Una birra in riva al Piave

Ho parlato solo un paio di volte su questo blog della birra San Gabriel, per quanto sia stata una delle prime birre artigianali che ho provato: amo infatti ricordare, non senza ironia, come la sera prima del mio matrimonio - sconfortata dall'aver visto arrivare al cellulare di mio fratello, a casa con me, un messaggio dal suo futuro cognato che diceva "Noi siamo in birreria, ci raggiungi?" - abbia annegato tensioni e timori in una bottiglia di Bionda San Gabriel. Ad ogni modo mercoledì scorso ho, dopo tanto tempo, visitato di persona il birrificio e l'annessa Osteria della Birra: l'occasione era la presentazione della candidatura della Valle del Piave a patrimonio Unesco, che il birrificio sostiene - dato che, come ha ricordato il fondatore Gabriele Tonon (a sinistra nella foto qui sotto), "le analisi hanno dimostrato che l'acqua del Lia ha una composizione simile a quella di Monaco, e quindi per la birra è perfetta".Non mi soffermo qui sulla candidatura - vi rimando al sito dedicato, www.piaveunesco.org, con un caldo invito a leggere perché gli aspetti di interesse sono numerosi; mi limito a dire che è stata una serata molto istruttiva e piacevole, grazie anche alla chiacchierata con il prof. Giovanni Campeol e il dott. Giuliano Vantaggi - presidenti rispettivamente del Comitato scientifico e del Comitato promotore - e con lo stesso Gabriele Tonon, tra i pionieri della birra artigianale avendo aperto nel 1997. Essendosi Gabriele formato in Germania, e più precisamente alla Doemens Akademie, l'impronta tedesca è quella predominante nelle birre del San Gabriel; per quanto non si disdegni di spaziare nelle stout e in alcune birre "sperimentali", pur senza stravolgere gli stili consolidati.Ho avuto modo di riprovare la Bionda - una lager chiara ispirata alle hell bavaresi, semplice, pulita e beverina, dal profumo che coniuga sentori erbacei e floreali a quelli del cereale - e la nota Ambra Rossa al radicchio, il "marchio di fabbrica" del San Gabriel - che unisce in maniera peculiare i sapori dei malti caramellati a quelli amari ed erbacei del radicchio, trovando un equilibrio del tutto apprezzabile tra i due poli. Nuova mi era invece la Buschina, definita come "tradizionale doppio malto italiana" (quasi a confermare che in Italia "doppio malto" è, con buona pace di chi - me compresa - si ostina a ricordare che si tratta solo di una definizione legislativa e non di uno stile, diventata una dicitura che di fatto sta ad identificare in senso lato una birra più forte e corposa della media): anche questa una lager, dal colore dorato carico, in cui all'aroma ho percepito - ancor più dei sentori fruttati "da descrizione", pur presenti - note di miele. Corpo caldo e pieno di cereale, che però non chiude indugiando sulla componente dolce ma va a contrastarla con un amaro delicato - che non cancella comunque completamente i sapori maltati. Anche questa semplice e senza particolari fronzoli, coerentemente con la filosofia della casa. Al di là delle birre meritano poi una nota l'arredamento - ricco di veri e propri pezzi di collezionismo birrario - nonché la cucina dell'Osteria, che non solo ha dei "capisaldi di freschezza" - uno dei vanti è il fatto di non usare alcun prodotto surgelato -, ma presenta anche alcune particolarità a cui abbinare utilmente le birre. Al di là della "gamma radicchio" - dal risotto, alla marmellata di radicchio da accompagnare ai formaggi, alla frittata con radicchio e salsiccia - mi ha colpita in modo particolare la polenta con il mais rosso San Martino, una varietà di origine peruviana caduta nell'oblìo e poi riscoperta alla fine del XIX secolo in Carnia. A rifornire il San Gabriel è l'azienda agricola Pasquon di Torre di Mosto; e dalla farina macinata a pietra nasce non solo una polenta dal gusto del tutto particolare - delicatamente dolce, che tende quasi alla vaniglia, - ma anche la birra Zea Mays.L'aroma unisce in maniera armoniosa la luppolatura floreale e i toni di cereale tendenti al vanigliato di questa particolare varietà di mais; un connubio che apre ad un corpo beverino per quanto di media robustezza, e in cui la componente dolce è sì protagonista ma non invasiva grazie anche alla chiusura in cui ritorna con eleganza l'amaro del luppolo - con tanto di lieve nota speziata al retorlfatto, che accompagna in maniera peculiare le precedenti note di vaniglia. Una birra che ho trovato originale e ben costruita, nella misura in cui gestisce in maniera pulita ed equilibrata un sapore peculiare come quello del mais San Martino.Chiudo con un grazie a Gabriele Tonon, allo staff del birrificio e ai promotori della candidatura della Valle del Piave per la piacevole serata.

Anche i birrifici vanno in Erasmus

Ieri sera ho presenziato a "Fusti di frontiera", simpatica - perdonate l'aggettivo generico, ma mi sembra nondimeno il più calzante - manifestazione organizzata dal Birrificio Campestre. Quest'anno, con la seconda edizione, il sodalizio tra Campestre e Antica Contea si è allargato a Borderline; e forse il segreto del fatto che anche quest'anno sia stata una manifestazione riuscita - almeno a giudicare dal numero di persone presenti già a inizio serata - è il fatto che, come ha affermato Giulio (il birraio del Campestre, per chi non lo conoscesse) "Ci troviamo qui, portiamo i fusti, e ci divertiamo noi per primi". Il tutto naturalmente senza perdere d'occhio la bontà della materia prima, cosa su cui i tre birrifici in questione si sono a mio avviso sempre ben difesi: il Campestre portava Aurora, Rurale, Dove Canta la Rana e Scur di Lune; il Borderline Ultra Hoppy Golden Ale, American Session Brown Ale e Red Ale; e Antica Contea portava Contessina, Dama Bianca e Superbia.Era proprio quest'ultima - una best bitter - che mi mancava, e così ho provveduto. Trattasi di una di quelle bitter "intrinsicamente britanniche" che ai ragazzi di Antica Contea tanto piacciono: schiuma ben densa e persistente a grana sottile, luppolatura sobria in aroma - nella fattispecie il luppolo inglese Progress, simile all'East Kent Golding, dall'aroma molto delicato tra il floreale, l'erbaceo e finanche speziato - , e dal corpo che pur esile a garanzia di bevibilità lascia in bocca un intenso nocciolato, prima di un finale di un'amarezza sobria ma netta, secca e pulita. La classica bitter appunto, da bere in quantità - del resto ha poco più di quattro gradi alcolici - e a cui sicuramente verrebbe resa molta più giustizia spillata da cask o a pompa, per rendere meno accentuata la carbonatazione; ma anche alla spina non perde comunque la sua ragion d'essere, nonché il suo "marchio di fabbrica" di Antica Contea in quanto ad amore per le isole britanniche, semplicità e pulizia.E qui vengo al motivo del titolo, perché tra un sorso e l'altro mi sono fatta raccontare da Costantino (uno dei birrai di Antica Contea, per chi non lo conoscesse) il loro viaggio alla Driftwood Spars Brewery in Cornovaglia, per una cotta della loro Pat at a Tap insieme al birraio Pete. Un viaggio molto istruttivo, a sentire Costantino, "perché ci siamo resi conto di quanti problemi forse inutili ci poniamo noi qui in Italia nel fare la birra": dagli impianti ai metodi, lì è tutto molto più "spontaneo", forse in virtù di una lunga tradizione che ha portato a privilegiare la pratica sulla teoria. Gli amici della Driftwood hanno ora in programma di ricambiare la visita, per cui l'auspicio è quello che si crei un fruttuoso scambio tra Gorizia e la Cornovaglia. Un genere di "Erasmus" da incentivare a livello più ampio soprattutto se può aiutare ad affrontare una delle debolezze spesso citate dei nostri birrifici, ossia la scarsa competitività sul mercato internazionale: penso ad esempio ad accordi per la produzione e distribuzione in loco delle reciproche birre, oltre naturalmente a birre in collaborazione. Un reciproco arricchimento non solo economico ma anche culturale.

Anche i birrifici vanno in Erasmus

Ieri sera ho presenziato a "Fusti di frontiera", simpatica - perdonate l'aggettivo generico, ma mi sembra nondimeno il più calzante - manifestazione organizzata dal Birrificio Campestre. Quest'anno, con la seconda edizione, il sodalizio tra Campestre e Antica Contea si è allargato a Borderline; e forse il segreto del fatto che anche quest'anno sia stata una manifestazione riuscita - almeno a giudicare dal numero di persone presenti già a inizio serata - è il fatto che, come ha affermato Giulio (il birraio del Campestre, per chi non lo conoscesse) "Ci troviamo qui, portiamo i fusti, e ci divertiamo noi per primi". Il tutto naturalmente senza perdere d'occhio la bontà della materia prima, cosa su cui i tre birrifici in questione si sono a mio avviso sempre ben difesi: il Campestre portava Aurora, Rurale, Dove Canta la Rana e Scur di Lune; il Borderline Ultra Hoppy Golden Ale, American Session Brown Ale e Red Ale; e Antica Contea portava Contessina, Dama Bianca e Superbia.Era proprio quest'ultima - una best bitter - che mi mancava, e così ho provveduto. Trattasi di una di quelle bitter "intrinsicamente britanniche" che ai ragazzi di Antica Contea tanto piacciono: schiuma ben densa e persistente a grana sottile, luppolatura sobria in aroma - nella fattispecie il luppolo inglese Progress, simile all'East Kent Golding, dall'aroma molto delicato tra il floreale, l'erbaceo e finanche speziato - , e dal corpo che pur esile a garanzia di bevibilità lascia in bocca un intenso nocciolato, prima di un finale di un'amarezza sobria ma netta, secca e pulita. La classica bitter appunto, da bere in quantità - del resto ha poco più di quattro gradi alcolici - e a cui sicuramente verrebbe resa molta più giustizia spillata da cask o a pompa, per rendere meno accentuata la carbonatazione; ma anche alla spina non perde comunque la sua ragion d'essere, nonché il suo "marchio di fabbrica" di Antica Contea in quanto ad amore per le isole britanniche, semplicità e pulizia.E qui vengo al motivo del titolo, perché tra un sorso e l'altro mi sono fatta raccontare da Costantino (uno dei birrai di Antica Contea, per chi non lo conoscesse) il loro viaggio alla Driftwood Spars Brewery in Cornovaglia, per una cotta della loro Pat at a Tap insieme al birraio Pete. Un viaggio molto istruttivo, a sentire Costantino, "perché ci siamo resi conto di quanti problemi forse inutili ci poniamo noi qui in Italia nel fare la birra": dagli impianti ai metodi, lì è tutto molto più "spontaneo", forse in virtù di una lunga tradizione che ha portato a privilegiare la pratica sulla teoria. Gli amici della Driftwood hanno ora in programma di ricambiare la visita, per cui l'auspicio è quello che si crei un fruttuoso scambio tra Gorizia e la Cornovaglia. Un genere di "Erasmus" da incentivare a livello più ampio soprattutto se può aiutare ad affrontare una delle debolezze spesso citate dei nostri birrifici, ossia la scarsa competitività sul mercato internazionale: penso ad esempio ad accordi per la produzione e distribuzione in loco delle reciproche birre, oltre naturalmente a birre in collaborazione. Un reciproco arricchimento non solo economico ma anche culturale.

La lunga saga delle accise

Non sono passati due giorni dalla notizia della riduzione dell'accisa sulle birre, e già si sprecano i commenti tra l'ironico, il cinico e il deluso: ma come, da 3,04 a 3,02 euro per grado plato per ettolitro? In effetti, date le cifre in questione, pare un po' una presa in giro. Tanto che tra i birrai c'è chi si sbizzarrisce a quantificare il risparmio in poche centinaia di euro l'anno, concludendo con un "Che bello, me ne mancano solo 9.700 per arrivare a comprare il fermentatore nuovo". C'è poi chi, con meno ironia ma più realpolitik, punta il dito contro le pressioni esercitate dai grandi dell'industria contro l'applicazione dell'accisa differenziata; che ha fatto sì che si arrivasse ad una misura puramente simbolica, in un gattopardesco cambiare tutto per non cambiare nulla.Bisogna dire in effetti che le premesse da cui si era partiti più di un anno fa erano di ben altra taratura: la proposta di legge 3344 del 5 ottobre 2015, presentata su iniziativa di quasi una cinquantina di deputati (Pd in questo caso, ma è bene evitare polemiche politiche ricordando che interessamento in questo senso è arrivato anche da altri partiti, M5S in particolare) prevedeva infatti una riduzione del 50% dell'accisa per chi produce fino a 5000 hl l'anno (buona parte dei microbirrifici, insomma), del 40% fino a 10.000 (e già qui si contano sulle dita di una mano quelli che rimarrebbero fuori), del 30% fino a 20.000 ettolitri, e via così, fissando a 50.000 il limite massimo per beneficiare della riduzione dell'accisa. L'impatto della misura era stato valutato in un milione di euro annui, da coprirsi "mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2015-2017, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2015, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero" (e qui vado sulla fiducia in merito al fatto che avessero davvero capito come coprirlo, perché questa dicitura è piuttosto oscura per chiunque non conosca in funzionamento di questi fondi). Inoltre, cosa non secondaria, la proposta di legge prevedeva che la tassazione venisse determinata "dalla birra immessa al consumo esclusivamente sulla base dei dati giornalieri contenuti nel registro di magazzino, nel quale si assumono in carico il prodotto finito in fase di condizionamento, il prodotto andato perduto, nonché i quantitativi estratti giornalmente per l'immissione in consumo diretta ovvero tramite la vendita ad altre imprese": in altri termini, le tasse si sarebbero pagate non più sul mosto uscito dal contalitri e in anticipo, ma sulla birra effettivamente resa disponibile per il consumo una volta arrivata in magazzino. Tenuto conto dei problemi di cassa che l'attuale sistema può creare, un cambiamento di notevole importanza.Nel frattempo sono poi successe altre cose, su tutte l'approvazione della definizione legislativa di birra (e birrificio) artigianale; che non aveva però appunto toccato la questione accise, pur essendo stata presentata come primo passo per arrivare a questo traguardo. Un emendamento al bilancio era arrivato anche un paio di settimane fa, a firma di Giuditta Pini (Pd) insieme ad esponenti di Lega, Ap e Fi, che proponeva un'accisa di 2,86 euro per grado plato per ettolitro; e un'altro sempre degli stessi firmatari proponeva una riduzione del 30% per i microbirrifici. Si è poi arrivati alla fine a questa riduzione del tutto simbolica, che il sottosegretario Baretta ha però ricondotto alla volontà di "mandare un segnale al settore" e assicurando - come sempre si fa in questi casi, verrebbe da dire - la disponibilità a riconsiderare al più presto le esigenze dei produttori, "possibilmente già in seconda lettura al Senato".Ora, per carità: chiaro che anche poche centinaia di euro all'anno riasparmiati possono fare comodo, ma una giusta via di mezzo tra il "benaltrismo" (secondo il quale qualsiasi misura è inutile perché "ci vorrebbe ben altro") e l'accettare qualunque cosa si può pure trovare, se non altro per portare l'attenzione sulle questioni che davvero possono fare la differenza: nella fattispecie - come molti hanno notato - la possibilità di pagare le accise sulla birra immessa alla vendita e non sul mosto, le agevolazioni che consentano di assumere più facilmente dipendenti sia sotto il profilo burocratico che sotto quello fiscale, e semplificazioni tali da consentire di non perdere quantità ingenti di tempo e denaro tra scartoffie e uffici vari (c'è qualche birraio che mi ha riferito di autentiche vie crucis tra Agenzia delle Dogane, Camere di Commercio e affini).Senza dimenticare la questione della mancata accisa sul vino, che è bene venga posta non come mera ritorsione come richiesta di equità: basti dire che ad esempio la Francia, Paese vinicolo tanto e più di noi, applica - come verificabile sul sito delle dogane del governo francese - una tassazione di 3,77 euro per ettolitro al vino tranquillo e di 9,33 per quello frizzante. Se Oltralpe siano le famigerate "lobby del vino" ad essere meno potenti, o la volontà politica ad essere più forte, non so dirlo; fatto sta che ad una qualche forma di partecipazione al carico fiscale, pur minima, si è arrivati, anche in un Paese in cui il settore vinicolo è considerato cruciale. C'è da dire, per completezza d'informazione, che la Francia applica alla birra una tassazione di 7,41 euro per grado alcolico per ettolitro alle birre che superano i 2,8 gradi alcolici (sostanzialmente tutte insomma): ponendo pertanto il classico caso di una birra di 5 gradi otteniamo 37,05 euro a ettolitro, che potremmo mettere a confronto con un altrettanto classico (per quanto ottimistico) 12 plato che pagherebbe 36,24 euro. Cifre non direttamente confrontabili, ma stiamo in ogni caso parlando di una tassazione non significativamente diversa.Smontato quindi anche il mito del "pagare tutti per pagare di meno"? Semplicistico dirlo, perché è un ragionamento che dovrebbe essere fatto nel quadro della fisclità generale - dato che non sono solo vino e birra a contribuire alle casse dell'erario. Però tutta la vicenda pone alcune serie questioni di riflessione: dato che un anno (e più, dato che questione non era nuova) di discussione ha portato ad una misura che appare essere simbolica, che si vuol fare affinché non sia stato tempo perso? E la "potenza" della fantomatiche "lobby" (industria birraria o produttori vinicoli che siano) fino a che punto è lo specchietto per le allodole di una mancata volontà politica di intervenire, visto che altrove lo si è fatto?

La lunga saga delle accise

Non sono passati due giorni dalla notizia della riduzione dell'accisa sulle birre, e già si sprecano i commenti tra l'ironico, il cinico e il deluso: ma come, da 3,04 a 3,02 euro per grado plato per ettolitro? In effetti, date le cifre in questione, pare un po' una presa in giro. Tanto che tra i birrai c'è chi si sbizzarrisce a quantificare il risparmio in poche centinaia di euro l'anno, concludendo con un "Che bello, me ne mancano solo 9.700 per arrivare a comprare il fermentatore nuovo". C'è poi chi, con meno ironia ma più realpolitik, punta il dito contro le pressioni esercitate dai grandi dell'industria contro l'applicazione dell'accisa differenziata; che ha fatto sì che si arrivasse ad una misura puramente simbolica, in un gattopardesco cambiare tutto per non cambiare nulla.Bisogna dire in effetti che le premesse da cui si era partiti più di un anno fa erano di ben altra taratura: la proposta di legge 3344 del 5 ottobre 2015, presentata su iniziativa di quasi una cinquantina di deputati (Pd in questo caso, ma è bene evitare polemiche politiche ricordando che interessamento in questo senso è arrivato anche da altri partiti, M5S in particolare) prevedeva infatti una riduzione del 50% dell'accisa per chi produce fino a 5000 hl l'anno (buona parte dei microbirrifici, insomma), del 40% fino a 10.000 (e già qui si contano sulle dita di una mano quelli che rimarrebbero fuori), del 30% fino a 20.000 ettolitri, e via così, fissando a 50.000 il limite massimo per beneficiare della riduzione dell'accisa. L'impatto della misura era stato valutato in un milione di euro annui, da coprirsi "mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2015-2017, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2015, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero" (e qui vado sulla fiducia in merito al fatto che avessero davvero capito come coprirlo, perché questa dicitura è piuttosto oscura per chiunque non conosca in funzionamento di questi fondi). Inoltre, cosa non secondaria, la proposta di legge prevedeva che la tassazione venisse determinata "dalla birra immessa al consumo esclusivamente sulla base dei dati giornalieri contenuti nel registro di magazzino, nel quale si assumono in carico il prodotto finito in fase di condizionamento, il prodotto andato perduto, nonché i quantitativi estratti giornalmente per l'immissione in consumo diretta ovvero tramite la vendita ad altre imprese": in altri termini, le tasse si sarebbero pagate non più sul mosto uscito dal contalitri e in anticipo, ma sulla birra effettivamente resa disponibile per il consumo una volta arrivata in magazzino. Tenuto conto dei problemi di cassa che l'attuale sistema può creare, un cambiamento di notevole importanza.Nel frattempo sono poi successe altre cose, su tutte l'approvazione della definizione legislativa di birra (e birrificio) artigianale; che non aveva però appunto toccato la questione accise, pur essendo stata presentata come primo passo per arrivare a questo traguardo. Un emendamento al bilancio era arrivato anche un paio di settimane fa, a firma di Giuditta Pini (Pd) insieme ad esponenti di Lega, Ap e Fi, che proponeva un'accisa di 2,86 euro per grado plato per ettolitro; e un'altro sempre degli stessi firmatari proponeva una riduzione del 30% per i microbirrifici. Si è poi arrivati alla fine a questa riduzione del tutto simbolica, che il sottosegretario Baretta ha però ricondotto alla volontà di "mandare un segnale al settore" e assicurando - come sempre si fa in questi casi, verrebbe da dire - la disponibilità a riconsiderare al più presto le esigenze dei produttori, "possibilmente già in seconda lettura al Senato".Ora, per carità: chiaro che anche poche centinaia di euro all'anno riasparmiati possono fare comodo, ma una giusta via di mezzo tra il "benaltrismo" (secondo il quale qualsiasi misura è inutile perché "ci vorrebbe ben altro") e l'accettare qualunque cosa si può pure trovare, se non altro per portare l'attenzione sulle questioni che davvero possono fare la differenza: nella fattispecie - come molti hanno notato - la possibilità di pagare le accise sulla birra immessa alla vendita e non sul mosto, le agevolazioni che consentano di assumere più facilmente dipendenti sia sotto il profilo burocratico che sotto quello fiscale, e semplificazioni tali da consentire di non perdere quantità ingenti di tempo e denaro tra scartoffie e uffici vari (c'è qualche birraio che mi ha riferito di autentiche vie crucis tra Agenzia delle Dogane, Camere di Commercio e affini).Senza dimenticare la questione della mancata accisa sul vino, che è bene venga posta non come mera ritorsione come richiesta di equità: basti dire che ad esempio la Francia, Paese vinicolo tanto e più di noi, applica - come verificabile sul sito delle dogane del governo francese - una tassazione di 3,77 euro per ettolitro al vino tranquillo e di 9,33 per quello frizzante. Se Oltralpe siano le famigerate "lobby del vino" ad essere meno potenti, o la volontà politica ad essere più forte, non so dirlo; fatto sta che ad una qualche forma di partecipazione al carico fiscale, pur minima, si è arrivati, anche in un Paese in cui il settore vinicolo è considerato cruciale. C'è da dire, per completezza d'informazione, che la Francia applica alla birra una tassazione di 7,41 euro per grado alcolico per ettolitro alle birre che superano i 2,8 gradi alcolici (sostanzialmente tutte insomma): ponendo pertanto il classico caso di una birra di 5 gradi otteniamo 37,05 euro a ettolitro, che potremmo mettere a confronto con un altrettanto classico (per quanto ottimistico) 12 plato che pagherebbe 36,24 euro. Cifre non direttamente confrontabili, ma stiamo in ogni caso parlando di una tassazione non significativamente diversa.Smontato quindi anche il mito del "pagare tutti per pagare di meno"? Semplicistico dirlo, perché è un ragionamento che dovrebbe essere fatto nel quadro della fisclità generale - dato che non sono solo vino e birra a contribuire alle casse dell'erario. Però tutta la vicenda pone alcune serie questioni di riflessione: dato che un anno (e più, dato che questione non era nuova) di discussione ha portato ad una misura che appare essere simbolica, che si vuol fare affinché non sia stato tempo perso? E la "potenza" della fantomatiche "lobby" (industria birraria o produttori vinicoli che siano) fino a che punto è lo specchietto per le allodole di una mancata volontà politica di intervenire, visto che altrove lo si è fatto?

Tra birra artigianale e Prosecco

Da ragazza - o donna, fate voi...tanto la mia età la sapete - cresciuta tra le colline del Prosecco, non ho potuto non seguire con interesse la polemica seguita all'ultima puntata di Report in merito all'utilizzo dei pesticidi nei vigneti. Intendiamoci: una storia che sento fin da quando ero bambina, che pone un problema reale, ma concordo con chi dice che il servizio non ha reso giustizia ai passi avanti che sono stati compiuti e agli sforzi di quei viticoltori che già da tempo si sono presi a cuore la questione - finendo per dare un quadro falsato della realtà.Detto ciò però, mi ha dato da pensare la risposta data da Desiderio Bortolin (nella foto) - titolare delle Cantine Angelo Bortolin - in una lettera aperta su Facebook indirizzata a Milena Gabanelli. Dopo aver ripercorso la storia dell'azienda, e rilevato alcune criticità nel servizio in merito al fatto di aver "messo nel mucchio" produttori di doc e docg - che devono sottostare ad un disciplinare più stretto e lavorare le vigne a mano data la conformazione delle colline - Bortolin scrive: "Il “fenomeno Prosecco” non appartiene a Valdobbiadene, ma è qualcosa che a noi coltivatori di Valdobbiadene fa rabbrividire, che noi stessi contrastiamo puntando sulla qualità dei nostri prodotti e non sul numero di bottiglie [...] E’ da tempo che sostengo la necessità per noi viticoltori di Valdobbiadene di sdoganarci dal nome “Prosecco” che è ormai sfruttato da tanti come opportunità di business internazionale, data la richiesta del mercato. E il mercato, soprattutto quello internazionale, non ha ancora capito la differenza né è in grado di apprezzare il valore della nostra viticoltura eroica, della nostra storia [...] E’ forse davvero arrivato il momento, come io affermo da tempo, di dire basta al nome “Prosecco” e di chiamare i nostri vini esclusivamente “Conegliano-Valdobbiadene”".E cosa c'entra con la birra, direte voi, a meno di non volerci fare una Iga col Prosecco (arrivate tardi, l'hanno già fatta)? Beh, diciamo che a molti il discorso non sarà suonato del tutto nuovo: un "fenomeno" (Prosecco o birra artigianale che sia) legato ad un "nome" (Prosecco o birra artigianale che sia, e ricordo che anche quest'ultima ha ottenuto, seppure sotto forma diversa, una qualche tutela normativa) che però finisce per essere "sfruttato da tanti come opportunità di business" e ritorcersi contro chi lavora bene, tanto da far invocare l'abbandono del nome stesso. Vi dice nulla tutta ciò? Anche senza scomodare Teo Musso, che già da qualche anno preferisce parlare di "birra viva", tanti dei birrai con cui mi sono confrontata hanno espresso serie perplessità in proposito - come avevo scritto anche in questo post. Due casi molto diversi, certo, ma accomunati dal fattore "effetto nome"."What's in a name?", "Che cosa c'è in un nome?", si chiedeva la shakespeariana Giulietta al balcone: tutto e nulla, sembrerebbe, se prima il nome pare essere il fautore di un successo e poi improvvisamente qualcosa da cui si può - e anzi è meglio - fare a meno "purché ci sia la qualità" - e si trovi il modo di far arrivare ugualmente il messaggio al consumatore, beninteso. Mi ha dato da pensare la necessità diffusa in sempre più settori, dopo anni da "sbornia da certificazioni" - ricordiamo che l'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari certificati, oltre 800, dal dop, al doc, all'igp - di "ritornare alle origini" e non "aggrapparsi" ad un nome nel momento in cui questo ha perso il significato per il quale era stato inteso. Se sia per la birra che per il Prosecco ci avvieremo su questa strada, forse è presto per dirlo; ma, come mi è stato scritto in un commento privato ad un mio post, "Gli appassionati non si fanno fregare dalla dicitura "birra artigianale", che, diciamocelo francamente, non significa nulla. Non oggi". Forse continueremo a definire "artigianali" i birrifici che per dimensione e metodo di produzione rientrano in certi parametri; ma "birra artigianale", per quanto sia a rigor di logica la birra fatta da loro, non sarà più il vessillo da sbandierare.

Tra birra artigianale e Prosecco

Da ragazza - o donna, fate voi...tanto la mia età la sapete - cresciuta tra le colline del Prosecco, non ho potuto non seguire con interesse la polemica seguita all'ultima puntata di Report in merito all'utilizzo dei pesticidi nei vigneti. Intendiamoci: una storia che sento fin da quando ero bambina, che pone un problema reale, ma concordo con chi dice che il servizio non ha reso giustizia ai passi avanti che sono stati compiuti e agli sforzi di quei viticoltori che già da tempo si sono presi a cuore la questione - finendo per dare un quadro falsato della realtà.Detto ciò però, mi ha dato da pensare la risposta data da Desiderio Bortolin (nella foto) - titolare delle Cantine Angelo Bortolin - in una lettera aperta su Facebook indirizzata a Milena Gabanelli. Dopo aver ripercorso la storia dell'azienda, e rilevato alcune criticità nel servizio in merito al fatto di aver "messo nel mucchio" produttori di doc e docg - che devono sottostare ad un disciplinare più stretto e lavorare le vigne a mano data la conformazione delle colline - Bortolin scrive: "Il “fenomeno Prosecco” non appartiene a Valdobbiadene, ma è qualcosa che a noi coltivatori di Valdobbiadene fa rabbrividire, che noi stessi contrastiamo puntando sulla qualità dei nostri prodotti e non sul numero di bottiglie [...] E’ da tempo che sostengo la necessità per noi viticoltori di Valdobbiadene di sdoganarci dal nome “Prosecco” che è ormai sfruttato da tanti come opportunità di business internazionale, data la richiesta del mercato. E il mercato, soprattutto quello internazionale, non ha ancora capito la differenza né è in grado di apprezzare il valore della nostra viticoltura eroica, della nostra storia [...] E’ forse davvero arrivato il momento, come io affermo da tempo, di dire basta al nome “Prosecco” e di chiamare i nostri vini esclusivamente “Conegliano-Valdobbiadene”".E cosa c'entra con la birra, direte voi, a meno di non volerci fare una Iga col Prosecco (arrivate tardi, l'hanno già fatta)? Beh, diciamo che a molti il discorso non sarà suonato del tutto nuovo: un "fenomeno" (Prosecco o birra artigianale che sia) legato ad un "nome" (Prosecco o birra artigianale che sia, e ricordo che anche quest'ultima ha ottenuto, seppure sotto forma diversa, una qualche tutela normativa) che però finisce per essere "sfruttato da tanti come opportunità di business" e ritorcersi contro chi lavora bene, tanto da far invocare l'abbandono del nome stesso. Vi dice nulla tutta ciò? Anche senza scomodare Teo Musso, che già da qualche anno preferisce parlare di "birra viva", tanti dei birrai con cui mi sono confrontata hanno espresso serie perplessità in proposito - come avevo scritto anche in questo post. Due casi molto diversi, certo, ma accomunati dal fattore "effetto nome"."What's in a name?", "Che cosa c'è in un nome?", si chiedeva la shakespeariana Giulietta al balcone: tutto e nulla, sembrerebbe, se prima il nome pare essere il fautore di un successo e poi improvvisamente qualcosa da cui si può - e anzi è meglio - fare a meno "purché ci sia la qualità" - e si trovi il modo di far arrivare ugualmente il messaggio al consumatore, beninteso. Mi ha dato da pensare la necessità diffusa in sempre più settori, dopo anni da "sbornia da certificazioni" - ricordiamo che l'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari certificati, oltre 800, dal dop, al doc, all'igp - di "ritornare alle origini" e non "aggrapparsi" ad un nome nel momento in cui questo ha perso il significato per il quale era stato inteso. Se sia per la birra che per il Prosecco ci avvieremo su questa strada, forse è presto per dirlo; ma, come mi è stato scritto in un commento privato ad un mio post, "Gli appassionati non si fanno fregare dalla dicitura "birra artigianale", che, diciamocelo francamente, non significa nulla. Non oggi". Forse continueremo a definire "artigianali" i birrifici che per dimensione e metodo di produzione rientrano in certi parametri; ma "birra artigianale", per quanto sia a rigor di logica la birra fatta da loro, non sarà più il vessillo da sbandierare.

Sono finiti i tempi del mercante in fiera?

In pressoché tutti gli ultimi eventi a cui ho partecipato - intendendo per "ultimi" quelli degli ultimi sei mesi - ho notato un "filo rosso" costante nelle mie chiacchiere con i birrai. Molti mi hanno infatti riferito di aver visto - con poche, lodevoli eccezioni - un notevole calo di affluenza per quanto riguarda fiere, feste ed eventi; che, sempre pressoché all'unanimità, sono diventati troppi, arrivando a "stancare" gli acquirenti. Anche il binomio birra/cibo, per quanto offra risultati migliori, non pare più garantire il successo. Il tutto a fronte di una produzione che però aumenta o quantomeno non cala, tanto che diversi birrifici stanno investendo per crescere: se la matematica non è un'opinione, quindi, l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma viene venduta attraverso altri canali. La maniera con cui la si propone al pubblico è quindi da rivedere perché ha fatto il suo tempo? Anche questa è un'opinione diffusa, ma queste strade alternative non paiono ancora ben chiare: le proposte davvero "diverse" sono poche, né si è ben capito quali possano essere (se non in casi specifici e molto "mirati", di cui è classico esempio l'Arrogant Sour Festival - nella foto - o altri eventi dalla fisionomia e destinatari ben delineati). Dopo l'ennesima osservazione di questo tipo, ho quindi deciso che era giunto il momento di fare un'indagine al largo tra i birrai: tutti concordano su questo ragionamento? Il proliferare di feste e di nuovi birrifici pone come strada obbligata quella della vendita diretta a livello locale, dove è più facile ricavarsi il proprio "zoccolo duro", o all'altro estremo di varcare i confini per andare oltre un mercato italiano inflazionato? A conferma del fatto che il tema è molto sentito non solo sono stati in molti a rispondermi, ma tutti l'hanno fatto in maniera molto articolata; per cui chiedo scusa se dovrò riassumere i riscontri ricevuti.Da un lato, il fatto che la birra artigianale sia, come molti avevano auspicato, uscita dalla nicchia di appassionati e diffusa su scala più ampia, secondo alcuni ha paradossalmente tolto parte del senso a queste manifestazioni. "Se adesso molti ristoranti e bar hanno una loro carta delle birre di tutto rispetto, perché devo pagare per entrare ad una manifestazione delle birre artigianali? - si chiede Carlo Antonio Venier, di Villa Chazil (in questa simpatica foto che ho ritrovato in archivio....fidatevi sulla parola che è lui, anche se la faccia non si vede) -. Personalmente vedo uno sviluppo futuro di un mercato molto legato al territorio con pochissime manifestazioni specifiche per chi vuole provare birre che è difficile trovare altrimenti". Anche Alessandro Giuman (sulla sinistra), del Birrificio del Doge, traccia un quadro simile: "In quanto a feste e fiere siamo al picco storico - sostiene -, probabilmente ci sarà un taglio degli eventi nei prossimi anni. Da parte di noi birrifici ci sarà un minor interesse di partecipazione, continueranno con interesse i beer firm e i piccoli birrifici per farsi conoscere. Ma siamo sicuri ci sia guadagno? Chi ti acquista con regolarità è il locale, il pubblican, è lui che ti propone e ti da costanza. Per il 2017 la mia scelta l’ho presa: solo eventi di qualità, di importanza o che ho già frequentato e che ritengo validi. Una decina in un anno, mentre quest’anno gli inviti sono stati più di 50. E poi abbiamo come obiettivo sviluppare l'export, avendo già coperto tutto il territorio nazionale".Più "moderati", ma sostanzialmente sula stessa linea, i ragazzi del Birrificio Conense, che parlano sia di eventi ben riusciti che di altri in cui si è battuto la fiacca: "La partecipazione ad un evento ha un rischio intrinseco che bisogna accettare - ammettono - così come bisogna saper ragionare sullo stand e su come ci si presenta per avree un buon riscontro. Non crediamo sia solo un problema di promozione, o di accostare alla birra il cibo e l'intrattenimento che pure va benissimo: se la gente manca perché non c'è più interesse per il format, è molto meglio per noi partecipare ad una sagra o ad una manifestazione locale dove c'è sicuramente gente e magari a vendere birra sei l'unico o hai poca concorrenza. Non sapremmo cosa si potrebbe "cambiare". Certamente la birra artigianale ora è più capillare e gli eventi sono di più, ne consegue che è più difficile smuovere molte persone. Per l'export, invece, troviamo sia difficile essere competitivi"."Condividiamo appieno: l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma la maniera con cui la si propone al pubblico è da rivedere perché sembra aver fatto il suo tempo - mi scrivono da St. John's Bier - Ormai il mercato è saturo di fiere, feste ed eventi, e per noi è impossibile fare quantomeno una cernita e decidere a quali eventualmente aderire... perchè spesso questi eventi si trasformano in sagrette da "tarallucci e vino", pardon... birra! Sicuramente bisognerebbe puntare su 2 o 3 eventi l'anno ben strutturati e con proposte diverse da solito stand adibito alla vendita, altrimenti davvero ci si riduce alla vendita diretta a livello locale o alla ricerca di un mercato estero. I birrifici sono tanti, moltissime le beer firm, ma anche il pubblico è ormai vasto il problema rimane davvero come farsi conoscere e riconoscere".Una linea simile a quella espressa da Andrea Marchi (qui sulla sinistrainsieme al socio Costantino e al publican del Mastro Birraio di Trieste, Daniele Stepancich) di Antica Contea: "Abbiamo deciso di fare alcuni eventi importanti, poi tutte cose piccole - scrive -, sia per poter far fronte alla produzione, sia perché tante fiere chiedono quote di partecipazione importanti. Quindi abbiamo deciso di fare eventi generalisti che permettono di "prendere" una clientela non esperta. L'anno prossimo con l'aumento della produzione aumenteremo anche gli eventi, ma scegliendo con attenzione e privilegiando quelli su invito". Da Federica e Felice del Birrificio Cittavecchia, che arrivano dal settore vinicolo, giunge una visione che si allarga proprio a questo: "Quello che si sta prospettando per la birra è esattamente ciò che è accaduto col vino. La disaffezione del pubblico verso gli eventi non è mancato interesse, ma appunto frutto del proliferare degli eventi che diluisce le persone interessate in una miriade di occasioni, tanto da far perdere di valore anche quelle manifestazioni che meriterebbero più di altre. In molti eventi nati per promuovere il vino si stanno creando degli spazi dove proporre la birra artigianale: questo la dice lunga su un presunto calo di interesse o disaffezione. Ma effettivamente ci vuole novità, ogni evento dovrebbe caratterizzarsi in modo diverso dall’altro e periodicamente aggiornarsi nella proposta. Consideriamo anche il fattore copia-incolla: un’agenzia crea un evento, un birrificio inventa un modo di proporsi, e subito dopo ne nascono dei cloni. Col rischio di vanificare anche il progetto originale". La via, secondo loro, "resta quella del ritorno alle origini, ovvero concentrarsi sulla qualità e catturare il cliente per la costanza del prodotto o della proposta di valore (reale e percepito). Gli eventi si dovranno caratterizzare anche per i nomi, non solo per i numeri. E non solo quelli che conviene avere perché sono dei nomi importanti, ma anche quelli che è bello avere perché hanno una qualità sopra la media. Forse un evento ben fatto è quello che cerca tra i piccoli, a livello locale, aiutando le piccole realtà ad emergere, garantendo fiches di ingresso a misura di piccola impresa e selezionando chi aderisce". Da ultimo, le ampie prospettive: "A livello locale ognuno certo può lavorare, ma nel mondo della globalizzazione è impensabile restare ancorati al proprio orticello. Puoi essere molto presente localmente e fare il possibile affinché la fama locale abbia eco altrove, ma laddove il mercato è piccolo anche solo un concorrente in più ti farebbe le scarpe. Quindi è importante sviluppare quella capacità commerciale di tipo imprenditoriale che porta l’azienda a confrontarsi con mercati più ampi, essere presenti in posti ed eventi diversi, non necessariamente legati al tuo settore o creare occasioni per fidelizzare nuovi clienti".Insomma, le idee consolidate paiono essere: poche manifestazioni ma di qualità, che sappiano innovarsi e rinnovarsi per quanto non sia ancora ben chiaro il come; e soprattutto che consentano di coordinarsi con altre vie di promozione, come la presenza nei locali e l'export.Ringrazio tutti i birrai che mi hanno dato la loro opinione, comprese le impressioni datemi a voce da Erica e Riccardo del Benaco 70 - tra quelli, peraltro, che si stanno affacciando all'export e che proprio in quanto a fiere sono sbarcati nei Paesi Bassi - e da Davide Perrinella, collaboratore del Birrificio Della Granda - sostenitore del fatto che il problema non è economico, perché chi entra ad un evento è anche disposto a spendere, ma far entrare la gente all'evento: e qui ci ricolleghiamo alla questione precedente dell'interesse che va calando.

Sono finiti i tempi del mercante in fiera?

In pressoché tutti gli ultimi eventi a cui ho partecipato - intendendo per "ultimi" quelli degli ultimi sei mesi - ho notato un "filo rosso" costante nelle mie chiacchiere con i birrai. Molti mi hanno infatti riferito di aver visto - con poche, lodevoli eccezioni - un notevole calo di affluenza per quanto riguarda fiere, feste ed eventi; che, sempre pressoché all'unanimità, sono diventati troppi, arrivando a "stancare" gli acquirenti. Anche il binomio birra/cibo, per quanto offra risultati migliori, non pare più garantire il successo. Il tutto a fronte di una produzione che però aumenta o quantomeno non cala, tanto che diversi birrifici stanno investendo per crescere: se la matematica non è un'opinione, quindi, l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma viene venduta attraverso altri canali. La maniera con cui la si propone al pubblico è quindi da rivedere perché ha fatto il suo tempo? Anche questa è un'opinione diffusa, ma queste strade alternative non paiono ancora ben chiare: le proposte davvero "diverse" sono poche, né si è ben capito quali possano essere (se non in casi specifici e molto "mirati", di cui è classico esempio l'Arrogant Sour Festival - nella foto - o altri eventi dalla fisionomia e destinatari ben delineati). Dopo l'ennesima osservazione di questo tipo, ho quindi deciso che era giunto il momento di fare un'indagine al largo tra i birrai: tutti concordano su questo ragionamento? Il proliferare di feste e di nuovi birrifici pone come strada obbligata quella della vendita diretta a livello locale, dove è più facile ricavarsi il proprio "zoccolo duro", o all'altro estremo di varcare i confini per andare oltre un mercato italiano inflazionato? A conferma del fatto che il tema è molto sentito non solo sono stati in molti a rispondermi, ma tutti l'hanno fatto in maniera molto articolata; per cui chiedo scusa se dovrò riassumere i riscontri ricevuti.Da un lato, il fatto che la birra artigianale sia, come molti avevano auspicato, uscita dalla nicchia di appassionati e diffusa su scala più ampia, secondo alcuni ha paradossalmente tolto parte del senso a queste manifestazioni. "Se adesso molti ristoranti e bar hanno una loro carta delle birre di tutto rispetto, perché devo pagare per entrare ad una manifestazione delle birre artigianali? - si chiede Carlo Antonio Venier, di Villa Chazil (in questa simpatica foto che ho ritrovato in archivio....fidatevi sulla parola che è lui, anche se la faccia non si vede) -. Personalmente vedo uno sviluppo futuro di un mercato molto legato al territorio con pochissime manifestazioni specifiche per chi vuole provare birre che è difficile trovare altrimenti". Anche Alessandro Giuman (sulla sinistra), del Birrificio del Doge, traccia un quadro simile: "In quanto a feste e fiere siamo al picco storico - sostiene -, probabilmente ci sarà un taglio degli eventi nei prossimi anni. Da parte di noi birrifici ci sarà un minor interesse di partecipazione, continueranno con interesse i beer firm e i piccoli birrifici per farsi conoscere. Ma siamo sicuri ci sia guadagno? Chi ti acquista con regolarità è il locale, il pubblican, è lui che ti propone e ti da costanza. Per il 2017 la mia scelta l’ho presa: solo eventi di qualità, di importanza o che ho già frequentato e che ritengo validi. Una decina in un anno, mentre quest’anno gli inviti sono stati più di 50. E poi abbiamo come obiettivo sviluppare l'export, avendo già coperto tutto il territorio nazionale".Più "moderati", ma sostanzialmente sula stessa linea, i ragazzi del Birrificio Conense, che parlano sia di eventi ben riusciti che di altri in cui si è battuto la fiacca: "La partecipazione ad un evento ha un rischio intrinseco che bisogna accettare - ammettono - così come bisogna saper ragionare sullo stand e su come ci si presenta per avree un buon riscontro. Non crediamo sia solo un problema di promozione, o di accostare alla birra il cibo e l'intrattenimento che pure va benissimo: se la gente manca perché non c'è più interesse per il format, è molto meglio per noi partecipare ad una sagra o ad una manifestazione locale dove c'è sicuramente gente e magari a vendere birra sei l'unico o hai poca concorrenza. Non sapremmo cosa si potrebbe "cambiare". Certamente la birra artigianale ora è più capillare e gli eventi sono di più, ne consegue che è più difficile smuovere molte persone. Per l'export, invece, troviamo sia difficile essere competitivi"."Condividiamo appieno: l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma la maniera con cui la si propone al pubblico è da rivedere perché sembra aver fatto il suo tempo - mi scrivono da St. John's Bier - Ormai il mercato è saturo di fiere, feste ed eventi, e per noi è impossibile fare quantomeno una cernita e decidere a quali eventualmente aderire... perchè spesso questi eventi si trasformano in sagrette da "tarallucci e vino", pardon... birra! Sicuramente bisognerebbe puntare su 2 o 3 eventi l'anno ben strutturati e con proposte diverse da solito stand adibito alla vendita, altrimenti davvero ci si riduce alla vendita diretta a livello locale o alla ricerca di un mercato estero. I birrifici sono tanti, moltissime le beer firm, ma anche il pubblico è ormai vasto il problema rimane davvero come farsi conoscere e riconoscere".Una linea simile a quella espressa da Andrea Marchi (qui sulla sinistrainsieme al socio Costantino e al publican del Mastro Birraio di Trieste, Daniele Stepancich) di Antica Contea: "Abbiamo deciso di fare alcuni eventi importanti, poi tutte cose piccole - scrive -, sia per poter far fronte alla produzione, sia perché tante fiere chiedono quote di partecipazione importanti. Quindi abbiamo deciso di fare eventi generalisti che permettono di "prendere" una clientela non esperta. L'anno prossimo con l'aumento della produzione aumenteremo anche gli eventi, ma scegliendo con attenzione e privilegiando quelli su invito". Da Federica e Felice del Birrificio Cittavecchia, che arrivano dal settore vinicolo, giunge una visione che si allarga proprio a questo: "Quello che si sta prospettando per la birra è esattamente ciò che è accaduto col vino. La disaffezione del pubblico verso gli eventi non è mancato interesse, ma appunto frutto del proliferare degli eventi che diluisce le persone interessate in una miriade di occasioni, tanto da far perdere di valore anche quelle manifestazioni che meriterebbero più di altre. In molti eventi nati per promuovere il vino si stanno creando degli spazi dove proporre la birra artigianale: questo la dice lunga su un presunto calo di interesse o disaffezione. Ma effettivamente ci vuole novità, ogni evento dovrebbe caratterizzarsi in modo diverso dall’altro e periodicamente aggiornarsi nella proposta. Consideriamo anche il fattore copia-incolla: un’agenzia crea un evento, un birrificio inventa un modo di proporsi, e subito dopo ne nascono dei cloni. Col rischio di vanificare anche il progetto originale". La via, secondo loro, "resta quella del ritorno alle origini, ovvero concentrarsi sulla qualità e catturare il cliente per la costanza del prodotto o della proposta di valore (reale e percepito). Gli eventi si dovranno caratterizzare anche per i nomi, non solo per i numeri. E non solo quelli che conviene avere perché sono dei nomi importanti, ma anche quelli che è bello avere perché hanno una qualità sopra la media. Forse un evento ben fatto è quello che cerca tra i piccoli, a livello locale, aiutando le piccole realtà ad emergere, garantendo fiches di ingresso a misura di piccola impresa e selezionando chi aderisce". Da ultimo, le ampie prospettive: "A livello locale ognuno certo può lavorare, ma nel mondo della globalizzazione è impensabile restare ancorati al proprio orticello. Puoi essere molto presente localmente e fare il possibile affinché la fama locale abbia eco altrove, ma laddove il mercato è piccolo anche solo un concorrente in più ti farebbe le scarpe. Quindi è importante sviluppare quella capacità commerciale di tipo imprenditoriale che porta l’azienda a confrontarsi con mercati più ampi, essere presenti in posti ed eventi diversi, non necessariamente legati al tuo settore o creare occasioni per fidelizzare nuovi clienti".Insomma, le idee consolidate paiono essere: poche manifestazioni ma di qualità, che sappiano innovarsi e rinnovarsi per quanto non sia ancora ben chiaro il come; e soprattutto che consentano di coordinarsi con altre vie di promozione, come la presenza nei locali e l'export.Ringrazio tutti i birrai che mi hanno dato la loro opinione, comprese le impressioni datemi a voce da Erica e Riccardo del Benaco 70 - tra quelli, peraltro, che si stanno affacciando all'export e che proprio in quanto a fiere sono sbarcati nei Paesi Bassi - e da Davide Perrinella, collaboratore del Birrificio Della Granda - sostenitore del fatto che il problema non è economico, perché chi entra ad un evento è anche disposto a spendere, ma far entrare la gente all'evento: e qui ci ricolleghiamo alla questione precedente dell'interesse che va calando.

All’assalto delle spine di Borderline

Ok, pessima traduzione - per quanto ironica - di "Borderline tap takeover": che era il titolo della serata organizzata al Monsieur D. di Spilimbergo sabato scorso, quando sono state messe alla spina sette birre del birrificio Borderline di Buttrio. In rappresentanza del birrificio c'era Marco che, dopo l'accoglienza come sempre calorosa da parte di Paola e Cristiano, mi ha illustrato le creazioni prescelte.Siamo partiti con la Golden Ale (sulla destra, naturalmente), brassata con il malto dell'orzo coltivato a Villa Chazil: luppolatura morbida e delicata su toni floreali, corpo apparentemente scarico ma che rivela in un secondo momento sapori di cereale e di miele millefiori, prima di chiudere con un amaro appena percettibile e poco persistente. Quai "inusuale" per un birrificio come Borderline, avvezzo a giocare ben più duro sopprattutto sul fronte dei luppoli, ma personalmente ho apprezzato la sobrietà e l'armonia di questa birra. Ben più riconoscibile come "figlia" di questo birrificio è invece la Pale Ale, dalla classica luppolatura americana intensa - in cui, tra l'agrumato, il resinoso e la frutta tropicale, ho sentito spiccare soprattutto il mango - e che al corpo scarico fa seguire un amaro citrico abbastanza deciso sul finale. Non è comunque una birra che "stroppia", per cui rimane gradevole ed accessibile anche per chi è un po' allergico alle luppolature sopra le righe - sia in aroma che in amaro.In terza battuta è arrivata la Ginger Ale (sulla destra), una golden ale con zenzero e lime: sia l'agrume che la spezia sono delicati ma ben riconoscibili all'aroma, e si amalgamano piacevolmente con i toni fruttati del luppolo Eldorado; e dopo il corpo esile rimane la nota finale di zenzero, sempre tenue per coerenza. Una birra di cui ho apprezzato l'equilibrio tra le tre polarità dell'agrume, della spezia e del luppolo. Di tutt'altro genere la Ipa successiva, alla quale faccio tanto di cappello (letteralmente) per la schiuma persistente come poche: luppolatura di un agrumato intensissimo (simcoe, citra e equinox i luppoli utilizzati) in cui si notano bene però anche i profumi tra il tostato e la frutta secca del malto; e dopo un corpo che appare più scarico di quanto non sia data l'intensità degli aromi che l'hanno preceduto, arriva al retorogusto una sferzata di amaro di quelle per gli amanti dei toni forti. Personalmente l'ho trovata un po' squilibrata su quest'ultimo fronte, ma la pongo come un'opinione personale dato che nello stile e nell'insieme un finale del genere non può essere definito tout court fuori luogo.Quinta birra è stata la American Session Brown Ale (sulla sinistra), anche questa in "stile Borderline" con la generosa luppolatura di centennial, simcoe e mosaic, ma con allo stesso tempo evidenti note di cereale già all'olfatto - tra la frutta secca e il pane tostato, che permangono anche nel corpo leggero ma non evanescente. Anche la chiusura è di un amaro morbido, non troppo netto, che contrasta sì ma non sovrasta i sapori che l'hanno preceduto. "Pezzo da novanta" invece la Cream Peated Stout, una stout dalle intense note torbate già all'olfatto, che nel corpo ben robusto e pastoso si sposano con l'orzo arrostito per una birra degna dei palati forti: soprattutto perché rimane molto ben peristente, e sia in bocca che al retrolfatto. Da riconoscere c'è il fatto che per quanto intensa non appare "spigolosa", ma mantiene una certa rotondità nonostante sapori così forti.Da ultimo la Red Ale, che già avevo provato la sera prima allo Yardie in una versione diversa: questa infatti era passata da una botte di whisky del 2000. Per amor d'onestà, devo dire che avevo apprezzato di più quella della sera prima: nella seconda ho infatti percepito aromi meno intensi - anche se con il salire della temperatura qualcosa in più è arrivato, soprattutto in quanto a profumi torbati e di legno, oltre al caramello - e di conseguenza ho trovato che anche il corpo beneficiasse di meno della rosa di profumi per guadagnare in vigore. C'è da dire però che forse non l'ho degustata nella migliore delle condizioni, avendola bevuta dopo una birra dai sapori forti come la torbata ed essendo ormai la settima - c'è chi dice che dalla quinta in poi hanno tutte lo stesso sapore. E no, lo giuro, non ero ubriaca, chi c'era m'è testimone.Chiudo rinnovando il ringraziamento a Mauro, Paola e Cristiano, sia per l'accoglienza che per la professionalità nel servizio.