel 2012, grazie alla solita imperial stout invecchiata in botti di bourbon, che la Peg’s Cantina attira l’attenzione di tutti i beergeeks: gli insegnamenti di Wayne Wambles, ideatore delle grandi imperial stout di Cigar City, danno i suoi frutti e  la Peg's Rare D.O.S Imperial Stout si posiziona al numero 10  tra le migliori 100 birre al mondo secondo Beer Advocate.Nel 2013 Doug decide che è tempo di cambiamenti: “Peg’s Cantina è sempre stato il nome di un locale, non è un marchio; ha aperto come ristornate otto anni fa e 4 anni fa è diventato brewpub. Gulfort è un bel paese, una piccola comunità ma le nostre birre stanno andando  sempre più lontano e Peg non è un’identità da portare in giro”.  La scelta cade su Cycle Brewing, un tributo alla sua passione per le due ruote. E la sua intenzione è quella di puntare forte su quelle imperial stout che gli hanno portato successo e anche il primo invito alla Copenhagen Beer Celebration; Cycle acquista altri barili usati e inaugura un nuovo impianto a  St. Petersburg, cinque miglia da Gulfport, raddoppiando la capacità produttiva annuale a 16.000 ettolitri. A St. Petersburg s’iniziano a vedere  le classiche scene di beergeekismo con aficionados appostati sui marciapiedi la notte prima che vengano messe in vendita le bottiglie di Rare DOS e di altre imperial stout: Cycle punta forte sull’aggiunta di adjuncts negli affinamenti in legno, diventando di fatto uno dei pionieri della pratica odierna di realizzare molteplici varianti della stessa base con un diverso mix di  ingredienti. E le imperial stout arrivano ad assorbire il 50% della capacità produttiva.  All’inizio del 2015  il ristorante Peg’s Cantina chiude i battenti:  Doug e il suo assistente birraio Eric Trinoskey  lo trasformano nel progetto parallelo Orange Belt Brewing, dedicato alla produzione di birre acide.Tutto bene, quindi? Non esattamente, perché aumentare rapidamente la produzione per sfruttare la notorietà ha anche dei lati negativi: alcune preziose imperial stout risultano infette e per risolvere il problema Cycle ricorre alla pastorizzazione flash di tutte le proprie birre “scure” . I problemi sembrano risolti ma nel 2018, anno in cui la classifica di Ratebeer  celebra Cycle tra i dieci migliori birrifici al mondo, accade un mezzo disastro: nonostante la pastorizzazione le bottiglie dell’edizione 2018 dell’imperial stout  Monday risultano infette e l’intera produzione di Friday viene direttamente buttata via senza neanche arrivare all’imbottigliatrice. Altre bottiglie invece esplodono improvvisamente non appena vengono immesse nel pastorizzatore. Cycle deve cancellare la settimana-evento dell’anno nella quale viene rilasciato un set di cinque diverse imperial stout barricate corrispondenti ai diversi giorni della settimana. Nello stesso anno Cycle raggiunge un accordo  con il birrificio Brew Hub, che opera principalmente per conto terzi: la maggior parte delle birre luppolate vengono ora prodotte sui loro impianti e confezionate in lattina, esattamente come aveva fatto qualche anno prima un altro birrificio sulla cresta dell’onda come Toppling Goliath.La birra.Aumentata capacità produttiva e hype in discesa hanno fatto sì che le bottiglie di Cycle da qualche anno arrivano ogni tanto anche nel nostro continente. Prezzi di primissima fascia (oltre 50 euro al litro) ma si tratta di birre che vengono vendute a 30 dollari più tasse già alla fonte, in birrificio. Vediamo l’edizione 2020 di Monday, imperial stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè messicano El Triunfo della Bandit Coffee Co. di St. Petersburg. Nera come la pece, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. Al naso emerge netto il bourbon mentre è quasi assente  il torrefatto: il caffè si esprime piuttosto attraverso note terrose che a tratti richiamano pelle e cuoio. In sottofondo prugna disidratata, accenni di legno e vaniglia, frutta sotto spirito. La sensazione palatale è perfetta: Monday è un’imperial stout piena e morbida, viscosa: una densa carezza che scorre lenta sul palato, avvolgendolo. Come spesso accade per le birre realizzate in Florida il contenuto alcolico non è dichiarato in etichetta: dovrebbe aggirarsi sull’11.5%.  Il bourbon domina anche al palato una bevuta intensa, che scalda ma non brucia: prugna e uvetta sotto spirito, fudge e vaniglia sfumano progressivamente in un finale amaro di cioccolato, note terrose e finalmente tostature e caffè, tannini e legno. Buona secchezza, mouthfeel edonistico ed emozionante, lungo retrogusto di bourbon: Monday di Stout non è un mostro di profondità e complessità ma è sicuramente una imperial stout di livello alto. Anche eleganza e pulizia non raggiungono il nirvana: non vorrei essere pignolo ma quando il prezzo è di fascia alta sono considerazioni che vanno inevitabilmente fatte. Formato 65 cl., alc. 11,5% (?), lotto 2020, prezzo indicativo 35,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Cycle Monday 2020

Fino a cinque-sei anni fa la Florida non era certo il paradiso di chi amava la birra artigianale: Cigar City era forse l’unico nome noto di una scena che faticava a decollare. Oggi le cose sono cambiate grazie a birrifici come Funky Buddha (poi acquistato dalla Constellation Brands), Angry Chair, J. Wakefield, Cycle e 3 Sons.  Peg Wesselink e Tony Dodson aprirono nel 2004 a Gulfport la Peg's Cantina, una sorta di bungalow di legno trasformato in ristorante messicano. Doug Dozark, figlio di Peg, ricorda: “in Florida la birra artigianale non esisteva ma un distributore ci mandò qualcosa di Boulder, Oskar Blues, Great Divide, Schneider, Hofbräu, Weihenstephaner”. Doug inizia ad appassionarsi e redige una carta delle birre per il ristorante dei genitori. Tra i clienti più affezionati c’è anche un homebrewer; tra lui e Doug nasce un’amicizia e i due producono una stout usando le pentole nella cucina del ristorante. “All’inizio era tutto così misterioso – dice Doug – ma dopo aver fatto un po’ di pratica iniziai a capire che potevo farcela”.Dozark trova lavoro per qualche mese alla Oscar Blues sulla linea di produzione lattine, capendo innanzitutto quello che non vuole diventare: “non volevo che fare la birra diventasse solo un lavoro esecutivo; pulire i tini va bene ma non è la parte che m’interessa del processo produttivo. Volevo qualcosa che mantenesse viva la mia passione”.  Rientrato a Gulfport, propone ai genitori di iniziare a produrre alcuni piccoli lotti di birra per il ristorante su di un impiantino da 130 litri: avrebbe pagato lui i costi e per farlo trova lavoro presso Cigar City, o quasi:  “lavorai come volontario per tre mesi  20-30 ore la settimana. Altrimenti non credo che mi avrebbero mai assunto”.  Doug fa esperienze fondamentali sull’impianto da 15 ettolitri a Tampa sotto la supervisione del birraio Wayne Wambles e alla sera ritorna a Gulfport a fare birra alla Peg's Cantina. Il doppio lavoro dura quasi tre anni ma i risultati iniziano  ad arrivare: nel 2010 Peg’s Cantina ottiene tre medaglie al Best Florida Beer Championship e nello stesso anno due delle sue Berliner Weisse (stile che molti birrifici artigianali della Florida poi abbracceranno) entrano nella Top 50 di Ratebeer. Ma è nel 2012, grazie alla solita imperial stout invecchiata in botti di bourbon, che la Peg’s Cantina attira l’attenzione di tutti i beergeeks: gli insegnamenti di Wayne Wambles, ideatore delle grandi imperial stout di Cigar City, danno i suoi frutti e  la Peg's Rare D.O.S Imperial Stout si posiziona al numero 10  tra le migliori 100 birre al mondo secondo Beer Advocate.Nel 2013 Doug decide che è tempo di cambiamenti: “Peg’s Cantina è sempre stato il nome di un locale, non è un marchio; ha aperto come ristornate otto anni fa e 4 anni fa è diventato brewpub. Gulfort è un bel paese, una piccola comunità ma le nostre birre stanno andando  sempre più lontano e Peg non è un’identità da portare in giro”.  La scelta cade su Cycle Brewing, un tributo alla sua passione per le due ruote. E la sua intenzione è quella di puntare forte su quelle imperial stout che gli hanno portato successo e anche il primo invito alla Copenhagen Beer Celebration; Cycle acquista altri barili usati e inaugura un nuovo impianto a  St. Petersburg, cinque miglia da Gulfport, raddoppiando la capacità produttiva annuale a 16.000 ettolitri. A St. Petersburg s’iniziano a vedere  le classiche scene di beergeekismo con aficionados appostati sui marciapiedi la notte prima che vengano messe in vendita le bottiglie di Rare DOS e di altre imperial stout: Cycle punta forte sull’aggiunta di adjuncts negli affinamenti in legno, diventando di fatto uno dei pionieri della pratica odierna di realizzare molteplici varianti della stessa base con un diverso mix di  ingredienti. E le imperial stout arrivano ad assorbire il 50% della capacità produttiva.  All’inizio del 2015  il ristorante Peg’s Cantina chiude i battenti:  Doug e il suo assistente birraio Eric Trinoskey  lo trasformano nel progetto parallelo Orange Belt Brewing, dedicato alla produzione di birre acide.Tutto bene, quindi? Non esattamente, perché aumentare rapidamente la produzione per sfruttare la notorietà ha anche dei lati negativi: alcune preziose imperial stout risultano infette e per risolvere il problema Cycle ricorre alla pastorizzazione flash di tutte le proprie birre “scure” . I problemi sembrano risolti ma nel 2018, anno in cui la classifica di Ratebeer  celebra Cycle tra i dieci migliori birrifici al mondo, accade un mezzo disastro: nonostante la pastorizzazione le bottiglie dell’edizione 2018 dell’imperial stout  Monday risultano infette e l’intera produzione di Friday viene direttamente buttata via senza neanche arrivare all’imbottigliatrice. Altre bottiglie invece esplodono improvvisamente non appena vengono immesse nel pastorizzatore. Cycle deve cancellare la settimana-evento dell’anno nella quale viene rilasciato un set di cinque diverse imperial stout barricate corrispondenti ai diversi giorni della settimana. Nello stesso anno Cycle raggiunge un accordo  con il birrificio Brew Hub, che opera principalmente per conto terzi: la maggior parte delle birre luppolate vengono ora prodotte sui loro impianti e confezionate in lattina, esattamente come aveva fatto qualche anno prima un altro birrificio sulla cresta dell’onda come Toppling Goliath.La birra.Aumentata capacità produttiva e hype in discesa hanno fatto sì che le bottiglie di Cycle da qualche anno arrivano ogni tanto anche nel nostro continente. Prezzi di primissima fascia (oltre 50 euro al litro) ma si tratta di birre che vengono vendute a 30 dollari più tasse già alla fonte, in birrificio. Vediamo l’edizione 2020 di Monday, imperial stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè messicano El Triunfo della Bandit Coffee Co. di St. Petersburg. Nera come la pece, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. Al naso emerge netto il bourbon mentre è quasi assente  il torrefatto: il caffè si esprime piuttosto attraverso note terrose che a tratti richiamano pelle e cuoio. In sottofondo prugna disidratata, accenni di legno e vaniglia, frutta sotto spirito. La sensazione palatale è perfetta: Monday è un’imperial stout piena e morbida, viscosa: una densa carezza che scorre lenta sul palato, avvolgendolo. Come spesso accade per le birre realizzate in Florida il contenuto alcolico non è dichiarato in etichetta: dovrebbe aggirarsi sull’11.5%.  Il bourbon domina anche al palato una bevuta intensa, che scalda ma non brucia: prugna e uvetta sotto spirito, fudge e vaniglia sfumano progressivamente in un finale amaro di cioccolato, note terrose e finalmente tostature e caffè, tannini e legno. Buona secchezza, mouthfeel edonistico ed emozionante, lungo retrogusto di bourbon: Monday di Stout non è un mostro di profondità e complessità ma è sicuramente una imperial stout di livello alto. Anche eleganza e pulizia non raggiungono il nirvana: non vorrei essere pignolo ma quando il prezzo è di fascia alta sono considerazioni che vanno inevitabilmente fatte. Formato 65 cl., alc. 11,5% (?), lotto 2020, prezzo indicativo 35,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Ca’ del Brado Nessun Dorma

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Tralasciando per un attimo la birra, le novità 2020 di Ca’ del Brado riguardano l’avvio di un programma di membership chiamato Al Zirqual, ovvero “il circolo”; a memoria  - ma potrei errare- credo sia il primo caso in Italia di una pratica commerciale abbastanza comune tra i birrifici artigianali statunitensi. Questo programma d’affiliazione, limitato a 180 membri, poteva essere sottoscritto sino al 30 giugno al costo di 80 euro. La tessera (annuale) vi dava il diritto di accedere ad una serie di benefici come uno sconto del 10% su acquisti online e presso la cantina, una bottiglia magnum di Carteria N.2, prodotta solo per i membri, una t-shirt, possibilità di partecipare con extra costo ad un evento-cena dedicato in cantina, accesso prioritario all’acquisto di bottiglie vintage e speciali sull’e-shop. La prima opportunità per i membri è scattata qualche settimana fa con la possibilità di acquistare Vintage 2017 di Pié Veloce Brux, Pié Veloce Lambicus e Anniversario.La birra.Nessun Dorma debutta nella primavera del 2017 ed è la prima Veille Saison di Cà del Brado: una saison “come quelle di una volta” o quasi, come quelle birre che venivano prodotte in Vallonia dai contadini fin verso l’inizio della primavera per essere poi consumate in estate – quando non era più possibile fare birra a causa delle alte temperature -  per dissetarsi nel corso delle lunghe giornate di lavoro. Parliamo del diciannovesimo secolo, quando l’acqua in estate l’acqua (non bollita) non era esattamente la fonte idrica più salubre a disposizione di un contadino.  Erano birre fatte in ambienti rurali con metodi produttivi che le esponevano inevitabilmente a contaminazioni batteriche e di lieviti selvaggi. Cà del Brado opta per un mosto realizzato con buona percentuale di frumento non maltato e avena, fermentazione in acciaio con Saccharomyces e successivo affinamento da sei ad otto mesi in in tonneaux e barriques che precedentemente contenevano vino, con contaminazione di brettanomiceti e batteri lattici. Al termine dell’affinamento il contenuto dei vari tini viene mescolato con una piccola percentuale della stessa birra giovane, “da poco entrata in cantina, per aggiungere freschezza, eleganza e corpo al carattere”. Nessun Dorma ha debuttato al Festival bolognese Birrai Eretici del maggio 2017. Come sempre sul sito della cantina è possibile sapere ulteriori dettagli produttivi partendo dal numero del lotto di produzione. Nello specifico parliamo del lotto 18013, imbottigliato nell’ottobre del 2018; per l’affinamento sono stati utilizzati cinque diversi tonneaux da 500 litri che avevano in precedenza ospitato vino Nebbiolo e Barbaresco. Il suo colore oro pallido è velato, la schiuma è generosa ed esuberante, un po’ scomposta, poco persistente. L’aroma è un mix bel riuscito di note funky e rustiche, richiami vinosi, di cantina  e di legno, limone, lime, ananas, spezie. Con un po’ più di bollicine sarebbe secondo me perfetta, ma non vorrei trovare per forza il pelo nell’uovo ad una birra che scorre con grande facilità e nasconde benissimo il suo tenore alcolico (6.4%). Il dolce della frutta a pasta gialla e dell’ananas è il delicato meccanismo che sostiene una birra  aspra di agrumi e piacevolmente acidula; l’uva bianca anticipa un finale vinoso e molto secco, a tratti legnoso. Rispetto all’aroma viene un po’ a mancare l’aspetto funky/rustico: in evidenza c’è piuttosto un bel frutto a colorare il bicchiere con le tonalità dell’estate, proprio quella che era la stagione delle (Veille) Saison. Birra rinfrescante, corroborante e dissetante ma anche versatile per abbinamenti gastronomici: non aspettate i mesi più caldi dell’anno per berla. Due anni in cantina, invecchiata benissimo, un altro ottimo prodotto marchiato Cà del Brado.Formato 37,5cl., alc. 6.4%, IBU 10, lotto 18013, scad. 10/2023, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Ca’ del Brado Nessun Dorma

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Tralasciando per un attimo la birra, le novità 2020 di Ca’ del Brado riguardano l’avvio di un programma di membership chiamato Al Zirqual, ovvero “il circolo”; a memoria  - ma potrei errare- credo sia il primo caso in Italia di una pratica commerciale abbastanza comune tra i birrifici artigianali statunitensi. Questo programma d’affiliazione, limitato a 180 membri, poteva essere sottoscritto sino al 30 giugno al costo di 80 euro. La tessera (annuale) vi dava il diritto di accedere ad una serie di benefici come uno sconto del 10% su acquisti online e presso la cantina, una bottiglia magnum di Carteria N.2, prodotta solo per i membri, una t-shirt, possibilità di partecipare con extra costo ad un evento-cena dedicato in cantina, accesso prioritario all’acquisto di bottiglie vintage e speciali sull’e-shop. La prima opportunità per i membri è scattata qualche settimana fa con la possibilità di acquistare Vintage 2017 di Pié Veloce Brux, Pié Veloce Lambicus e Anniversario.La birra.Nessun Dorma debutta nella primavera del 2017 ed è la prima Veille Saison di Cà del Brado: una saison “come quelle di una volta” o quasi, come quelle birre che venivano prodotte in Vallonia dai contadini fin verso l’inizio della primavera per essere poi consumate in estate – quando non era più possibile fare birra a causa delle alte temperature -  per dissetarsi nel corso delle lunghe giornate di lavoro. Parliamo del diciannovesimo secolo, quando l’acqua in estate l’acqua (non bollita) non era esattamente la fonte idrica più salubre a disposizione di un contadino.  Erano birre fatte in ambienti rurali con metodi produttivi che le esponevano inevitabilmente a contaminazioni batteriche e di lieviti selvaggi. Cà del Brado opta per un mosto realizzato con buona percentuale di frumento non maltato e avena, fermentazione in acciaio con Saccharomyces e successivo affinamento da sei ad otto mesi in in tonneaux e barriques che precedentemente contenevano vino, con contaminazione di brettanomiceti e batteri lattici. Al termine dell’affinamento il contenuto dei vari tini viene mescolato con una piccola percentuale della stessa birra giovane, “da poco entrata in cantina, per aggiungere freschezza, eleganza e corpo al carattere”. Nessun Dorma ha debuttato al Festival bolognese Birrai Eretici del maggio 2017. Come sempre sul sito della cantina è possibile sapere ulteriori dettagli produttivi partendo dal numero del lotto di produzione. Nello specifico parliamo del lotto 18013, imbottigliato nell’ottobre del 2018; per l’affinamento sono stati utilizzati cinque diversi tonneaux da 500 litri che avevano in precedenza ospitato vino Nebbiolo e Barbaresco. Il suo colore oro pallido è velato, la schiuma è generosa ed esuberante, un po’ scomposta, poco persistente. L’aroma è un mix bel riuscito di note funky e rustiche, richiami vinosi, di cantina  e di legno, limone, lime, ananas, spezie. Con un po’ più di bollicine sarebbe secondo me perfetta, ma non vorrei trovare per forza il pelo nell’uovo ad una birra che scorre con grande facilità e nasconde benissimo il suo tenore alcolico (6.4%). Il dolce della frutta a pasta gialla e dell’ananas è il delicato meccanismo che sostiene una birra  aspra di agrumi e piacevolmente acidula; l’uva bianca anticipa un finale vinoso e molto secco, a tratti legnoso. Rispetto all’aroma viene un po’ a mancare l’aspetto funky/rustico: in evidenza c’è piuttosto un bel frutto a colorare il bicchiere con le tonalità dell’estate, proprio quella che era la stagione delle (Veille) Saison. Birra rinfrescante, corroborante e dissetante ma anche versatile per abbinamenti gastronomici: non aspettate i mesi più caldi dell’anno per berla. Due anni in cantina, invecchiata benissimo, un altro ottimo prodotto marchiato Cà del Brado.Formato 37,5cl., alc. 6.4%, IBU 10, lotto 18013, scad. 10/2023, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Other Half Brewing: Triple Cream, DDH Half Citra + Galaxy, DDH Small Citra Everything, DDH Space Dream & DDH Small Green Everything

Dopo aver studiato Fermentation Science alla Oregon State University, Sam Richardson ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come birraio prima al brewpub The Rake di Seattle e poi al birrificio Pyramid di Portland.  Mentre si trovava sulla costa ad est a far visita ai genitori della moglie, Richardson risponde ad un annuncio del birrificio Greenpoint Beer Works di Brooklyn che cercava un birraio, ed ottiene il posto trasferendosi con tutta la famiglia. Alla Greenpoint incontra Matt Monahan, un ex-cuoco stanco degli orari imposti dal mondo della ristorazione: era diventato padre e pensava che lavorando come birraio avrebbe potuto conciliare meglio lavoro e famiglia. I due diventano amici e utilizzano gli impianti della Greenpoint – birrificio che opera soprattutto per conto terzi - per produrre quattro birre destinate alle spine di un ristorante pop-up di Andrew Burman, un vecchio conoscente di Monahan. Le birre ottengono grande successo, la voce si sparge, Richardson e Monahan ricevono richieste da altri operatori di settore che vogliono delle birre per i loro locali. I due amici capiscono che ci sono delle opportunità e vorrebbero mettersi in proprio, ma il problema principale sono i costi della Grande Mela: ci mettono quasi due anni per trovare una location dal prezzo accettabile nel quartiere di Carroll Gardens, a Brooklyn, sotto ai piloni della Gowanus Expressway, grazie ad un annuncio su Craigslist: “siamo stati fortunati – ricorda Monahan – questo spazio era completamente vuoto ed aveva quindi un costo accessibile. Abbiamo installato l’impianto, costruito una cella frigo e ricavato una piccola taproom dove c’era un piccolo ufficio”. Nel gennaio del 2014 Richardson, Monahan e Burman lasciano Greenpoint e lanciano il birrificio Other Half: “l’altra metà”, quella artigianale,  dell’industria. L’idea è di concentrarsi su IPA e birre luppolate, puntando tutto sulla loro freschezza: “abbiamo centinaia di clienti, bar e ristoranti che sono nel raggio di dieci chilometri a cui possiamo consegnare la birra in un’ora. Alla sera i pub possono attaccare il fusto di una birra che alla mattina era ancora nei nostri fermentatori”. Le birre di Richardson sono buone e la loro freschezza le valorizza al massimo: il debutto avviene con la Doug Cascadian Dark Ale (un omaggio al suo nord-ovest) , la Other Half IPA e una Imperial Stout.  Ricorda Richardson: “sono cresciuto sulla costa ad ovest e volevo quindi fare una West Coast IPA; quando iniziammo a New York c’erano molte IPA ma erano tutte abbastanza anonime e blande”. Ma il 2014 è anche l’anno in cui il New England spinge la California giù dal trono della Craft Beer: The Alchemist, Trillium e Tree House spodestano i grandi birrifici di San Diego e dintorni in cima alla lista dei desideri dei beergeeks. Richardson è attento ed è bravo ad intercettare quella fetta di mercato realizzando All Green Everything, probabilmente la prima New England IPA prodotta a New York: “mi accorsi che la gente era interessata a quello stile e le nostre IPA un po’ già ci assomigliavano. Non ho mai detto di averle inventate io, ma siamo stati tra i primi a farle e siamo divenuti famosi per quelle”. Ma c’è un altro fattore determinante: alla fine del 2014 viene approvato il Craft New York Act, una legge che consente ai birrifici di vendere direttamente al pubblico lattine e bottiglie senza essere obbligati a passare tramite un distributore. Per Other Half è una grande opportunità di incrementare i propri margini, e per i beergeeks newyorkesi di fare quello che i loro amici fanno in molti stati americani: gli appostamenti fuori dal birrificio nel giorno della messa in vendita delle birre.  Con pochissimo budget per marketing e pubblicità, Other Half si affida ai social media ed al passaparola tra gli appassionati; dopo due anni, all’inizio del 2017, il New York Times regala ad Other Half quella pubblicità che qualsiasi birrificio vorrebbe: un articolo che descrive la pazzia di centinaia di beergeeks disposti a sfidare il freddo e restare in fila undici ore per riuscire ad accaparrarsi qualche four pack di Green Diamonds o All Green Everything.  Nello stesso anno Other Half amplia la propria taproom per meglio accogliere le migliaia di persone (appassionati e curiosi) che nel weekend affollano Carroll Gardens;  il magazzino viene spostato in un altro edificio dello stesso isolato. Nell’agosto del 2018 Richardson e soci annunciano di avere acquistato per  660.000 dollari gli edifici abbandonati del birrificio Nedloh a East Bloomfield, nei dintorni di Rochester, non lontano dalle rive del Lago Ontario.  Oltre ad aumentare la produzione portandola da 11.000 a 16.00 ettolitri, il nuovo birrificio doveva anche dare il via alla produzione di birre acide: per l’occasione viene reclutato Eric Salazar, birraio con esperienza ventennale alla New Belgium, Colorado, in cerca d’occupazione in quella zona. Ma dopo nove mesi Salazar è ancora con le mani in mano in quanto barili e foeders in legno non sono mai arrivati; i tre Other Half stanno infatti progettando l’apertura di altre succursali a Brooklyn e Washington e hanno deciso di posticipare la produzione di sour e wild ales.  Salazar se ne va mentre Monahan presenta la seconda location a Domino Park, Brooklyn, sotto al Ponte di Williamsburg; l’emergenza Covid-19 ne ha fatto slittare l’inaugurazione che dovrebbe avvenire proprio in queste settimane (ottobre 2020).   Stesse tempistiche anche per Other Half Washington, D.C.: gli impianti del nuovo birrificio nella città natale di Burman e Monahan (2000 metri quadri) sono già operativi mentre la taproom con 900 posti a sedere e  beer garden da 800 metri quadri potrebbe essere riaperta in questi giorni. “Siamo entusiasti di poter aumentare la produzione delle nostre IPA  – ha detto Monahan – ma con questo impianto potremo anche produrre imperial stout e barley wine molto più potenti e anche molte basse fermentazioni”.Le birre.Buone notizie per gli appassionati europei: in ottobre una selezione di lattine è arrivata anche nel nostro continente, dopo poco più di un mese di viaggio.  L’aumentata capacità produttiva di Other Half e, immagino, un calo della domanda domestica dovuta al Covid lo hanno reso possibile. Vediamole rapidamente in ordine di ABV decrescente cercando di rispondere alla solita domanda: “is the hype real?”. Le birre sono state tutte prodotte sull’impianto di Brooklyn e non su quello di Rochester: per i beergeeks anche questo è un dettaglio importante.  Partiamo dalla Double NEIPA Triple Cream (10%) il cui nome fa riferimento alla cremosità donatole dall’avena e al triplo dry-hopping. Citra, Eukanot, Khatu, Wai-Iti sono i luppoli utilizzati, mentre per l’ultimo dry-hopping sono stati usati Galaxy e Citra Lupulin in polvere. Visivamente simile ad un torbido succo di frutta all’albicocca, ha una bella schiuma cremosa e compatta. Mango, albicocca, pesca percoca e papaia formano una macedonia di frutta molto matura nella quale ci finisce anche qualche frammento di pompelmo. Il gusto è coerente, dolce ma non troppo, merito di una chiusura sorprendente secca che fa il miracolo in assenza pressochè totale di amaro. S’avverte giusto uno zic resinoso. Il corpo è quasi pieno, è una birra masticabile ma non particolarmente cremosa.  L’alcool si sente solamente a fine corsa ma il suo maggior pregio è la completa mancanza di quegli spigoli e di quelle incrinature (hop burn) che spesso affliggono il mondo delle NEIPA. Impalcatura ineccepibile, birra molto buona e pulita: nonostante questo le Double NEIPA raramente riescono ad emozionarmi e questa non fa eccezione. Colpa mia.Passiamo alla DDH Citra + Galaxy, altra Imperial IPA (8.5%) dove imperversano Citra, Galaxy e luppolina di Citra. Visivamente identica alla sorella maggiore, ha un profilo aromatico abbastanza simile nel quale emergono pesca, albicocca, papaia e mango. Definizione e precisione potrebbero però essere migliori. Al palato si ha la sensazione di sorseggiare un succo di frutta tropicaleggiante, le bollicine sono un po’ più presenti del dovuto e quindi il mouthfeel NEIPA ne risulta un po’ penalizzato all’inizio. L’alcool è ben gestito ma è maggiormente in evidenza rispetto alla Triple Cream, soprattutto nel finale: chiude con un amaro resinoso/vegetale piuttosto educato, che non lascia nessun grattino. Double NEIPA ben fatta, di nuovo avara di emozioni e non impeccabile per quel che riguarda definizione e pulizia.Continuiamo a percorre la scala ABV scendendo a 6.5% con la IPA Small Citra Everything; questa single-hop è di color arancio, torbido ma luminoso: anche in questo caso la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente, cosa che non accade sempre nelle NEIPA.  E Citra sia: arancia, mandarino, pompelmo dominano un aroma nel quale avverto anche qualche nota di ananas. In questo caso la pulizia è maggiore dell’intensità e i profumi non sono esplosivi. Non si tratta tuttavia di un succo di frutta sfacciato: si riesce ancora a percepire l’elemento birra (pane, crackers) prima di un finale zesty, a tutta scorza d’agrumi. Sarebbe una birra piuttosto gradevole ma c’è una nota amara vegetale, piuttosto pesante, che non rientra esattamente nella mie corde. Questione di gusti. Non amo le IPA mono-Citra, in particolare per quel che riguarda l’amaro che quel luppolo impartisce: avesse un bel finale resinoso in stile West Coast guadagnerebbe un paio di punti.Space Dream è invece una IPA (6%) nel quale il Galaxy è affiancato da lattosio ed avena per darle un mouthfeel lussureggiante: operazione riuscita solo in parte, la birra è solida e chewy ma non particolarmente morbida. Pesca, mango, ananas, arancia  e pompelmo sono affiancate da qualche suggestione di panna donata dal lattosio. Anche Space Dream mantiene le parvenze di una birra, dietro alla sembianze “Juicy”: non è una NEIPA estrema e sfacciata, peccato che il gusto sia meno definito e preciso rispetto all’aroma. Il testimone passa dalla frutta tropicale agli agrumi in un finale nel quale è protagonista il pompelmo, affiancato da una nota amara resinosa che non gratta e che lascia una scia abbastanza breve. Nessuna Madonna, ma senz’altro una bella bevuta.Chiudiamo questa breve rassegna con Small Green Everything (4.8%), sorellina della più famosa Double IPA All Green Everything, una delle prime NEIPA prodotte da Other Half e una delle birre che hanno contribuito al suo successo. Il suo colore velato oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre al naso c’è un bouquet abbastanza intenso e pulito composto da note dank, arancia, pompelmo e frutta tropicale. Pane e crackers, frutta tropicale dolce, finale amaro che oscilla tra zesty, dank e resinoso:  ci sono tutte le caratteristiche per una (Session) IPA moderna e l’esecuzione di Other Half è convincente. Alcool fantasma, grande facilità di bevuta, buona presenza palatale, finale secco, amaro educato ed abbastanza persistente. Potere della semplicità: se siete un po’ fuori moda e amate la birra che sa di birra, questa è senz’altro la Other Half che vi consiglierei di bere tra quelle arrivate in Europa.Non mi soffermerei troppo sul  fattore prezzo. Vale la pena spendere 25 euro al litro per una IPA (4.8%)?  Ovviamente no, ma se siete beergeeks incalliti o grandi appassionati è un’occasione ghiotta per provare delle birre che potreste altrimenti bere solo a New York. Il viaggio vi costerebbe di più, e chissà quando potrete farlo.  Per chi invece ama soltanto bere una buona NEIPA, ci sono alternative altrettanto valide in Italia e in Europa: non vi bastano i già (tanti)  12-15 euro al litro ?Nel dettaglioTriple Cream, 47,3 cl., alc. 10%, lotto 03/09/2020,  prezzo indicativo 14,00 euro (beershop) DDH Half Citra + Galaxy, 47,3 cl., alc. 8.5%, lotto 01/09/2020, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop) DDH  Small Citra Everything, 47.3 cl., alc. 6.5%, lotto 07/09/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)DDH Space Dream, 47.3 cl., alc. 6%, lotto 31/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)DDH Small Green Everything,  , 47.3 cl., alc. 4.8%, lotto 27/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Other Half Brewing: Triple Cream, DDH Half Citra + Galaxy, DDH Small Citra Everything, DDH Space Dream & DDH Small Green Everything

Dopo aver studiato Fermentation Science alla Oregon State University, Sam Richardson ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come birraio prima al brewpub The Rake di Seattle e poi al birrificio Pyramid di Portland.  Mentre si trovava sulla costa ad est a far visita ai genitori della moglie, Richardson risponde ad un annuncio del birrificio Greenpoint Beer Works di Brooklyn che cercava un birraio, ed ottiene il posto trasferendosi con tutta la famiglia. Alla Greenpoint incontra Matt Monahan, un ex-cuoco stanco degli orari imposti dal mondo della ristorazione: era diventato padre e pensava che lavorando come birraio avrebbe potuto conciliare meglio lavoro e famiglia. I due diventano amici e utilizzano gli impianti della Greenpoint – birrificio che opera soprattutto per conto terzi - per produrre quattro birre destinate alle spine di un ristorante pop-up di Andrew Burman, un vecchio conoscente di Monahan. Le birre ottengono grande successo, la voce si sparge, Richardson e Monahan ricevono richieste da altri operatori di settore che vogliono delle birre per i loro locali. I due amici capiscono che ci sono delle opportunità e vorrebbero mettersi in proprio, ma il problema principale sono i costi della Grande Mela: ci mettono quasi due anni per trovare una location dal prezzo accettabile nel quartiere di Carroll Gardens, a Brooklyn, sotto ai piloni della Gowanus Expressway, grazie ad un annuncio su Craigslist: “siamo stati fortunati – ricorda Monahan – questo spazio era completamente vuoto ed aveva quindi un costo accessibile. Abbiamo installato l’impianto, costruito una cella frigo e ricavato una piccola taproom dove c’era un piccolo ufficio”. Nel gennaio del 2014 Richardson, Monahan e Burman lasciano Greenpoint e lanciano il birrificio Other Half: “l’altra metà”, quella artigianale,  dell’industria. L’idea è di concentrarsi su IPA e birre luppolate, puntando tutto sulla loro freschezza: “abbiamo centinaia di clienti, bar e ristoranti che sono nel raggio di dieci chilometri a cui possiamo consegnare la birra in un’ora. Alla sera i pub possono attaccare il fusto di una birra che alla mattina era ancora nei nostri fermentatori”. Le birre di Richardson sono buone e la loro freschezza le valorizza al massimo: il debutto avviene con la Doug Cascadian Dark Ale (un omaggio al suo nord-ovest) , la Other Half IPA e una Imperial Stout.  Ricorda Richardson: “sono cresciuto sulla costa ad ovest e volevo quindi fare una West Coast IPA; quando iniziammo a New York c’erano molte IPA ma erano tutte abbastanza anonime e blande”. Ma il 2014 è anche l’anno in cui il New England spinge la California giù dal trono della Craft Beer: The Alchemist, Trillium e Tree House spodestano i grandi birrifici di San Diego e dintorni in cima alla lista dei desideri dei beergeeks. Richardson è attento ed è bravo ad intercettare quella fetta di mercato realizzando All Green Everything, probabilmente la prima New England IPA prodotta a New York: “mi accorsi che la gente era interessata a quello stile e le nostre IPA un po’ già ci assomigliavano. Non ho mai detto di averle inventate io, ma siamo stati tra i primi a farle e siamo divenuti famosi per quelle”. Ma c’è un altro fattore determinante: alla fine del 2014 viene approvato il Craft New York Act, una legge che consente ai birrifici di vendere direttamente al pubblico lattine e bottiglie senza essere obbligati a passare tramite un distributore. Per Other Half è una grande opportunità di incrementare i propri margini, e per i beergeeks newyorkesi di fare quello che i loro amici fanno in molti stati americani: gli appostamenti fuori dal birrificio nel giorno della messa in vendita delle birre.  Con pochissimo budget per marketing e pubblicità, Other Half si affida ai social media ed al passaparola tra gli appassionati; dopo due anni, all’inizio del 2017, il New York Times regala ad Other Half quella pubblicità che qualsiasi birrificio vorrebbe: un articolo che descrive la pazzia di centinaia di beergeeks disposti a sfidare il freddo e restare in fila undici ore per riuscire ad accaparrarsi qualche four pack di Green Diamonds o All Green Everything.  Nello stesso anno Other Half amplia la propria taproom per meglio accogliere le migliaia di persone (appassionati e curiosi) che nel weekend affollano Carroll Gardens;  il magazzino viene spostato in un altro edificio dello stesso isolato. Nell’agosto del 2018 Richardson e soci annunciano di avere acquistato per  660.000 dollari gli edifici abbandonati del birrificio Nedloh a East Bloomfield, nei dintorni di Rochester, non lontano dalle rive del Lago Ontario.  Oltre ad aumentare la produzione portandola da 11.000 a 16.00 ettolitri, il nuovo birrificio doveva anche dare il via alla produzione di birre acide: per l’occasione viene reclutato Eric Salazar, birraio con esperienza ventennale alla New Belgium, Colorado, in cerca d’occupazione in quella zona. Ma dopo nove mesi Salazar è ancora con le mani in mano in quanto barili e foeders in legno non sono mai arrivati; i tre Other Half stanno infatti progettando l’apertura di altre succursali a Brooklyn e Washington e hanno deciso di posticipare la produzione di sour e wild ales.  Salazar se ne va mentre Monahan presenta la seconda location a Domino Park, Brooklyn, sotto al Ponte di Williamsburg; l’emergenza Covid-19 ne ha fatto slittare l’inaugurazione che dovrebbe avvenire proprio in queste settimane (ottobre 2020).   Stesse tempistiche anche per Other Half Washington, D.C.: gli impianti del nuovo birrificio nella città natale di Burman e Monahan (2000 metri quadri) sono già operativi mentre la taproom con 900 posti a sedere e  beer garden da 800 metri quadri potrebbe essere riaperta in questi giorni. “Siamo entusiasti di poter aumentare la produzione delle nostre IPA  – ha detto Monahan – ma con questo impianto potremo anche produrre imperial stout e barley wine molto più potenti e anche molte basse fermentazioni”.Le birre.Buone notizie per gli appassionati europei: in ottobre una selezione di lattine è arrivata anche nel nostro continente, dopo poco più di un mese di viaggio.  L’aumentata capacità produttiva di Other Half e, immagino, un calo della domanda domestica dovuta al Covid lo hanno reso possibile. Vediamole rapidamente in ordine di ABV decrescente cercando di rispondere alla solita domanda: “is the hype real?”. Le birre sono state tutte prodotte sull’impianto di Brooklyn e non su quello di Rochester: per i beergeeks anche questo è un dettaglio importante.  Partiamo dalla Double NEIPA Triple Cream (10%) il cui nome fa riferimento alla cremosità donatole dall’avena e al triplo dry-hopping. Citra, Eukanot, Khatu, Wai-Iti sono i luppoli utilizzati, mentre per l’ultimo dry-hopping sono stati usati Galaxy e Citra Lupulin in polvere. Visivamente simile ad un torbido succo di frutta all’albicocca, ha una bella schiuma cremosa e compatta. Mango, albicocca, pesca percoca e papaia formano una macedonia di frutta molto matura nella quale ci finisce anche qualche frammento di pompelmo. Il gusto è coerente, dolce ma non troppo, merito di una chiusura sorprendente secca che fa il miracolo in assenza pressochè totale di amaro. S’avverte giusto uno zic resinoso. Il corpo è quasi pieno, è una birra masticabile ma non particolarmente cremosa.  L’alcool si sente solamente a fine corsa ma il suo maggior pregio è la completa mancanza di quegli spigoli e di quelle incrinature (hop burn) che spesso affliggono il mondo delle NEIPA. Impalcatura ineccepibile, birra molto buona e pulita: nonostante questo le Double NEIPA raramente riescono ad emozionarmi e questa non fa eccezione. Colpa mia.Passiamo alla DDH Citra + Galaxy, altra Imperial IPA (8.5%) dove imperversano Citra, Galaxy e luppolina di Citra. Visivamente identica alla sorella maggiore, ha un profilo aromatico abbastanza simile nel quale emergono pesca, albicocca, papaia e mango. Definizione e precisione potrebbero però essere migliori. Al palato si ha la sensazione di sorseggiare un succo di frutta tropicaleggiante, le bollicine sono un po’ più presenti del dovuto e quindi il mouthfeel NEIPA ne risulta un po’ penalizzato all’inizio. L’alcool è ben gestito ma è maggiormente in evidenza rispetto alla Triple Cream, soprattutto nel finale: chiude con un amaro resinoso/vegetale piuttosto educato, che non lascia nessun grattino. Double NEIPA ben fatta, di nuovo avara di emozioni e non impeccabile per quel che riguarda definizione e pulizia.Continuiamo a percorre la scala ABV scendendo a 6.5% con la IPA Small Citra Everything; questa single-hop è di color arancio, torbido ma luminoso: anche in questo caso la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente, cosa che non accade sempre nelle NEIPA.  E Citra sia: arancia, mandarino, pompelmo dominano un aroma nel quale avverto anche qualche nota di ananas. In questo caso la pulizia è maggiore dell’intensità e i profumi non sono esplosivi. Non si tratta tuttavia di un succo di frutta sfacciato: si riesce ancora a percepire l’elemento birra (pane, crackers) prima di un finale zesty, a tutta scorza d’agrumi. Sarebbe una birra piuttosto gradevole ma c’è una nota amara vegetale, piuttosto pesante, che non rientra esattamente nella mie corde. Questione di gusti. Non amo le IPA mono-Citra, in particolare per quel che riguarda l’amaro che quel luppolo impartisce: avesse un bel finale resinoso in stile West Coast guadagnerebbe un paio di punti.Space Dream è invece una IPA (6%) nel quale il Galaxy è affiancato da lattosio ed avena per darle un mouthfeel lussureggiante: operazione riuscita solo in parte, la birra è solida e chewy ma non particolarmente morbida. Pesca, mango, ananas, arancia  e pompelmo sono affiancate da qualche suggestione di panna donata dal lattosio. Anche Space Dream mantiene le parvenze di una birra, dietro alla sembianze “Juicy”: non è una NEIPA estrema e sfacciata, peccato che il gusto sia meno definito e preciso rispetto all’aroma. Il testimone passa dalla frutta tropicale agli agrumi in un finale nel quale è protagonista il pompelmo, affiancato da una nota amara resinosa che non gratta e che lascia una scia abbastanza breve. Nessuna Madonna, ma senz’altro una bella bevuta.Chiudiamo questa breve rassegna con Small Green Everything (4.8%), sorellina della più famosa Double IPA All Green Everything, una delle prime NEIPA prodotte da Other Half e una delle birre che hanno contribuito al suo successo. Il suo colore velato oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre al naso c’è un bouquet abbastanza intenso e pulito composto da note dank, arancia, pompelmo e frutta tropicale. Pane e crackers, frutta tropicale dolce, finale amaro che oscilla tra zesty, dank e resinoso:  ci sono tutte le caratteristiche per una (Session) IPA moderna e l’esecuzione di Other Half è convincente. Alcool fantasma, grande facilità di bevuta, buona presenza palatale, finale secco, amaro educato ed abbastanza persistente. Potere della semplicità: se siete un po’ fuori moda e amate la birra che sa di birra, questa è senz’altro la Other Half che vi consiglierei di bere tra quelle arrivate in Europa.Non mi soffermerei troppo sul  fattore prezzo. Vale la pena spendere 25 euro al litro per una IPA (4.8%)?  Ovviamente no, ma se siete beergeeks incalliti o grandi appassionati è un’occasione ghiotta per provare delle birre che potreste altrimenti bere solo a New York. Il viaggio vi costerebbe di più, e chissà quando potrete farlo.  Per chi invece ama soltanto bere una buona NEIPA, ci sono alternative altrettanto valide in Italia e in Europa: non vi bastano i già (tanti)  12-15 euro al litro ?Nel dettaglioTriple Cream, 47,3 cl., alc. 10%, lotto 03/09/2020,  prezzo indicativo 14,00 euro (beershop) DDH Half Citra + Galaxy, 47,3 cl., alc. 8.5%, lotto 01/09/2020, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop) DDH  Small Citra Everything, 47.3 cl., alc. 6.5%, lotto 07/09/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)DDH Space Dream, 47.3 cl., alc. 6%, lotto 31/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)DDH Small Green Everything,  , 47.3 cl., alc. 4.8%, lotto 27/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Almanac Sunshine and Opportunity – Barrel Aged

Di Almanac Beer Company vi avevo parlato nel 2014:  beerfirm fondata a San Francisco da Jesse Friedman e Damian Fagan, dopo essersi conosciuti nel 2007 ad un club di homebrewing si scoprono appassionati anche di cibo di qualità, di prodotti a Km 0 e di mercati contadini. Abbozzano qualche idea per iniziare assieme una professione:  un bar, un cafè o  un negozio per homebrew?  Meglio ancora un birrificio: in mancanza di capitali per dotarsi d’impianti propri i due optano per la soluzione low cost della beer firm.  Dopo tre anni passati ad esercitarsi ed affinare le ricette nei rispettivi appartamenti, a cotte da venti litri per volta, nel 2010 i due sarebbero pronti per partire ma scoprono che il nome da loro scelto, Old Oak Beer Co.,  potrebbe infrangere qualche copyright; per evitare qualsiasi noia legale, decidono di cambiarlo in  Almanac Beer Co., corredato dal motto “Farm to Bottle” (dalla fattoria alla bottiglia) mutuato dalla filosofia del “Farm to Table”.   La scelta vuole mettere in risalto il legame con il territorio circostante che i due imprenditori intendono valorizzare: l’Almanacco è quello dell’agricoltore, della stagionalità delle colture: l’idea è di utilizzare frutti o altri ingredienti provenienti dalle fattorie della California settentrionale per produrre birre maturate in legno, destinate alla tavola ed agli abbinamenti gastronomici. A giugno 2011 arrivano le prime bottiglie della Summer 2010 Blackberry Ale, una birra acida realizzata con quattro diverse varietà di more provenienti dalla Sebastopol Berry Farm della contea di Sonoma ed invecchiata per undici mesi in botti di vino rosso.   Viene prodotta presso gli impianti della Drake’s di San Leandro, nella baia di San Francisco, mentre le altre birre saranno principalmente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose. Nelle birre ci finiscono progressivamente moltissimi altri ingredienti provenienti da aziende agricole e da piccoli produttori californiani:  agrumi, uva, prugne, pesche, miele, cacao, vaniglia e finocchio, solo per citarne alcuni.  Almanac si specializza in birre acide affinate in legno e, anziché in un impianto di produzione, Friedman e Fagan preferiscono acquistare  un migliaio di botti e due tini di rovere da 4000 litri. Ma nel 2014 è anche arrivata la prima birra “normale” per Almanac: una India Pale Ale,  nonostante Friedman e Fagan si erano sempre dichiarati contrari a realizzare una birra che avrebbe avuto – a loro dire – troppa concorrenza. Alla fine del  2016 Almanac inaugura la taproom  nel Mission District di San Francisco: una dozzina di spine, 75 posti a sedere all’interno, altri 25 nel piccolo beer garden e cucina informale affidata al cuoco Chad Arnold. Ma il vero cambiamento arriva nel 2018 quando viene inaugurata la nuova sede ad Alameda in un ex hangar aeronautico del 1942 fatto ristrutturare dal birrificio ThirstyBear di San Francisco per ospitare il suo progetto Admiral Maltings: l’ultima malteria in California aveva chiuso i battenti un secolo prima. Almanac prende in affitto una parte del fabbricato – 3000  metri quadri – nel quale trovano posto gli impianti di produzione, una taproom e un beergarden. “Il nostro mercato di riferimento è diventato molto affollato - dichiarò Fagan - improvvisamente quasi tutti I birrifici si sono messi a fare birre acide e i prezzi sono scesi. Il nostro modello d’impresa non sarebbe stato sostenibile a lungo”.Almanac non è più una beerfirm, diventa birrificio ma dopo pochi mesi Jesse Friedman se ne va,  mantenendo le proprie quote societarie ma lasciando il ruolo di birraio a Phil Emerson. Le ragioni della separazione non sono mai state rese note. All’inizio del 2019 la taproom di San Francisco viene definitivamente chiusa.  La birra.La prima birra in lattina di  Almanac risale alla primavera del 2016, grazie ad una collaborazione con il birrificio collaboration with Speakeasy di San Francisco: pilsner, due saison e una  IPA. Oggi anche le birre acide affinate in botte vengono commercializzate nello stesso formato, come ad esempio la Farmhouse Sour Ale chiamata Sunshine & Opportunity, riferimento alla California: terra “del sole e delle opportunità”. Questa Sour Ale viene prodotta con malti Admiral Pale, Aromatic, frumento, avena e viene poi invecchiata in botti di rovere con aggiunta di succo di pera e con un delicato dry-hopping di Citra, Sabro e Mosaic. Ne sono state realizzate anche una versione Lavender Honey Edition, con aggiunta di lavanda e miele, ed una colorata Rosé Edition con uva Merlot e ibisco.Restiamo sulla Sunshine & Opportunity originale che si presenta di color dorato, quasi limpido e un generoso cappello di schiuma pannosa dall’ottima persistenza. Agrumi, pera, frutta tropicale, pepe bianco, lime, legno e un lieve carattere funky/rustico: l’interazione tra luppoli, lievito e botte funziona alla perfezione e regala un naso fresco, pulito, elegante e intenso. L’etichetta mette in evidenza lo slogan tart-refreshing-tropical e la birra mantiene le promesse: al palato è piacevolmente acidula, un tappeto dolce di tropicale e pera bilancia la secchezza e l’asprezza  degli agrumi. A fronte di una bella intensità non c’è tuttavia grande profondità e s’avverte qualche accenno legnoso solo nel finale. E’ una Sour Ale ruffiana e piaciona nella quale la frutta eclissa il funky: l’alcool (5.8%) è inesistente e la birra è assolutamente rinfrescante, perfetta per i mesi più caldi dell’anno. Sunshine & Opportunity, ovvero una Gently Sour fatta per piacere che coglie nel segno. Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, lotto 29/01/2020, prezzo indicativo 9.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Almanac Sunshine and Opportunity – Barrel Aged

Di Almanac Beer Company vi avevo parlato nel 2014:  beerfirm fondata a San Francisco da Jesse Friedman e Damian Fagan, dopo essersi conosciuti nel 2007 ad un club di homebrewing si scoprono appassionati anche di cibo di qualità, di prodotti a Km 0 e di mercati contadini. Abbozzano qualche idea per iniziare assieme una professione:  un bar, un cafè o  un negozio per homebrew?  Meglio ancora un birrificio: in mancanza di capitali per dotarsi d’impianti propri i due optano per la soluzione low cost della beer firm.  Dopo tre anni passati ad esercitarsi ed affinare le ricette nei rispettivi appartamenti, a cotte da venti litri per volta, nel 2010 i due sarebbero pronti per partire ma scoprono che il nome da loro scelto, Old Oak Beer Co.,  potrebbe infrangere qualche copyright; per evitare qualsiasi noia legale, decidono di cambiarlo in  Almanac Beer Co., corredato dal motto “Farm to Bottle” (dalla fattoria alla bottiglia) mutuato dalla filosofia del “Farm to Table”.   La scelta vuole mettere in risalto il legame con il territorio circostante che i due imprenditori intendono valorizzare: l’Almanacco è quello dell’agricoltore, della stagionalità delle colture: l’idea è di utilizzare frutti o altri ingredienti provenienti dalle fattorie della California settentrionale per produrre birre maturate in legno, destinate alla tavola ed agli abbinamenti gastronomici. A giugno 2011 arrivano le prime bottiglie della Summer 2010 Blackberry Ale, una birra acida realizzata con quattro diverse varietà di more provenienti dalla Sebastopol Berry Farm della contea di Sonoma ed invecchiata per undici mesi in botti di vino rosso.   Viene prodotta presso gli impianti della Drake’s di San Leandro, nella baia di San Francisco, mentre le altre birre saranno principalmente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose. Nelle birre ci finiscono progressivamente moltissimi altri ingredienti provenienti da aziende agricole e da piccoli produttori californiani:  agrumi, uva, prugne, pesche, miele, cacao, vaniglia e finocchio, solo per citarne alcuni.  Almanac si specializza in birre acide affinate in legno e, anziché in un impianto di produzione, Friedman e Fagan preferiscono acquistare  un migliaio di botti e due tini di rovere da 4000 litri. Ma nel 2014 è anche arrivata la prima birra “normale” per Almanac: una India Pale Ale,  nonostante Friedman e Fagan si erano sempre dichiarati contrari a realizzare una birra che avrebbe avuto – a loro dire – troppa concorrenza. Alla fine del  2016 Almanac inaugura la taproom  nel Mission District di San Francisco: una dozzina di spine, 75 posti a sedere all’interno, altri 25 nel piccolo beer garden e cucina informale affidata al cuoco Chad Arnold. Ma il vero cambiamento arriva nel 2018 quando viene inaugurata la nuova sede ad Alameda in un ex hangar aeronautico del 1942 fatto ristrutturare dal birrificio ThirstyBear di San Francisco per ospitare il suo progetto Admiral Maltings: l’ultima malteria in California aveva chiuso i battenti un secolo prima. Almanac prende in affitto una parte del fabbricato – 3000  metri quadri – nel quale trovano posto gli impianti di produzione, una taproom e un beergarden. “Il nostro mercato di riferimento è diventato molto affollato - dichiarò Fagan - improvvisamente quasi tutti I birrifici si sono messi a fare birre acide e i prezzi sono scesi. Il nostro modello d’impresa non sarebbe stato sostenibile a lungo”.Almanac non è più una beerfirm, diventa birrificio ma dopo pochi mesi Jesse Friedman se ne va,  mantenendo le proprie quote societarie ma lasciando il ruolo di birraio a Phil Emerson. Le ragioni della separazione non sono mai state rese note. All’inizio del 2019 la taproom di San Francisco viene definitivamente chiusa.  La birra.La prima birra in lattina di  Almanac risale alla primavera del 2016, grazie ad una collaborazione con il birrificio collaboration with Speakeasy di San Francisco: pilsner, due saison e una  IPA. Oggi anche le birre acide affinate in botte vengono commercializzate nello stesso formato, come ad esempio la Farmhouse Sour Ale chiamata Sunshine & Opportunity, riferimento alla California: terra “del sole e delle opportunità”. Questa Sour Ale viene prodotta con malti Admiral Pale, Aromatic, frumento, avena e viene poi invecchiata in botti di rovere con aggiunta di succo di pera e con un delicato dry-hopping di Citra, Sabro e Mosaic. Ne sono state realizzate anche una versione Lavender Honey Edition, con aggiunta di lavanda e miele, ed una colorata Rosé Edition con uva Merlot e ibisco.Restiamo sulla Sunshine & Opportunity originale che si presenta di color dorato, quasi limpido e un generoso cappello di schiuma pannosa dall’ottima persistenza. Agrumi, pera, frutta tropicale, pepe bianco, lime, legno e un lieve carattere funky/rustico: l’interazione tra luppoli, lievito e botte funziona alla perfezione e regala un naso fresco, pulito, elegante e intenso. L’etichetta mette in evidenza lo slogan tart-refreshing-tropical e la birra mantiene le promesse: al palato è piacevolmente acidula, un tappeto dolce di tropicale e pera bilancia la secchezza e l’asprezza  degli agrumi. A fronte di una bella intensità non c’è tuttavia grande profondità e s’avverte qualche accenno legnoso solo nel finale. E’ una Sour Ale ruffiana e piaciona nella quale la frutta eclissa il funky: l’alcool (5.8%) è inesistente e la birra è assolutamente rinfrescante, perfetta per i mesi più caldi dell’anno. Sunshine & Opportunity, ovvero una Gently Sour fatta per piacere che coglie nel segno. Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, lotto 29/01/2020, prezzo indicativo 9.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Track Brewing Co.: Track Half Dome Pale Ale & Paper Moon IPA

Torniamo a parlare di Track Brewing, birrificio di Manchester che avevamo incontrato per la prima volta un paio di anni fa.  La sua sede è in quel Piccadilly Beer Mile che cerca di replicare il più famoso Bermondsey Beer Mile di Londra, ovvero un chilometro di strada ad alta concentrazioni di birrifici  e pub sotto le arcate della ferrovia.  Partendo dalla stazione di Piccadilly passerete in rassegna Beer Nouveau, Chorlton Brewing Company, Manchester Brewing Company, Manchester Union Brewery, Alphabet Brewing Company, The Runaway Brewery, Blackjack Brewery, The Marble Arch, Cloudwater e Track Brewing. La maggior parte di loro è aperta solo il weekend, ma negli altri giorni la birra non manca grazie al Beatnikz Republic Bar, alla Port Street Beer House e alla Seven Brothers Beerhouse. Track fu fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson: aveva fatto un po’ di  homebrewing ai tempi dell’università ma fu un lungo tour in bicicletta (7500 chilometri!) negli Stati Uniti, dall'Oregon al Colorado, passando per la California, a far scattare in lui la voglia di mettere in piedi un microbirrificio: “in ogni città, in ogni paese c’era un birrificio e – credetemi-  dopo un giorno passato a pedalare tutto quello che desideri è una birra fresca. Ho bevuto degli stili che neppure sapevo esistessero da birrifici a me sconosciuti come Russian River o New Belgium. Ma oltre alla birra mi colpì la gente che incontravo in quei posti, di ogni ceto sociale, tutti che bevevano assieme. Mi chiesi se posti come quelli esistessero nel Regno Unito. Avrei dovuto iniziare a  fare birra al ritorno dal mio viaggio negli USA ma non conoscevo nessuno nel mondo della birra. Così mi rimisi in sella e passai altri due anni in giro per Nuova Zelanda e Australia, Turchia, Sud America”.Rientrato a Londra, Dyson scopre che le cose stanno cambiando anche nel Regno Unito: lavorava e alloggiava proprio nella zona di Bermondsey, viveva la rinascita brassicola londinese e iniziò a frequentare un corso sulla produzione per poi fare pratica alla Camden Brewery, anche se  ma “mi fu subito chiaro che non mi sarei mai potuto permettere di aprire un birrificio a Londra”. La scelta cade sulla nativa Manchester, nei pressi della stazione ferroviaria di Piccadilly (5 Sheffield Street), sfruttando i prezzi contenuti e la temperatura costante nel corso dell'anno (15-18 gradi) che quei locali offrono.  Ad aiutarlo arriva dopo qualche anno il birraio Matt Dutton, fresco vincitore del National Homebrew Champion organizzato dal Brewdog bar di Manchester; del team fanno oggi parte anche Will Harris e Lewis Horne (ex Northern Monk) che si occupano delle birre acide e degli invecchiamenti in botte.  Ma la birra che ha permesso a Track di spiccare il volo è la Pale Ale Sonoma (3.8%) che ancora oggi occupa il 50% della capacità produttiva. Il birrificio si è subito dotato di una piccola taproom che alla fine del 2018 è stata spostata per fare spazio agli impianti nel vicino complesso di Crusader Mill, con una bella vista sui tetti di Manchester; il contratto d’affitto di Track è però scaduto nel 2019 e non è stato rinnovato in quanto Crusader Mill è sottoposto ad una ristrutturazione edilizia. In soccorso sono arrivati gli amici di Cloudwater che hanno messo a disposizione loro un piccolo spazio all’interno del proprio edificio nel Piccadilly Trading Estate per permettere a Track di realizzare un  “pop-up taproom e beershop”.  Dyson sembra intenzionato a lanciare una campagna di crowdfunding per espandersi e trasferire definitivamente il proprio birrificio nel Piccadilly Trading Estate, proprio di fronte a Cloudwater.Le birre.  Dopo le ottime impressioni sulla IPA Loose Morals realizzata in collaborazione con Wylam, vediamo altre due produzioni Track partendo dalla Pale Ale Half Dome (5.3%): il nome è ovviamente un riferimento all’enorme roccia di granito nella Yosemite Valley, mentre il mix di luppoli include  Galaxy, Citra e Simcoe. Nel bicchiere è di color arancio pallido, piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma, parecchio scomposta, ha lunga ritenzione. Cedro, bergamotto, mandarino, limone, fiori: il bouquet dominato dagli agrumi è fresco e pulito, intenso, elegante.  Al palato l’intensità cala un po’ di tono ma non ci si può lamentare visto che  stiamo parlando di una birra dalla gradazione alcolica contenuta. Sono sempre gli  agrumi a guidare le danze di una bevuta molto zesty, secca e pulita, sorretta da un sottofondo dolce di agrumi canditi ed ananas. In alcuni passaggi c’è davvero il rischio dell’effetto “aranciata”, dovuto anche al fatto che questa Pale Ale è praticamente priva di amaro e nel finale si spegne: personalmente credo che un po’ di quel carattere terroso-lemongrass tipico della tradizione anglosassone le gioverebbe moltissimo. Ma il suo  problema principale è l’eccessiva carbonazione, annunciata da un leggero gushing: se avete la pazienza di aspettare che le bollicine si calmino, berrete una birra molto pulita e ben fatta.Passiamo a Paper Moon, una nuova NEIPA (6%) che ha debuttato lo scorso luglio a ritmo di Mosaic, Citra e Vic Secret. Anche lei si presenta di color arancio pallido, piuttosto torbido, e una schiuma fin troppo generosa e molto persistente. Il suo biglietto da visita è un naso fresco ed intenso, fine, molto pulito: ananas, arancia, cedro, lychee, pesca, accenni dank e floreali. Anche Paper Moo paga il pegno di una carbonazione troppo elevata che compromette quella morbidezza palatale che una NEIPA dovrebbe  avere. E anche i sapori sono meno definiti e meno eccitanti rispetto ai fuochi d’artificio dei profumi: diamo un po’ di colpa alle bollicine in eccesso, ma il calo d’intensità da profumi a sapori è un problema che affligge molte NEIPA.  Un po’ di delusione c’è, ma la bevuta è comunque di buon livello, un succo di frutta molto gradevole che termina con un  finale resinoso cortissimo. Il suo potenziale è un po’ inespresso e  bisogna aver un po’ di pazienza ed aspettare che la carbonazione si calmi un po’. A parte questo difetti che le fanno perdere un paio di punti, nel bicchiere c’è una NEIPA dal grande aroma e – fattore di importanza fondamentale per me – priva di quegli spigoli e di quelle ruvidezze  (hop burn) che spesso rendono meno piacevole  del previsto la bevuta di queste birre alla moda.Nel dettaglio: Half Dome, 44 cl., alc.5.3%, lotto 06/08/2020, scad. 06/12/2020, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)Track Paper, 44 cl.,  alc. 6.o%, lotto 15/07/2020, scad. 15/11/2020, prezzo indicativo 6,50 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Track Brewing Co.: Track Half Dome Pale Ale & Paper Moon IPA

Torniamo a parlare di Track Brewing, birrificio di Manchester che avevamo incontrato per la prima volta un paio di anni fa.  La sua sede è in quel Piccadilly Beer Mile che cerca di replicare il più famoso Bermondsey Beer Mile di Londra, ovvero un chilometro di strada ad alta concentrazioni di birrifici  e pub sotto le arcate della ferrovia.  Partendo dalla stazione di Piccadilly passerete in rassegna Beer Nouveau, Chorlton Brewing Company, Manchester Brewing Company, Manchester Union Brewery, Alphabet Brewing Company, The Runaway Brewery, Blackjack Brewery, The Marble Arch, Cloudwater e Track Brewing. La maggior parte di loro è aperta solo il weekend, ma negli altri giorni la birra non manca grazie al Beatnikz Republic Bar, alla Port Street Beer House e alla Seven Brothers Beerhouse. Track fu fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson: aveva fatto un po’ di  homebrewing ai tempi dell’università ma fu un lungo tour in bicicletta (7500 chilometri!) negli Stati Uniti, dall'Oregon al Colorado, passando per la California, a far scattare in lui la voglia di mettere in piedi un microbirrificio: “in ogni città, in ogni paese c’era un birrificio e – credetemi-  dopo un giorno passato a pedalare tutto quello che desideri è una birra fresca. Ho bevuto degli stili che neppure sapevo esistessero da birrifici a me sconosciuti come Russian River o New Belgium. Ma oltre alla birra mi colpì la gente che incontravo in quei posti, di ogni ceto sociale, tutti che bevevano assieme. Mi chiesi se posti come quelli esistessero nel Regno Unito. Avrei dovuto iniziare a  fare birra al ritorno dal mio viaggio negli USA ma non conoscevo nessuno nel mondo della birra. Così mi rimisi in sella e passai altri due anni in giro per Nuova Zelanda e Australia, Turchia, Sud America”.Rientrato a Londra, Dyson scopre che le cose stanno cambiando anche nel Regno Unito: lavorava e alloggiava proprio nella zona di Bermondsey, viveva la rinascita brassicola londinese e iniziò a frequentare un corso sulla produzione per poi fare pratica alla Camden Brewery, anche se  ma “mi fu subito chiaro che non mi sarei mai potuto permettere di aprire un birrificio a Londra”. La scelta cade sulla nativa Manchester, nei pressi della stazione ferroviaria di Piccadilly (5 Sheffield Street), sfruttando i prezzi contenuti e la temperatura costante nel corso dell'anno (15-18 gradi) che quei locali offrono.  Ad aiutarlo arriva dopo qualche anno il birraio Matt Dutton, fresco vincitore del National Homebrew Champion organizzato dal Brewdog bar di Manchester; del team fanno oggi parte anche Will Harris e Lewis Horne (ex Northern Monk) che si occupano delle birre acide e degli invecchiamenti in botte.  Ma la birra che ha permesso a Track di spiccare il volo è la Pale Ale Sonoma (3.8%) che ancora oggi occupa il 50% della capacità produttiva. Il birrificio si è subito dotato di una piccola taproom che alla fine del 2018 è stata spostata per fare spazio agli impianti nel vicino complesso di Crusader Mill, con una bella vista sui tetti di Manchester; il contratto d’affitto di Track è però scaduto nel 2019 e non è stato rinnovato in quanto Crusader Mill è sottoposto ad una ristrutturazione edilizia. In soccorso sono arrivati gli amici di Cloudwater che hanno messo a disposizione loro un piccolo spazio all’interno del proprio edificio nel Piccadilly Trading Estate per permettere a Track di realizzare un  “pop-up taproom e beershop”.  Dyson sembra intenzionato a lanciare una campagna di crowdfunding per espandersi e trasferire definitivamente il proprio birrificio nel Piccadilly Trading Estate, proprio di fronte a Cloudwater.Le birre.  Dopo le ottime impressioni sulla IPA Loose Morals realizzata in collaborazione con Wylam, vediamo altre due produzioni Track partendo dalla Pale Ale Half Dome (5.3%): il nome è ovviamente un riferimento all’enorme roccia di granito nella Yosemite Valley, mentre il mix di luppoli include  Galaxy, Citra e Simcoe. Nel bicchiere è di color arancio pallido, piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma, parecchio scomposta, ha lunga ritenzione. Cedro, bergamotto, mandarino, limone, fiori: il bouquet dominato dagli agrumi è fresco e pulito, intenso, elegante.  Al palato l’intensità cala un po’ di tono ma non ci si può lamentare visto che  stiamo parlando di una birra dalla gradazione alcolica contenuta. Sono sempre gli  agrumi a guidare le danze di una bevuta molto zesty, secca e pulita, sorretta da un sottofondo dolce di agrumi canditi ed ananas. In alcuni passaggi c’è davvero il rischio dell’effetto “aranciata”, dovuto anche al fatto che questa Pale Ale è praticamente priva di amaro e nel finale si spegne: personalmente credo che un po’ di quel carattere terroso-lemongrass tipico della tradizione anglosassone le gioverebbe moltissimo. Ma il suo  problema principale è l’eccessiva carbonazione, annunciata da un leggero gushing: se avete la pazienza di aspettare che le bollicine si calmino, berrete una birra molto pulita e ben fatta.Passiamo a Paper Moon, una nuova NEIPA (6%) che ha debuttato lo scorso luglio a ritmo di Mosaic, Citra e Vic Secret. Anche lei si presenta di color arancio pallido, piuttosto torbido, e una schiuma fin troppo generosa e molto persistente. Il suo biglietto da visita è un naso fresco ed intenso, fine, molto pulito: ananas, arancia, cedro, lychee, pesca, accenni dank e floreali. Anche Paper Moo paga il pegno di una carbonazione troppo elevata che compromette quella morbidezza palatale che una NEIPA dovrebbe  avere. E anche i sapori sono meno definiti e meno eccitanti rispetto ai fuochi d’artificio dei profumi: diamo un po’ di colpa alle bollicine in eccesso, ma il calo d’intensità da profumi a sapori è un problema che affligge molte NEIPA.  Un po’ di delusione c’è, ma la bevuta è comunque di buon livello, un succo di frutta molto gradevole che termina con un  finale resinoso cortissimo. Il suo potenziale è un po’ inespresso e  bisogna aver un po’ di pazienza ed aspettare che la carbonazione si calmi un po’. A parte questo difetti che le fanno perdere un paio di punti, nel bicchiere c’è una NEIPA dal grande aroma e – fattore di importanza fondamentale per me – priva di quegli spigoli e di quelle ruvidezze  (hop burn) che spesso rendono meno piacevole  del previsto la bevuta di queste birre alla moda.Nel dettaglio: Half Dome, 44 cl., alc.5.3%, lotto 06/08/2020, scad. 06/12/2020, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)Track Paper, 44 cl.,  alc. 6.o%, lotto 15/07/2020, scad. 15/11/2020, prezzo indicativo 6,50 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio