Festival Nonsolobirra, capitolo terzo: nuove conoscenze in quel di Perugia

Uno dei nuovi ospiti a Marano, come già anticipato, era la Fabbrica della Birra Perugia: nome già noto per quanto relativamente giovane (ha aperto nel 2013), soprattutto dopo aver ottenuto il titolo di Birrificio dell'anno 2016 assegnato da Unionbirrai. Anche qui stiamo peraltro parlando di un birrificio "in rosa" , essendo capitanato da Luana Meola. Avevo già avuto occasione di conoscerla un paio d'anni fa all'Expo della Brasseria Veneta, ma non avevo avuto modo in quella sede di fermarmi per una chiacchierata approfondita con lei a proposito delle sue birre; e a Marano mi sono così avviata a colmare questa lacuna.Mi sono trovata davanti spine che facevano riferimento a birre assai diverse a livello di "scuola di pensiero", ossia quelle della linea definita "classica" e quelle della linea "creativa": come dicono gli aggettivi stessi, si tratta quindi da un lato di birre che, pur con i dovuti tocchi di personalizzazione, rimangono nei canoni dello stile di riferimento; e birre che invece si lanciano nel terreno della sperimentazione. Alla mia domanda se si riconoscesse di più nella filosofia "classica" o in quella "sperimentale", Luana ha risposto di non sentirsi legata in maniera particolare a nessuna: e che sia "onnivora" non c'è dubbio, anche se personalmente vedo in lei più una vena di sperimentazione. Basti dire che anche la linea classica vede, nel caso della porter, l'aggiunta di granella di cioccolato per farne una chocolate porter; e la rossa è definita come "american red ale", con una luppolatura di mosaic, amarillo e citra che non solo lascia pochi dubbi in merito a quale Paese le abbia dato l'ispirazione, ma ne fa anche una birra al di fuori dei canoni della "solita rossa".I luppoli americani o comunque cosiddetti "del nuovo e nuovissimo mondo" (includendo quindi anche quelli australiani) sembrano peraltro appassionare Luana: lo si nota bene nella prima birra che ho provato, la apa Calibro7, che a livello di luppoli mette insieme Motueka, Galaxy, Citra, Mosaic, Sorachi, Galena e Chinhook. Per chi non li conoscesse, basti dire che all'aroma il risultato è un tripudio di frutta tropicale con un fondo agrumato, seguito da un corpo abbastanza esile - ma non del tutto evanescente, dato che una pur leggera nota maltata rimane - e da una chiusura di un amaro citrico e secco, ben dissetante. Sulla stessa scuola di pensiero è quella che ho definito la sua "sorella maggiore", la Experimental, una imperial ipa che porta a livelli più intensi (nonché più alcolici) le stesse caratteristiche della Calibro7, pur mantenendo un corpo di altrettanto facile beva e una notevole attenuazione che invoglia al sorso successivo (pericolosamente, oserei dire, dati gli 8 gradi alcolici).Tra le sperimentazioni ci sono poi da segnalare la Ila, una scotch ale nata in collaborazione con il noto produttore di distillati Samaroli, affinata in barili di whisky; e la Cosmo Rosso, una amber ale che non rinuncia alle note agrumate grazie alla luppolatura con Equinox, Mandarina Bavaria e Citra. Un birrificio, insomma, che consiglierei in particolare agli amanti delle luppolature all'americana, sperimentate peraltro anche là dove tradizionalmente non vengono usate.Chiudo questa carrellata sul Festival Nonsolobirra con un ringraziamento a tutti gli altri birrifici presenti, di cui non ho parlato qui per questioni di brevità e per la volontà di dare spazio alle birre nuove che ho provato; ma che non sono certo meno meritevoli di quelli a cui ho dedicato un post. In particolare le congratulazioni vanno ai fratelli Trami, vincitori del concorso "popolare" per il miglior birrificio presente. E con questa, arrivederci alla prossima edizione...

Festival Nonsolobirra, capitolo secondo: quattro chiacchiere con Mr Birrone

Marano Vicentino è in provincia di Vicenza, e - dal punto di vista birrario - se dici Vicenza dici Birrone: non certo perché sia l'unico birrificio artigianale in provincia, ma perché è stato uno dei pionieri in zona (ha aperto nel 2008) nonché uno dei più affermati - tanto che il mastro birraio, Simone Dal Cortivo, ha ottenuto il titolo di birraio dell'anno nel 2014. Ed è appunto con lui che mi sono fermata a fare due chiacchiere, prima di farmi illustrare le novità messe alla spina.A onor del vero la nostra chiacchierata è iniziata da uno dei temi più inflazionati, triti e ritriti che ci siano negli ultimi tempi, ossia il proliferare di nuovi birrifici e di feste della birra: ormai parlare di questo è diventato un po' come parlare del tempo, anche se ciò non toglie che siano questioni che stanno incidendo profondamente sul panorama della birra artigianale in Italia. "Per carità, ci sono anche tanti giovani birrai che lavorano bene - ha osservato -, ma trovami qualcuno che sa fare bene le birre tecnicamente più difficili, e in particolare le basse fermentazioni come le helles: già sono pochi quelli che le fanno, e quelli che le fanno bene anche meno". Per questo, nel fiorire - per quanto ormai l'onda si sia esaurita - delle ipa e delle luppolature mirabolanti, "io voglio ribadire che noi siamo quelli delle basse fermentazioni: sono sempre stati i nostri punti di forza, e su quelle intendiamo continuare a lavorare".E proprio due basse fermentazioni sono state quelle che mi ha proposto Simone: la "Zia Marn", definita come "Neues Pils" - per distinguerla dall'altra pils del Birrone, la Brusca - e la SD & R, una Festbier "che in realtà è una Marzen, perché le birre usate per le autentiche feste della birra autunnali nei villaggi bavaresi erano e sono le Marzen". La Zia Marn, ha spiegato Simone, "prende il nome dalla padrona tedesca dei luppoli"; e alla base della Brusca aggiunge come luppoli il Mandarina Bavaria, il Polaris e il Melon. Per quanto questa lista potrebbe far pensare ad una luppolatura di quelle che prima ho definito "mirabolanti", questa è e rimane una pils, per quanto unica nel suo genere: alla tradizionale luppolatura floreale aggiunge sì leggeri toni agrumati, e il polaris svela la sua presenza in seconda battuta con una lieve nota balsamica, ma per il resto rimane la classica pils "pulita" e senza fronzoli, dal corpo fresco ed esile ma non evanescente, e senza particolari persistenze. Anche in questo caso, buona per chi cerca una pils sì in stile, ma un po' più caratterizzata.La SD & R - che sta per Sesso, Droga & Rock'n'roll, "gli elementi spesso associati al fare festa" - mi era stata preannunciata da Simone come quella che più gli ha dato soddisfazione. L'aroma delicatissimo viaggia tra le note di nocciola e quelle che a me hanno ricordato un po' le caldarroste, per quanto le castagne non c'entrino nulla (sarà perché la birra alle castagne del Birrone ancora la ricordo con grande piacere); e se l'ingresso in bocca rimane su questi toni maltati, chiude poi su un amaro erbaceo altrettanto delicato, che lascia la bocca perfettamente pulita. Una birra che fa dell'equilibrio tra questi due poli e della pulizia il suo punto di forza, caratteristiche che sono del resto dei capisaldi della filosofia di lavoro di Simone, e che pur nella sua (almeno apparente) semplicità sa risultare piacevole ed appagante.Ultima nota: il panificio Dal Cortivo - altro espositore a Marano - offre diversi prodotti da forno, tra cui i biscotti alla birra battezzati Birrini: interessante il birramisù fatto con questi e la Scubi, la lager scura del Birrone.Su tutt'altro stile invece la tappa successiva, vi attendo al prossimo post...

Festival Nonsolobirra, capitolo primo: alla corte di Cangrande

Sono tornata anche quest'anno, e con molto piacere, al festival della birra artigianale Nonsolobirra: che però, e Stefano Gasparini mi perdonerà, per me rimarrà sempre "Arte, Cultura e Luppolo" perché così l'ho conosciuto, e così mi è rimasto nei ricordi come uno dei primi a cui ho partecipato e a cui ho fatto alcune tra le conoscenze che reputo più care nel mondo della birra artigianale. Pur nelle dimensioni relativamente contenute, continua a confermarsi come evento di qualità all'interno di un panorama di fiere, sagre, feste e festini sempre più fitto. I birrifici presenti quest'anno erano sia vecchie conoscenze della kermesse - Birrone, Mastino, Ofelia, Jeb, Trami, Benaco 70, Estense, e Diexe distribuzione con Zahre, Fiemme e Montegioco ed altri ancora - che novità - Foglie d'Erba, Birra Perugia, ed alcune portate da Diexe: un festival che allarga i suoi orizzonti quindi, senza risultare ripetitivo di edizione in edizione.Anche perché sono i birrifici stessi ad essere propositivi in quanto a novità: già alla prima tappa del pellegrinaggio, in casa Mastino, ho avuto modo di trovarne qualcuna - assaggiata nel contesto diuna piacevole chiacchierata con Oreste Salaorni, che ringrazio. La prima che ho provato è la loro nuova pils battezzata Milledue91 in onore di Cangrande della Scala (il 1291 è infatti il suo anno di nascita), brassata in decozione: già all'aroma colpisce per i profumi molto intensi ma armoniosi tra lo speziato e il floreale (i luppoli dichiarati sono Mittelfrüh e Tettnanger in dryhopping), cha fanno da preludio ai torni altrettanto robusti di cereale. Per quanto il corpo, coerentemente con l'insieme, sia più robusto della media delle pils, lascia comunque presto spazio ad una chiusura ben amara e secca e molto persistente: una birra che ci siamo trovati scHerzosamente a definire "imperial pils" - facendo il verso alla mania del giorno d'oggi di mettere l'aggettivo "imperial" davanti a qualsiasi stile, solo per indicare che si tratta di una birra più robusta (non sotto il profilo alcolico, però perché fa 5 gradi) - e che sicuramente si addice a tutti coloro a cui buona parte delle pils "non dicono niente". Oreste l'ha peraltro definita "un parto difficile", una birra frutto di un lungo lavoro: e del resto si capisce che nulla è lascitao al caso, per ottenere un tale equilibrio dell'insieme pur lavorando con toni forti all'interno di uno stile "delicato".Dopo un breve passaggio per la belgian strong ale Vicarium - in stile, senza particolari fronzoli - sono approdata alle sour: fronte su cui Mastino negli ultimi anni ha saputo distinguersi, tanto da essere una presenza costante nella bottaia dell'Arrogant Sour Festival. La prima che ho provato è stata la Duchesse, una saison a cui è stata aggiunta uva fragola per avviare la fermentazione spontanea, marasche e ciliegie. In effetti ricorda il fragolino, in particolare all'aroma; in bocca a risaltare è invece la fragola vera e propria, che si impone sulle marasche (nonostante Oreste mi abbia riferito che, in proporzione, questa sono quattro volte tante rispetto alle fragole). La chiusura è decisamente dolce, pur senza obliterare del tutto la punta di acido che "pulisce" la bocca: una sour gradevole e del tutto abbordabile anche chi si accosta per la prima volta alle acide, nonché da consigliare agli amanti delle birre alla frutta.Da ultima, dato che il meglio arriva sempre alla fine, Oreste ha calato l'asso con la sour all'Amarone: il frutto di oltre due anni di lavoro e paziente attesa, tra una prima fermentazione in acciaio, una seconda in tonneaux con l'aggiunta del 20% di mosto completo di Amarone, e otto mesi di riposo in barrique (Oreste mi correggerà se ho sbagliato qualcosa, del resto davanti a premesse di questo genere è chiaro che l'attenzione agli appunti cala). Anche qui i sentori caldi e pieni di vino rosso la fanno da padroni, con profumi di frutta matura (amarena su tutte); note di legno e di tannino sì presenti, ma in maniera del tutto equilibrata ed armoniosa (anzi, quelli tanninici proprio nelle retrovie direi), senza essere invasivi. Personalmente l'ho molto apprezzata, per come ha saputo sposare birra ed Amarone in maniera encomiabile. Vale la pena peraltro precisare che stiamo parlando di una birra di dodici gradi alcolici: da bene (ed apprezzare) a piccole dosi.E mi fermo qui per quanto riguarda la prima tappa: rimanete sintonizzati...

Al pub di Luré

Dopo essere stata qualche mese fa a visitare il birrificio The Lure (chi se lo fosse perso clicchi sul nome) sono tornata in quel di Fogliano per visitare anche il brewpub, appena aperto da Lorenzo. Un pub che segue la stessa filosofia del birrificio, ossia di utilizzare quanto più possibile ciò che i terreni dell'azienda agricola offrono: dall'orzo per la birra, al frumento per il pane (cotto in forno a legna), al luppolo sia per la birra che per i grissini. L'occasione era peraltro interessante, ossia il debutto alla spina della nuova saison alla zucca Smashed Pumpkin (in onore degli Smashing Pumpins - come avevo già spiegato, ognuna delle birre di Lorenzo è un tributo musicale): 25 kg di zucca mantovana cotta al forno (se avete occasione fatevi raccontare l'epopea di che cosa significhi farlo nel forno di casa...) per una cotta di 200 litri, cannella, zenzero in polvere e noce moscata.Il pub è fresco di inaugurazione, e arredato con gusto: colori caldi, materiale riciclato in maniera originale (tipo le bottiglie sui lampadari), predomimanza del legno, e una cinquantina di posti a sedere (lo so, non c'entra con quanto stavo dicendo, ma è un altro dettaglio da dare). Il menù è molto semplice, ma curato: oltre alle birre di The Lure (di cui una a pompa, la Bird) sono disponibili una decina di panini gourmet (tutti con pane della casa e prodotti tipici del territorio, dal Montasio al prosciutto cotto a legna con i cren) e altri snack rigorosamente non fritti (come le patate al forno con grana e paprika). Per ciascuno è consigliata in abbinamento una delle birre: a dire il vero io ho fatto il contrario, perché volendo assaggiare la birra alla zucca sono andata d'ufficio su quello che aveva come abbinamento consigliato la Smashed Pumpkin - pane integrale con crema di zucca, ricotta affumicata e speck.Come snack ci sono stati offerti i grissini con il luppolo Golding coltivato da Lorenzo: per amanti dell'amaro, ma comunque equilibrati nell'insieme. In quanto alla Smashed Pumpkin, Lorenzo mi aveva parlato a lungo della sua volontà di non ottenere una birra troppo dolce, e di come avesse fatto lavorare il lievito ad una temperatura tale da mettere in evidenza piuttosto la parte speziata: e in effetti, portandola al naso, la si direbbe una saison ben profumata punto e basta (senza zucca), con in più la cannella e la noce moscata in risalto, ma senza sovrastare il bouquet tipico dello stile. La zucca arriva dopo, con un sapore ben pieno, una volta fatto il sorso; senza però persistere in alcun modo, perché la speziatura unita ad un amaro ben secco arriva a chiudere senza compromessi sul dolce. Resta, come ricordo al palato, solo la speziatura, e in particolare la cannella. Ho trovato che lo "sposalizio" fosse ottimo soprattutto con la ricotta affumicata, che personalmente apprezzo molto come condimento sui piatti di zucca e speziati (zuppe, pasta e gnocchi in primo luogo). L'intento dichiarato di Lorenzo di fare una birra equilibrata e non stucchevole, dunque, pare riuscito.Ultima nota per la Bird spillata a pompa (e con maestria, devo dire): sotto alla magistrale "cremina da cappuccino", che ho addentato con voluttà, ho trovato una birra molto più rotonda ed equilibrata di quanto la ricordassi (complice anche la minore carbonatazione), in cui la componente torbata si amalgamava meglio alla rosa di aromi e profumi legati alla tostatura. Una di quelle birre che potrebbe essere portata ad esempio calzante ed emblematico di come il metodo di spillatura faccia la differenza.

1000 “Mi piace”…e qualche pensiero

Da tempo, per una pura questione di piacere personale, attendevo il millesimo "mi piace" sulla pagina Facebook dedicata al mio blog - sì, ero già pronta a fare lo screenshot e postarlo, giusto per dare una botta di vita al mio ego. E ieri, quando è successo, siccome ero impegnata me ne sono resa conto soltanto quando i "like" erano ormai 1001. Vabbè, come direbbero gli appssionati di hashtag, #epicfail (fallimento epocale): ma tant'è, si tratta - più che di un traguardo - di un passaggio simbolico, che serve più che altro a dare da pensare.Già, perché quando sono partita meno di quattro anni fa, la birra artigianale manco sapevo cosa fosse: il mio blog era solo uno spazio dove scrivere tutte quelle cose che, per qualche motivo, non venivano pubblicate su nessuno dei giornali con cui collaboravo. Poi la proposta di Maltilde Masotti de La Brasserie di scrivere una recensione del suo locale, l'incontro con Severino Garlatti Costa e Gino Perissutti, e tutto il resto è storia - o meglio, birra: dai primi stentati post con le mie impressioni su ciò che assaggiavo, al documentarsi sui libri e su web, al cominciare a scrivere per pubblicazioni di settore, al confrontarsi con birrai ed altri esperti, ai corsi di degustazione, fino a tenerle io (le degustazioni, naturalmente). E posso dire di aver scoperto un mondo (anche dal punto di vista geografico, viste le migliaia di km che ho percorso in giro per l'Europa) in cui mi sono sentita a mio agio, di aver conosciuto tanta gente e di essermi fatta diversi amici; perché sì, tra birrai e tra birrofili possono spuntare anche i coltelli, però il più delle volte una buona pinta risolve tutto come nel terzo tempo del rugby.Di solito in questi casi sono doverosi i ringraziamenti: in primo luogo a mio marito Enrico (nella foto: non badate alla Villacher, era ancora giovane e inesperto) che, una delle prime volte che siamo usciti insieme, al mio rifiuto dell'invito ad andare in birreria perché "la birra non mi piace" ha risposto "non è possibile, almeno una che ti piace deve esserci, vieni con me che te la trovo". Ha clamorosamente fallito con una kriek di bassa lega, ma la seconda volta - con una St Bernardus abt 12 - si era già assicurato amore eterno (a lui e alla birra). Poi a Matilde, che per prima mi ha spinta sulla via del blog, e a tutti i birrai che ho conosciuto e ai loro collaboratori - a Severino e Gino spetta il posto d'onore per essere stati i primi, ma tutti gli altri non sono da meno. Poi a quelli che sono stati i miei maestri anche sotto il profilo "accademico": Paolo Erne, il prof. Buiatti e i suoi collaboratori, Andrea Camaschella, e Kuaska (che oltre a qualche lavata di capo in quel di Santa Lucia di Piave mi ha pure insegnato qualcosa). A tutti coloro che hanno avuto fiducia in me, chiedendomi di collaborare alle loro manifestazioni o per i loro locali, aprendo le loro porte alle mie iniziative o invitandomi alle loro, o sostenendomi nelle mie pubblicazioni: Guido Antoniazzi, Stefano Gasparini, Giuseppe Burello e Raffaella Bianchi, la famiglia Sancolodi, Confartigianato Udine e l'Associazione Birrai Artigiani Fvg, la Fiera di Pordenone, The Good Beer Society, Maurizio Maestrelli, Filiberto Zovico, Vincenzo Alessandro Dal Pont e il Palagurmé, Elio Parola, Mirko Raguso, Massimo Prandi, Andrea Turco, Marco Tripisciano, Kjell Andersson, Christian Gusso, Lorenzo Serroni, Gabriele e Renata, Simona Maldarelli, Daniele Piagno, Luca Lombardo, l'Associazione Homebrewers Fvg, Tulliio Zangrando...e sicuramente mi sono dimenticata qualcuno, tra abbiocco post-pranzo ed età che avanza. E, più in generale, un grazie alle attualmente 1018 persone che mi seguono sulla mia pagina, più a tutte quelle che mi seguono su altri canali: voglio considerare quei "mi piace" un segno di fiducia, che intendo meritare.Pensare che all'inizio era già tanto se ottenevo un centinaio di visualizzazioni per un post, mentre ora i parametri sono più che decuplicati, spinge chiaramente ad interrogarsi sul futuro. Per ora intendo proseguire in primo luogo a formarmi: c'è un corso di grande spessore che mi aspetta, di cui racconterò a tempo debito. Ma più di tutto intendo lavorare sempre più a fianco a fianco con i birrai: perché la più grande soddisfazione che posso avere è che la loro arte sia utile a me, e la mia sia utile a loro. Grazie di nuovo a tutti e...cheers!

Report di assobirra e pensieri in libertà

E' uscito recentemente il rapporto annuale di Assobirra, riferito al 2015, che fotografa la situazione del settore birrario nel suo complesso - quindi sia sul fronte industriale che dei microbirrifici (il report non utilizza il termine "artigianale"). Come sempre quando escono studi di questo genere, alk centro dell'attenzione sono prima di tutto i numeri, per quanto da soli non bastino a spiegare la realtà.Innanzitutto, i consumi annuali pro capite: pressoché stabili, anzi in lieve flessione, pur in anni in cui si è tanto parlato di boom della birra artigianale - da 31,1 nel 2007 a 30,8 nel 2015. E fin qui, si dirà, nulla di nuovo. Anche la tendenza a bere più in casa che fuori - il 58,8% dei consumi, contro il 54,5% del 2007 - non è cosa nuova, ed è spesso spiegata con la crisi che spinge a contenere i costi. Però, verrebbe da pensare, con la passione nata per i birrifici artigianali del territorio questi avranno "eroso" mercato agli altri - vuoi gli industriali italiani, vuoi quelli esteri in generale: eppure nel 2015 abbiamo importato la cifra record di 7 milioni di ettolitri contro i 6,2 del 2014, per un saldo commerciale altrettanto record di -4,7 milioni di ettolitri, il massimo storico - nonostante anche l'export sia cresciuto a 2,3 milioni di ettolitri, contro gli 1,9 del 2014. E abbiamo pure lasciato per strada il 5% degli occupati nella filiera negli ultimi 3 anni, da 144.000 a 137.000. I dati non sono qui disaggregati tra microbirrifici e birrifici industriali; ma il report riconosce ai primi e al loro fiorire il merito di costituire "la novità più significativa dell'ultimo decennio" e di portare buone nuove anche in termini di crewazione di lavoro, in quanto "settore ad alta intensità occupazionale". E infatti la cifra si riferisce al totale dell'indotto: l'occupazione diretta è al contrario salita da 4.700 a 5.350 unità. Lecito pensare quindi che questa sia legata in buona parte all'esplosione del numero dei microbirrifici.Esplosione che, però, pare semplicemente spartire tra più persone una torta che è rimasta più o meno la stessa: la produzione totale è stata di 14 milioni di ettolitri nel 2015 contro i poco meno di 13 di dieci anni prima, con i consumi saliti a 18,7 milioni contro 17,3. Entrambi in salita, certo, ma nello stesso arco di tempo il numero dei birrifici - micro, soprattutto - è praticamente decuplicato (da 60 a 528: la cifra non comprende i beer firm né i brewpub). Curioso anche notare che, se nel 2006 c'erano più brewpub (68) che birrifici (60), nel 2015 si era 529 a 145. C'è comunque da tenere conto, a parziale giustificazione, che i consumi di alcol sono in costante diminuzione dal 2004: anche solo rimanere stabili, insomma, è buona cosa (basti dire che il vino ha visto un -4,8% dei consumi tra il 2014 e il 2015).Il report tocca naturalmente anche l'annosa questione delle accise: una media di 36,48 euro per ettolitro, che ci pone al terzo posto in Europa dietro all'Estonia (39,84) e alla Slovenia (con il poco invidiabile primato di 58,08. Qualcuno allora mi deve spiegare perché la birra in Slovenia costa comunque meno che qui...).Utile, infine, vedere la segmentazione del mercato: dal 2011 è più che raddoppiata la "fetta" della birra analcolica (dallo 0,71% del mercato all'1,74%), così come le private label (ossia le birre "di marchio" della grande distribuzione, da 4,41 a 7,45). Un dato, quest'ultimo, che si contrappone invece al calo di quelle "economy" dal 2,17 all'1,5%, pur facendo riferimento sostanzialmente alla stessa fascia di mercato. Pressoché stabile il segmento mainstream - 49,1% contro 48,7% -, mentre registra un calo sensibile quello Premium - 26,2% contro 33,5% - e viceversa una crescita quello Specialità - 14% contro 10,5%. Dati che devono essere presi con le pinze  in quanto riferiti alle sole aziende associate ad Assobirra; utile comunque dire che Heineken da sola ha fatto nel 2015 il 28% del mercato, in calo di un punto percentuale dall'anno predente e di due dal 2011; mentre quelli classificati come microbirrifici, dal 2011 a oggi, hanno conosciuto un tira e molla dal 2,8 all'1,5%, assestandosi attorno a 2.Alla fine di tutto ciò, che dire? Non mi lancio in valutazioni da economista, perché non è il mio mestiere; tuttavia questi dati mi sembrano confermnare ciò che già si sapeva, ossia che la birra artigianale si è sì imposta negi ultimi anni, ma più come fenomeno culturale che come rilevante fenomeno di consumo. E dato che il numero di birrifici cresce, le strade sono due: o aumenta la torta (export compreso, cosa che in effetti è accaduta), o si fanno fette più piccole. Sarà la Heineken a vedere dimezzata la sua, o sarà qualche microbirrificio a rimanere con le briciole? E le briciole possono, almeno in alcuni casi, comunque bastare?

La strada per Eldorado

Diciamocelo: da un certo punto di vista, c'era quasi da non crederci. Severino Garlatti Costa, il "purista" del lievito belga, che si mette a fare un ipa, appariva come cosa quantomeno improbabile. Eppure è capitato anche questo: è stata infatti presentata ieri sera al Samarcanda la Eldorado, una ipa (per l'appunto) nata dall'incontro tra le idee (e i gusti, conoscendoli) di Beppe (che festeggiava il suo compleanno) e Raffaella del Samarcanda e la mano di Severino.Nella piacevole chiacchierata che ci siamo fatti ancor prima che io la bevessi, il birraio ha ammesso che per lui era stata un po' una sfida: e per uno che pone come peculiarità del suo lavoro il fatto di usare sempre lo stesso lievito, giocando sul fatto di farlo lavorare in maniera diversa, si capisce che passare ad un lievito diverso (american ale per la precisione) fosse un bel cambiamento. Ma del resto Severino non è il tipo da tirarsi indietro, e così si è lanciato anche sugli stili americani. C'è da dire comunque che, se era giusto e doveroso nonché inevitabile che Severino ci mettesse comunque qualcosa di "suo", nemmeno Beppe e Raffaella cercavano una ipa del tutto comune: dal loro incontro è quindi nato qualcosa di peculiare, pur rimanendo all'interno dello stile.Se nell'immediato all'aroma si impongono i classici profumi agrumati, man mano compaiono anche quelli più vicini alla frutta - sia tropicale che pera e mela -, e poi addirittura una lieve nota di caramello: una rosa quindi più varia rispetto alle ipa classiche, dati anche i luppoli usati - Equinox, Calypso e appunto Eldorado, che dà il nome alla birra. Sia il colore che l'aroma fanno intuire poi l'uso di una parte di malto caramellato: scelta spiegata da Severino con la volontà di dare comunque un corpo ben pieno e ricco - e soprattutto qui sta la sua mano direi, più avvezza allo stile belga - in vista anche dell'inverno alle porte (senza escludere la possibilità di una futura versione estiva, comunque). C'è da dire del resto che, appunto per l'unione di queste caratteristiche assai variegate, è una birra che vede un'evoluzione interessante con la temperatura: se all'inizio prevalgono appunto i sentori agrumati, il corpo appare più scarico e la chiusura di un amaro più secco e netto, scaldandosi rivela più la componente fruttata all'aroma e quella maltata al palato, con una chiusura amara assai più lunga, intensa e persistente. E si capisce che è pensata per essere gustata anche così, perché mantiene comunque il suo equilibrio ad una temperatura di servizio leggermente più elevata. Ormai passata l'onda modaiola delle ipa tutto agrume, insomma, anche questa va alla ricerca di un suo carattere peculiare; e pur rientrando, come già detto, pienamente nello stile, comunque non risulta banale appunto per queste ragioni.Giusto per chiudere in gloria la serata, mio fratello mi ha convinta a dividerci un Progressive Barley Wine dell'Elav: un barley wine che, se l'intensissimo aroma tra il limone - dato dal luppolo sorachi - e l'ananas (almeno questo ho colto io, data la maniera in cui la componente dolce si mescola a quella fruttata) farebbero presagire quasi fuori stile, in bocca si conferma un barley wine a pieno titolo, con le sue note calde tra il caramello, il miele, la frutta secca e il biscotto. Da bere con giudizio, dati gli 11 gradi alcolici; ma indubbiamente con estrema soddisfazione...

Gli homebrewers a concorso

Lo so che, complici alcuni impegni di lavoro tra il weekend e ieri, arrivo tardi; ma, essendo stata nella giuria, mi sembrano doverose due righe di commento al primo concorso organizzato dall'Associazione Homebrewers Fvg, in cui ho avuto il piacere e l'onore di essere tra i giudici.La prima cosa secondo me degna di nota è che, su una ventina di birre pervenute, c'è stata una buona varietà - più alta rispetto a quella che mi è capitato di vedere in altri concorsi, quantomeno - in merito agli stili: per quanto le pale ale nelle loro varie declinazioni fossero le più numerose, non sono mancate nemmeno le tripel, le porter, le bitter, e addirittura una gose (mai capitata nei concorsi homebrewer che ho visto). Paura di osare, insomma, non ce n'è, neanche quando il timore del giudizio spingerebbe verso stili più consolidati e più facili da gestire a livello domestico.Pur in questa eterogeneità di inventiva, tuttavia, più o meno tutti i giudici hanno concordato sul fatto che, all'interno dello stesso stile, capitavano spesso e volentieri birre molto simili tra loro, tanto da rendere quasi difficile il giudizio: simili i punti di forza, simili anche quelli di debolezza - quello più frequentemente riscontrato è stata la gestione non ottimale del lievito, con conseguente aroma fenolico più marcato del dovuto a scapito della componente del luppolo (specie negli stili in cui questa avrebbe dovuto essere più robusta). E questo lo dico non per voler mettere il dito sulla piaga, ma per dare un'indicazione generale che possa essere utile a tutti gli homebrewers.In quanto ai vincitori, che dire? Si è di nuovo imposto senza mezzi termini Luca Dalla Torre, ormai un habitué del podio, con il primo posto per la sua porter - ispirata alla Accisa Nera - e il terzo per la sua pale ale. Devo dire che la porter ci ha colpiti sopra a tutte le altre, oltre che per la notevole originalità, per come ha saputo unire la robustezza del corpo al grado alcolico basso e alla pulizia ed armonia dell'insieme, rimanendo nella memoria di tutti noi giudici; così come ha positivamente impressionato la birra della seconda classificata, Anna Facchin - giusto a confermare la presenza sempre più nutrita di donne nel mondo brassicolo -, anche questa una porter, e anche questa per motivi simili. Complimenti naturalmente anche al quarto classificato Walter Cainero, e a Manuel Piccolo e Nicola Ruminato giunti al quinto posto. Mi spiace non essere stata presente alle premiazioni alla Brasserie sabato scorso, in quanto fuori Udine per lavoro, ma colgo l'occasione per fare le congratulazioni ai premiati e a tutti i partecipanti.

Dopo la Milano Beer Week

Sembrava che non dovesse iniziare proprio sotto i migliori auspici: la Milano Beer Week, giunta quest'anno alla terza edizione, aveva incassato ancor prima del suo inizio - il 12 settembre scorso - il ritiro di due locali di spessore come il Lambiczoon e La Belle Alliance, motivato con l'ingresso nella manifestazione di grandi nomi dell'industria - Heineken su tutti, ma anche Birra del Borgo certamente non sarà sfuggita. Essendo stata invitata alla presentazione della Thomas Hardy's Ale - anche questa non esattamente nelle corde dei sostenitori della birra artigianale, essendo prodotta da Meantime per conto di due "imprenditori della birra" come i fratelli Vecchiato - ne ho approfittato per interpellare sulla questione l'organizzatore, Maurizio Maestrelli; il quale si è riservato di parlarne a manifestazione conclusa. Ho avuto così l'occasione di una chiacchierata con lui al telefono ieri. Buona lettura...Maurizio, le polemiche sorte inizialmente sembra si siano poi sopite: davvero non c'è stata nessuna ripercussione?Siamo molto contenti di come è andata la Milano Beer Week e lo sono stati anche i locali, che ci hanno riferito di aver visto molte facce nuove. E questo è coerente con il nostro scopo di avvicinare il pubblico generalista, quello che a Milano più che birra beve Negroni Sbagliato, e stimolare una crescita dei consumi che in Italia sono fermi da anni. Anche la stampa non di settore ci ha seguiti più degli anni scorsi, mettendo in luce come a Milano si può bere buona birra.Il dissidio tra birrifici artigianali e birrifici industriali, che si riflette anche sui consumatori, è però un dato di fatto: eventi che mettono insieme e sullo stesso piano gli uni e gli altri non si prestano ad offrire, come alcuni hanno osservato, una sorta di "grimaldello" ai grandi dell'industria per crearsi degli spazi nel pubblico "potenzialmente craft"?Innanzitutto faccio osservare che, su 60 eventi organizzati, 55 erano dedicati a birrifici indipendenti: se pensiamo che questi costituiscono, in Italia, il 5% del mercato, si vede come le percentuali di visibilità tra artigianali e industriali siano praticamente invertite alla Milano Beer Week. In secondo luogo, tengo a chiarire che la prima condizione posta agli sponsor è non poter imporre ma solo proporre i propri eventi; né gli eventi sono organizzati unicamente dai birrifici sponsor. I locali vengono lasciati liberi nel decidere quali eventi ospitare e che veste darvi: è stato organizzato ad esempio un reading di libri gialli, che ha portato in birreria gente che magari non ci sarebbe andata. Da ultimo, sottolineo di non aver mai affermato che la Milano Beer Week è la settimana della birra artigianale: pertanto, la critica sul fatto di aver ospitato anche Heineken e Birra del Borgo non è pertinente sotto questo aspetto. Del resto, se una birra è buona, non sono dell'idea di escluderla a priori per ragioni di proprietà: una delle mie preferite è la Rodenbach, e finché sarà buona non smetterò di berla per quanto Palm sia partecipata al 70% da Bavaria.Molti però fanno notare che la "nuova frontiera dell'educazione del consumatore" riguarda appunto la questione proprietaria: eventi che mettono insieme birre artigianali e non sono l'occasione per farlo, o finiscono piuttosto per confondere le idee? A me l'educazione del consumatore va benissimo, però bisogna ammettere che un approccio eccessivamente intellettualistico non ha cambiato di molto l'attitudine del consumatore medio italiano. Sicuramente va sostenuta la crescita della birra artigianale, ma la birra è anche convivialità e piacere di berla: e lì non c'è un giusto e uno sbagliato, si tratta molto semplicemente di gusti, e questi gusti possono includere la birra industriale. E poi bisogna portare la gente dentro ai locali, suscitando la curiosità e la voglia di tornare: in questo senso, ben vengano anche gli eventi in cui la birra non è l'unica protagonista. Osservo comunque che è cresciuto un pubblico più consapevole, meno legato alle mode del momento. Che le multinazionali stiano allungando sempre più le mani sui birrifici artigianali è però un dato di fatto che non può più essere ignorato...Posto che ritengo abbastanza inverosimile che i birrifici indipendenti vengano acquisiti in massa, dobbiamo ricordare che la "rivoluzione craft" è nata in risposta all'omologazione del gusto dettata dall'industria: e sotto questo aspetto non si torna indietro, né me lo augurerei. Se le acquisizioni dovessero risultare in un appiattimento del prodotto, la reazione ci sarà di nuovo; e i grandi gruppi lo sanno bene. Per il resto, un mercato sano è un mercato vario: non so se e quando scoppierà la bolla dei birrifici artigianali, certo ne rimarranno in campo di meno, ma non  si tornerà indietro.