Un ritorno al Beer Attraction

Ammettiamolo, per molti versi è stato un ritorno. Per me personalmente, dato che non ci andavo dal 2020 – prima per la pandemia, per la gravidanza - e quest'anno sono tornata per Birra and Sound; e per tutti, visto che Unionbirrai è tornata a Rimini a Beer&Food Attraction con Birra dell’Anno – e con il carico di birrai artigiani e birrifici artigianali espositori che la cosa porta con sé – dopo due anni al Cibus di Parma. Al netto di nostalgie e romanticismi, comunque, l’impressione che nell’aria si percepisse una certa “carica”, un certo “sentore di ripresa” parlando con i birrai, era concreta. Impossibile fare in poche righe un resoconto completo: del resto, si sa, da queste fiere si torna sempre con il rimpianto di non essere riusciti a parlare con tutti, e di non essere riusciti ad assaggiare tutto. Mi limiterò quindi ad alcuni flash, scattati per l'appunto tra un'intervista e l'altra di quelle realizzate per Birra and Sound.Partiamo dal birrificio Evoqe, che – come da consuetudine, verrebbe da dire – figurava tra i premiati. Ad attirare la mia attenzione, anche su suggerimento del birraio Mauro, sono state in particolare le due birre al caffè che il birrificio ha portato in fiera; e tra le due la Evoqesour #10 – una coffee sour con caffè Ladhatunda dal Kenya. Al naso spicca la componente sour su toni lattici, con note di chicco di caffè fresco; molto gentile in bocca, con un'acidità non persistente e ben amalgamata al caffè. Fresca e scorrevole, si nota l'attenzione nella costruzione complessiva. Allo stand di Lzo il birraio Jacopo ha invece portato la mia attenzione sulla Oyster Sout: birra prodotta in quantità limitata per ovvie ragioni, sia per quanto riguarda il procurarsi le ostriche, sia per quanto riguarda il doverle sgusciare tutte a mano. Si percepisce bene l’aroma di mare, che in bocca sembra sparire per lasciare spazio ai tipici toni di caffè e cioccolato; ma che ritorna poi in una lunga e curiosa persistenza salata, che fa il paio con i sapori di cioccolato. Non poteva mancare una sosta da Opperbacco – anche questo, come di consueto, birrificio avvezzo ai premi: più che le premiate, però, ha attirato la mia attenzione la sour ai frutti di bosco della linea Abruxensis, con lieviti selezionati dall'università di Teramo – tra cui un ceppo di brettanomyces; e frutta aggiunta dopo la fermentazione, con maturazione in legno. Ben coglibile ma non sovrastante la componente brettata, amalgamata con i profumi di frutta sia all'aroma che al palato; in un interessante il gioco tra le diverse tipologie di acidità. Persistenza discretamente lunga, sui toni della frutta. Novità per me personalmente è stato il birrificio Renton, di cui ho provato per Birra and Sound la best bitter Billy Hard – una collaborazione con il birrificio britannico Roosters Brewing Co: un incontro tra la tradizione britannica e l’innovazione americana, dato che la ricetta prevede luppolo Columbus in amaro e Cryo Pop in dip hopping. Interessante il fatto che lo stile di riferimento non viene comunque snaturato e rimane riconoscibile, pur con un tocco di originalità. Merita poi un accenno la linea realizzata dal Birrone all’interno di un progetto sulla decozione, elaborata dal birraio Simone dal Cortivo dopo un viaggio in Franconia, anche questa degustata per Birra and Sound. Si tratta di tre birre, per una degustazione in crescendo: la Czech Keller “12” (in riferimento al grado plato), la Keller Heller Bock “KHE Bock”, e la Rauch “Brauch”. Peculiari aromi tra il miele di castagno, la nocciola e il pane per la prima, mentre il luppolo resta decisamente nelle retrovie; ricca ma scorrevole e assai pulita in bocca, fa poi risaltare solo in un secondo momento il Saaz, per un finale bilanciato tra componente maltata e amaricatura. La seconda gioca sul fatto di mascherare bene i suoi sei gradi alcolici, con note dolci di cereale – tipo pane al miele – piene ma snelle in bocca; sempre sul principio dell’equilibrio anche i luppoli, Hallertau e Milttelfruh. Da notare la schiuma, che ha tenuto perfettamente anche nel bicchiere di plastica. Una Rauch un po’ sui generis infine la terza, nel senso che non c’è da aspettarsi la “classica” Rauch intensa francone: aroma di affumicato molto ma molto discreto, che si tramuta poi in un sapore altrettanto discreto e amalgamato con il resto del cereale; corta la persistenza, tale quasi da andarsene prima del sorso successivo – quasi a concatenare la bevuta, si potrebbe dire. Interessante naturalmente la chiacchierata con Simone che mi ha illustrato il progetto, soffermandosi in particolare su come voglia dare fini "didattici" - nel senso del far conoscere che cosa sia la decozione - a questo progetto. Una menzione anche per la Supersonic, Dark Mild di Birra dell'Eremo: stile relativamente poco diffuso in Italia, ma che sempre più spesso fa capolino nei birrifici artigianali. Una Dark Mild fondamentalmente in stile: colore marrone-rossastro, aroma deciso ma non sopra le righe tra il biscotto, il caramello, il toffee e il caffè d'orzo, toni tra il caramello e il tostato in bocca per un corpo morbido e scorrevole, finale secco con un taglio di un amaro erbaceo in equilibrio con la componente maltata. Apprezzabile anche la spillatura a pompa, per quanto il bicchiere in plastica non abbia reso giustizia.Un grazie a Birra and Sound, e a tutti i birrai che mi hanno accolta nei loro stand. p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; orphans: 2; widows: 2 }p.western { font-family: "Liberation Serif", "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT }p.cjk { font-family: "Noto Sans CJK SC"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN }p.ctl { font-family: "Lohit Devanagari"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN }

Un ritorno al Beer Attraction

Ammettiamolo, per molti versi è stato un ritorno. Per me personalmente, dato che non ci andavo dal 2020 – prima per la pandemia, per la gravidanza - e quest'anno sono tornata per Birra and Sound; e per tutti, visto che Unionbirrai è tornata a Rimini a Beer&Food Attraction con Birra dell’Anno – e con il carico di birrai artigiani e birrifici artigianali espositori che la cosa porta con sé – dopo due anni al Cibus di Parma. Al netto di nostalgie e romanticismi, comunque, l’impressione che nell’aria si percepisse una certa “carica”, un certo “sentore di ripresa” parlando con i birrai, era concreta. Impossibile fare in poche righe un resoconto completo: del resto, si sa, da queste fiere si torna sempre con il rimpianto di non essere riusciti a parlare con tutti, e di non essere riusciti ad assaggiare tutto. Mi limiterò quindi ad alcuni flash, scattati per l'appunto tra un'intervista e l'altra di quelle realizzate per Birra and Sound.Partiamo dal birrificio Evoqe, che – come da consuetudine, verrebbe da dire – figurava tra i premiati. Ad attirare la mia attenzione, anche su suggerimento del birraio Mauro, sono state in particolare le due birre al caffè che il birrificio ha portato in fiera; e tra le due la Evoqesour #10 – una coffee sour con caffè Ladhatunda dal Kenya. Al naso spicca la componente sour su toni lattici, con note di chicco di caffè fresco; molto gentile in bocca, con un'acidità non persistente e ben amalgamata al caffè. Fresca e scorrevole, si nota l'attenzione nella costruzione complessiva. Allo stand di Lzo il birraio Jacopo ha invece portato la mia attenzione sulla Oyster Sout: birra prodotta in quantità limitata per ovvie ragioni, sia per quanto riguarda il procurarsi le ostriche, sia per quanto riguarda il doverle sgusciare tutte a mano. Si percepisce bene l’aroma di mare, che in bocca sembra sparire per lasciare spazio ai tipici toni di caffè e cioccolato; ma che ritorna poi in una lunga e curiosa persistenza salata, che fa il paio con i sapori di cioccolato. Non poteva mancare una sosta da Opperbacco – anche questo, come di consueto, birrificio avvezzo ai premi: più che le premiate, però, ha attirato la mia attenzione la sour ai frutti di bosco della linea Abruxensis, con lieviti selezionati dall'università di Teramo – tra cui un ceppo di brettanomyces; e frutta aggiunta dopo la fermentazione, con maturazione in legno. Ben coglibile ma non sovrastante la componente brettata, amalgamata con i profumi di frutta sia all'aroma che al palato; in un interessante il gioco tra le diverse tipologie di acidità. Persistenza discretamente lunga, sui toni della frutta. Novità per me personalmente è stato il birrificio Renton, di cui ho provato per Birra and Sound la best bitter Billy Hard – una collaborazione con il birrificio britannico Roosters Brewing Co: un incontro tra la tradizione britannica e l’innovazione americana, dato che la ricetta prevede luppolo Columbus in amaro e Cryo Pop in dip hopping. Interessante il fatto che lo stile di riferimento non viene comunque snaturato e rimane riconoscibile, pur con un tocco di originalità. Merita poi un accenno la linea realizzata dal Birrone all’interno di un progetto sulla decozione, elaborata dal birraio Simone dal Cortivo dopo un viaggio in Franconia, anche questa degustata per Birra and Sound. Si tratta di tre birre, per una degustazione in crescendo: la Czech Keller “12” (in riferimento al grado plato), la Keller Heller Bock “KHE Bock”, e la Rauch “Brauch”. Peculiari aromi tra il miele di castagno, la nocciola e il pane per la prima, mentre il luppolo resta decisamente nelle retrovie; ricca ma scorrevole e assai pulita in bocca, fa poi risaltare solo in un secondo momento il Saaz, per un finale bilanciato tra componente maltata e amaricatura. La seconda gioca sul fatto di mascherare bene i suoi sei gradi alcolici, con note dolci di cereale – tipo pane al miele – piene ma snelle in bocca; sempre sul principio dell’equilibrio anche i luppoli, Hallertau e Milttelfruh. Da notare la schiuma, che ha tenuto perfettamente anche nel bicchiere di plastica. Una Rauch un po’ sui generis infine la terza, nel senso che non c’è da aspettarsi la “classica” Rauch intensa francone: aroma di affumicato molto ma molto discreto, che si tramuta poi in un sapore altrettanto discreto e amalgamato con il resto del cereale; corta la persistenza, tale quasi da andarsene prima del sorso successivo – quasi a concatenare la bevuta, si potrebbe dire. Interessante naturalmente la chiacchierata con Simone che mi ha illustrato il progetto, soffermandosi in particolare su come voglia dare fini "didattici" - nel senso del far conoscere che cosa sia la decozione - a questo progetto. Una menzione anche per la Supersonic, Dark Mild di Birra dell'Eremo: stile relativamente poco diffuso in Italia, ma che sempre più spesso fa capolino nei birrifici artigianali. Una Dark Mild fondamentalmente in stile: colore marrone-rossastro, aroma deciso ma non sopra le righe tra il biscotto, il caramello, il toffee e il caffè d'orzo, toni tra il caramello e il tostato in bocca per un corpo morbido e scorrevole, finale secco con un taglio di un amaro erbaceo in equilibrio con la componente maltata. Apprezzabile anche la spillatura a pompa, per quanto il bicchiere in plastica non abbia reso giustizia.Un grazie a Birra and Sound, e a tutti i birrai che mi hanno accolta nei loro stand. p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; orphans: 2; widows: 2 }p.western { font-family: "Liberation Serif", "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT }p.cjk { font-family: "Noto Sans CJK SC"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN }p.ctl { font-family: "Lohit Devanagari"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN }

Un anno in cifre: qualche riflessione

 È uscita a fine anno la relazione statistica annuale di The Brewers of Europe, "European Beer Trends 2022". Già alcuni commenti in proposito sono usciti; mi riservo anch'io, tuttavia, di avanzare alcune riflessioni alla luce dei numeri che emergono da questo studio, che vuole essere sostanzialmente una fotografia dello stato dell'arte del settore brassicolo nei vari Paesi europei.Alcuni dati non stupiscono: come il fatto che tra i Paesi produttori ci sia ampiamente in testa la Germania (quasi 85 milioni e mezzo di ettolitri nel 2021, seguita a lunga distanza dal Regno Unito a poco più di 38). L'Italia si ferma ad "appena" 17,6 milioni: cifra che la pone ad un comunque onorevole ottavo posto, ma che non la fa brillare se pensiamo che ad esempio la Spagna - altro Paese mediterraneo, e con un popolazione che è oltre 10 milioni in meno della nostra - ne ha prodotti 38 milioni; o la Francia, appena più popolosa di noi e anch'essa Paese a tradizione piuttosto vinicola, quasi 22 milioni. Il lato buono della medaglia è però che la produzione ha non solo recuperato, ma anche superato, i livelli pre-Covid: eravamo infatti a 17,2 milioni nel 2019, in crescita costante dai 14,2 del 2015. Un recupero che non è avvenuto in Paesi di ben più solida tradizione birraria come la Germania (i già citati 85,4 milioni contro i 95 del 2015, anno da cui è in calo costante: si può quindi obiettare che non è questione di Covid) o il Regno Unito (38,4 milioni contro i 39,2 del 2019, anche qui in calo rispetto ai 41,2 del 2015, per quanto un calo non costante).Siamo poi sesti per consumi totali, 20,8 milioni di ettolitri nel 2021 (in testa è sempre la Germania con oltre 76 milioni), senza grossi scossoni negli ultimi anni (anche nel famigerato 2020 eravamo poco sotto i 19); siamo però quasi in fondo alla classifica (come di consueto) per i consumi pro capite, 35 litri, anni luce dai 129 dei cechi e dai 101 dei vicini austriaci. Anche qui però va rilevato che, salvo la caduta a 32 nel 2020, la crescita è stata costante dai 31 del 2019; mentre molti altri Paesi hanno osservato da allora una tendenza alla decrescita, come la già citata Germania (da 106 a 89), l'Irlanda (da 80 a 61) e la stessa Repubblica Ceca (da 143 a 129). Qui sicuramente entrano in gioco anche fattori sociologici, tra cui la maggiore attenzione al consumo moderato di alcol a livello di opinione pubblica, ed economici, relativi all'andamento dell'economia e ai prezzi al consumo nei sigoli Paesi. Ad ogni modo diciamo che, a differenza di altri Paesi a tradizione più consolidata, l'interesse per la birra in Italia appare in lenta ma costante crescita.In quanto ai consumi, è interessante anche vedere la composizione tra on trade (ossia nel canale HoReCa, quindi ristoranti, pub e affini) e off trade (nei negozi, prevalentemente gdo): se nel 2015 la percentuale era 40 a 60, la pandemia l'ha portata a 27 a 73 accentuando la tendenza già manifestata a favore del secondo canale, pur con un rimbalzo nel 2021 che ha registrato un 33 a 67. Ci sono elementi per pensare che l'interesse nel consumo fuori casa dopo la pandemia abbia continuato a crescere, ma in quale misura sarà il tempo a dircelo.Merita uno sguardo anche la parte relativa al numero di birrifici attivi: The Brewers of Europe ne censisce per l'Italia 827 (il record è, udite udite e di gran lunga, della Francia con 2500, seguita dallo Uk con 1810). Una crescita con alti e bassi dal 2015, quando erano 688, con un picco nel 2018 di 874. Il report censisce poi nello specifico i microbirrifici, quelli con una produzione annua inferiore ai 1000 hl: e ne conta 814, anche qui in crescita non lineare dai 540 del 2015, ma il picco stavolta è proprio nel 2021. C'è poi il numero di società attive nella produzione birraria, che sono 822. Incrociando questi dati, si evince che in Italia la grandissima maggioranza dei birrifici ha una produzione inferiore ai 1000 hl, e ciascuna società detiene tendenzialmente un solo stabilimento. Un dato che a mio avviso merita attenzione è che, a fronte dell'aumento del numero dei birrifici, non c'è stato però - stando ai dati di Brewers of Europe, quantomeno - un pari aumento dell'occupazione diretta: 5300 persone, sostanzialmente stabile rispetto ai 5350 del 2015, e in calo sul picco di 5700 nel 2019. Pare quindi che ciascun birrificio lavori con sempre meno personale, contrariamente ai tanti discorsi sulla crescente necessità di diverse professionalità: che vengono quindi probabilmente fornite, se vengono fornite, da collaboratori e consulenti esterni.Capitolo controverso è quello relativo alla tassazione sulla birra: nel 2021 in Italia le entrate hanno sforato i 700 milioni di euro. Tanti? Pochi? Confrontando con altri Paesi, vediamo ad esempio che per la Germania, con una produzione quasi 5 volte la nostra, ammontano a "solo" 584 milioni; sono però ben 948 milioni in Francia, che ha una produzione poco superiore alla nostra, e oltre 4 miliardi nel Regno Unito, il primo della classifica ad abissale distanza. La situazione è quindi molto diversificata; ma non può non riportare l'attenzione sull'annosa questione delle accise, tanto più che con il 2023 non è ad oggi stata confermata l'aliquota agevolata. Si capisce come, unitamente a tutti gli altri rincari, questo ponga pesanti incognite sulla sostenibilità economica dell'attività di molti piccoli birrifici.

Un anno in cifre: qualche riflessione

 È uscita a fine anno la relazione statistica annuale di The Brewers of Europe, "European Beer Trends 2022". Già alcuni commenti in proposito sono usciti; mi riservo anch'io, tuttavia, di avanzare alcune riflessioni alla luce dei numeri che emergono da questo studio, che vuole essere sostanzialmente una fotografia dello stato dell'arte del settore brassicolo nei vari Paesi europei.Alcuni dati non stupiscono: come il fatto che tra i Paesi produttori ci sia ampiamente in testa la Germania (quasi 85 milioni e mezzo di ettolitri nel 2021, seguita a lunga distanza dal Regno Unito a poco più di 38). L'Italia si ferma ad "appena" 17,6 milioni: cifra che la pone ad un comunque onorevole ottavo posto, ma che non la fa brillare se pensiamo che ad esempio la Spagna - altro Paese mediterraneo, e con un popolazione che è oltre 10 milioni in meno della nostra - ne ha prodotti 38 milioni; o la Francia, appena più popolosa di noi e anch'essa Paese a tradizione piuttosto vinicola, quasi 22 milioni. Il lato buono della medaglia è però che la produzione ha non solo recuperato, ma anche superato, i livelli pre-Covid: eravamo infatti a 17,2 milioni nel 2019, in crescita costante dai 14,2 del 2015. Un recupero che non è avvenuto in Paesi di ben più solida tradizione birraria come la Germania (i già citati 85,4 milioni contro i 95 del 2015, anno da cui è in calo costante: si può quindi obiettare che non è questione di Covid) o il Regno Unito (38,4 milioni contro i 39,2 del 2019, anche qui in calo rispetto ai 41,2 del 2015, per quanto un calo non costante).Siamo poi sesti per consumi totali, 20,8 milioni di ettolitri nel 2021 (in testa è sempre la Germania con oltre 76 milioni), senza grossi scossoni negli ultimi anni (anche nel famigerato 2020 eravamo poco sotto i 19); siamo però quasi in fondo alla classifica (come di consueto) per i consumi pro capite, 35 litri, anni luce dai 129 dei cechi e dai 101 dei vicini austriaci. Anche qui però va rilevato che, salvo la caduta a 32 nel 2020, la crescita è stata costante dai 31 del 2019; mentre molti altri Paesi hanno osservato da allora una tendenza alla decrescita, come la già citata Germania (da 106 a 89), l'Irlanda (da 80 a 61) e la stessa Repubblica Ceca (da 143 a 129). Qui sicuramente entrano in gioco anche fattori sociologici, tra cui la maggiore attenzione al consumo moderato di alcol a livello di opinione pubblica, ed economici, relativi all'andamento dell'economia e ai prezzi al consumo nei sigoli Paesi. Ad ogni modo diciamo che, a differenza di altri Paesi a tradizione più consolidata, l'interesse per la birra in Italia appare in lenta ma costante crescita.In quanto ai consumi, è interessante anche vedere la composizione tra on trade (ossia nel canale HoReCa, quindi ristoranti, pub e affini) e off trade (nei negozi, prevalentemente gdo): se nel 2015 la percentuale era 40 a 60, la pandemia l'ha portata a 27 a 73 accentuando la tendenza già manifestata a favore del secondo canale, pur con un rimbalzo nel 2021 che ha registrato un 33 a 67. Ci sono elementi per pensare che l'interesse nel consumo fuori casa dopo la pandemia abbia continuato a crescere, ma in quale misura sarà il tempo a dircelo.Merita uno sguardo anche la parte relativa al numero di birrifici attivi: The Brewers of Europe ne censisce per l'Italia 827 (il record è, udite udite e di gran lunga, della Francia con 2500, seguita dallo Uk con 1810). Una crescita con alti e bassi dal 2015, quando erano 688, con un picco nel 2018 di 874. Il report censisce poi nello specifico i microbirrifici, quelli con una produzione annua inferiore ai 1000 hl: e ne conta 814, anche qui in crescita non lineare dai 540 del 2015, ma il picco stavolta è proprio nel 2021. C'è poi il numero di società attive nella produzione birraria, che sono 822. Incrociando questi dati, si evince che in Italia la grandissima maggioranza dei birrifici ha una produzione inferiore ai 1000 hl, e ciascuna società detiene tendenzialmente un solo stabilimento. Un dato che a mio avviso merita attenzione è che, a fronte dell'aumento del numero dei birrifici, non c'è stato però - stando ai dati di Brewers of Europe, quantomeno - un pari aumento dell'occupazione diretta: 5300 persone, sostanzialmente stabile rispetto ai 5350 del 2015, e in calo sul picco di 5700 nel 2019. Pare quindi che ciascun birrificio lavori con sempre meno personale, contrariamente ai tanti discorsi sulla crescente necessità di diverse professionalità: che vengono quindi probabilmente fornite, se vengono fornite, da collaboratori e consulenti esterni.Capitolo controverso è quello relativo alla tassazione sulla birra: nel 2021 in Italia le entrate hanno sforato i 700 milioni di euro. Tanti? Pochi? Confrontando con altri Paesi, vediamo ad esempio che per la Germania, con una produzione quasi 5 volte la nostra, ammontano a "solo" 584 milioni; sono però ben 948 milioni in Francia, che ha una produzione poco superiore alla nostra, e oltre 4 miliardi nel Regno Unito, il primo della classifica ad abissale distanza. La situazione è quindi molto diversificata; ma non può non riportare l'attenzione sull'annosa questione delle accise, tanto più che con il 2023 non è ad oggi stata confermata l'aliquota agevolata. Si capisce come, unitamente a tutti gli altri rincari, questo ponga pesanti incognite sulla sostenibilità economica dell'attività di molti piccoli birrifici.

Un Natale nel segno delle Porter

  Mi è capitato di recente di essere coinvolta da due birrifici – che ringrazio – nell’assaggio delle loro birre di Natale 2022: nella fattispecie il birrificio Dimont, con la Porter Gjan, e Birra di Naon, con la Angelica Porter. Caso ha voluto che si tratti, per l’appunto, in entrambi i casi di una Porter: il che non ha potuto non stimolarmi una riflessione. È vero sì che “birra di Natale” non è uno stile, ma semplicemente un’etichetta che viene messa ad una birra presentata appunto in occasione delle festività: storicamente birre di gradazione alcolica alta o medio-alta, corpose, calde e spesso speziate. Personalmente, la maggior parte delle birre natalizie in cui mi sono imbattuta sono robuste birre di ispirazione belga; e, per quanto riguarda gli stili d’Oltremanica, ho visto fondamentalmente Stout di notevole carattere e Strong Ale. Curioso quindi l’ingresso in contemporanea di due Porter, stile più “sobrio” – sia dal punto di vista del tenore alcolico che delle caratteristiche organolettiche – che sulla carta si presta meno a fare da birra di Natale. Al di là delle ragioni che possono aver spinto i birrifici in questione a questa scelta (fondamentalmente la volontà di introdurre uno stile che non avevano in repertorio), non è difficile identificare due motivi per farla. La prima è che il mercato si sta “normalizzando”: sono finiti da un pezzo i tempi in cui, girando per locali, sembrava di vedere la gara a chi “la fa più strana”. Qualunque birraio conferma che alla lunga il pubblico ritorna su stili più classici, facilità di beva e gradazioni alcoliche più contenute. Requisiti a cui una Porter risponde assai meglio di una classica belga – giusto per rifarci alla famiglia stilistica più gettonata per le natalizie. Il secondo motivo, molto più banalmente, è che ha più senso investire su una birra che possa poi rimanere come birra fissa: e anche in questo senso una Porter, pur richiamando i mesi invernali (rimane forte anche solo l’associazione cromatica tra birre di colore più scuro e freddo all’esterno, caminetto, sapori caldi e quant’altro), non è disdegnabile nemmeno in altre stagioni – tutt’altro, se ben costruita può essere assai rinfrescante. Natale diventa così – com’è ovvio, direte voi – “solo” l’occasione per il lancio di una nuova birra. Assaggiando le due birre in questione, entrambe di buona schiuma pannosa e persistente color nocciola a grana fine c’è da notare che – sempre casualmente – c’è anche dell’altro che le accomuna: in particolare la volontà di fare leva in un caso sulla luppolatura, nell’altro sull’aromatizzazione con semi di angelica delle Dolomiti friulane – in linea con la filosofia di Naon di mettere in ogni birra un ingrediente locale oltre all’orzo, prevalentemente una botanica –, per rendere ancor più fresca la bevuta. La Gjulit infatti si fa notare per aromi balsamici che accompagnano quelli tostati, e per un sapore analogo che chiude la bevuta dopo il tipico amaro da malto tostato; mentre la Angelica Porter gioca allo stesso modo con, per l’appunto, i semi di angelica. Per quanto la Gjulit sia più calda e avvolgente al palato rispetto alla Angelica, parliamo in entrambi i casi di corpi scorrevoli; e di birre dominate dai toni amaro-tostati di caffè, sebbene nella Gjulit facciano comunque sentire la loro presenza anche il cioccolato e la liquirizia – che rimangono invece appena percettibili nella Angelica. Entrambe di buona secchezza, mascherano bene il loro già non elevato gradi alcolico – 5,5 per la Gjulit e 6,5 per la Angelica. Nel complesso dunque birre fresche e bevibili, pur non lesinando sui toni un po’ più forti come sono appunto quelli tostati. Concludo precisando che tendenzialmente non uso fare recensioni “comparative”, dato che non è mia intenzione in questa sede dare una valutazione su quale interpretazione dello stile Porter io trovi meglio riuscita tra le due; mi è sembrato tuttavia particolarmente curioso, e se vogliamo istruttivo, il fatto che mi siano capitate nello stesso momento due birre che si prestano così bene ad un confronto. Confronto che dà la conferma anche di una tendenza di mercato già nota, e che sta riguardando anche le birre tendenzialmente più “forti” come quelle presentate per Natale. Buone feste! p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; text-align: left; orphans: 2; widows: 2 }p.western { font-family: "Liberation Serif", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT }p.cjk { font-family: "NSimSun"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN }p.ctl { font-family: "Arial"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN }a:link { so-language: zxx }

Un Natale nel segno delle Porter

  Mi è capitato di recente di essere coinvolta da due birrifici – che ringrazio – nell’assaggio delle loro birre di Natale 2022: nella fattispecie il birrificio Dimont, con la Porter Gjan, e Birra di Naon, con la Angelica Porter. Caso ha voluto che si tratti, per l’appunto, in entrambi i casi di una Porter: il che non ha potuto non stimolarmi una riflessione. È vero sì che “birra di Natale” non è uno stile, ma semplicemente un’etichetta che viene messa ad una birra presentata appunto in occasione delle festività: storicamente birre di gradazione alcolica alta o medio-alta, corpose, calde e spesso speziate. Personalmente, la maggior parte delle birre natalizie in cui mi sono imbattuta sono robuste birre di ispirazione belga; e, per quanto riguarda gli stili d’Oltremanica, ho visto fondamentalmente Stout di notevole carattere e Strong Ale. Curioso quindi l’ingresso in contemporanea di due Porter, stile più “sobrio” – sia dal punto di vista del tenore alcolico che delle caratteristiche organolettiche – che sulla carta si presta meno a fare da birra di Natale. Al di là delle ragioni che possono aver spinto i birrifici in questione a questa scelta (fondamentalmente la volontà di introdurre uno stile che non avevano in repertorio), non è difficile identificare due motivi per farla. La prima è che il mercato si sta “normalizzando”: sono finiti da un pezzo i tempi in cui, girando per locali, sembrava di vedere la gara a chi “la fa più strana”. Qualunque birraio conferma che alla lunga il pubblico ritorna su stili più classici, facilità di beva e gradazioni alcoliche più contenute. Requisiti a cui una Porter risponde assai meglio di una classica belga – giusto per rifarci alla famiglia stilistica più gettonata per le natalizie. Il secondo motivo, molto più banalmente, è che ha più senso investire su una birra che possa poi rimanere come birra fissa: e anche in questo senso una Porter, pur richiamando i mesi invernali (rimane forte anche solo l’associazione cromatica tra birre di colore più scuro e freddo all’esterno, caminetto, sapori caldi e quant’altro), non è disdegnabile nemmeno in altre stagioni – tutt’altro, se ben costruita può essere assai rinfrescante. Natale diventa così – com’è ovvio, direte voi – “solo” l’occasione per il lancio di una nuova birra. Assaggiando le due birre in questione, entrambe di buona schiuma pannosa e persistente color nocciola a grana fine c’è da notare che – sempre casualmente – c’è anche dell’altro che le accomuna: in particolare la volontà di fare leva in un caso sulla luppolatura, nell’altro sull’aromatizzazione con semi di angelica delle Dolomiti friulane – in linea con la filosofia di Naon di mettere in ogni birra un ingrediente locale oltre all’orzo, prevalentemente una botanica –, per rendere ancor più fresca la bevuta. La Gjulit infatti si fa notare per aromi balsamici che accompagnano quelli tostati, e per un sapore analogo che chiude la bevuta dopo il tipico amaro da malto tostato; mentre la Angelica Porter gioca allo stesso modo con, per l’appunto, i semi di angelica. Per quanto la Gjulit sia più calda e avvolgente al palato rispetto alla Angelica, parliamo in entrambi i casi di corpi scorrevoli; e di birre dominate dai toni amaro-tostati di caffè, sebbene nella Gjulit facciano comunque sentire la loro presenza anche il cioccolato e la liquirizia – che rimangono invece appena percettibili nella Angelica. Entrambe di buona secchezza, mascherano bene il loro già non elevato gradi alcolico – 5,5 per la Gjulit e 6,5 per la Angelica. Nel complesso dunque birre fresche e bevibili, pur non lesinando sui toni un po’ più forti come sono appunto quelli tostati. Concludo precisando che tendenzialmente non uso fare recensioni “comparative”, dato che non è mia intenzione in questa sede dare una valutazione su quale interpretazione dello stile Porter io trovi meglio riuscita tra le due; mi è sembrato tuttavia particolarmente curioso, e se vogliamo istruttivo, il fatto che mi siano capitate nello stesso momento due birre che si prestano così bene ad un confronto. Confronto che dà la conferma anche di una tendenza di mercato già nota, e che sta riguardando anche le birre tendenzialmente più “forti” come quelle presentate per Natale. Buone feste! p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; text-align: left; orphans: 2; widows: 2 }p.western { font-family: "Liberation Serif", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT }p.cjk { font-family: "NSimSun"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN }p.ctl { font-family: "Arial"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN }a:link { so-language: zxx }

Un’incursione in quel di Carrù

  Chi bazzica nell’ambiente birrario ha molto probabilmente sentito parlare del marchio Birra Carrù: e in questo senso forse aiuta, ancor più che l’ampiezza di distribuzione delle sue birre o la longevità di apertura – è partito nel 2011 come beerfirm, per arrivare a produrre in proprio nel 2017 –, la “vulcanicità” del fondatore e mastro birraio, Lelio Bottero, assai attivo nell’ambiente. Le birre non sono comunque solo opera sua: tiene sempre a precisare che questo è un affare di famiglia, dato che ad affiancarlo nel lavoro di mastro birraio c’è la moglie Lorella, in amministrazione e ad occuparsi delle visite al birrificio c’è la figlia Paola, e a capo della comunicazione la figlia Marianna. Sono quasi una ventina, tra fisse e stagionali più le versioni senza glutine, le birre che escono dai fermentatori di famiglia; in cui a mio avviso si riconosce la filosofia non solo di fare birre facili a bersi, ma anche di dare interpretazioni “semplici” di stili sulla carta più complessi – non solo quindi evitando caratteristiche come luppolature o speziature molto intense o aromatizzazioni sopra le righe, ma più in generale rimanendo molto sobri tout court. Ho avito modo di degustarne 14 e non vi tedierò descrivendole tutte, soffermandomi su quelle che in qualche modo mi sono sembrate più significative e indicative del modo di lavorare di Carrù. Tra queste senz’altrola Apa Battagliera, dalla schiuma e pannosa ben persistente. Per quanto, coerentemente con lo stile, a dominare all'olfatto siano gli aromi di frutta tropicale, viene resa giustizia anche al cereale sia all'aroma che in bocca - con un tocco di pane fresco ad equilibrare la componente luppolata, senza essere invasivo né pregiudicare la bevibilità. Versatile, può andare incontro ai gusti sia dei patiti del luppolo, sia di chi sostiene che birra e tisana di luppolo siano due cose diverse. Da segnalare anche la red Ipa Via Ripa: schiuma pannosa ben persistente, ramata; gradevoli le note di nocciola al naso e la maniera in cui si amalgamano con la luppolatura agrumata e resinosa. Scorrevole in prima battuta, fa cogliere solo poi la fugace pienezza biscottata del cereale. Dico "fugace" perché la componente maltata non persiste, viene immediatamente tagliata da un amaro erbaceo-resinoso discretamente robusto sul finale secco. A livello del tutto personale, forse manterrei un maggior equilibrio tra la forza di questo taglio amaro finale e la dolcezza del malto, appunto molto fugace; ma comunque si intuisce che la volontà nel costruire la ricetta era appunto quella di dare più forza all'amaricatura come si conviene ad una Ipa. Da una zona come le Langhe non possono poi non arrivare anche delle Iga, tra cui la Manico Rosso – con mosto di moscato su base Red Ale. Al naso esibisce profumi di caramello, nocciola e frutta rossa ben amalgamati; poi un corpo ben pieno e biscottato, ma straordinariamente bevibile anche grazie alla frizzantezza. Il mosto rimane nelle retrovie ma poi si fa vivo, comunque discreto e ben armonizzato, più percepibile al salite della temperatura. Interessante anche la speziatura sul finale, che unita al nocciola-biscottato ricorda quasi certe dubbel. Secca nonostante la dolcezza complessiva, soddisferà chi ama le Iga incentrate sul malto più che sulla componente del mosto. In questo senso l’ho apprezzata di più rispetto alla sua “sorella” Niimbus, sempre Iga di moscato ma questa volta su base di ale chiara, in cui i toni quasi mielosi del cereale e quelli del vitigno tendono a rimanere più distinti alla percezione. Spicca per la buona riuscita della costruzione anche la 41 Dì, ale alla castagna garessina: schiuma da cappuccino, aroma tra l’arrostito l’affumicato che accompagna la bevuta al palato, elegante e ben amalgamato con la base caramellata, non aggressivo. Corpo caldo e avvolgente ma scorrevole, finale corto a beneficio di bevuta. Sulla stessa filosofia la H.P., ale rossa con con zucca aggiunta in succo ottenuto da centrifuga. Conferma l'impronta già constatata nelle altre birre di Carrù: è e rimane una ale rossa, non un centrifugato, in cui la zucca si amalgama bene e con equilibrio con i toni arrostito-biscottati del malto - quasi a dare l'impressione che la zucca sia arrostita - e l'amaricatura finale evita persistenze dolci che la zucca può dare. Da precisare comunque che personalmente mi piace la zucca e quindi non trovo fastidioso il fatto che la si colga distintamente, per cui è verosimile che ad altri palati possa viceversa risultare un po' sbilanciata verso il frutto. Esempio di che cosa si intenda per interpretazione non sopra le righe anche di birre fuori canone può essere considerata la Splanga, ale al farro definita “medievale”. Al naso presenta aromi floreali e di cereale "grezzo", ben armonizzati. Il corpo scorrevole fa arrivare la peculiarità del cereale in seconda battuta, ben percepibile, su toni dolci di miele; equilibrati però da una chiusura amara che comunque contrasta ma non cancella il cereale – rimanendo quindi nel complesso dolce. Pur rimanendo una sui generis in cui si nota che c'è dell'altro oltre all'orzo, non risulta qualcosa di “eccentrico”. Da menzionare infine le birre senza glutine – di cui è in qualche modo paladina la più giovane di casa, Marianna, che si definisce “un colmo vivente” in quanto “figlia celiaca del mastro birraio”: lineari e pulite, a conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che quella della deglutinazione con enzimi è una tecnologia matura e consolidata ormai da tempo. Chiudo con un ringraziamento a Lelio non solo per le birre, ma anche per le interessanti chiacchierate e confronti costruttivi non solo sulle birre che ho trovato particolarmente “indovinate” e che ho descritto sopra, ma anche su quelle che mi avevano suscitato qualche perplessità; a conferma di come ci sia sempre reciprocamente da imparare. p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; text-align: left; orphans: 2; widows: 2 }p.western { font-family: "Liberation Serif", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT }p.cjk { font-family: "NSimSun"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN }p.ctl { font-family: "Arial"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN }a:link { so-language: zxx }

Un’incursione in quel di Carrù

  Chi bazzica nell’ambiente birrario ha molto probabilmente sentito parlare del marchio Birra Carrù: e in questo senso forse aiuta, ancor più che l’ampiezza di distribuzione delle sue birre o la longevità di apertura – è partito nel 2011 come beerfirm, per arrivare a produrre in proprio nel 2017 –, la “vulcanicità” del fondatore e mastro birraio, Lelio Bottero, assai attivo nell’ambiente. Le birre non sono comunque solo opera sua: tiene sempre a precisare che questo è un affare di famiglia, dato che ad affiancarlo nel lavoro di mastro birraio c’è la moglie Lorella, in amministrazione e ad occuparsi delle visite al birrificio c’è la figlia Paola, e a capo della comunicazione la figlia Marianna. Sono quasi una ventina, tra fisse e stagionali più le versioni senza glutine, le birre che escono dai fermentatori di famiglia; in cui a mio avviso si riconosce la filosofia non solo di fare birre facili a bersi, ma anche di dare interpretazioni “semplici” di stili sulla carta più complessi – non solo quindi evitando caratteristiche come luppolature o speziature molto intense o aromatizzazioni sopra le righe, ma più in generale rimanendo molto sobri tout court. Ho avito modo di degustarne 14 e non vi tedierò descrivendole tutte, soffermandomi su quelle che in qualche modo mi sono sembrate più significative e indicative del modo di lavorare di Carrù. Tra queste senz’altrola Apa Battagliera, dalla schiuma e pannosa ben persistente. Per quanto, coerentemente con lo stile, a dominare all'olfatto siano gli aromi di frutta tropicale, viene resa giustizia anche al cereale sia all'aroma che in bocca - con un tocco di pane fresco ad equilibrare la componente luppolata, senza essere invasivo né pregiudicare la bevibilità. Versatile, può andare incontro ai gusti sia dei patiti del luppolo, sia di chi sostiene che birra e tisana di luppolo siano due cose diverse. Da segnalare anche la red Ipa Via Ripa: schiuma pannosa ben persistente, ramata; gradevoli le note di nocciola al naso e la maniera in cui si amalgamano con la luppolatura agrumata e resinosa. Scorrevole in prima battuta, fa cogliere solo poi la fugace pienezza biscottata del cereale. Dico "fugace" perché la componente maltata non persiste, viene immediatamente tagliata da un amaro erbaceo-resinoso discretamente robusto sul finale secco. A livello del tutto personale, forse manterrei un maggior equilibrio tra la forza di questo taglio amaro finale e la dolcezza del malto, appunto molto fugace; ma comunque si intuisce che la volontà nel costruire la ricetta era appunto quella di dare più forza all'amaricatura come si conviene ad una Ipa. Da una zona come le Langhe non possono poi non arrivare anche delle Iga, tra cui la Manico Rosso – con mosto di moscato su base Red Ale. Al naso esibisce profumi di caramello, nocciola e frutta rossa ben amalgamati; poi un corpo ben pieno e biscottato, ma straordinariamente bevibile anche grazie alla frizzantezza. Il mosto rimane nelle retrovie ma poi si fa vivo, comunque discreto e ben armonizzato, più percepibile al salite della temperatura. Interessante anche la speziatura sul finale, che unita al nocciola-biscottato ricorda quasi certe dubbel. Secca nonostante la dolcezza complessiva, soddisferà chi ama le Iga incentrate sul malto più che sulla componente del mosto. In questo senso l’ho apprezzata di più rispetto alla sua “sorella” Niimbus, sempre Iga di moscato ma questa volta su base di ale chiara, in cui i toni quasi mielosi del cereale e quelli del vitigno tendono a rimanere più distinti alla percezione. Spicca per la buona riuscita della costruzione anche la 41 Dì, ale alla castagna garessina: schiuma da cappuccino, aroma tra l’arrostito l’affumicato che accompagna la bevuta al palato, elegante e ben amalgamato con la base caramellata, non aggressivo. Corpo caldo e avvolgente ma scorrevole, finale corto a beneficio di bevuta. Sulla stessa filosofia la H.P., ale rossa con con zucca aggiunta in succo ottenuto da centrifuga. Conferma l'impronta già constatata nelle altre birre di Carrù: è e rimane una ale rossa, non un centrifugato, in cui la zucca si amalgama bene e con equilibrio con i toni arrostito-biscottati del malto - quasi a dare l'impressione che la zucca sia arrostita - e l'amaricatura finale evita persistenze dolci che la zucca può dare. Da precisare comunque che personalmente mi piace la zucca e quindi non trovo fastidioso il fatto che la si colga distintamente, per cui è verosimile che ad altri palati possa viceversa risultare un po' sbilanciata verso il frutto. Esempio di che cosa si intenda per interpretazione non sopra le righe anche di birre fuori canone può essere considerata la Splanga, ale al farro definita “medievale”. Al naso presenta aromi floreali e di cereale "grezzo", ben armonizzati. Il corpo scorrevole fa arrivare la peculiarità del cereale in seconda battuta, ben percepibile, su toni dolci di miele; equilibrati però da una chiusura amara che comunque contrasta ma non cancella il cereale – rimanendo quindi nel complesso dolce. Pur rimanendo una sui generis in cui si nota che c'è dell'altro oltre all'orzo, non risulta qualcosa di “eccentrico”. Da menzionare infine le birre senza glutine – di cui è in qualche modo paladina la più giovane di casa, Marianna, che si definisce “un colmo vivente” in quanto “figlia celiaca del mastro birraio”: lineari e pulite, a conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che quella della deglutinazione con enzimi è una tecnologia matura e consolidata ormai da tempo. Chiudo con un ringraziamento a Lelio non solo per le birre, ma anche per le interessanti chiacchierate e confronti costruttivi non solo sulle birre che ho trovato particolarmente “indovinate” e che ho descritto sopra, ma anche su quelle che mi avevano suscitato qualche perplessità; a conferma di come ci sia sempre reciprocamente da imparare. p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; text-align: left; orphans: 2; widows: 2 }p.western { font-family: "Liberation Serif", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT }p.cjk { font-family: "NSimSun"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN }p.ctl { font-family: "Arial"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN }a:link { so-language: zxx }

Ritorno in Galassia

No, non è il titolo di un nuovo episodio della saga di Star Wars, ma il riferimento al fatto che - pur con mesi di ritardo, causa gravidanza - ho onorato l'invito fattomi dai birrai di Birra Galassia (Pordenone) ad assaggiare alcune nuove birre. A onor del vero, una di queste - la Wow - nuovissima non è più, nel senso che lo era ai tempi dell'invito; una - la Galassia - è "semplicemente" una nuova versione della loro birra di bandiera, prodotta fin dagli esordi come beerfirm; e solo la Gamma Rye è propriamente nuova, essendo stata presentata pochi giorni prima della mia visita.La prima che ho degustato è stata proprio la Gamma Rye. Già la definizione dello stile - Session Kveik Neipa - lascia presagire una certa originalità; ma va detto che sarebbe ingenerosa l'accusa di "famolo strano", che spesso viene rivolta a chi si avventura in creazioni dai nomi esotici. Si tratta di una birra di 3,5 gradi alcolici - Session, appunto - dall'aspetto impenetrabile - come ogni Neipa che si rispetti - e dalla luppolatura vivace ma non invadente su toni agrumati (Idaho, Citra e Amarillo). A contraddistinguere davvero la Gamma Rye è però la componente di cereale, con segale (rye, in un gioco di parole con Gamma Ray, raggio gamma), avena, e come malto base il Pils - che a detta del birraio Davide consente di ottenere un risultato più "pieno" rispetto al Pale: si potrebbe quindi fare le pulci alla definizione di Pale Ale, ma sarebbe questione di lana caprina. Al palato appare infatti eccezionalmente ricca sotto questo profilo, quasi come avere in bocca una fetta di pane ai cereali - ottimo infatti l'abbinamento con la coppa - e quasi "grezza", a mo' di certe Zwickel tedesche (non fraintendetemi, chiaro che lo stile è completamente diverso, ma mi riferisco alla "pienezza grezza" del cereale). Una rosa di sapori che si tiene assai bene per mano con l'acidulo della luppolatura, rendendo il corpo snello nonostante la pienezza. Finale netto ma non persistente in cui si tengono sempre per mano l'acido resinoso della luppolatura e quello tipico dell'avena, lasciando l'impressione di equilibrio complessivo della bevuta. Ultima nota informativa sul Kveik, lievito norvegese che ha la caratteristica di fermentare a temperature molto elevate (anche sopra i 30 gradi) senza tuttavia sviluppare particolari esteri (che infatti non si colgono in questa birra).Più nei canoni stilistici la Wow, definita come "Juicy Ipa": aromi da succo tropicale - nominate un frutto esotico a caso e fidatevi che ci sarà qualcuno che lo sentirà - con qualche rimando agrumato e resinoso, dato da una luppolatura variegata tra sabro, mosaic, galaxy e azacca; corpo decisamente snello senza indugi sul cereale, che fa spazio subito al persistente ma elegante finale resinoso. Più nelle corde di chi ama le Ipa propriamente dette, mentre la precedente Gamma Rye la consiglierei più a chi cerca un equilibrio di impronta "continentale" tra luppolo e cereale, pur con una luppolatura d'oltreoceano.Da ultimo la Galassia, definita "Saison Ipa" dall'incontro dei due stili, e che ho provato per la prima volta da quando il birrificio ha avviato il proprio impianto - che tra l'altro lavora in isobarico, e quindi anche le birre già brassate prima presentano delle differenze. Ho infatti colto molto meno la componente che ho definito "belga" del lievito, mentre prima lo speziato era decisamente preponderante (il che è coerente con il minore sviluppo di esteri in isobarico); per lasciare più spazio alla luppolatura fruttata - principalmente frutta a pasta gialla - con anche un tocco di vaniglia. Corpo caldo di caramello, prima di un finale netto e non troppo persistente di un amaro resinoso equilibrato con il malto.Ho infine avuto modo di fare due parole con Davide e Tommaso sui progetti futuri: al di là delle sperimentazioni più o meno estemporanee - Davide ammette candidamente di divertirsi a non fare mai una cotta uguale all'altra anche delle birre fisse, in una costante ricerca: e qui potremmo citare la mai sopita diatriba tra ricerca della costanza e quella dell'innovazione - c'è in programma un'incursione nel terreno sinora inesplorato delle basse fermentazioni. Insomma, dato che ai ragazzi la fantasia non manca, staremo a vedere.Grazie ancora a Tommaso e Davide per la calorosa accoglienza.

Ritorno in Galassia

No, non è il titolo di un nuovo episodio della saga di Star Wars, ma il riferimento al fatto che - pur con mesi di ritardo, causa gravidanza - ho onorato l'invito fattomi dai birrai di Birra Galassia (Pordenone) ad assaggiare alcune nuove birre. A onor del vero, una di queste - la Wow - nuovissima non è più, nel senso che lo era ai tempi dell'invito; una - la Galassia - è "semplicemente" una nuova versione della loro birra di bandiera, prodotta fin dagli esordi come beerfirm; e solo la Gamma Rye è propriamente nuova, essendo stata presentata pochi giorni prima della mia visita.La prima che ho degustato è stata proprio la Gamma Rye. Già la definizione dello stile - Session Kveik Neipa - lascia presagire una certa originalità; ma va detto che sarebbe ingenerosa l'accusa di "famolo strano", che spesso viene rivolta a chi si avventura in creazioni dai nomi esotici. Si tratta di una birra di 3,5 gradi alcolici - Session, appunto - dall'aspetto impenetrabile - come ogni Neipa che si rispetti - e dalla luppolatura vivace ma non invadente su toni agrumati (Idaho, Citra e Amarillo). A contraddistinguere davvero la Gamma Rye è però la componente di cereale, con segale (rye, in un gioco di parole con Gamma Ray, raggio gamma), avena, e come malto base il Pils - che a detta del birraio Davide consente di ottenere un risultato più "pieno" rispetto al Pale: si potrebbe quindi fare le pulci alla definizione di Pale Ale, ma sarebbe questione di lana caprina. Al palato appare infatti eccezionalmente ricca sotto questo profilo, quasi come avere in bocca una fetta di pane ai cereali - ottimo infatti l'abbinamento con la coppa - e quasi "grezza", a mo' di certe Zwickel tedesche (non fraintendetemi, chiaro che lo stile è completamente diverso, ma mi riferisco alla "pienezza grezza" del cereale). Una rosa di sapori che si tiene assai bene per mano con l'acidulo della luppolatura, rendendo il corpo snello nonostante la pienezza. Finale netto ma non persistente in cui si tengono sempre per mano l'acido resinoso della luppolatura e quello tipico dell'avena, lasciando l'impressione di equilibrio complessivo della bevuta. Ultima nota informativa sul Kveik, lievito norvegese che ha la caratteristica di fermentare a temperature molto elevate (anche sopra i 30 gradi) senza tuttavia sviluppare particolari esteri (che infatti non si colgono in questa birra).Più nei canoni stilistici la Wow, definita come "Juicy Ipa": aromi da succo tropicale - nominate un frutto esotico a caso e fidatevi che ci sarà qualcuno che lo sentirà - con qualche rimando agrumato e resinoso, dato da una luppolatura variegata tra sabro, mosaic, galaxy e azacca; corpo decisamente snello senza indugi sul cereale, che fa spazio subito al persistente ma elegante finale resinoso. Più nelle corde di chi ama le Ipa propriamente dette, mentre la precedente Gamma Rye la consiglierei più a chi cerca un equilibrio di impronta "continentale" tra luppolo e cereale, pur con una luppolatura d'oltreoceano.Da ultimo la Galassia, definita "Saison Ipa" dall'incontro dei due stili, e che ho provato per la prima volta da quando il birrificio ha avviato il proprio impianto - che tra l'altro lavora in isobarico, e quindi anche le birre già brassate prima presentano delle differenze. Ho infatti colto molto meno la componente che ho definito "belga" del lievito, mentre prima lo speziato era decisamente preponderante (il che è coerente con il minore sviluppo di esteri in isobarico); per lasciare più spazio alla luppolatura fruttata - principalmente frutta a pasta gialla - con anche un tocco di vaniglia. Corpo caldo di caramello, prima di un finale netto e non troppo persistente di un amaro resinoso equilibrato con il malto.Ho infine avuto modo di fare due parole con Davide e Tommaso sui progetti futuri: al di là delle sperimentazioni più o meno estemporanee - Davide ammette candidamente di divertirsi a non fare mai una cotta uguale all'altra anche delle birre fisse, in una costante ricerca: e qui potremmo citare la mai sopita diatriba tra ricerca della costanza e quella dell'innovazione - c'è in programma un'incursione nel terreno sinora inesplorato delle basse fermentazioni. Insomma, dato che ai ragazzi la fantasia non manca, staremo a vedere.Grazie ancora a Tommaso e Davide per la calorosa accoglienza.