Birra al calzino e pensieri in libertà

Veramente non era mia intenzione scrivere qualcosa sull'articolo di Valerio Visintin apparso il 17 novembre su Vivimilano del Corriere della Sera, con il provocatorio titolo de "L'era della birra al calzino"; non ritenevo infatti di dare seguito a quella che definirei appunto semplicemente una provocazione, basata peraltro su cliché riguardanti la birra artigianale non certo nuovi, e a cui già è stata ampiamente data risposta. Ma dato che continuo a ricevere provocazioni e richieste di opinioni in merito, eccomi a cedere alla vanesia dei fuffblogger - come nell'articolo vengono definiti - e a dare libero sfogo alla mia arte di scribacchina.Do innanzitutto atto ad Eugenio Signoroni di aver dato forma in questo suo pezzo a buona parte dei pensieri che mi erano nati leggendo l'articolo: in particolare per quanto riguarda affermazioni del tipo "Purtroppo esiste un numero ancora troppo alto di persone che producono (e vendono) birra solo perché qualche amico un paio di volte gli ha detto che le prove casalinghe fatte nel garage e portate alla grigliata erano buonissime. O peggio ancora che produce solo perché crede nel sillogismo per cui visto che tutti parlano di birra artigianale allora con questa si fa una valanga di soldi" - o che sia una valida alternativa alla disoccupazione che purtroppo colpisce molti giovani, mi verrebbe da aggiungere: lode allo spirito imprenditoriale, senza dubbio, però senza le competenze necessarie non si va lontano. Lo stesso dicasi per la critica al paragone tra birra e vino in quanto al legame con il territorio - questione nota, ma evidentemente non chiara a tutti. Così come per quanto riguarda il concetto che "la birra artigianale, purtroppo, da più parti viene interpretata come l’eccezione e in quanto tale deve essere strana, eccentrica, con qualcosa di diverso dallo standard" - ma meno che in passato, mi verrebbe da dire, dato che tra i birrai vedo la volontà di tornare a produzioni più semplici e pulite. A tal proposito mi è stata in qualche modo rivelatrice la visita alla Doemens Akademie di Grafelfing, una delle maggiori istutuzioni per quanto riguarda la formazione di mastri birrai. L'impressione che ne ho avuto è che in Germania fare la birra sia considerata una scienza e un mestiere, e per farla si studi e si studi tanto: chimica, fisica, biologia, legislazione relativa al settore birrario, e molto altro. In Italia, per contro - complice anche la limitatezza dell'offerta formativa in questo senso -, la scuola dei birrai è prevalentemente l'homebrewing - utilissimo, certo, ma l'equazione tra bravo homebrewer e bravo birraio non è automatica. Mi capita di sentire a volte qualche birraio italiano dire "Questa birra non mi è venuta come volevo, ma non so perché": ho pensato che un birraio tedesco non avrebbe magari saputo concepire quella ricetta lì - e in questo senso sono pienamente d'accordo con Alfonso Del Forno nel paragonare un bravo birraio ad un bravo chef -, però più facilmente avrebbe saputo dire perché, scientificamente parlando, la birra non è uscita come previsto. Questo per dire: la creatività i nostri birrai ce l'hanno, non posso che invitarli ad usarla bene, prendendo coscienza del fatto che formarsi anche sotto il profilo teorico è condizione necessaria per far fruttare al meglio l'esperienza pratica. Una consapevolezza che del resto si sta diffondendo, tanto che diversi birrai seguono corsi di formazione sia in Italia che all'estero; ma sono forse ancora pochi rispetto al totale.Sottoscrivo anche la necessità di formarsi e di formare da parte dei ristoratori: purtroppo mi è capitato di sentire in certi ristoranti palesi inesattezze nel presentare le birre in listino, e la cosa non ha potuto che contrariarmi. Alcuni birrifici organizzano dei veri e propri momenti di formazione per i loro clienti e distributori, e sono convinta che sia la strada giusta; senza tralasciare le scuole alberghiere - anche questa una carenza nota da tempo, e che ci si sta muovendo per colmare. Il giorno in cui la maggior parte dei ristoratori sarà in grado di scegliere con cognizione di causa che birre tenere e presentarle nella maniera giusta avremo risolto molti dei problemi sollevati da Visintin. Nonché arginato il problema di chi, sia tra birrai che tra publican, lavorando male danneggia l'immagine di tutto il settore - chi di voi non ha un amico che ha una cattiva opinione della birra artigianale perché ne ha provata solo una, ed era per giunta fatta o servita male?Devo però dar ragione a Visintin su un punto, quando parla di "estremizzazione culturale maturata nel mondo introverso dei birricoli": io stessa ho a volte la sensazione, quando parlo con appassionati di birra artigianale, di confrontarmi con una piccola cerchia di iniziati; in cui i pochi eletti avvezzi a gusti nobili snobbano chi quei nobili gusti non ce li ha e stroncano senza mezze misure quei birrai che a loro insindacabile giudizio non sfornano prodotti all'altezza dei loro palati. Ok, ho volutamente estremizzato, ma il senso della mia estremizzazione è "calmiamoci un po' tutti quanti": nessuno ha la verità in tasca, e - al di là del far notare eventuali difetti nella birra che stiamo bevendo, se abbiamo le conoscenze necessarie a farlo - dare della capra a chi non apprezza l'ultima barricata uscita dal blasonato birrificio XY mi pare francamente un po' eccessivo. Più volte nelle degustazioni che ho condotto ho sentito ad esempio persone chiedermi che cosa penso di una tal birra, affermando che non è di loro gusto, ma di sentirsi quasi "moralmente costretti" a berla da veri o presunti intenditori: un caso estremo per dire che la "fanatizzazione" del settore birrario è controproducente, allontanando anche chi magari sarebbe interessato a saperne di più. Se c'è chi ha gusti diversi dai nostri, ed è nella natura delle cose, spieghiamo il nostro punto di vista ma facciamocene una ragione senza giudicare. Né arrocchiamoci nel sillogismo secondo cui la birra artigianale è sempre buona e quella industriale sempre cattiva: sono due prodotti diversi, e sia nell'uno che nel'altro caso esistono esempi virtuosi e non, l'importante è saperli riconoscere. Se nascono articoli di questo tono - e non mi riferisco solo a questo perché non è il primo -, magari pure infarciti di inesattezze o affermazioni tendenziose, trovo che gli appassionati di birra artigianale debbano chiedersi se non sia stato il loro stesso comportamento a fornire parte del materiale per questi pezzi.Un ultimo punto su cui mi sento chiamata in causa, poi, è quello dei "Fuffblogger". Da giornalista sono la prima a dire che purtroppo nel marasma del web c'è tanta gente - anche giornalisti professionisti miei colleghi - che scrive con scarsa cognizione di causa, senza la formazione adeguata per farlo, sia in termini di ortografia e sintassi che di contenuti. E questi danneggiano il settore intero tanto quanto il birraio che fa birra scadente o il publican che la serve male. Sono arrivata al punto di dovermi spesso "difendere" dall'etichetta di blogger, nella misura in cui il blogger è nella visione comune colui che chiede bottiglie gratis in assaggio e poi spara a zero senza sapere quel che dice, osannato o silurato da lettori che non sanno quel che leggono. Ho sempre difeso e sempre difenderò la professionalità che mi impone di (in)formarmi costantemente, di scrivere solo ed unicamente nel rispetto delle persone e del loro lavoro, di confrontarmi con il birraio sulle perplessità che nutro rispetto ad una sua birra prima di scriverne senza magari avere nemmeno le informazioni necessarie, nonché eventualmente di tacere. Essendo un blog niente più che un mezzo, il problema è come viene usato: e generalizzare considerando i blog e i blogger un male è sbagliato. Piuttosto, come lettori, premiate i blog e le testate validi: condividete i post, sosteneteli come potete (sì, anche economicamente, perché gli articoli che leggete online qualcuno li ha pur scritti: un abbonamento  a un giornale online non è una contraddizione in termini). E dico ai birrai: puntate all'informazione di qualità. Perché anche la buona comunicazione è un elemento fondamentale per andare oltre i luoghi comuni che la reazione all'articolo di Visintin ha messo all'indice.

In quel di Graefelfing

Come alcuni di voi già sanno, la scorsa settimana sono stata a Graefelfing - a pochi km da Monaco di Baviera - per il corso di biersommelier alla Doemens Akademie, tra le maggiori istituzioni a livello internazionale in quanto a formazione e ricerca nel settore birrario. Certamente un passo importante per me e che non è ancora del tutto compiuto, dato che siamo solo a metà del corso; ma che già mi ha consentito di ampliare il mio bagaglio di conoscenze, soprattutto per quanto riguarda l'approccio tedesco all'arte brassicola - perché lì fare birra è una scienza, o almeno questo è il messaggio che passa a livello accademico. Appunto perché il corso non è ancora finito, non mi soffermo su quello; quanto piuttosto su alcune esperienze degustative interessanti che mi è capitato di fare in questa (lunga) settimana.Già nella mia prima serata a Graefelfing ho fatto conoscenza della Uerige, una Altbier - stile pressoché sconosciuto in Italia, originario della zona di Duesseldorf, che ha la peculiarità di usare un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse. Una birra sui generis all'interno dello stile: di colore marrone scuro, ha profumi tostati particolarmente intensi con qualche punta fruttata; e al corpo, che sa essere snello nonostante le note tostate siano ben presenti anche bocca, segue un finale di un amaro pieno per quanto non troppo persistente. Neanche 5 gradi e sentirli tutti, anzi di più, data la ricchezza di questa birra a livello sensoriale.La vera "maratona" a livello degustativo è stata però la serata al Brauereigashof Hotel Aying, dopo aver visitato il birrificio Ayinger: quattro portate abbinate ad altrettante birre, rigorosamente brassate secondo l'editto di purezza e senza concedersi troppe libertà rispetto allo stile di riferimento - un po' l'approccio maggioritario in Germania: non famolo strano, ma famolo "pulito". La cena si è aperta con un filetto di trota alle erbette di campo con cavolfiere marinato e crema di peperoni rossi, abbinato ad una Pils. Sulla carta l'abbinamento mi aveva lasciata abbastanza perplessa, ma in realtà il leggero affumicato della trota ha fatto perfettamente il paio con l'amaro ebaceo della pils - stile peraltro adatto a non sovrastare i sapori - ulteriormente contrastato dalla dolcezza del peperone. Interessante anche il gioco tra la morbidezza del filetto e la croccantezza delle verdure, che alla rosa di diversi sapori ha aggiunto la rosa di diverse consistenze.Come in tutte le cucine del centro-nord Europa, non poteva poi mancare la zuppa: in questo caso un ristretto di manzo, con uno knell (piccolo gnocco) di semolino all'erba cipollina e coriandoli di verdura, abbinato ad una Fruehlingsbier (birra di primavera, che predilige i toni dolci dolci e maltati). Qui l'abbinamento mi ha lasciata un po' più perplessa, nel senso che andare ad aggiungere dolcezza ad un brodo già di per sé molto saporito mi è sembrata un po' una forzatura; è altrettanto vero però che una birra del genere ha avuto la funzione di accompagnare il passaggio dall'umami deciso (eh già, umami is the new flavour: il famoso sapore identificato con il salato tipico di alcune pietanze orientali, o con il glutammato dei nostri dadi da brodo) della zuppa, al dolce mielato più delicato della birra, fino alla chiusura su un amaro gentile che smorzava i sapori precedenti.Piatto centrale è stato il brasato di bue con sedano glassato e purè di patate al rafano, abbinato alla Urweisse: una weizen dal colore quasi ambrato e dalla notevole presenza di lievito, dai caratteristici aromi speziati e di banana, più piena delle weizen classiche in quanto a corpo e con un sottile amaro finale. Ancor più che alla carne l'ho vista accompagnarsi bene al puré, grazie al curioso gioco tra l'acidità del rafano e i toni di frumento della birra.Infine il semifreddo alla birra con mini brioche accompagnato dalla Celebrator, la doppelbock della casa. In effetti come periodo c'eravamo: le Doppelbock sono storicamente state create dai monaci per affrontare il digiuno quaresimale grazie alla loro ricchezza nutritiva, e un grado alcolico più basso di quanto ci si potrebbe immaginare da una birra del genere (6,7 gradi, in Belgio sarebbe considerata poco più che acqua fresca). Profumi di caramello, frutta sotto spirito, finanche liquirizia - con qualche nota tra il vinoso e liquoroso - fanno da apripista ad un corpo ben pieno in cui i malti tostati (e il colore non lascia dubbio) fanno sentire tutta la loro forza, prima di un finale sì dolce e alcolico ma più attenuato di quanto ci si possa aspettare. Anche qui, la pienezza di questa birra farebbe presupporre un grado alcolico più elevato; senza tuttavia pregiudicare una relativa facilità di beva. Personalmente ho apprezzato l'accostamento tra due dolcezze diverse, quella maltata della birra e quella pannosa del gelato; due dolcezze in cui proprio la componente del cereale fungeva da trait d'union, essendo presente in entrambi. Una nota di merito al servizio impeccabile, oltre che al cuoco o cuochi che fossero.Naturalmente il corso ha riservato molte altre degustazioni, coronate dall'esame finale del sabato (sei birre e sei difetti alla cieca); nonché condite dal confronto tra di noi, persone di provenienze e professionalità diverse - birrai, distributori, publican, ristoratori....-, e che è quindi risultato non meno importante delle lezioni propriamente intese. Un grazie a tutti i miei compagni di corso, e arrivederci a Santarcangelo di Romagna!

In quel di Graefelfing

Come alcuni di voi già sanno, la scorsa settimana sono stata a Graefelfing - a pochi km da Monaco di Baviera - per il corso di biersommelier alla Doemens Akademie, tra le maggiori istituzioni a livello internazionale in quanto a formazione e ricerca nel settore birrario. Certamente un passo importante per me e che non è ancora del tutto compiuto, dato che siamo solo a metà del corso; ma che già mi ha consentito di ampliare il mio bagaglio di conoscenze, soprattutto per quanto riguarda l'approccio tedesco all'arte brassicola - perché lì fare birra è una scienza, o almeno questo è il messaggio che passa a livello accademico. Appunto perché il corso non è ancora finito, non mi soffermo su quello; quanto piuttosto su alcune esperienze degustative interessanti che mi è capitato di fare in questa (lunga) settimana.Già nella mia prima serata a Graefelfing ho fatto conoscenza della Uerige, una Altbier - stile pressoché sconosciuto in Italia, originario della zona di Duesseldorf, che ha la peculiarità di usare un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse. Una birra sui generis all'interno dello stile: di colore marrone scuro, ha profumi tostati particolarmente intensi con qualche punta fruttata; e al corpo, che sa essere snello nonostante le note tostate siano ben presenti anche bocca, segue un finale di un amaro pieno per quanto non troppo persistente. Neanche 5 gradi e sentirli tutti, anzi di più, data la ricchezza di questa birra a livello sensoriale.La vera "maratona" a livello degustativo è stata però la serata al Brauereigashof Hotel Aying, dopo aver visitato il birrificio Ayinger: quattro portate abbinate ad altrettante birre, rigorosamente brassate secondo l'editto di purezza e senza concedersi troppe libertà rispetto allo stile di riferimento - un po' l'approccio maggioritario in Germania: non famolo strano, ma famolo "pulito". La cena si è aperta con un filetto di trota alle erbette di campo con cavolfiere marinato e crema di peperoni rossi, abbinato ad una Pils. Sulla carta l'abbinamento mi aveva lasciata abbastanza perplessa, ma in realtà il leggero affumicato della trota ha fatto perfettamente il paio con l'amaro ebaceo della pils - stile peraltro adatto a non sovrastare i sapori - ulteriormente contrastato dalla dolcezza del peperone. Interessante anche il gioco tra la morbidezza del filetto e la croccantezza delle verdure, che alla rosa di diversi sapori ha aggiunto la rosa di diverse consistenze.Come in tutte le cucine del centro-nord Europa, non poteva poi mancare la zuppa: in questo caso un ristretto di manzo, con uno knell (piccolo gnocco) di semolino all'erba cipollina e coriandoli di verdura, abbinato ad una Fruehlingsbier (birra di primavera, che predilige i toni dolci dolci e maltati). Qui l'abbinamento mi ha lasciata un po' più perplessa, nel senso che andare ad aggiungere dolcezza ad un brodo già di per sé molto saporito mi è sembrata un po' una forzatura; è altrettanto vero però che una birra del genere ha avuto la funzione di accompagnare il passaggio dall'umami deciso (eh già, umami is the new flavour: il famoso sapore identificato con il salato tipico di alcune pietanze orientali, o con il glutammato dei nostri dadi da brodo) della zuppa, al dolce mielato più delicato della birra, fino alla chiusura su un amaro gentile che smorzava i sapori precedenti.Piatto centrale è stato il brasato di bue con sedano glassato e purè di patate al rafano, abbinato alla Urweisse: una weizen dal colore quasi ambrato e dalla notevole presenza di lievito, dai caratteristici aromi speziati e di banana, più piena delle weizen classiche in quanto a corpo e con un sottile amaro finale. Ancor più che alla carne l'ho vista accompagnarsi bene al puré, grazie al curioso gioco tra l'acidità del rafano e i toni di frumento della birra.Infine il semifreddo alla birra con mini brioche accompagnato dalla Celebrator, la doppelbock della casa. In effetti come periodo c'eravamo: le Doppelbock sono storicamente state create dai monaci per affrontare il digiuno quaresimale grazie alla loro ricchezza nutritiva, e un grado alcolico più basso di quanto ci si potrebbe immaginare da una birra del genere (6,7 gradi, in Belgio sarebbe considerata poco più che acqua fresca). Profumi di caramello, frutta sotto spirito, finanche liquirizia - con qualche nota tra il vinoso e liquoroso - fanno da apripista ad un corpo ben pieno in cui i malti tostati (e il colore non lascia dubbio) fanno sentire tutta la loro forza, prima di un finale sì dolce e alcolico ma più attenuato di quanto ci si possa aspettare. Anche qui, la pienezza di questa birra farebbe presupporre un grado alcolico più elevato; senza tuttavia pregiudicare una relativa facilità di beva. Personalmente ho apprezzato l'accostamento tra due dolcezze diverse, quella maltata della birra e quella pannosa del gelato; due dolcezze in cui proprio la componente del cereale fungeva da trait d'union, essendo presente in entrambi.Naturalmente il corso ha riservato molte altre degustazioni, coronate dall'esame finale del sabato (sei birre e sei difetti alla cieca); nonché condite dal confronto tra di noi, persone di provenienze e professionalità diverse - birrai, distributori, publican, ristoratori....-, e che è quindi risultato non meno importante delle lezioni propriamente intese. Un grazie a tutti i miei compagni di corso, e arrivederci a Santarcangelo di Romagna!

Una serata con Foglie d’Erba

Da qualche tempo non avevo occasione di degustare una birra di Foglie d'Erba, birrificio spesso sotto i riflettori date le notevoli performance ai concorsi - di cui l'ultimo, Birra dell'Anno, appena concluso: così con piacere ho partecipato alla serata organizzata alla Brasserie, con il birraio Gino Perissutti. La serata prevedeva tre birre con altrettanti abbinamenti: la birra di frumento Joyce con la frittata alle erbe e patate, la tripel Gentle Giant con la polenta e formaggio erborinato, e la porter Hot Night at the Villlage Breakfast Edition con la gubana. Ho colto l'occasione per fare due parole con Gino a proposito della Joyce, una birra che volutamente sfugge a qualsiasi categorizzazione in uno stile preciso e che per questo ho definito (come del resto fa Gino stesso) semplicemente "birra di frumento". C'è chi afferma di cogliere aroma di banana, ma non è una weizen; qualcuno la classifica come blanche perché usa un lievito belga, frumento non maltato (un 40%), coriandolo e bucce d'arancia; eppure all'aroma non la si direbbe del tutto tale, data la robusta presenza del frumento mentre lievito e speziatura rimangono nelle retrovie. Una birra sui generis dunque, che Gino ha volutamente - così mi ha confermato ieri sera, quando gli ho chiesto delucidazioni - costruito come tale. La freschezza della Joyce e la leggera acidità finale si accostano bene al sapore dell'uovo, lasciando la bocca pulita - ho trovato cozzasse un po' di più con quello delle patate, ma la lascio come mia opinione-; fondamentalmente è comunque una birra versatile, data la sua facilità di beva e la sua delicatezza complessiva.Del tutto indovinato ho trovato il secondo abbinamento, Gentle Giant con polenta e formaggio erborinato. Anche qui ho voluto scambiare due parole con Gino, in quanto si tratta di una birra che mi ha sempre lasciata perplessa: nel panorama di Foglie d'Erba, perlopiù di impronta anglosassone e dalle luppolature ben studiate, una dolce tripel di puro stampo belga ci azzecca poco. Semplice desiderio di sperimentare qualcosa di diverso, o c'è di più? Gino è una persona semplice, e quindi semplice è stata anche la risposta: volevo fare una birra diversa dalle altre, le tripel mi piacciono, e quindi ho fatto una tripel. Elementare, Watson. Stesso ragionamento anche per la Golem, una pils, unica bassa fermentazione di Foglie d'Erba. Come da stile, l'aroma unisce i toni caramellati del malto a quelli speziati e fruttati del lievito, con qualche punta alcolica (dopotutto fa 8 gradi); ma nonostante la dolcezza predominante al palato e l'assenza di amaro percepibile nel finale, chiude in maniera più secca di quanto ci si potrebbe aspettare. Ho trovato che si sposasse quindi bene con il formaggio fuso, andando a contrastare la sapidità con la dolcezza e la componente grassa con la secchezza finale.Da ultimo la gubana con la Hot Night at the Village, nella sua versione con bacche di vaniglia del Madagascar e cacao. Per quanto l'abbinamento avesse il suo perché, accostando la frutta secca della gubana ai toni di cacao, la Hot Night at The Village - soprattutto in questa versione - rimane una birra da godersi così com'è, almeno a mio parere: tra i sapori di cacao ben spiccati, quelli tostati e di caffè, e i sentori di vaniglia, la complessità è tale da poter essere colta al meglio "da sola", magari sorseggiando la birra a temperature diverse per coglierne i cambiamenti - sfruttando peraltro la lunga persistenza, che fa da "ponte" tra assaggi successivi.Una degna conclusione ad una serata piacevole, per la quale ringrazio Gino - per la chiacchierata e le birre -, e Matilde e lo staff - per la cucina e il servizio come sempre ben curati.

Una serata con Foglie d’Erba

Da qualche tempo non avevo occasione di degustare una birra di Foglie d'Erba, birrificio spesso sotto i riflettori date le notevoli performance ai concorsi - di cui l'ultimo, Birra dell'Anno, appena concluso: così con piacere ho partecipato alla serata organizzata alla Brasserie, con il birraio Gino Perissutti. La serata prevedeva tre birre con altrettanti abbinamenti: la birra di frumento Joyce con la frittata alle erbe e patate, la tripel Gentle Giant con la polenta e formaggio erborinato, e la porter Hot Night at the Villlage Breakfast Edition con la gubana. Ho colto l'occasione per fare due parole con Gino a proposito della Joyce, una birra che volutamente sfugge a qualsiasi categorizzazione in uno stile preciso e che per questo ho definito (come del resto fa Gino stesso) semplicemente "birra di frumento". C'è chi afferma di cogliere aroma di banana, ma non è una weizen; qualcuno la classifica come blanche perché usa un lievito belga, frumento non maltato (un 40%), coriandolo e bucce d'arancia; eppure all'aroma non la si direbbe del tutto tale, data la robusta presenza del frumento mentre lievito e speziatura rimangono nelle retrovie. Una birra sui generis dunque, che Gino ha volutamente - così mi ha confermato ieri sera, quando gli ho chiesto delucidazioni - costruito come tale. La freschezza della Joyce e la leggera acidità finale si accostano bene al sapore dell'uovo, lasciando la bocca pulita - ho trovato cozzasse un po' di più con quello delle patate, ma la lascio come mia opinione-; fondamentalmente è comunque una birra versatile, data la sua facilità di beva e la sua delicatezza complessiva.Del tutto indovinato ho trovato il secondo abbinamento, Gentle Giant con polenta e formaggio erborinato. Anche qui ho voluto scambiare due parole con Gino, in quanto si tratta di una birra che mi ha sempre lasciata perplessa: nel panorama di Foglie d'Erba, perlopiù di impronta anglosassone e dalle luppolature ben studiate, una dolce tripel di puro stampo belga ci azzecca poco. Semplice desiderio di sperimentare qualcosa di diverso, o c'è di più? Gino è una persona semplice, e quindi semplice è stata anche la risposta: volevo fare una birra diversa dalle altre, le tripel mi piacciono, e quindi ho fatto una tripel. Elementare, Watson. Stesso ragionamento anche per la Golem, una pils, unica bassa fermentazione di Foglie d'Erba. Come da stile, l'aroma unisce i toni caramellati del malto a quelli speziati e fruttati del lievito, con qualche punta alcolica (dopotutto fa 8 gradi); ma nonostante la dolcezza predominante al palato e l'assenza di amaro percepibile nel finale, chiude in maniera più secca di quanto ci si potrebbe aspettare. Ho trovato che si sposasse quindi bene con il formaggio fuso, andando a contrastare la sapidità con la dolcezza e la componente grassa con la secchezza finale.Da ultimo la gubana con la Hot Night at the Village, nella sua versione con bacche di vaniglia del Madagascar e cacao. Per quanto l'abbinamento avesse il suo perché, accostando la frutta secca della gubana ai toni di cacao, la Hot Night at The Village - soprattutto in questa versione - rimane una birra da godersi così com'è, almeno a mio parere: tra i sapori di cacao ben spiccati, quelli tostati e di caffè, e i sentori di vaniglia, la complessità è tale da poter essere colta al meglio "da sola", magari sorseggiando la birra a temperature diverse per coglierne i cambiamenti - sfruttando peraltro la lunga persistenza, che fa da "ponte" tra assaggi successivi.Una degna conclusione ad una serata piacevole, per la quale ringrazio Gino - per la chiacchierata e le birre -, e Matilde e lo staff - per la cucina e il servizio come sempre ben curati.

Una giornata a Beer Attraction

Ebbene sì, meglio tardi che mai, ecco il mio resoconto dell'edizione 2017 di Beer Attraction. Un'edizione che, stando al comunicato stampa diffuso dall'organizzazione, si qualifica come "edizione da record": rispetto al 2016 c'è stato un incremento del 42% dei visitatori (20.685), del 23% per gli espositori (430), e un raddoppio netto dei business meeting (600). Un'altra conferma, insomma, che il settore della birra artigianale muove numeri sempre meggiori, sia in termine di pubblico che di operatori di settore; e che qualsiasi analisi su "boom" e "sboom" - e sul sottile confine che li separa - diventa sempre più ardua.Così come arduo diventa, in mezzo a tanti espositori, scegliere dove fermarsi - specie se, come nel mio caso, si ha un solo giorno a disposizione per la visita.La giornata è iniziata con una sosta allo stand di Malastrana, dove ho avuto il piacere di fare una simpatica intervista-recensione dal vivo della loro birra scura - trovate il video qui -, la classica "Cerny" ceca da manuale. Ho poi proseguito il mio giro con una sosta dall'amica Elvira Ackermann, neodiplomata biersommelier Doemens e presidente dell'Associazione Le Donne della Birra, nonché importatrice in esclusiva per l'Italia delle birre belghe senza glutine Green's - alcune con malto d'orzo deglutinato, altre prodotte con cereali naturalmente privi di glutine. A titolo soprattutto di curiosità ho assaggiato la Blond Ale, dall'intensa ma vellutata luppolatura tra il floreale e il fruttato (Saaz, Mittelfruh e Nelson Sauvin). Sotto il profilo del malto (Munich deglutinato) non ho percepito, almeno nell'insieme, differenze rispetto ad altre birre; il che conferma che nel campo delle birre senza glutine, per le quali c'è un crescente interesse di mercato, la ricerca su come produrle al meglio sta facendo progressi significativi.Mi sono poi diretta sulle nuove conoscenze, nella fattispecie Manifattura Birre di Bologna, dove Michele - che dopo l'esperienza di homebrewer ha frequentato un corso tecnico di birraio artigiano con stage presso birrifici affermati, prima di lanciarsi lui stesso nell'avventura un anno fa - mi ha introdotta alle sue cinque birre. Tra tutte mi sono soffermata sulla Kolsch. Una birra in stile, dalla luppolatura floreale molto delicata che lascia spazio alle note quasi mielate del cereale, che continua a dominare nel corpo robusto il giusto prima di chiudere con una nota leggermente acidula e "pulente". Semplice e "da manuale", pulita nel risultato finale.Sono quindi passata ad un nome più noto come Brewfist, dove Roberto mi ha presentato quella che ha definito la loro portabandiera, la West Coast Ipa Spaceman. In effetti, se uno degli obiettivi che molti birrifici artigianali si pongono è quello di avere almeno una birra inequivocabilmente riconoscibile come "propria", la Spaceman si presta bene allo scopo: se all'aroma arrivano note sì intense ma comunque non pugenti di pompelmo, con qualche leggerissimo tono tostato dal cereale, al corpo solo apparentemente scarico (man mano che si scalda si rivela sempre più robusto) fa seguito una luppolatura finale molto intensa capace di unire un po' tutti i descrittori che si possono immaginare per il luppolo - dall'agrume, alla frutta tropicale, al resinoso, all'erbaceo. Indubbiamente qualcosa che non mi era mai capitato di provare prima, così come mai mi era capitato di provare prima El Fernando - Barley Wine terzo di una trilogia denominata "La Trinidad", con lievito saison e maturato per un anno e mezzo in tonneaux da 650 litri di Porto. Porto che risalta in forze all'aroma e prepara ad un Barley Wine che dei vini liquorosi ha tutte le caratteristiche, pur chiudendo con un finale più secco di quanto ci si potrebbe aspettare dopo una rosa di sapori tendenti alla frutta sotto spirito.Altra nuova conoscenza è stato il birrificio The Wall, dove Andrea - che vedete nella foto insieme al fondatore di Accademia delle Birre, Paolo Erne - ci ha onorati stappando un american barley wine brettato maturato per 6 mesi in botte di rovere. Una brettatura morbida per un barley wine facilissimo da bere nonostrante i nove gradi, complice un finale relativamente secco e di un amaro netto e intenso, che "pulisce" da qualsiasi nota alcolica residua. Al di là di questo fuori programma, Andrea mi ha illustrato la decina di birre che The Wall produce, tutte contraddistinte non solo da una particolare cura nella grafica dell'etichetta, ma anche da una decisa volontà di puntare sulla luppolatura come via maestra per la facilità di beva. Tra le tante ho assaggiato quella più "sperimentale", la Sjavàr Bjòr, una amber ale con aggiunta di sale alla liquirizia islandese: non immaginatevi però una simil Gose, perché amber ale è e amber ale rimane - previlengiando comunque la componente luppolata su quella caramellata, dimostrando più dei suoi 25 ibu - per chiudere con la leggera nota sapida e balsamica data dal sale alla liquirizia.Altra visita interessante è stata quella da Brùton, di cui ho provato la Blanche prodotta con farro a crudo della Garfagnana, buccia d'arancia e pepe bianco - notevole per la sua delicatezza, data la sobrietà della componente del lievtio e la fragranza di pane fresco - nonché quella da Oldo, birrificio agricolo della provincia di Reggio Emilia, fresco di premio per la sua Casta e Pura (terza classificata a Birra dell'Anno nella categoria "birre alla castagna"). Diciamocelo: pur rimanendo del tutto riconoscibile lo stile di base - scottish ale -, devono piacervi le caldarroste, dato che l'utilizzo di castagne essiccate un mese su legno di castagno (secondo una particolare procedura usata in quelle zone) dà aromi di affumicati importanti. In prima battuta, a temperatura un po' più fredda, avevo comunque definito come "vellutata e non invadente" la componente delle castagne; a temperatura più alta devo però ammettere che, per quanto a rigor di logica anche i toni del malto risultino più robusti man mano che la birra si scalda, quelli affumicati - nonché il finale leggermente acidulo della castagna - sembravano guadagnare vigore più velocemente; facendo così percepire maggiormente lo scarto tra le castagne e il corpo, che rimane non molto vigoroso. Forse, opinione mia, un corpo leggermente più robusto avrebbe giovato all'equilibrio complessivo di una birra che presenta indubbiamente una sua originalità.Naturalmente ci sono state anche altre visite - simpatica quella al Benaco 70, che in collaborazione con Frigo Nord e Sweet Bike ha presentato la "Beer Bike": scordatevi i gelati, sul lungolago di Garda i carretti spilleranno birra -; ma mi limito qui ad un riassunto. Su tutto, una considerazione generale: se una volta, quando chiedevo quale fosse la filosofia di produzione, la risposta era molto spesso "faccio le birre che piacciono a me", ora molto più di frequente si punta a birre di facile beva, semplici, che possano andare incontro a gusti sempre più ampi ed essere consumate in quantità. Una tendenza, mi verrebbe da dire, che fa il paio con la "riscoperta" degli stili tradizionalmente votati alle grandi bevute - dalle Marzen, alle Pils, a tutta la gamma delle variegate summer ale. A cui fa da contrappeso, viceversa, il crescere del segmento delle fermentazioni spontanee e e soprattutto delle barricate, di cui invece è assai improbabile bere due pinte di fila, ma che si prestano invece ad una degustazione più lenta e attenta. Due tendenze che possono essere viste come due facce della stessa medaglia, in quanto entrambe figlie da un lato della volontà di ritrovare il piacere di bere senza troppe elucubrazioni e di abbracciare un mercato più largo - di necessità virtù, verrebbe da dire -, e dall'altro di quella di percorrere vie diverse dal passato quando si tratta di sperimentare. Pare si lavori quindi nella direzione di tenere insieme il fatto di rivolgersi al vasto pubblico e quello di accontentare palati più esigenti, che ormai non si fanno più "incantare" solo da luppolature mirabolanti, ma cercano prodotti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati patrimonio di una ristretta cerchia di intenditori.

Una giornata a Beer Attraction

Ebbene sì, meglio tardi che mai, ecco il mio resoconto dell'edizione 2017 di Beer Attraction. Un'edizione che, stando al comunicato stampa diffuso dall'organizzazione, si qualifica come "edizione da record": rispetto al 2016 c'è stato un incremento del 42% dei visitatori (20.685), del 23% per gli espositori (430), e un raddoppio netto dei business meeting (600). Un'altra conferma, insomma, che il settore della birra artigianale muove numeri sempre meggiori, sia in termine di pubblico che di operatori di settore; e che qualsiasi analisi su "boom" e "sboom" - e sul sottile confine che li separa - diventa sempre più ardua.Così come arduo diventa, in mezzo a tanti espositori, scegliere dove fermarsi - specie se, come nel mio caso, si ha un solo giorno a disposizione per la visita. Ho iniziato il mio giro con una sosta dall'amica Elvira Ackermann, neodiplomata biersommelier Doemens e presidente dell'Associazione Le Donne della Birra, nonché importatrice in esclusiva per l'Italia delle birre belghe senza glutine Green's - alcune con malto d'orzo deglutinato, altre prodotte con cereali naturalmente privi di glutine. A titolo soprattutto di curiosità ho assaggiato la Blond Ale, dall'intensa ma vellutata luppolatura tra il floreale e il fruttato (Saaz, Mittelfruh e Nelson Sauvin). Sotto il profilo del malto (Munich deglutinato) non ho percepito, almeno nell'insieme, differenze rispetto ad altre birre; il che conferma che nel campo delle birre senza glutine, per le quali c'è un crescente interesse di mercato, la ricerca su come produrle al meglio sta facendo progressi significativi.Mi sono poi diretta sulle nuove conoscenze, nella fattispecie Manifattura Birre di Bologna, dove Michele - che dopo l'esperienza di homebrewer ha frequentato un corso tecnico di birraio artigiano con stage presso birrifici affermati, prima di lanciarsi lui stesso nell'avventura un anno fa - mi ha introdotta alle sue cinque birre. Tra tutte mi sono soffermata sulla Kolsch. Una birra in stile, dalla luppolatura floreale molto delicata che lascia spazio alle note quasi mielate del cereale, che continua a dominare nel corpo robusto il giusto prima di chiudere con una nota leggermente acidula e "pulente". Semplice e "da manuale", pulita nel risultato finale.Sono quindi passata a nomi più noti come Brewfist, dove Roberto mi ha presentato quella che ha definito la loro portabandiera, la West Coast Ipa Spaceman. In effetti, se uno degli obiettivi che molti birrifici artigianali si pongono è quello di avere almeno una birra inequivocabilmente riconoscibile come "propria", la Spaceman si presta bene allo scopo: se all'aroma arrivano note sì intense ma comunque non pugenti di pompelmo, con qualche leggerissimo tono tostato dal cereale, al corpo solo apparentemente scarico (man mano che si scalda si rivela sempre più robusto) fa seguito una luppolatura finale molto intensa capace di unire un po' tutti i descrittori che si possono immaginare per il luppolo - dall'agrume, alla frutta tropicale, al resinoso, all'erbaceo. Indubbiamente qualcosa che non mi era mai capitato di provare prima, così come mai mi era capitato di provare prima El Fernando - Barley Wine terzo di una trilogia denominata "La Trinidad", con lievito saison e maturato per un anno e mezzo in tonneaux da 650 litri di Porto. Porto che risalta in forze all'aroma e prepara ad un Barley Wine che dei vini liquorosi ha tutte le caratteristiche, pur chiudendo con un finale più secco di quanto ci si potrebbe aspettare dopo una rosa di sapori tendenti alla frutta sotto spirito.Altra nuova conoscenza è stato il birrificio The Wall, dove Andrea - che vedete nella foto insieme al fondatore di Accademia delle Birre, Paolo Erne - ci ha onorati stappando un american barley wine brettato maturato per 6 mesi in botte di rovere. Una brettatura morbida per un barley wine facilissimo da bere nonostrante i nove gradi, complice un finale relativamente secco e di un amaro netto e intenso, che "pulisce" da qualsiasi nota alcolica residua. Al di là di questo fuori programma, Andrea mi ha illustrato la decina di birre che The Wall produce, tutte contraddistinte non solo da una particolare cura nella grafica dell'etichetta, ma anche da una decisa volontà di puntare sulla luppolatura come via maestra per la facilità di beva. Tra le tante ho assaggiato quella più "sperimentale", la Sjavàr Bjòr, una amber ale con aggiunta di sale alla liquirizia islandese: non immaginatevi però una simil Gose, perché amber ale è e amber ale rimane - previlengiando comunque la componente luppolata su quella caramellata, dimostrando più dei suoi 25 ibu - per chiudere con la leggera nota sapida e balsamica data dal sale alla liquirizia.Altra visita interessante è stata quella da Brùton, di cui ho provato la Blanche prodotta con farro a crudo della Garfagnana, buccia d'arancia e pepe bianco - notevole per la sua delicatezza, data la sobrietà della componente del lievtio e la fragranza di pane fresco - nonché quella da Oldo, birrificio agricolo della provincia di Reggio Emilia, fresco di premio per la sua Casta e Pura (terza classificata a Birra dell'Anno nella categoria "birre alla castagna"). Diciamocelo: pur rimanendo del tutto riconoscibile lo stile di base - scottish ale -, devono piacervi le caldarroste, dato che l'utilizzo di castagne essiccate un mese su legno di castagno (secondo una particolare procedura usata in quelle zone) dà aromi di affumicati importanti. In prima battuta, a temperatura un po' più fredda, avevo comunque definito come "vellutata e non invadente" la componente delle castagne; a temperatura più alta devo però ammettere che, per quanto a rigor di logica anche i toni del malto risultino più robusti man mano che la birra si scalda, quelli affumicati - nonché il finale leggermente acidulo della castagna - sembravano guadagnare vigore più velocemente; facendo così percepire maggiormente lo scarto tra le castagne e il corpo, che rimane non molto vigoroso. Forse, opinione mia, un corpo leggermente più robusto avrebbe giovato all'equilibrio complessivo di una birra che presenta indubbiamente una sua originalità.Naturalmente ci sono state anche altre visite - simpatica quella al Benaco 70, che in collaborazione con Frigo Nord e Sweet Bike ha presentato la "Beer Bike": scordatevi i gelati, sul lungolago di Garda i carretti spilleranno birra -; ma mi limito qui ad un riassunto. Su tutto, una considerazione generale: se una volta, quando chiedevo quale fosse la filosofia di produzione, la risposta era molto spesso "faccio le birre che piacciono a me", ora molto più di frequente si punta a birre di facile beva, semplici, che possano andare incontro a gusti sempre più ampi ed essere consumate in quantità. Una tendenza, mi verrebbe da dire, che fa il paio con la "riscoperta" degli stili tradizionalmente votati alle grandi bevute - dalle Marzen, alle Pils, a tutta la gamma delle variegate summer ale. A cui fa da contrappeso, viceversa, il crescere del segmento delle fermentazioni spontanee e e soprattutto delle barricate, di cui invece è assai improbabile bere due pinte di fila, ma che si prestano invece ad una degustazione più lenta e attenta. Due tendenze che possono essere viste come due facce della stessa medaglia, in quanto entrambe figlie da un lato della volontà di ritrovare il piacere di bere senza troppe elucubrazioni e di abbracciare un mercato più largo - di necessità virtù, verrebbe da dire -, e dall'altro di quella di percorrere vie diverse dal passato quando si tratta di sperimentare. Pare si lavori quindi nella direzione di tenere insieme il fatto di rivolgersi al vasto pubblico e quello di accontentare palati più esigenti, che ormai non si fanno più "incantare" solo da luppolature mirabolanti, ma cercano prodotti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati patrimonio di una ristretta cerchia di intenditori.

Quattro giorni a…cucinare

Beh, chi mi conosce sa che come titolo sarebbe poco credibile: mai e poi mai passerei quattro giorni ai fornelli, già è tanto se riesco a mettere insieme (anzi, "mettere vicino", come dicono qui in Friuli) il minimo sindacale per il pranzo e per la cena. Mi sto riferendo ai quattro giorni della fiera Cucinare a Pordenone - dall'11 al 14 febbraio -, dove anche quest'anno ho avuto il piacere di condurre le degustazioni per i birrifici presenti.La degustazione del sabato è stata dedicata al Birrificio Italiano e a Birra Galassia, andando ad unire uno dei marchi "storici" della birra artigianale italiana ad uno di quelli più recenti. Ho avuto il piacere di assaggiare la Dunkelweiss Vudù, una weizen scura che ai "canonici" profumi del lievito - banana matura, crosta di pane - unisce quelli del malto scuro che vanno dal tostato dalla caramella  - meglio definito come "toffee"...ma personalmente preferisco il termine "caramella". A questa è seguita la Bibock, una bock che, pur non discostandosi troppo dallo stile, vede nel finale più secco, netto e delicatamente amaro il tocco personale di Agostino Arioli. Galassia ha portato due birre di cui già ho parlato a più riprese nel blog, la saison ipa Galassia e belgian stout Maan; entrambe si confermano come birre se non fuori stile quantomeno sui generis, che incontrano sempre il favore del pubblico. Di rilevanza anche gli abbinamenti, dal carpaccio di manzo cotto a bassa temperatura della macelleria Vincenzutto per la Bibock, alla focaccia di Marazzoli per la Vudu, al frant dell'azienda agricola Gortani per la Galassia, fino al cioccolato fondente di Pura Delizia per la Maan.La domenica ha visto in scena Birra di Naon e Birra di Meni. Il primo ha portato la sua common lager Medunia, di cui già avevo parlato, e la nuova nata Blecs, che ho assaggiato per la prima volta: un'american red ale che mette insieme l'orzo torrefatto non maltato coltivato nelle valli bellunesi, il grano saraceno (di qui il nome "Blecs", in riferimento ai tipici maltagliati friulani a base di grano saraceno) e il cumino coltivato ad Andreis. Se l'aroma fa risaltare di più la componente tra il dolce e l'arrostito del malto, è assai notevole il finale in cui le note balsamiche del cumino vanno a sposarsi con la delicata luppolatura americana, per chiudere in maniera "pulita". Una birra che mi sento di poter definire un passo avanti nel percorso birrario di Paolo Costalonga, sia in termini di originalità della ricetta che di equlibrio del risultato finale. Qui meritano una nota gli abbinamenti, ossia il trancetto di trota affumicata e la polenta con ragù di trota e pomodorino confit preparati da Alberto di Trota Blu: delle piccole opere d'arte anche a vedersi, oltre che buoni e assai azzeccati nell'accostamento. Meni ha invece portato Siriviela e Grava, già note ai lettori di questo blog; e anche in questo caso non posso non citare l'ultimo abbinamento, ossia Grava con Frant alle noci e pere candite di Les Trois Chef Fvg, che ha davvero creato - grazie alla frutta secca e al sapore deciso del formaggio - un gioco di contrasti forte ed assai interessante con questa ipa molto decisa.Lunedì è stata la volta di birra Praforte con la Alpina, versione più leggera e fresca della Bionda con note agrumate date dal Mandarina Bavaria in dry hopping, abbinata al formaggio a latte crudo della latteria di Aviano; e di B2O, con la blanche Terra - caratterizzata dal connubio tra coriandolo e scorza d'arancia, evidente all'olfatto ma che dona una sensazione di pulizia anche sul finale - e abbinata al crostino di trota affumicata di Trota Blu. Istruttivo poi l'accostamento tra la Nera di Praforte, che utilizza sì un lievito da alta fermentazione ma a temperature da bassa, e la stout Renera di B2O - entrambe accompagnate dalla cioccolata fondente di Adelia Di Fant -: meno aromatica e dai sapori più arrostiti e di caramella la prima, intensamente profumata di cacao, liquirizia e caffè la seconda. Se la prima risulta peraltro molto secca, anche la seconda è discretamente attenuata per il genere.Da ultimo, due birrifici per me nuovi: Il Maglio di Galliera Veneta e Birra del Grillo di San Pietro di Cadore. Il primo è per ora un beerfirm - ma l'impianto è in arrivo, e i cinque soci non sono "novellini" avendo perfezionato anni di homebrewing con la scuola Dieffe - ed ha meno di un anno di vita; mentre il secondo è attivo già dal 2007 e prende il nome da Maurilio De Zolt, detto "Grillo", campione di sci di fondo e padre del titolare. Il Maglio ha portato la Summer Ale e la Saison, abbinate rispettivamente ad un crostino con il prosciutto cotto del prosciuttificio Branchi e alla ricotta di Friulmont: entrambe birre in stile, senza particolari fronzoli, e con la filosofia della semplicità di beva - una nota merita la luppolatura agrumata della Summer Ale, che ho trovato particolarmente delicata ed elegante. Birra del Grillo ha portato invece la pils Par Nei ("per noi" nel dialetto locale, intesa come birra conviviale) e l'ambrata belga Piai - abbinate rispettivamente ai crostini di mais del Molino De March e ai canederli della ditta Croera su letto di cavolo viola, abilmente preparati dallo chef - nonché titolare - presente. La prima è una birra che vuol essere appunto semplice e conviviale, la classica pils di impronta tedesca, "misurata" sotto il profilo del'aroma, della corposità del cereale e dell'amaro; la seconda è invece decisamente dolce, dall'aroma tra la frutta matura e il liquoroso, con i toni caramellati che la fanno da padroni sia al palato che al retrolfatto.Sicuramente ci sarebbe molto altro da dire, ma per ovvie ragioni di leggibilità mi fermo qui. Concludo però, oltre che con un doveroso ringraziamento a tutto lo staff del Cucinare, ai birrai, ai ragazzi delle scuole alberghiere e ai sommelier che hanno fatto servizio, con una piacevole considerazione su come nelle quattro serate si sia sempre creata una buona intesa tra il pubblico, i birrai e me che conducevo: il che è certamente la maniera migliore per fare quella "cultura della birra artigianale" di cui tanto si parla, promuovendo non solo il prodotto che si sta bevendo ma il settore nel suo insieme.

Quattro giorni a…cucinare

Beh, chi mi conosce sa che come titolo sarebbe poco credibile: mai e poi mai passerei quattro giorni ai fornelli, già è tanto se riesco a mettere insieme (anzi, "mettere vicino", come dicono qui in Friuli) il minimo sindacale per il pranzo e per la cena. Mi sto riferendo ai quattro giorni della fiera Cucinare a Pordenone - dall'11 al 14 febbraio -, dove anche quest'anno ho avuto il piacere di condurre le degustazioni per i birrifici presenti.La degustazione del sabato è stata dedicata al Birrificio Italiano e a Birra Galassia, andando ad unire uno dei marchi "storici" della birra artigianale italiana ad uno di quelli più recenti. Ho avuto il piacere di assaggiare la Dunkelweiss Vudù, una weizen scura che ai "canonici" profumi del lievito - banana matura, crosta di pane - unisce quelli del malto scuro che vanno dal tostato dalla caramella  - meglio definito come "toffee"...ma personalmente preferisco il termine "caramella". A questa è seguita la Bibock, una bock che, pur non discostandosi troppo dallo stile, vede nel finale più secco, netto e delicatamente amaro il tocco personale di Agostino Arioli. Galassia ha portato due birre di cui già ho parlato a più riprese nel blog, la saison ipa Galassia e belgian stout Maan; entrambe si confermano come birre se non fuori stile quantomeno sui generis, che incontrano sempre il favore del pubblico. Di rilevanza anche gli abbinamenti, dal carpaccio di manzo cotto a bassa temperatura della macelleria Vincenzutto per la Bibock, alla focaccia di Marazzoli per la Vudu, al frant dell'azienda agricola Gortani per la Galassia, fino al cioccolato fondente di Pura Delizia per la Maan.La domenica ha visto in scena Birra di Naon e Birra di Meni. Il primo ha portato la sua common lager Medunia, di cui già avevo parlato, e la nuova nata Blecs, che ho assaggiato per la prima volta: un'american red ale che mette insieme l'orzo torrefatto non maltato coltivato nelle valli bellunesi, il grano saraceno (di qui il nome "Blecs", in riferimento ai tipici maltagliati friulani a base di grano saraceno) e il cumino coltivato ad Andreis. Se l'aroma fa risaltare di più la componente tra il dolce e l'arrostito del malto, è assai notevole il finale in cui le note balsamiche del cumino vanno a sposarsi con la delicata luppolatura americana, per chiudere in maniera "pulita". Una birra che mi sento di poter definire un passo avanti nel percorso birrario di Paolo Costalonga, sia in termini di originalità della ricetta che di equlibrio del risultato finale. Qui meritano una nota gli abbinamenti, ossia il trancetto di trota affumicata e la polenta con ragù di trota e pomodorino confit preparati da Alberto di Trota Blu: delle piccole opere d'arte anche a vedersi, oltre che buoni e assai azzeccati nell'accostamento. Meni ha invece portato Siriviela e Grava, già note ai lettori di questo blog; e anche in questo caso non posso non citare l'ultimo abbinamento, ossia Grava con Frant alle noci e pere candite di Les Trois Chef Fvg, che ha davvero creato - grazie alla frutta secca e al sapore deciso del formaggio - un gioco di contrasti forte ed assai interessante con questa ipa molto decisa.Lunedì è stata la volta di birra Praforte con la Alpina, versione più leggera e fresca della Bionda con note agrumate date dal Mandarina Bavaria in dry hopping, abbinata al formaggio a latte crudo della latteria di Aviano; e di B2O, con la blanche Terra - caratterizzata dal connubio tra coriandolo e scorza d'arancia, evidente all'olfatto ma che dona una sensazione di pulizia anche sul finale - e abbinata al crostino di trota affumicata di Trota Blu. Istruttivo poi l'accostamento tra la Nera di Praforte, che utilizza sì un lievito da alta fermentazione ma a temperature da bassa, e la stout Renera di B2O - entrambe accompagnate dalla cioccolata fondente di Adelia Di Fant -: meno aromatica e dai sapori più arrostiti e di caramella la prima, intensamente profumata di cacao, liquirizia e caffè la seconda. Se la prima risulta peraltro molto secca, anche la seconda è discretamente attenuata per il genere.Da ultimo, due birrifici per me nuovi: Il Maglio di Galliera Veneta e Birra del Grillo di San Pietro di Cadore. Il primo è per ora un beerfirm - ma l'impianto è in arrivo, e i cinque soci non sono "novellini" avendo perfezionato anni di homebrewing con la scuola Dieffe - ed ha meno di un anno di vita; mentre il secondo è attivo già dal 2007 e prende il nome da Maurilio De Zolt, detto "Grillo", campione di sci di fondo e padre del titolare. Il Maglio ha portato la Summer Ale e la Saison, abbinate rispettivamente ad un crostino con il prosciutto cotto del prosciuttificio Branchi e alla ricotta di Friulmont: entrambe birre in stile, senza particolari fronzoli, e con la filosofia della semplicità di beva - una nota merita la luppolatura agrumata della Summer Ale, che ho trovato particolarmente delicata ed elegante. Birra del Grillo ha portato invece la pils Par Nei ("per noi" nel dialetto locale, intesa come birra conviviale) e l'ambrata belga Piai - abbinate rispettivamente ai crostini di mais del Molino De March e ai canederli della ditta Croera su letto di cavolo viola, abilmente preparati dallo chef - nonché titolare - presente. La prima è una birra che vuol essere appunto semplice e conviviale, la classica pils di impronta tedesca, "misurata" sotto il profilo del'aroma, della corposità del cereale e dell'amaro; la seconda è invece decisamente dolce, dall'aroma tra la frutta matura e il liquoroso, con i toni caramellati che la fanno da padroni sia al palato che al retrolfatto.Sicuramente ci sarebbe molto altro da dire, ma per ovvie ragioni di leggibilità mi fermo qui. Concludo però, oltre che con un doveroso ringraziamento a tutto lo staff del Cucinare, ai birrai, ai ragazzi delle scuole alberghiere e ai sommelier che hanno fatto servizio, con una piacevole considerazione su come nelle quattro serate si sia sempre creata una buona intesa tra il pubblico, i birrai e me che conducevo: il che è certamente la maniera migliore per fare quella "cultura della birra artigianale" di cui tanto si parla, promuovendo non solo il prodotto che si sta bevendo ma il settore nel suo insieme.

Birre artigianali per tutte le stagioni: qualche riflessione

Ho avuto il piacere di condurre nella serata del 31 gennaio la degustazione "Birre artigianali per tutte le stagioni", organizzata dall'Associazione Birrai Artigiani Fvg e Confartigianato Udine. Non mi soffermo sulle quattro birre degustate - Pale Ale di Borderline, Dama Bianca di Antica Contea, Straripa di Villa Chazil e Orzobruno di Garlatti Costa - di cui ho già parlato a più riprese nel blog (per chi si fosse perso qualcosa, è sufficiente cliccare sui nomi delle birre in questione), quanto su alcuni spunti di riflessione che la serata di ieri mi ha stimolato.Innanzitutto, la partecipazione: i posti sono andati rapidamente esauriti. E fin qui, direte voi, finché le occasioni sono goderecce e la partecipazione è gratuita potrebbe non essere una grande notizia; ma è comunque significativa se si pensa che i numeri, pur in una serata invernale e di pioggia, sono stati comparabili a quelli registrati in un'occasione simile in una bella serata di inizio settembre. Insomma, per far uscire di casa la gente non basta offrire la birra - come sa bene chi organizza eventi -, bisogna stimolare l'interesse genuino del proprio gruppo di riferimento. E anche a questo proposito ho osservato una cosa che mi ha fatto piacere: una parte significativa degli intervenuti si accostava per la prima volta o quasi alla birra artigianale, e quindi questa poteva dirsi per me e per i birrai presenti - Severino di Garlatti Costa (mi si perdoni il gioco di parole) e Costantino di Antica Contea - l'occasione per fare quella tanto decantata "cultura della birra artigianale" nei confronti del "consumatore medio". Che magari - come hanno dimostrato le numerose e articolate domande rivolteci - di curiosità nei confronti del prodotto ne ha tante, ma non sempre ha a disposizione una fonte attendibile e pertinente per soddisfarle: e sentire persone che sono ai primi approcci con la birra artigianale chiedere quale sia la differenza tra la pale ale e la ipa, i dettagli del processo di lavorazione, i costi che vi stanno dietro, la differenza che la qualità delle materie prime può fare sul prodotto finito, e numerosissime altre questioni, è una bella soddisfazione.Un altro aspetto che mi ha dato da riflettere è stato il fatto che, tra le impressioni raccolte a fine degustazione, non ci sono state soltanto parole di apprezzamento per le birre - con tanto di assicurazioni, da parte di chi non le aveva mai provate, che in futuro vorrà berne ancora -, ma anche per l'attività culturale e di promozione svolta da Confartigianato e l'Associazione Birrai Artigiani. E questo mi fa pensare che, in un contesto in cui si fa un gran parlare di "unirsi per fare la forza", il messaggio che si passa al pubblico sotto questo profilo possa essere più forte e pregnante di quanto non si creda.Si ringrazia Sandro Shultz di Itinerari del Gusto per le fotografie.