Quando la birra incontra il cioccolato

Venerdì 8 settembre ho avuto il piacere di condurre, nell'ambito di Friulidoc, la degustazione "Quando la birra incontra il cioccolato", organizzata da Confartigianato Udine negli spazi di Lino's&Co.: l'intento era quello di promuovere due prodotti artigianali della Regione, ovvero le birre artigianali dell'Associazione Artigianli Birrai Fvg, e il cioccolato di Adelia Di Fant - piccolo ma golosissimo laboratorio di cioccolato e distillati in quel di San Daniele (Udine), fidatevi che le praline alla grappa stravecchia valgono da sole un viaggio fino a lì. Birra e cioccolato non è certo un binomio nuovo, ma qui ho voluto affrontare una sfida più ampia: ossia quella di andare oltre il classico abbinamento birra-stout, sfruttando la grande varietà del repertorio cioccolatiero di Adelia per mettere in gioco anche altri stili; e devo dire che la cosa mi ha riservato parecchie soddisfazioni.Siamo partiti con la Orzobruno di Garlatti Costa, abbinata al cioccolato fondente monorigine Sao Tomé. Una belgian strong ale bruna, dai classici profumi tra lo speziato e la frutta sotto spirito; tostata in bocca con note di caffè, cioccolato, frutta secca e prugna, e un finale secco ed erbaceo per il genere - Severino usa luppoli inglesi. La cosa ha costruito a mio avviso un interessante "ponte" con questo cioccolato dalle sfumature di tabacco e lieve acidità, fondendo il tutto in bocca in una complessa rosa di sapori che arriva infine ad unirsi.Abbiamo poi proseguito con la brown ipa Mr Brown di Birra 1077 e il fondente monorigine Uganda. Questo abbinamento era forse la sfida maggiore, in quanto si trattava di accostare al cioccolato una birra dall'intensa luppolatura balsamica con note di agrume, ben percepibile sia in aroma che in chiusura; e che a sua volta già presentava una certa complessità dato l'unirsi di questi toni a quelli tostati, tra il caffè e il cioccolato, del malto. Ho così scelto una cioccolata sì fondente ma leggermente più dolce della precedente, dato il tocco di vaniglia che viene aggiunto; e che - a mio avviso - andava a smorzare le punte più intense dell'amaro. Qualcuno al contrario ha trovato che andasse ad esaltarlo ulteriormente per contrasto, a conferma del fatto che la componente soggettiva nelle degustazioni rimane sempre una variabile importante.Più classico il terzo abbinamento, cioccolato fondente al peperoncino con la milk chocolate stout Eclissi di Villa Chazil: non sono certo una novità né il cioccolato al peperoncino né le stout al peperoncino, per cui questo gioco in cui toni tostati e piccanti si esaltano reciprocamente è senz'altro un sempreverde apprezzato - almeno da chi ama il piccante, beninteso. Stiamo parlando peraltro di una stout che ha una sua delicatezza, data la nota dolce del lattosio, per cui risultava ancor meno "invadente" di altre rispetto al peperoncino.Da ultimo, chiusura in bellezza con il barley wine di Borderline - maturato per sei mesi in botti di whisky Islay e imbottigliato a novembre 2016 - e il cioccolato fondente con Pimenton de la Vera, particolarissima paprika dolce e affumicata di origine spagnola, dai caratteristici aromi torbati (Adelia è l'unica in zona ad utilizzarla nel cioccolato, per cui si tratta di una piccola chicca). Fin troppo invitante quindi accostarlo a questo barley wine con cui ha evidenti analogie, dai toni appunto torbati, al calore avvolgente dovuti da un lato alla complessità tipica dello stile e dall'altro alla spezia. Senz'altro quindi l'abbinamento più azzeccato per una chiusura da "dulcis in fundo", trattandosi di quello che ha unito il massimo dell'intensità sia sotto il profilo della birra che delle cioccolata. Una nota infine per il nocciolato offerto "extra" da Adelia Di Fant, fuoriprogramma assai apprezzato.Di nuovo un ringraziamento a Confartigianato Udine, Lino's&Co., Adelia di Fant, l'Associazione Artigiani Birrai Fvg - in particolare nella persona di Severino Garlatti Costa, presente alla degustazione - per quello che ho trovato essere un evento particolarmente ben riuscito grazie all'impegno di tutti: dalla cura di Adelia nel preparare i cioccolatini monoporzione, a quella dei birrai nel selezionare birre adatte all'occasione (e a monte nel farle, naturalmente), all'intesa creatasi tra me e Severino nella conduzione che ha a sua volta creato intesa con il pubblico presente, all'impegno di Confartigianato per tutti gli aspetti organizzativi, alla disponibilità di Lino's&Co. nel concedere gli spazi. Un esempio di come, quando si lavora insieme e con entusiasmo, la differenza si vede.p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: rgb(0, 0, 0); line-height: 120%; }p.western { font-family: "Liberation Serif","Times New Roman",serif; font-size: 12pt; }p.cjk { font-family: "Noto Sans CJK SC Regular"; font-size: 12pt; }p.ctl { font-family: "FreeSans"; font-size: 12pt; }a:link

Così passa la gloria del mondo

Già, per quanto il latino a scuola non mi sia mai dispiaciuto, "Sic transit gloria mundi" mi sembrava un po' troppo altisonante come titolo di un post; ad ogni modo, è proprio a questo celebre detto che si rifà Gloria Mundi, beerfirm (si appoggiano a Collesi) di Serrungarina (Pesaro-Urbino). Il marchio è sul mercato da un anno e mezzo; ma, mi ha spiegato Margherita, responsabile marketing e comunicazione, il processo di elaborazione delle ricette e di scelta dello stabilimento a cui affidarsi per la produzione era partito già tempo prima. Forte dell'apporto di un mastro birraio dal Belgio, è appunto quella belga l'impronta scelta da Gloria Mundi per le sue birre - una bionda riconducibile alle tripel, e una rossa che si rifà alle dubbel; il tutto "condito" da una storia, in parte reale e in parte romanzata (almeno così mi ha spiegato Margherita) su come tal visconte Edoardo di Montebello, messosi in viaggio verso l'odierna Vallonia dopo aver visto i soldati dell'esercito del Barbarossa bere un "elisir dorato", abbia riportato in patria la ricetta e terminato il racconto di questa sua avventura con la frase "sic transit gloria mundi", in una lettera ad un amico.Volentieri ho quindi colto l'invito ad assaggiarle, tanto più che la Rossa e la Bionda hanno vinto rispettivamente l'oro e l'argento italiano per la propria categoria al World Beer Awards 2017 (in entrambi i casi, giova notare, dietro a Collesi: Country Winner con la sua Triplo Malto e con la sua Rossa). Dovendola abbinare ad una cena di carne alla griglia, sono capitata per prima sulla rossa: una dubbel belga "da manuale", aromi dalla frutta matura, alla frutta secca e sotto spirito, alle spezie, al caramello, con qualche leggera tipica nota di lievito belga, aromi che evolvono con la temperatura. Molto calda, piena e dolce in bocca, qualche remiscenza quasi di brandy, finale caldo, dolce con una punta alcolica abbastanza persistente. Una classica belga appunto, tra le dubbel brune e le birre d'abbazia, senza particolari fronzoli né reintepretazioni ma pienamente aderente allo stile e fatta secondo i canoni (sotto questo profilo, non mi stupisce che sia stata apprezzata dai giudici al concorso).Simile il discorso per la Bionda, stappata un paio di sere dopo (questa dopo pasto, accompagnandola semplicemente con della frutta secca). Anche in questo caso una tripel "da manuale": aromi di frutta matura, spezie, leggero fenolico da lievito ma nei limiti; corpo sì pieno, dolce e maltato ma relativamente snello per lo stile, rendendola discretamente beverina in rapporto al grado alcolico. Anche qui chiusura calda e dolce con qualche lieve nota liquorosa. Personalmente l'ho trovata meno caratterizzata della rossa, però come già detto vale lo stesso discorso: una birra fatta rigorosamente secondo i canoni, senz'altro atta a farsi apprezzare in un contesto come quello di un concorso. Certo potrebbe essere rivolta l'osservazione che birre fatte così "da manuale" (e non è certo solo il caso di Gloria Mundi) mancano di personalità, intesa come sorta di "tocco di riconoscibilità" rispetto ad altre dello stesso stile; è però altrettanto vero che l'intenzione dichiarata è appunto quella di rifarsi al modello belga in maniera fedele, per cui il risultato è coerente con il proposito.Detto ciò, Friulidoc si avvicina, rimanete sintonizzati...

Così passa la gloria del mondo

Già, per quanto il latino a scuola non mi sia mai dispiaciuto, "Sic transit gloria mundi" mi sembrava un po' troppo altisonante come titolo di un post; ad ogni modo, è proprio a questo celebre detto che si rifà Gloria Mundi, beerfirm (si appoggiano a Collesi) di Serrungarina (Pesaro-Urbino). Il marchio è sul mercato da un anno e mezzo; ma, mi ha spiegato Margherita, responsabile marketing e comunicazione, il processo di elaborazione delle ricette e di scelta dello stabilimento a cui affidarsi per la produzione era partito già tempo prima. Forte dell'apporto di un mastro birraio dal Belgio, è appunto quella belga l'impronta scelta da Gloria Mundi per le sue birre - una bionda riconducibile alle tripel, e una rossa che si rifà alle dubbel; il tutto "condito" da una storia, in parte reale e in parte romanzata (almeno così mi ha spiegato Margherita) su come tal visconte Edoardo di Montebello, messosi in viaggio verso l'odierna Vallonia dopo aver visto i soldati dell'esercito del Barbarossa bere un "elisir dorato", abbia riportato in patria la ricetta e terminato il racconto di questa sua avventura con la frase "sic transit gloria mundi", in una lettera ad un amico.Volentieri ho quindi colto l'invito ad assaggiarle, tanto più che la Rossa e la Bionda hanno vinto rispettivamente l'oro e l'argento italiano per la propria categoria al World Beer Awards 2017 (in entrambi i casi, giova notare, dietro a Collesi: Country Winner con la sua Triplo Malto e con la sua Rossa). Dovendola abbinare ad una cena di carne alla griglia, sono capitata per prima sulla rossa: una dubbel belga "da manuale", aromi dalla frutta matura, alla frutta secca e sotto spirito, alle spezie, al caramello, con qualche leggera tipica nota di lievito belga, aromi che evolvono con la temperatura. Molto calda, piena e dolce in bocca, qualche remiscenza quasi di brandy, finale caldo, dolce con una punta alcolica abbastanza persistente. Una classica belga appunto, tra le dubbel brune e le birre d'abbazia, senza particolari fronzoli né reintepretazioni ma pienamente aderente allo stile e fatta secondo i canoni (sotto questo profilo, non mi stupisce che sia stata apprezzata dai giudici al concorso).Simile il discorso per la Bionda, stappata un paio di sere dopo (questa dopo pasto, accompagnandola semplicemente con della frutta secca). Anche in questo caso una tripel "da manuale": aromi di frutta matura, spezie, leggero fenolico da lievito ma nei limiti; corpo sì pieno, dolce e maltato ma relativamente snello per lo stile, rendendola discretamente beverina in rapporto al grado alcolico. Anche qui chiusura calda e dolce con qualche lieve nota liquorosa. Personalmente l'ho trovata meno caratterizzata della rossa, però come già detto vale lo stesso discorso: una birra fatta rigorosamente secondo i canoni, senz'altro atta a farsi apprezzare in un contesto come quello di un concorso. Certo potrebbe essere rivolta l'osservazione che birre fatte così "da manuale" (e non è certo solo il caso di Gloria Mundi) mancano di personalità, intesa come sorta di "tocco di riconoscibilità" rispetto ad altre dello stesso stile; è però altrettanto vero che l'intenzione dichiarata è appunto quella di rifarsi al modello belga in maniera fedele, per cui il risultato è coerente con il proposito.Detto ciò, Friulidoc si avvicina, rimanete sintonizzati...

Novità in casa San Giorgio

Ho colto con piacere l'invito di Renzo Comuzzi di Birra di San Giorgio all'inaugurazione del nuovo Gustà "Al Lepre", locale udinese che dispone tra l'altro di una carta delle birre artigianali (per la cronaca quelle di Garlatti Costa, oltre a San Giorgio). Con l'occasione sarebbe stata infatti presentata la nuova Ripa (red Ipa) di San Giorgio, che si aggiunge al repertorio della casa (la pale ale 43, la stout Otello, e la honey ale Cjastine).Dal colore ambrato rossastro - come del resto ci si sarebbe aspettati dal nome - e leggermente torbida, è caratterizzata in maniera non particolarmente intensa ma decisa dai due luppoli utilizzati - Comet e Columbus: al naso spiccano infatti note agrumate, con una punta tra il terroso e lo speziato; e il corpo snello e beverino, che non lascia alcun compromesso alla componente maltato-caramellato-tostata (come accade in alcune red ipa), si risolve presto in un finale amaro netto e secco, che richiama i toni dell'aroma con in aggiunta una leggera nota erbacea. Non si tratta comunque di un amaro soverchiante, per cui non si crea una sensazione di squilibrio a fronte del corpo più esile. Nel complesso una birra semplice e rinfrescante, per gli amanti delle ipa più "all'antica" che non concedono troppo al fruttato.Sicuramente va riconosciuto che quest'ultima birra rappresenta un passo avanti nel percorso di San Giorgio: se la 43, pur essendo definita come apa, ha un po' faticato a trovare la sua fisionomia come tale (data la luppolatura più tendente al "floreal-continentale" che all'americano, e ad una leggera acidità da malto prima della chiusura amara che non sarebbe propria dello stile), e la Otello si pone come "sui generis" tra le stout (dato l'utilizzo del farro e i sentori arrostiti che personalmente ho sempre trovato anche un po' troppo pronunciati), già con la Cjastine si è trovato un equilibrio apprezzabile tra la componente amaro-balsamica del miele di castagno e dell'achillea e quella dolce del malto e del miele stesso; e con la Ripa, oltre ad aggiungere al repertorio uno stile che mancava, ci si è inoltrati nell'insidioso terreno del "fare le cose semplici", cosa che spesso risulta in realtà più complicata rispetto a stupire con aromi e sapori insoliti.Ultima nota per il locale: per quanto la (comprensibile) folla dell'inaugurazione non mi abbia permesso di apprezzarlo al meglio, apprezzato è stato invece il repertorio di prodotti tipici friulani serviti (dai prosciutti di San Daniele, ai formaggi, ai vini, alle birre artigianali per l'appunto). Una fermata che può certamente risultare gradevole agli appassionati di questo filone dell'enogastronomia di passaggio in centro a Udine.

Novità in casa San Giorgio

Ho colto con piacere l'invito di Renzo Comuzzi di Birra di San Giorgio all'inaugurazione del nuovo Gustà "Al Lepre", locale udinese che dispone tra l'altro di una carta delle birre artigianali (per la cronaca quelle di Garlatti Costa, oltre a San Giorgio). Con l'occasione sarebbe stata infatti presentata la nuova Ripa (red Ipa) di San Giorgio, che si aggiunge al repertorio della casa (la pale ale 43, la stout Otello, e la honey ale Cjastine).Dal colore ambrato rossastro - come del resto ci si sarebbe aspettati dal nome - e leggermente torbida, è caratterizzata in maniera non particolarmente intensa ma decisa dai due luppoli utilizzati - Comet e Columbus: al naso spiccano infatti note agrumate, con una punta tra il terroso e lo speziato; e il corpo snello e beverino, che non lascia alcun compromesso alla componente maltato-caramellato-tostata (come accade in alcune red ipa), si risolve presto in un finale amaro netto e secco, che richiama i toni dell'aroma con in aggiunta una leggera nota erbacea. Non si tratta comunque di un amaro soverchiante, per cui non si crea una sensazione di squilibrio a fronte del corpo più esile. Nel complesso una birra semplice e rinfrescante, per gli amanti delle ipa più "all'antica" che non concedono troppo al fruttato.Sicuramente va riconosciuto che quest'ultima birra rappresenta un passo avanti nel percorso di San Giorgio: se la 43, pur essendo definita come apa, ha un po' faticato a trovare la sua fisionomia come tale (data la luppolatura più tendente al "floreal-continentale" che all'americano, e ad una leggera acidità da malto prima della chiusura amara che non sarebbe propria dello stile), e la Otello si pone come "sui generis" tra le stout (dato l'utilizzo del farro e i sentori arrostiti che personalmente ho sempre trovato anche un po' troppo pronunciati), già con la Cjastine si è trovato un equilibrio apprezzabile tra la componente amaro-balsamica del miele di castagno e dell'achillea e quella dolce del malto e del miele stesso; e con la Ripa, oltre ad aggiungere al repertorio uno stile che mancava, ci si è inoltrati nell'insidioso terreno del "fare le cose semplici", cosa che spesso risulta in realtà più complicata rispetto a stupire con aromi e sapori insoliti.Ultima nota per il locale: per quanto la (comprensibile) folla dell'inaugurazione non mi abbia permesso di apprezzarlo al meglio, apprezzato è stato invece il repertorio di prodotti tipici friulani serviti (dai prosciutti di San Daniele, ai formaggi, ai vini, alle birre artigianali per l'appunto). Una fermata che può certamente risultare gradevole agli appassionati di questo filone dell'enogastronomia di passaggio in centro a Udine.

L’insolita accoppiata tra birra e Outlet Village

Diciamocelo: l'accoppiata birra-centro commerciale potrebbe, anche solo dal titolo, riaprire il vaso di Pandora delle ben note diatribe sul legame tra birra artigianale e grande distribuzione. Questa volta, però, la situazione era tale da suscitare quantomeno la curiosità di una visita: così ho colto l'invito ad essere presente alla Village Night dell'Outlet Village di Palmanova (Udine), in cui all'apertura serale dei negozi era abbinata un'altra serie di iniziative  - dalle degustazioni enogastronomiche, ad un concerto di Samuele Bersani. Una delle aree degustazione era appunto dedicata alle birre artigianali: nella fattispecie erano rappresentati Cittavecchia, Oldo, Borderline e Collesi. Non erano purtroppo presenti i birrai, cosa che mi avrebbe naturalmente fatto piacere; ma devo dire che i soci di Udb - Unione Degustatori Birre, che presenziavano allo stand, hanno fatto un egregio lavoro di presentazione delle birre disponibili agli avventori.Certo devo ammettere che, quando si tratta di presenziare a simili eventi e degustare, il fatto di non potersi permettere più di un minimo sorso ciascuna per un massimo di 2-3 birre - causa il mio attuale stato - è un handicap abbastanza serio; però d'altro canto stimola ad essere particolarmente attenti, ad affinare le capacità gustative, così da cogliere al meglio ciò che c'è da cogliere anche in un sorso solo. Insomma, non tutto il male viene per nuocere.Venendo alle birre, ho iniziato con la Reggia, imperial pils di Oldo. Una pils alquanto sui generis, dato che nell'aroma prevalgono note agrumate e fruttate che riconducono ai luppoli americani. Dal corpo snello nonostante la maltatura, complice anche la buona carbonatazione, chiude su un amaro citrico netto e persistente; in coda al quale ho percepito anche una lieve nota alcolica, che le fa dimostrare più dei suoi 6,4 gradi. Originale, pur senza voler strafare; cercatela però se siete amanti non delle pils propriamente intese, ma delle loro "controparti" che spesso finiscono sotto l'ampia etichetta di "american lager" (strong lager, in questo caso).Di più mi ha colpita la Piano Marshall, double ipa sempre di Oldo. Unisce infatti aromi resinosi più propriamente d'oltreoceano ad altri più erbacei e terrosi che ricordano piuttosto le ipa britanniche; e non a caso a chiudere un corpo tostato è un amaro acre, deciso e senza fronzoli - per quanto non troppo persistente - di quelli che amo definire "britannici". Sicuramente un connubio non solo originale, ma anche ben riuscito sotto il profilo dell'equilibrio.Da ultimo mi sono concessa un sorso di Sonoma Ipa di Borderline: aroma intensissimo di agrumi, resine e frutta tropicale dato da centennial, simcoe e amarillo; che si impone peraltro anche al palato, lasciando un finale di un amaro gentile che - complici le componenti fruttate - potrebbe quasi apparire in virata verso il dolce. Estremamente beverina e rinfrescante, a mo' di succo di frutta - e no, non è una juicy - nonostante i 7,8 gradi (che non dimostra neanche lontanamente): occhio quindi se vi capitasse di berla.Nel complesso, posso dire di aver bevuto poco ma di aver bevuto bene; e non posso che concludere ringraziando Il Palmanova Outlet Village, nonché i soci Udb (arrivati peraltro sin dal Lazio) per la calorosa accoglienza allo stand.

L’insolita accoppiata tra birra e Outlet Village

Diciamocelo: l'accoppiata birra-centro commerciale potrebbe, anche solo dal titolo, riaprire il vaso di Pandora delle ben note diatribe sul legame tra birra artigianale e grande distribuzione. Questa volta, però, la situazione era tale da suscitare quantomeno la curiosità di una visita: così ho colto l'invito ad essere presente alla Village Night dell'Outlet Village di Palmanova (Udine), in cui all'apertura serale dei negozi era abbinata un'altra serie di iniziative  - dalle degustazioni enogastronomiche, ad un concerto di Samuele Bersani. Una delle aree degustazione era appunto dedicata alle birre artigianali: nella fattispecie erano rappresentati Cittavecchia, Oldo, Borderline e Collesi. Non erano purtroppo presenti i birrai, cosa che mi avrebbe naturalmente fatto piacere; ma devo dire che i soci di Udb - Unione Degustatori Birre, che presenziavano allo stand, hanno fatto un egregio lavoro di presentazione delle birre disponibili agli avventori.Certo devo ammettere che, quando si tratta di presenziare a simili eventi e degustare, il fatto di non potersi permettere più di un minimo sorso ciascuna per un massimo di 2-3 birre - causa il mio attuale stato - è un handicap abbastanza serio; però d'altro canto stimola ad essere particolarmente attenti, ad affinare le capacità gustative, così da cogliere al meglio ciò che c'è da cogliere anche in un sorso solo. Insomma, non tutto il male viene per nuocere.Venendo alle birre, ho iniziato con la Reggia, imperial pils di Oldo. Una pils alquanto sui generis, dato che nell'aroma prevalgono note agrumate e fruttate che riconducono ai luppoli americani. Dal corpo snello nonostante la maltatura, complice anche la buona carbonatazione, chiude su un amaro citrico netto e persistente; in coda al quale ho percepito anche una lieve nota alcolica, che le fa dimostrare più dei suoi 6,4 gradi. Originale, pur senza voler strafare; cercatela però se siete amanti non delle pils propriamente intese, ma delle loro "controparti" che spesso finiscono sotto l'ampia etichetta di "american lager" (strong lager, in questo caso).Di più mi ha colpita la Piano Marshall, double ipa sempre di Oldo. Unisce infatti aromi resinosi più propriamente d'oltreoceano ad altri più erbacei e terrosi che ricordano piuttosto le ipa britanniche; e non a caso a chiudere un corpo tostato è un amaro acre, deciso e senza fronzoli - per quanto non troppo persistente - di quelli che amo definire "britannici". Sicuramente un connubio non solo originale, ma anche ben riuscito sotto il profilo dell'equilibrio.Da ultimo mi sono concessa un sorso di Sonoma Ipa di Borderline: aroma intensissimo di agrumi, resine e frutta tropicale dato da centennial, simcoe e amarillo; che si impone peraltro anche al palato, lasciando un finale di un amaro gentile che - complici le componenti fruttate - potrebbe quasi apparire in virata verso il dolce. Estremamente beverina e rinfrescante, a mo' di succo di frutta - e no, non è una juicy - nonostante i 7,8 gradi (che non dimostra neanche lontanamente): occhio quindi se vi capitasse di berla.Nel complesso, posso dire di aver bevuto poco ma di aver bevuto bene; e non posso che concludere ringraziando Il Palmanova Outlet Village, nonché i soci Udb (arrivati peraltro sin dal Lazio) per la calorosa accoglienza allo stand.

Il nuovo Garlatti Costa

Ho presenziato con piacere ieri sera all'inaugurazione della nuova sede del birrificio Garlatti Costa, in quel di Flagogna (sì, si è trasferito da Forgaria a Flagogna. Stesso comune, borgo sempre più piccolo, ma luoghi sempre deliziosi soprattutto d'estate). A dire il vero il birraio Severino si è spostato in questa sede già da qualche mese, ma per la festa del taglio del nastro ha atteso l'estate (nonché, dice lui, di avere tutto davvero perfettamente pronto). E in effetti c'è da dire che tra birra brassata per l'occasione, buon cibo, compagnia calorosa e musica dal vivo - nota di merito al gruppo che suonava -, la serata mi è apparsa ben riuscita.La prima cosa che balza all'occhio visitando il nuovo capannone è che è stato preso decisamente...in crescita: per quanto Severino affermi - come avevo riferito nell'articolo scritto per il numero di giugno di Udine Economia - di voler rimanere su volumi di produzione contenuti (tra i 5 e i 600 ettolitri annui), gli spazi disponibili permettono di pensare ad aumentare anche significativamente il numero di fermentatori. Magari di pensare anche ad una tap room, o comunque ad uno spazio per degustazioni o momenti didattici? "Per ora no - ha affermato Severino -, intendo concentrarmi sulla quantità e qualità della produzione, perché naturalmente è questo il primo scopo dell'investimento fatto con il nuovo impianto e la nuova linea di imbottigliamento. Per un futuro più lontano non escludo nulla a priori; ma nell'immediato, almeno in quanto ad eventi, penserei piuttosto ad una serie di serate all'aperto come quella di stasera".Il luogo in effetti si presta, data l'ampiezza del piazzale esterno e la felice collocazione geografica - zona di San Daniele, vicino al Tagliamento, gradevole temperatura serale anche d'estate. Estiva era anche la birra pensata per l'occasione - unica spillata da tutte le vie -, la Flag, una belgian blond ale assai semplice ed essenziale: delicata luppolatura floreale, tipica nota speziata del lievito belga che contraddistingue la mano di Severino (per quanto qui, coerentemente con l'impronta complessiva, rimanga abbastanza sobria), corpo snello pur con una lievissima nota maltata che a me ha ricordato il miele, e finale secco con un amaro erbaceo discreto ma netto. Meno caratterizzata di altre birre a marchio Garlatti Costa, ma comunque non banale. p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 120%; } Del resto Severino sta in questo periodo lavorando soprattutto sulla nuova linea di birre, la Funky: nell'intervista per Udine Economia le aveva definite come "pensate per fondere i classici stili belgi con quelli anglosassioni [...] caratterizzati dalla freschezza e facilità di beva"; e nella direzione della "facilità" va anche il progetto delle bottiglie 0,33 e della nuova componente grafica, che prenderanno piede con la nuova linea di imbottigliamento. Tra i progetti c'è poi anche quello di affiancare alla produzione dell'orzo per il malto, già avviata dal 2013 a Aonedis (a pochi km da lì, per chi non conoscesse la zona), l'avvio di un luppoleto sperimentale; dato che "questa zona del Friuli - ha affermato - grazie al clima piovoso ma non troppo umido, è particolarmente adatta alla coltivazione del luppolo".Con piacere ho poi notato non solo la presenza di diversi birrai della regione, ma anche il clima cordiale e di festa che si respirava tra di loro: in tempi in cui la retorica dei "birrai tutti amici" e di un movimento birrario mosso esclusivamente da passione ed amicizia non basta più ad animare il settore, fa comunque piacere vedere questi momenti.Un'ultima nota, dato che ieri sera è stata la mia prima uscita birraria dotata di pancetta visibile (anche se in questa foto a dire il vero, non essendo di profilo, non si nota) e quindi la notizia è ormai di dominio pubblico: a risposta dei dubbi di chi ha colto ultimamente un cambiamento nelle mie attività, annuncio che c'è un piccolo (o piccola) futuro appassionato di birra artigianale - dato che conto che cresca bene - in arrivo, che se tutto va bene sarà tra noi a metà gennaio. Continuerò comunque, dato che fortunatamente la salute è buona, la mia consueta attività di addetta stampa, di giornalista, e quella di conduzione di eventi e serate: pur limitando - per forza di cose - le degustazioni a piccoli assaggi, e riducendole nel numero. Insomma, conto che non riusciate a liberarvi di me nel breve termine, e che ci riusciate solo per poco.

Il nuovo Garlatti Costa

Ho presenziato con piacere ieri sera all'inaugurazione della nuova sede del birrificio Garlatti Costa, in quel di Flagogna (sì, si è trasferito da Forgaria a Flagogna. Stesso comune, borgo sempre più piccolo, ma luoghi sempre deliziosi soprattutto d'estate). A dire il vero il birraio Severino si è spostato in questa sede già da qualche mese, ma per la festa del taglio del nastro ha atteso l'estate (nonché, dice lui, di avere tutto davvero perfettamente pronto). E in effetti c'è da dire che tra birra brassata per l'occasione, buon cibo, compagnia calorosa e musica dal vivo - nota di merito al gruppo che suonava -, la serata mi è apparsa ben riuscita.La prima cosa che balza all'occhio visitando il nuovo capannone è che è stato preso decisamente...in crescita: per quanto Severino affermi - come avevo riferito nell'articolo scritto per il numero di giugno di Udine Economia - di voler rimanere su volumi di produzione contenuti (tra i 5 e i 600 ettolitri annui), gli spazi disponibili permettono di pensare ad aumentare anche significativamente il numero di fermentatori. Magari di pensare anche ad una tap room, o comunque ad uno spazio per degustazioni o momenti didattici? "Per ora no - ha affermato Severino -, intendo concentrarmi sulla quantità e qualità della produzione, perché naturalmente è questo il primo scopo dell'investimento fatto con il nuovo impianto e la nuova linea di imbottigliamento. Per un futuro più lontano non escludo nulla a priori; ma nell'immediato, almeno in quanto ad eventi, penserei piuttosto ad una serie di serate all'aperto come quella di stasera".Il luogo in effetti si presta, data l'ampiezza del piazzale esterno e la felice collocazione geografica - zona di San Daniele, vicino al Tagliamento, gradevole temperatura serale anche d'estate. Estiva era anche la birra pensata per l'occasione - unica spillata da tutte le vie -, la Flag, una belgian blond ale assai semplice ed essenziale: delicata luppolatura floreale, tipica nota speziata del lievito belga che contraddistingue la mano di Severino (per quanto qui, coerentemente con l'impronta complessiva, rimanga abbastanza sobria), corpo snello pur con una lievissima nota maltata che a me ha ricordato il miele, e finale secco con un amaro erbaceo discreto ma netto. Meno caratterizzata di altre birre a marchio Garlatti Costa, ma comunque non banale. p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 120%; } Del resto Severino sta in questo periodo lavorando soprattutto sulla nuova linea di birre, la Funky: nell'intervista per Udine Economia le aveva definite come "pensate per fondere i classici stili belgi con quelli anglosassioni [...] caratterizzati dalla freschezza e facilità di beva"; e nella direzione della "facilità" va anche il progetto delle bottiglie 0,33 e della nuova componente grafica, che prenderanno piede con la nuova linea di imbottigliamento. Tra i progetti c'è poi anche quello di affiancare alla produzione dell'orzo per il malto, già avviata dal 2013 a Aonedis (a pochi km da lì, per chi non conoscesse la zona), l'avvio di un luppoleto sperimentale; dato che "questa zona del Friuli - ha affermato - grazie al clima piovoso ma non troppo umido, è particolarmente adatta alla coltivazione del luppolo".Con piacere ho poi notato non solo la presenza di diversi birrai della regione, ma anche il clima cordiale e di festa che si respirava tra di loro: in tempi in cui la retorica dei "birrai tutti amici" e di un movimento birrario mosso esclusivamente da passione ed amicizia non basta più ad animare il settore, fa comunque piacere vedere questi momenti.Un'ultima nota, dato che ieri sera è stata la mia prima uscita birraria dotata di pancetta visibile (anche se in questa foto a dire il vero, non essendo di profilo, non si nota) e quindi la notizia è ormai di dominio pubblico: a risposta dei dubbi di chi ha colto ultimamente un cambiamento nelle mie attività, annuncio che c'è un piccolo (o piccola) futuro appassionato di birra artigianale - dato che conto che cresca bene - in arrivo, che se tutto va bene sarà tra noi a metà gennaio. Continuerò comunque, dato che fortunatamente la salute è buona, la mia consueta attività di addetta stampa, di giornalista, e quella di conduzione di eventi e serate: pur limitando - per forza di cose - le degustazioni a piccoli assaggi, e riducendole nel numero. Insomma, conto che non riusciate a liberarvi di me nel breve termine, e che ci riusciate solo per poco.

Feste della birra con stand gastronomici, alias dove ti piazzo l’industriale

Sono stata ieri all'apertura della Festa della Birra Artigianale - questo il nome dell'evento stando a quanto pubblicizzato su media e social network - in piazza Venerio a Udine. Lo ammetto, la mia curiosità era piuttosto "perfida": nei comunicati diramati dalla società organizzatrice, la Flash Srl, si parlava anche di "Birra Moretti alla Toscana". Ohibò, mi sono detta: che succede? Se vado e trovo il cartellone della Moretti esposto in bella vista, potrebbe esserci di che divertirsi nel fare il leone da tastiera e sollevare polveroni. Scherzi a parte, l'interesse a capirci di più comunque c'era, se non altro per rispetto nei confronti del birrifici - quelli sì davvero artigianali - partecipanti: Sognandobirra, Diciottozerouno, Tazebao, Dr Barbanera, Zahre e Belgrano.La prima cosa su cui mi è caduto l'occhio è stato il fatto che, all'ingresso della piazza, il cartellone parlasse semplicemente di "Festa della birra": la dicitura "artigianale" quindi non compariva più. E a ragion veduta, direi, perché ciascuno degli stand gastronomici serviva anche birra e anche non artigianale (no, il cartellone della Moretti in bella vista non c'era: però ho trovato ad esempio Ichnusa, gruppo Heineken; nonché Ottakringer, birrificio viennese certo storico, ma che non accomunerei agli artigianali). Per carità, gli stand gastronomici sono del tutto liberi di vendere anche da bere, ci mancherebbe. E allora però, coerentemente, parliamo di "festa della birra" in senso lato, non solo di quella artigianale.Perché, se di festa della birra artigianale vogliamo parlare, allora credo siano necessari i dovuti accorgimenti: gli stand gastronomici servano solo cibo, e la birra venga servita solo dai birrifici - perché dopotutto, si presume, è per quello che gli avventori sono lì. Mettere di fatto in concorrenza, perché di questo si tratta, le spine di birra industriale con quella artigianale, non è rispondente a ciò che un evento del genere dovrebbe essere: e non perché il consumatore non sia comunque libero di scegliere quale birra acquistare, ma per il messaggio che un'iniziativa che porta questo nome dovrebbe lanciare.Detto ciò, non vedo nel boicottaggio selvaggio di tutti quegli eventi - e sono diversi - in cui si ripropongono situazioni simili una strategia necessariamente utile: probabilmente si otterrebbe soltanto di danneggiare quei birrifici artigianali che vi partecipano, lasciando numeri ben più ingenti di persone che questa questione non se la pongono a dirigersi verso gli stand della birra più a buon mercato. Certo il consumo consapevole - acquistare il cibo da una parte, la birra dall'altra - può essere pure poca cosa: ma, vedendola sotto un profilo di realpolitik, è comunque un segnale costruttivo. Del resto, a sentire diversi birrai, anche per loro il boicottaggio non è sempre la soluzione giusta: più d'uno mi ha riferito di riuscire sia a vendere meglio (perché la baracca bisogna pur tirarla avanti) che a far apprezzare meglio il proprio prodotto proprio là dove si ritrovava a venire messo a confronto con un'industriale. Un'ultima nota in chiusura: ho cercato ieri, senza successo, di parlare con qualcuno degli organizzatori (nessuno dei birrai ha saputo indicarmene tra i presenti), così da chiedere direttamente a loro spiegazioni della scelta. Naturalmente sarò felice se vorranno intervenire.