Dormisch, la (seconda) fine di un’epoca: il rapporto contrastato tra multinazionali e territorio

Poco più di tre anni fa, e per l'esattezza il 134 dicembre 2017, avevo dato notizia su questo blog del rilancio del marchio Dormisch da parte di Birra Peroni (parte della multinazionale giapponese Asahi): una storica birra friulana, acquisita e poi chiusa da Peroni nel 1989, “rispolverata” nell’ambito di un’operazione di marketing basata sulle birre territoriali. Marketing – letteralmente – di sostanza, per la verità: la Dormisch sarebbe stata prodotta con orzo 100% friulano fornito dalla rete Asprom, e quindi avrebbe vantato un legame concreto con il territorio e ricadute positive sulla filiera agricola locale. Già all'epoca, come avevo scritto, i dubbi ancora aperti erano molti: dal processo produttivo, a come effettivamente sarebbe stata promossa e distribuita la birra.A tre anni da allora, infatti, Peroni-Asahi ha annunciato di aver messo la parola fine a questo progetto: lo stabilimento di Padova non produrrà più la birra a marchio Dormisch, a causa – questa la ragione fornita agli interessati, di più non si sa dato che l’azienda non rilascia dichiarazioni – dello scarso giro d’affari. La Dormisch veniva infatti distribuita solo in Friuli come birra territoriale, con volumi quindi ridotti rispetto a ciò che la multinazionale si aspettava. Una mossa decisamente pesante per il Friuli, e non tanto per aver perso un prodotto "simbolo" o presunto tale (perché anche i simboli, nel tempo, possono cambiare). Nel progetto erano infatti stati coinvolti anche Comune di Udine e Regione Fvg, come parte delle loro politiche di promozione delle filiere locali; i distributori e gli esercenti che avrebbero poi dovuto promuovere la Dormisch nei loro locali; e appunto l’Asprom, che aveva raggiunto con Peroni l’accordo di fornitura. “In realtà la cosa ci tocca solo marginalmente, in quanto l’orzo che fornivamo per il marchio Dormisch era solo una piccola parte della nostra produzione – mi ha spiegato Alido Gigante, presidente della Rete, interpellato in proposito poco fa –: la maggior parte della nostra produzione è infatti assorbita da Castello. In quanto a Peroni, continueremo comunque con una fornitura d’orzo, che verrà destinata ad altre birre”. Va peraltro segnalato che l’altro progetto analogo di Peroni, quello di Itala Pilsen a Padova (partito prima di Dormisch) pare viceversa godere di miglior salute, e prosegue. Naturalmente le domande sul perché i consumi siano stati inferiori alle attese sorgono spontanee: erano le attese ad essere irrealistiche? I friulani, al di là dell’entusiasmo iniziale, non hanno apprezzato poi così tanto il revival di un marchio ormai sentito come appartenente alla storia? O invece Peroni-Asahi ha altri progetti, e non intende quindi più investire risorse economiche ed umane in un marchio del tutto marginale al proprio business? Per ora domande senza risposta, data anche la scarsità di informazioni in proposito: voci di corridoio, che come tali vanno prese, propendono per quest'ultima ipotesi - e francamente non risulta difficile credere che gli orizzonti regionali stiano stretti ad una multinazionale. Va anche precisato, e lo dico da persona che vive a Udine, che almeno in città non ho notato quello sforzo di marketing in grande stile che era stato prefigurato.Certo è che questa vicenda insegna, se mai ci fosse stato bisogno di ribadirlo, che tenere insieme le esigenze e aspettative di una multinazionale e la dimensione territoriale non è cosa semplice; e che anche le istituzioni dovrebbero forse scegliere con maggiore accortezza i propri partner. p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 115% }a:link { so-language: zxx }

Dormisch, la (seconda) fine di un’epoca: il rapporto contrastato tra multinazionali e territorio

Poco più di tre anni fa, e per l'esattezza il 134 dicembre 2017, avevo dato notizia su questo blog del rilancio del marchio Dormisch da parte di Birra Peroni (parte della multinazionale giapponese Asahi): una storica birra friulana, acquisita e poi chiusa da Peroni nel 1989, “rispolverata” nell’ambito di un’operazione di marketing basata sulle birre territoriali. Marketing – letteralmente – di sostanza, per la verità: la Dormisch sarebbe stata prodotta con orzo 100% friulano fornito dalla rete Asprom, e quindi avrebbe vantato un legame concreto con il territorio e ricadute positive sulla filiera agricola locale. Già all'epoca, come avevo scritto, i dubbi ancora aperti erano molti: dal processo produttivo, a come effettivamente sarebbe stata promossa e distribuita la birra.A tre anni da allora, infatti, Peroni-Asahi ha annunciato di aver messo la parola fine a questo progetto: lo stabilimento di Padova non produrrà più la birra a marchio Dormisch, a causa – questa la ragione fornita agli interessati, di più non si sa dato che l’azienda non rilascia dichiarazioni – dello scarso giro d’affari. La Dormisch veniva infatti distribuita solo in Friuli come birra territoriale, con volumi quindi ridotti rispetto a ciò che la multinazionale si aspettava. Una mossa decisamente pesante per il Friuli, e non tanto per aver perso un prodotto "simbolo" o presunto tale (perché anche i simboli, nel tempo, possono cambiare). Nel progetto erano infatti stati coinvolti anche Comune di Udine e Regione Fvg, come parte delle loro politiche di promozione delle filiere locali; i distributori e gli esercenti che avrebbero poi dovuto promuovere la Dormisch nei loro locali; e appunto l’Asprom, che aveva raggiunto con Peroni l’accordo di fornitura. “In realtà la cosa ci tocca solo marginalmente, in quanto l’orzo che fornivamo per il marchio Dormisch era solo una piccola parte della nostra produzione – mi ha spiegato Alido Gigante, presidente della Rete, interpellato in proposito poco fa –: la maggior parte della nostra produzione è infatti assorbita da Castello. In quanto a Peroni, continueremo comunque con una fornitura d’orzo, che verrà destinata ad altre birre”. Va peraltro segnalato che l’altro progetto analogo di Peroni, quello di Itala Pilsen a Padova (partito prima di Dormisch) pare viceversa godere di miglior salute, e prosegue. Naturalmente le domande sul perché i consumi siano stati inferiori alle attese sorgono spontanee: erano le attese ad essere irrealistiche? I friulani, al di là dell’entusiasmo iniziale, non hanno apprezzato poi così tanto il revival di un marchio ormai sentito come appartenente alla storia? O invece Peroni-Asahi ha altri progetti, e non intende quindi più investire risorse economiche ed umane in un marchio del tutto marginale al proprio business? Per ora domande senza risposta, data anche la scarsità di informazioni in proposito: voci di corridoio, che come tali vanno prese, propendono per quest'ultima ipotesi - e francamente non risulta difficile credere che gli orizzonti regionali stiano stretti ad una multinazionale. Va anche precisato, e lo dico da persona che vive a Udine, che almeno in città non ho notato quello sforzo di marketing in grande stile che era stato prefigurato.Certo è che questa vicenda insegna, se mai ci fosse stato bisogno di ribadirlo, che tenere insieme le esigenze e aspettative di una multinazionale e la dimensione territoriale non è cosa semplice; e che anche le istituzioni dovrebbero forse scegliere con maggiore accortezza i propri partner. p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 115% }a:link { so-language: zxx }

Dormisch, la (seconda) fine di un’epoca: il rapporto contrastato tra multinazionali e territorio

Poco più di tre anni fa, e per l'esattezza il 134 dicembre 2017, avevo dato notizia su questo blog del rilancio del marchio Dormisch da parte di Birra Peroni (parte della multinazionale giapponese Asahi): una storica birra friulana, acquisita e poi chiusa da Peroni nel 1989, “rispolverata” nell’ambito di un’operazione di marketing basata sulle birre territoriali. Marketing – letteralmente – di sostanza, per la verità: la Dormisch sarebbe stata prodotta con orzo 100% friulano fornito dalla rete Asprom, e quindi avrebbe vantato un legame concreto con il territorio e ricadute positive sulla filiera agricola locale. Già all'epoca, come avevo scritto, i dubbi ancora aperti erano molti: dal processo produttivo, a come effettivamente sarebbe stata promossa e distribuita la birra.A tre anni da allora, infatti, Peroni-Asahi ha annunciato di aver messo la parola fine a questo progetto: lo stabilimento di Padova non produrrà più la birra a marchio Dormisch, a causa – questa la ragione fornita agli interessati, di più non si sa dato che l’azienda non rilascia dichiarazioni – dello scarso giro d’affari. La Dormisch veniva infatti distribuita solo in Friuli come birra territoriale, con volumi quindi ridotti rispetto a ciò che la multinazionale si aspettava. Una mossa decisamente pesante per il Friuli, e non tanto per aver perso un prodotto "simbolo" o presunto tale (perché anche i simboli, nel tempo, possono cambiare). Nel progetto erano infatti stati coinvolti anche Comune di Udine e Regione Fvg, come parte delle loro politiche di promozione delle filiere locali; i distributori e gli esercenti che avrebbero poi dovuto promuovere la Dormisch nei loro locali; e appunto l’Asprom, che aveva raggiunto con Peroni l’accordo di fornitura. “In realtà la cosa ci tocca solo marginalmente, in quanto l’orzo che fornivamo per il marchio Dormisch era solo una piccola parte della nostra produzione – mi ha spiegato Alido Gigante, presidente della Rete, interpellato in proposito poco fa –: la maggior parte della nostra produzione è infatti assorbita da Castello. In quanto a Peroni, continueremo comunque con una fornitura d’orzo, che verrà destinata ad altre birre”. Va peraltro segnalato che l’altro progetto analogo di Peroni, quello di Itala Pilsen a Padova (partito prima di Dormisch) pare viceversa godere di miglior salute, e prosegue. Naturalmente le domande sul perché i consumi siano stati inferiori alle attese sorgono spontanee: erano le attese ad essere irrealistiche? I friulani, al di là dell’entusiasmo iniziale, non hanno apprezzato poi così tanto il revival di un marchio ormai sentito come appartenente alla storia? O invece Peroni-Asahi ha altri progetti, e non intende quindi più investire risorse economiche ed umane in un marchio del tutto marginale al proprio business? Per ora domande senza risposta, data anche la scarsità di informazioni in proposito: voci di corridoio, che come tali vanno prese, propendono per quest'ultima ipotesi - e francamente non risulta difficile credere che gli orizzonti regionali stiano stretti ad una multinazionale. Va anche precisato, e lo dico da persona che vive a Udine, che almeno in città non ho notato quello sforzo di marketing in grande stile che era stato prefigurato.Certo è che questa vicenda insegna, se mai ci fosse stato bisogno di ribadirlo, che tenere insieme le esigenze e aspettative di una multinazionale e la dimensione territoriale non è cosa semplice; e che anche le istituzioni dovrebbero forse scegliere con maggiore accortezza i propri partner. p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 115% }a:link { so-language: zxx }

#ioapro, #iononapro: cronaca da un settore sull’orlo di una crisi (sia economica che di nervi)

Sta raccogliendo numerose adesioni in tutta Italia, anche tra pub, brewpub e tap room, l'iniziativa #ioapro1501: una forma di "disobbedienza gentile", come è stata definita, che vedrà ristoratori e affini tenere aperte le saracinesche anche oltre le 18 e anche nelle zone arancioni nella giornata di venerdì 15 gennaio. Il tutto rispettando le ben note normative anticontagio, così come vengono applicate anche prima dell'orario imposto per la chiusura. Secondo gli organizzatori le adesioni sarebbero già oltre 40mila; e si tratterebbe quindi di un segnale significativo da parte di un settore che non solo è vessato e sull'orlo del fallimento, ma anche in preda di un caos normativo che non permette di lavorare neanche quando si potrebbe farlo. Significativo che sia anche già stato mobilitato un gruppo di avvocati per offrire tutela legale a chi subirà sanzioni (e del resto è stato ribadito l'invito a cooperare con le forze dell'ordine, che "stanno solo facendo il loro lavoro", procedendo poi in un secondo momento ai ricorsi).Sta però prendendo piede (specie tra pub e tap room) anche la visione opposta, #iononapro; al cui proposito ha avuto particolare diffusione il "manifesto" stilato da Lina Angelucci (che potete leggere in calce a questo post), essendo stato ripreso da alcuni tra i maggiori publican a livello nazionale. Riassumendo all'osso, l'idea è quella di voler continuare a portare le proprie ragioni rimanendo appunto dalla parte della ragione, identificata nel fatto di rispettare la legge (non mi dilungo oltre, dato che il manifesto che potete leggere sotto è già di per sé esaustivo).Non voglio qui discutere nel merito dell'una o dell'altra posizione; semplicemente auspico che il fatto di "fare la conta" domani tra chi ha aperto e chi no non diventi pretesto per una guerra tra poveri, al suono del "ve l'avevo detto io che era giusto aprire/non aprire", o di "ecco, ora è tutta colpa di chi ha aperto/è rimasto chiuso se le nostre richieste non sono state ascoltate". Però è innegabile che, comunque vada, si sia arrivati ad un punto di rottura sul fronte della ristorazione e delle filiere ad essa collegate (tra cui anche quella birraria), che hanno avuto accesso in maniera soltanto minima ai ristori o non l'hanno avuta affatto.E il tutto capita, peraltro, in una fase in cui le limitazioni imposte all'Ho.re.ca. hanno assunto i contorni dell'irragionevole e della farsa, rafforzando la sensazione di essere soltanto un capro espiatorio (unitamente ad altri settori in cui sarebbe possibile implementare rigide misure di sicurezza e che comunque rimangono chiusi, ma mal comune non è mezzo gaudio).Già si era dovuto digerire l'amaro boccone di chiudere alle 18, senza spiegazioni convincenti sul perché le misure di sanificazione e distanziamento in vigore prima di quell'ora non dovessero funzionare anche dopo: anche l'obiezione che dopo le 18 si muove più gente non tiene, una volta che si sia comunque stabilita la capienza massima del locale. Evidente dunque che l'obiettivo fosse semplicemente quello di svuotare i locali senza chiuderli (nella più o meno sincera convinzione che proprio lì si annidasse un significativo motore del contagio, e che una birra o una pizza siano un vezzo a cui si può rinunciare), e infatti ci si è riusciti perfettamente. Già si era dovuto digerire il fatto di rimanere chiusi tutte le feste, nonostante la messa in guardia sul fatto che ciò avrebbe semplicemente incentivato i ritrovi privati più o meno clandestini: cosa che è infatti puntualmente avvenuta, e la curva dei contagi in risalita deve dare quantomeno il sospetto che molti si siano contagiati così (chiamiamolo sospetto, visto che in molti casi il tracciamento è saltato ed è quindi impossibile dirlo per certo). Se così fosse, sarebbe paradossalmente stato meglio incentivare il fatto di ritrovarsi in luoghi "controllati" (cosa che era appunto stata fatta notare da tanti).Ora bisogna pure digerire lo stop all'asporto dopo le 18 che, per quanto il testo definitivo non sia ancora stato licenziato, è stato annunciato come certo: per bloccare non si sa quale "movida", dato appunto che i locali sono tristemente vuoti. E sostenere che ciò va fatto perché in qualche città sono state fotografate scene di assembramento fuori dei locali, è come sostenere che siccome si sono registrati casi di scippo delle vecchiette fuori delle Poste vanno chiusi gli uffici postali.Approfittando di questi pochi giorni di zona gialla, che a quanto pare presto diventerà arancione, ho approfittato per visitare alcuni birrifici e tap room. E mi ha davvero fatto male vedere come la voglia di reagire e trovare altri modi per lavorare abbia lasciato spazio allo scoramento. Quello scoramento che toglie persino la voglia di far valere le proprie ragioni, o di escogitare modi nuovi per andare avanti. Il tutto con la sensazione di essere vessati e perseguitati, perché è evidente a tutti che accanirsi su questo settore non è la via giusta per giungere al - necessario e urgente, questo nessuno lo nega - contenimento dell'epidemia; nonché quella che si stia cercando di affrontare un problema di lungo termine, perché di questo si tratta, con misure di stampo emergenziale (come le chiusure) che in quanto tali possono essere efficaci e sostenibili solo sul breve termine.Tra poco faremo il conto di chi rimarrà aperto e chi chiuderà. E, se è vero che nessun politico può fare miracoli rispetto alla circolazione virale e non ci si può aspettare in questi frangenti di lavorare a pieno ritmo, sarà triste sapere che dove non è arrivato il virus è arrivata l'insensatezza di certi provvedimenti normativi. Qui il link alla pagina Fcebook di #Ioapro1501 https://www.facebook.com/ioapro1501 E qui sotto il manifesto di Lina Angelucci:Noi non apriamo per la protesta !!!!E non perché non siamo in grande difficoltà, perché ormai siamo zombie che camminano, o perché non siamo solidali con tutti i nostri colleghi; anzi..........noi non apriamo proprio per la ragione opposta. Perché siamo una categoria non rappresentata da una associazione forte che ci tuteli!!Perché se lo stato fa una legge, noi la rispettiamo: e pretenderemmo che anche lui si prenda le sue responsabilità e ci tuteli come un buon padre di famiglia deve fare !Perché non vogliamo passare dalla ragione al torto...eh si perchè di ragione ne abbiamo da vendere!!Utopia? Forse,anzi sicuramente lo è, ma non vogliamo dare appiglio a chicchessia di criticarci. Perché noi:Abbiamo sempre seguito tutte le regole che ci hanno imposto :Abbiamo sanificato;Abbiamo speso migliaia di euro per adeguamenti in procedure anti covid, guanti, mascherine , gel sanificanti, spray disinfettanti , rotoli di carta ;Abbiamo ridotto una delle sale da 120 posti in 70 ,tutti regolarmente distanziati non superiori a 4 posti, se non dichiaranti conviventi Abbiamo chiuso quando ci hanno detto di chiudere Abbiamo aperto quando ci hanno detto di aprireAbbiamo implementato il servizio di asportoQuindi noi andiamo a testa alta!!In questo periodo storico dove la nostra politica non ci rappresenta più , dove tutto è in vendita , noi non vendiamo la nostra dignità. Noi non daremo la possibilità di darci degli untori, quando ormai è ben chiaro che chiudere i locali nel periodo natalizio non ha fatto altro che peggiorare la situazione, perché la gente incosciente sarà incosciente sempre: ed è chiaro che ci siano state feste e festini in giro, dentro le case private e non solo, che non avendo nessun tipo di controllo non hanno fatto altro che danneggiare tutti, noi in primis, perche saremo costretti ad altre restrizioni.Non daremo la soddisfazione di farci fare una multa e magari farci chiudere il locale facendoci passare come impostori. Perché noi, come la maggior parte di tutti i ristoratori (non tutti ovvio,ma la mela marcia c’è dappertutto), siamo persone oneste, che hanno impegnato la loro vita, nella propria attività, rinunciando ad una vita “normale”, permettendola spesso di farla fare agli altri.Perché molti , soprattutto in questi ultimi tempi dicono, che non è giusto lavorare la domenica e nei festivi....ma quando c’è da fare pranzo della domenica, il pranzo di Natale, di Pasqua ...per tutti è normale andare al ristorante ...da sempre, e non è mai venuto in mente che anche lì dentro ci sono madri e padri di famiglia, figli, che rinunciano a quelle giornate con sacrificio; ma lo facciamo volentieri, perché abbiamo sempre riconosciuto il valore del nostro lavoro, e soprattutto perché abbiamo sempre riconosciuto il semplice valore di poter lavorare!!Quindi a tutela nostra e di tutti i nostri dipendenti noi non faremo l’errore di passare dalla ragione al torto!Se falliremo, e su questa strada non è un’ipotesi cosi lontana dalla realtà , non sarà per nostro demerito, ma il demerito sarà da attribuire a questa politica farlocca fatta da pagliacci Per tutte queste ragioni noi non apriremo per protesta il 15 gennaio, ma lotteremo perché ci venga riconosciuto il nostro valore e lotteremo per superare questo drammatico momento e tornare più forti di prima.#iononapro  Ti è piaciuto questo post? 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#ioapro, #iononapro: cronaca da un settore sull’orlo di una crisi (sia economica che di nervi)

Sta raccogliendo numerose adesioni in tutta Italia, anche tra pub, brewpub e tap room, l'iniziativa #ioapro1501: una forma di "disobbedienza gentile", come è stata definita, che vedrà ristoratori e affini tenere aperte le saracinesche anche oltre le 18 e anche nelle zone arancioni nella giornata di venerdì 15 gennaio. Il tutto rispettando le ben note normative anticontagio, così come vengono applicate anche prima dell'orario imposto per la chiusura. Secondo gli organizzatori le adesioni sarebbero già oltre 40mila; e si tratterebbe quindi di un segnale significativo da parte di un settore che non solo è vessato e sull'orlo del fallimento, ma anche in preda di un caos normativo che non permette di lavorare neanche quando si potrebbe farlo. Significativo che sia anche già stato mobilitato un gruppo di avvocati per offrire tutela legale a chi subirà sanzioni (e del resto è stato ribadito l'invito a cooperare con le forze dell'ordine, che "stanno solo facendo il loro lavoro", procedendo poi in un secondo momento ai ricorsi).Sta però prendendo piede (specie tra pub e tap room) anche la visione opposta, #iononapro; al cui proposito ha avuto particolare diffusione il "manifesto" stilato da Lina Angelucci (che potete leggere in calce a questo post), essendo stato ripreso da alcuni tra i maggiori publican a livello nazionale. Riassumendo all'osso, l'idea è quella di voler continuare a portare le proprie ragioni rimanendo appunto dalla parte della ragione, identificata nel fatto di rispettare la legge (non mi dilungo oltre, dato che il manifesto che potete leggere sotto è già di per sé esaustivo).Non voglio qui discutere nel merito dell'una o dell'altra posizione; semplicemente auspico che il fatto di "fare la conta" domani tra chi ha aperto e chi no non diventi pretesto per una guerra tra poveri, al suono del "ve l'avevo detto io che era giusto aprire/non aprire", o di "ecco, ora è tutta colpa di chi ha aperto/è rimasto chiuso se le nostre richieste non sono state ascoltate". Però è innegabile che, comunque vada, si sia arrivati ad un punto di rottura sul fronte della ristorazione e delle filiere ad essa collegate (tra cui anche quella birraria), che hanno avuto accesso in maniera soltanto minima ai ristori o non l'hanno avuta affatto.E il tutto capita, peraltro, in una fase in cui le limitazioni imposte all'Ho.re.ca. hanno assunto i contorni dell'irragionevole e della farsa, rafforzando la sensazione di essere soltanto un capro espiatorio (unitamente ad altri settori in cui sarebbe possibile implementare rigide misure di sicurezza e che comunque rimangono chiusi, ma mal comune non è mezzo gaudio).Già si era dovuto digerire l'amaro boccone di chiudere alle 18, senza spiegazioni convincenti sul perché le misure di sanificazione e distanziamento in vigore prima di quell'ora non dovessero funzionare anche dopo: anche l'obiezione che dopo le 18 si muove più gente non tiene, una volta che si sia comunque stabilita la capienza massima del locale. Evidente dunque che l'obiettivo fosse semplicemente quello di svuotare i locali senza chiuderli (nella più o meno sincera convinzione che proprio lì si annidasse un significativo motore del contagio, e che una birra o una pizza siano un vezzo a cui si può rinunciare), e infatti ci si è riusciti perfettamente. Già si era dovuto digerire il fatto di rimanere chiusi tutte le feste, nonostante la messa in guardia sul fatto che ciò avrebbe semplicemente incentivato i ritrovi privati più o meno clandestini: cosa che è infatti puntualmente avvenuta, e la curva dei contagi in risalita deve dare quantomeno il sospetto che molti si siano contagiati così (chiamiamolo sospetto, visto che in molti casi il tracciamento è saltato ed è quindi impossibile dirlo per certo). Se così fosse, sarebbe paradossalmente stato meglio incentivare il fatto di ritrovarsi in luoghi "controllati" (cosa che era appunto stata fatta notare da tanti).Ora bisogna pure digerire lo stop all'asporto dopo le 18 che, per quanto il testo definitivo non sia ancora stato licenziato, è stato annunciato come certo: per bloccare non si sa quale "movida", dato appunto che i locali sono tristemente vuoti. E sostenere che ciò va fatto perché in qualche città sono state fotografate scene di assembramento fuori dei locali, è come sostenere che siccome si sono registrati casi di scippo delle vecchiette fuori delle Poste vanno chiusi gli uffici postali.Approfittando di questi pochi giorni di zona gialla, che a quanto pare presto diventerà arancione, ho approfittato per visitare alcuni birrifici e tap room. E mi ha davvero fatto male vedere come la voglia di reagire e trovare altri modi per lavorare abbia lasciato spazio allo scoramento. Quello scoramento che toglie persino la voglia di far valere le proprie ragioni, o di escogitare modi nuovi per andare avanti. Il tutto con la sensazione di essere vessati e perseguitati, perché è evidente a tutti che accanirsi su questo settore non è la via giusta per giungere al - necessario e urgente, questo nessuno lo nega - contenimento dell'epidemia; nonché quella che si stia cercando di affrontare un problema di lungo termine, perché di questo si tratta, con misure di stampo emergenziale (come le chiusure) che in quanto tali possono essere efficaci e sostenibili solo sul breve termine.Tra poco faremo il conto di chi rimarrà aperto e chi chiuderà. E, se è vero che nessun politico può fare miracoli rispetto alla circolazione virale e non ci si può aspettare in questi frangenti di lavorare a pieno ritmo, sarà triste sapere che dove non è arrivato il virus è arrivata l'insensatezza di certi provvedimenti normativi. Qui il link alla pagina Fcebook di #Ioapro1501 https://www.facebook.com/ioapro1501 E qui sotto il manifesto di Lina Angelucci:Noi non apriamo per la protesta !!!!E non perché non siamo in grande difficoltà, perché ormai siamo zombie che camminano, o perché non siamo solidali con tutti i nostri colleghi; anzi..........noi non apriamo proprio per la ragione opposta. Perché siamo una categoria non rappresentata da una associazione forte che ci tuteli!!Perché se lo stato fa una legge, noi la rispettiamo: e pretenderemmo che anche lui si prenda le sue responsabilità e ci tuteli come un buon padre di famiglia deve fare !Perché non vogliamo passare dalla ragione al torto...eh si perchè di ragione ne abbiamo da vendere!!Utopia? Forse,anzi sicuramente lo è, ma non vogliamo dare appiglio a chicchessia di criticarci. Perché noi:Abbiamo sempre seguito tutte le regole che ci hanno imposto :Abbiamo sanificato;Abbiamo speso migliaia di euro per adeguamenti in procedure anti covid, guanti, mascherine , gel sanificanti, spray disinfettanti , rotoli di carta ;Abbiamo ridotto una delle sale da 120 posti in 70 ,tutti regolarmente distanziati non superiori a 4 posti, se non dichiaranti conviventi Abbiamo chiuso quando ci hanno detto di chiudere Abbiamo aperto quando ci hanno detto di aprireAbbiamo implementato il servizio di asportoQuindi noi andiamo a testa alta!!In questo periodo storico dove la nostra politica non ci rappresenta più , dove tutto è in vendita , noi non vendiamo la nostra dignità. Noi non daremo la possibilità di darci degli untori, quando ormai è ben chiaro che chiudere i locali nel periodo natalizio non ha fatto altro che peggiorare la situazione, perché la gente incosciente sarà incosciente sempre: ed è chiaro che ci siano state feste e festini in giro, dentro le case private e non solo, che non avendo nessun tipo di controllo non hanno fatto altro che danneggiare tutti, noi in primis, perche saremo costretti ad altre restrizioni.Non daremo la soddisfazione di farci fare una multa e magari farci chiudere il locale facendoci passare come impostori. Perché noi, come la maggior parte di tutti i ristoratori (non tutti ovvio,ma la mela marcia c’è dappertutto), siamo persone oneste, che hanno impegnato la loro vita, nella propria attività, rinunciando ad una vita “normale”, permettendola spesso di farla fare agli altri.Perché molti , soprattutto in questi ultimi tempi dicono, che non è giusto lavorare la domenica e nei festivi....ma quando c’è da fare pranzo della domenica, il pranzo di Natale, di Pasqua ...per tutti è normale andare al ristorante ...da sempre, e non è mai venuto in mente che anche lì dentro ci sono madri e padri di famiglia, figli, che rinunciano a quelle giornate con sacrificio; ma lo facciamo volentieri, perché abbiamo sempre riconosciuto il valore del nostro lavoro, e soprattutto perché abbiamo sempre riconosciuto il semplice valore di poter lavorare!!Quindi a tutela nostra e di tutti i nostri dipendenti noi non faremo l’errore di passare dalla ragione al torto!Se falliremo, e su questa strada non è un’ipotesi cosi lontana dalla realtà , non sarà per nostro demerito, ma il demerito sarà da attribuire a questa politica farlocca fatta da pagliacci Per tutte queste ragioni noi non apriremo per protesta il 15 gennaio, ma lotteremo perché ci venga riconosciuto il nostro valore e lotteremo per superare questo drammatico momento e tornare più forti di prima.#iononapro  Ti è piaciuto questo post? 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#ioapro, #iononapro: cronaca da un settore sull’orlo di una crisi (sia economica che di nervi)

Sta raccogliendo numerose adesioni in tutta Italia, anche tra pub, brewpub e tap room, l'iniziativa #ioapro1501: una forma di "disobbedienza gentile", come è stata definita, che vedrà ristoratori e affini tenere aperte le saracinesche anche oltre le 18 e anche nelle zone arancioni nella giornata di venerdì 15 gennaio. Il tutto rispettando le ben note normative anticontagio, così come vengono applicate anche prima dell'orario imposto per la chiusura. Secondo gli organizzatori le adesioni sarebbero già oltre 40mila; e si tratterebbe quindi di un segnale significativo da parte di un settore che non solo è vessato e sull'orlo del fallimento, ma anche in preda di un caos normativo che non permette di lavorare neanche quando si potrebbe farlo. Significativo che sia anche già stato mobilitato un gruppo di avvocati per offrire tutela legale a chi subirà sanzioni (e del resto è stato ribadito l'invito a cooperare con le forze dell'ordine, che "stanno solo facendo il loro lavoro", procedendo poi in un secondo momento ai ricorsi).Sta però prendendo piede (specie tra pub e tap room) anche la visione opposta, #iononapro; al cui proposito ha avuto particolare diffusione il "manifesto" stilato da Lina Angelucci (che potete leggere in calce a questo post), essendo stato ripreso da alcuni tra i maggiori publican a livello nazionale. Riassumendo all'osso, l'idea è quella di voler continuare a portare le proprie ragioni rimanendo appunto dalla parte della ragione, identificata nel fatto di rispettare la legge (non mi dilungo oltre, dato che il manifesto che potete leggere sotto è già di per sé esaustivo).Non voglio qui discutere nel merito dell'una o dell'altra posizione; semplicemente auspico che il fatto di "fare la conta" domani tra chi ha aperto e chi no non diventi pretesto per una guerra tra poveri, al suono del "ve l'avevo detto io che era giusto aprire/non aprire", o di "ecco, ora è tutta colpa di chi ha aperto/è rimasto chiuso se le nostre richieste non sono state ascoltate". Però è innegabile che, comunque vada, si sia arrivati ad un punto di rottura sul fronte della ristorazione e delle filiere ad essa collegate (tra cui anche quella birraria), che hanno avuto accesso in maniera soltanto minima ai ristori o non l'hanno avuta affatto.E il tutto capita, peraltro, in una fase in cui le limitazioni imposte all'Ho.re.ca. hanno assunto i contorni dell'irragionevole e della farsa, rafforzando la sensazione di essere soltanto un capro espiatorio (unitamente ad altri settori in cui sarebbe possibile implementare rigide misure di sicurezza e che comunque rimangono chiusi, ma mal comune non è mezzo gaudio).Già si era dovuto digerire l'amaro boccone di chiudere alle 18, senza spiegazioni convincenti sul perché le misure di sanificazione e distanziamento in vigore prima di quell'ora non dovessero funzionare anche dopo: anche l'obiezione che dopo le 18 si muove più gente non tiene, una volta che si sia comunque stabilita la capienza massima del locale. Evidente dunque che l'obiettivo fosse semplicemente quello di svuotare i locali senza chiuderli (nella più o meno sincera convinzione che proprio lì si annidasse un significativo motore del contagio, e che una birra o una pizza siano un vezzo a cui si può rinunciare), e infatti ci si è riusciti perfettamente. Già si era dovuto digerire il fatto di rimanere chiusi tutte le feste, nonostante la messa in guardia sul fatto che ciò avrebbe semplicemente incentivato i ritrovi privati più o meno clandestini: cosa che è infatti puntualmente avvenuta, e la curva dei contagi in risalita deve dare quantomeno il sospetto che molti si siano contagiati così (chiamiamolo sospetto, visto che in molti casi il tracciamento è saltato ed è quindi impossibile dirlo per certo). Se così fosse, sarebbe paradossalmente stato meglio incentivare il fatto di ritrovarsi in luoghi "controllati" (cosa che era appunto stata fatta notare da tanti).Ora bisogna pure digerire lo stop all'asporto dopo le 18 che, per quanto il testo definitivo non sia ancora stato licenziato, è stato annunciato come certo: per bloccare non si sa quale "movida", dato appunto che i locali sono tristemente vuoti. E sostenere che ciò va fatto perché in qualche città sono state fotografate scene di assembramento fuori dei locali, è come sostenere che siccome si sono registrati casi di scippo delle vecchiette fuori delle Poste vanno chiusi gli uffici postali.Approfittando di questi pochi giorni di zona gialla, che a quanto pare presto diventerà arancione, ho approfittato per visitare alcuni birrifici e tap room. E mi ha davvero fatto male vedere come la voglia di reagire e trovare altri modi per lavorare abbia lasciato spazio allo scoramento. Quello scoramento che toglie persino la voglia di far valere le proprie ragioni, o di escogitare modi nuovi per andare avanti. Il tutto con la sensazione di essere vessati e perseguitati, perché è evidente a tutti che accanirsi su questo settore non è la via giusta per giungere al - necessario e urgente, questo nessuno lo nega - contenimento dell'epidemia; nonché quella che si stia cercando di affrontare un problema di lungo termine, perché di questo si tratta, con misure di stampo emergenziale (come le chiusure) che in quanto tali possono essere efficaci e sostenibili solo sul breve termine.Tra poco faremo il conto di chi rimarrà aperto e chi chiuderà. E, se è vero che nessun politico può fare miracoli rispetto alla circolazione virale e non ci si può aspettare in questi frangenti di lavorare a pieno ritmo, sarà triste sapere che dove non è arrivato il virus è arrivata l'insensatezza di certi provvedimenti normativi. Qui il link alla pagina Fcebook di #Ioapro1501 https://www.facebook.com/ioapro1501 E qui sotto il manifesto di Lina Angelucci:Noi non apriamo per la protesta !!!!E non perché non siamo in grande difficoltà, perché ormai siamo zombie che camminano, o perché non siamo solidali con tutti i nostri colleghi; anzi..........noi non apriamo proprio per la ragione opposta. Perché siamo una categoria non rappresentata da una associazione forte che ci tuteli!!Perché se lo stato fa una legge, noi la rispettiamo: e pretenderemmo che anche lui si prenda le sue responsabilità e ci tuteli come un buon padre di famiglia deve fare !Perché non vogliamo passare dalla ragione al torto...eh si perchè di ragione ne abbiamo da vendere!!Utopia? Forse,anzi sicuramente lo è, ma non vogliamo dare appiglio a chicchessia di criticarci. Perché noi:Abbiamo sempre seguito tutte le regole che ci hanno imposto :Abbiamo sanificato;Abbiamo speso migliaia di euro per adeguamenti in procedure anti covid, guanti, mascherine , gel sanificanti, spray disinfettanti , rotoli di carta ;Abbiamo ridotto una delle sale da 120 posti in 70 ,tutti regolarmente distanziati non superiori a 4 posti, se non dichiaranti conviventi Abbiamo chiuso quando ci hanno detto di chiudere Abbiamo aperto quando ci hanno detto di aprireAbbiamo implementato il servizio di asportoQuindi noi andiamo a testa alta!!In questo periodo storico dove la nostra politica non ci rappresenta più , dove tutto è in vendita , noi non vendiamo la nostra dignità. Noi non daremo la possibilità di darci degli untori, quando ormai è ben chiaro che chiudere i locali nel periodo natalizio non ha fatto altro che peggiorare la situazione, perché la gente incosciente sarà incosciente sempre: ed è chiaro che ci siano state feste e festini in giro, dentro le case private e non solo, che non avendo nessun tipo di controllo non hanno fatto altro che danneggiare tutti, noi in primis, perche saremo costretti ad altre restrizioni.Non daremo la soddisfazione di farci fare una multa e magari farci chiudere il locale facendoci passare come impostori. Perché noi, come la maggior parte di tutti i ristoratori (non tutti ovvio,ma la mela marcia c’è dappertutto), siamo persone oneste, che hanno impegnato la loro vita, nella propria attività, rinunciando ad una vita “normale”, permettendola spesso di farla fare agli altri.Perché molti , soprattutto in questi ultimi tempi dicono, che non è giusto lavorare la domenica e nei festivi....ma quando c’è da fare pranzo della domenica, il pranzo di Natale, di Pasqua ...per tutti è normale andare al ristorante ...da sempre, e non è mai venuto in mente che anche lì dentro ci sono madri e padri di famiglia, figli, che rinunciano a quelle giornate con sacrificio; ma lo facciamo volentieri, perché abbiamo sempre riconosciuto il valore del nostro lavoro, e soprattutto perché abbiamo sempre riconosciuto il semplice valore di poter lavorare!!Quindi a tutela nostra e di tutti i nostri dipendenti noi non faremo l’errore di passare dalla ragione al torto!Se falliremo, e su questa strada non è un’ipotesi cosi lontana dalla realtà , non sarà per nostro demerito, ma il demerito sarà da attribuire a questa politica farlocca fatta da pagliacci Per tutte queste ragioni noi non apriremo per protesta il 15 gennaio, ma lotteremo perché ci venga riconosciuto il nostro valore e lotteremo per superare questo drammatico momento e tornare più forti di prima.#iononapro  Ti è piaciuto questo post? 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Birra italiana, filiera e ripresa del settore: che cosa significa il legame con il territorio?

Ho seguito alcuni giorni giorni fa un seminario online promosso da Unionbirrai  e Cia (di cui trovate il comunicato stampa di resoconto qui) sul tema “La birra indipendente artigianale e la filiera brassicola in Italia: il difficile presente, le azioni a supporto, le sfide del 2021”. Al di là degli aspetti "tecnici" (numeri del settore, richieste al legislatore in merito alla questione del codice Ateco, ecc), su cui si sofferma appunto il comunicato stampa, l'incontro mi ha stimolato alcune riflessioni (peccato non fosse attivo un sistema per poter rivolgere domande ai relatori tramite chat, come si usa ad esempio nelle conferenze stampa online: non è detto che ci sia il tempo di rispondere a tutte subito né che non si possa rispedire al mittente quelle inopportune, ma almeno le si raccoglie e le si "evade" poi, per quanto possibile).Essendo un incontro promosso in collaborazione con la Confederazione degli agricoltori, è stato incentrato sul tema della filiera agricola in campo brassicolo: un tema particolarmente sentito in questi ultimi anni e che sta dando risultati tangibili (ho scritto più volte in passato sul tema degli agribirrifici e della loro crescita, ad esempio qui). Si è molto parlato delle ricadute positive della filiera anche sul resto del territorio, con collaborazioni tra birrifici e aziende agricole che vedono il loro orzo meglio valorizzato; degli investimenti necessari nella coltivazione del luppolo, e dell'opportunità di registrare varietà italiane; del legame tra filiera e turismo brassicolo, e del legame con il territorio come via principale per il rilancio.Tutte considerazioni condivisibili e nate già in tempi pre-Covid, che ora trovano una nuova e ancor più cruciale declinazione in vista della ripartenza - e bene fanno quindi Unionbirrai e Cia a parlarne e ad agire di conseguenza; mi è rimasta però, a fine conferenza, una sorta di dubbio (che ho peraltro provato a porre tramite altri mezzi, ma purtroppo senza riuscirci, a due dei relatori intervenuti).  Dai ragionamenti fatti è emersa, dicevamo, la centralità del legame tra birra e territorio, sia in termini di utilizzo delle materie prime locali (proprie nel caso degli agribirrifici, o di altri coltivatori) che di promozione del turismo. Mi chiedo però: in questo percorso di valorizzazione, che ruolo hanno quei birrifici che non utilizzano materie prime locali o italiane (e ce ne sono anche di noti e rinomati)? Dal dibattito ho infatti ricavato la sensazione che il processo di valorizzazione per la ripartenza della birra artigianale italiana debba necessariamente passare attraverso un legame con il territorio espresso dalla materia prima. Sarà che era appunto il tema dell'incontro e quindi il discorso ha per forza di cose preso questa piega specifica, che riguarda un numero sempre più ampio di produttori (come avevo scritto già lo scorso anno, nell'articolo linkato sopra); però appunto mi chiedevo che ruolo ci possa essere in quest'ottica per le realtà di altro tipo, che appunto non rientrano nel tema trattato nel seminario.Certo nulla impedisce di trovare un modo diverso dalle materie prime di esprimere il proprio legame con il territorio, ed esempi in questo senso già ce ne sono: chi punta sul solo fattore acqua (e magari a ragion veduta, dato che è pur sempre l'ingrediente di partenza); chi esprime nei nomi e nella presentazione delle birre alcuni specifici aspetti culturali del territorio; chi utilizza "adjuncts" (i prodotti diversi dalle materie prime di base, ndr) tipici del territorio in questione; chi si inserisce, in quanto impresa locale, nelle reti di promozione del turismo e dei prodotti di quella zona. Una strada percorribile più facilmente da birrifici già affermati e con una certa storia alle spalle, per i quali già il semplice fatto di essere "il birrificio storico del paese X" (anche se "storico" significa dieci anni di attività) dà titolo per essere espressione del territorio stesso. Per i nuovi, se davvero - come si afferma nel sondaggio citato nell'incontro - quasi l'80% dei consumatori afferma di fare attenzione alla provenienza del prodotto, l'espressione del radicamento sul territorio appare più legata al fattore materie prime - non necessariamente coltivate in proprio, peraltro.Ripropongo, tuttavia, la riflessione con cui avevo chiuso il post citato sopra un anno e mezzo fa. L'attenzione alla filiera locale, osservavo, "la vedrei rientrare non tanto nella promozione della birra artigianale in sé (che come tale può essere di ottima qualità anche con materie prime acquistate altrove), quanto nella promozione dei prodotti agricoli locali: se le due cose vanno di pari passo, ben venga (e anzi ci sono diversi esempi virtuosi in questo senso), ma credo sia bene tenere presente che non sono del tutto sovrapponibili. Anzi, tenere insieme questi due aspetti richiede un'ancora maggiore consapevolezza da parte dei birrai: se rifornirsi di materie prime locali implica, per forza di cose, limitare la varietà di malti e di luppoli a cui si ha accesso, è necessario lavorare di conseguenza - se non altro per l'ovvia ragione di non arrivare alla forzatura di utilizzare luppoli autoprodotti di qualità scadente a causa delle condizioni ambientali inadeguate a quella specifica varietà, o a non usare le tipologie di malto più appropriate per un certo stile semplicemente perché queste non rientrano tra quelle prodotte con il proprio orzo. Insomma, come tutte le cose la filiera locale va usata con consapevolezza, perché sia funzionale allo sviluppo dell'azienda e non le tarpi le ali per la scarsa qualità o la scelta limitata delle materie prime". La consapevolezza di questa tematica c'è, o almeno si è colta dai discorsi fatti non solo in sede di questo incontro: da tempo ormai si parla della necessità di crescita della filiera in termini quantitativi e qualitativi, della sua integrazione in un processo più ampio di promozione territoriale, e le iniziative in questo senso ci sono. Resta però a mio avviso il fatto che, pur dando per assodato che la birra prodotta con materie prime locali abbia qualcosa di più da raccontare - e "raccontare" è un termine chiave nel mercato attuale - al consumatore e possa fare da volano di sviluppo territoriale, non sia possibile (o sia quantomeno riduttivo) pensare ad una strategia di rilancio post Covid imperniata esclusivamente su questo: sarà pur vero che "la birra è terra", ma è altrettanto vero che questa non è una via percorsa (e percorribile, dati gli investimenti necessari) da molti birrifici, e per i motivi più svariati - chi per semplici ragioni logistiche e di costi, chi perché tiene ad avere materie prime di un certo tipo che in patria non potrebbe avere. E chiarire che posto occupano queste imprese nella visione proposte nel seminario è utile e necessario, perché non si può pensare ad una ripresa che coinvolga solo una parte del settore.

Birra italiana, filiera e ripresa del settore: che cosa significa il legame con il territorio?

Ho seguito alcuni giorni giorni fa un seminario online promosso da Unionbirrai  e Cia (di cui trovate il comunicato stampa di resoconto qui) sul tema “La birra indipendente artigianale e la filiera brassicola in Italia: il difficile presente, le azioni a supporto, le sfide del 2021”. Al di là degli aspetti "tecnici" (numeri del settore, richieste al legislatore in merito alla questione del codice Ateco, ecc), su cui si sofferma appunto il comunicato stampa, l'incontro mi ha stimolato alcune riflessioni (peccato non fosse attivo un sistema per poter rivolgere domande ai relatori tramite chat, come si usa ad esempio nelle conferenze stampa online: non è detto che ci sia il tempo di rispondere a tutte subito né che non si possa rispedire al mittente quelle inopportune, ma almeno le si raccoglie e le si "evade" poi, per quanto possibile).Essendo un incontro promosso in collaborazione con la Confederazione degli agricoltori, è stato incentrato sul tema della filiera agricola in campo brassicolo: un tema particolarmente sentito in questi ultimi anni e che sta dando risultati tangibili (ho scritto più volte in passato sul tema degli agribirrifici e della loro crescita, ad esempio qui). Si è molto parlato delle ricadute positive della filiera anche sul resto del territorio, con collaborazioni tra birrifici e aziende agricole che vedono il loro orzo meglio valorizzato; degli investimenti necessari nella coltivazione del luppolo, e dell'opportunità di registrare varietà italiane; del legame tra filiera e turismo brassicolo, e del legame con il territorio come via principale per il rilancio.Tutte considerazioni condivisibili e nate già in tempi pre-Covid, che ora trovano una nuova e ancor più cruciale declinazione in vista della ripartenza - e bene fanno quindi Unionbirrai e Cia a parlarne e ad agire di conseguenza; mi è rimasta però, a fine conferenza, una sorta di dubbio (che ho peraltro provato a porre tramite altri mezzi, ma purtroppo senza riuscirci, a due dei relatori intervenuti).  Dai ragionamenti fatti è emersa, dicevamo, la centralità del legame tra birra e territorio, sia in termini di utilizzo delle materie prime locali (proprie nel caso degli agribirrifici, o di altri coltivatori) che di promozione del turismo. Mi chiedo però: in questo percorso di valorizzazione, che ruolo hanno quei birrifici che non utilizzano materie prime locali o italiane (e ce ne sono anche di noti e rinomati)? Dal dibattito ho infatti ricavato la sensazione che il processo di valorizzazione per la ripartenza della birra artigianale italiana debba necessariamente passare attraverso un legame con il territorio espresso dalla materia prima. Sarà che era appunto il tema dell'incontro e quindi il discorso ha per forza di cose preso questa piega specifica, che riguarda un numero sempre più ampio di produttori (come avevo scritto già lo scorso anno, nell'articolo linkato sopra); però appunto mi chiedevo che ruolo ci possa essere in quest'ottica per le realtà di altro tipo, che appunto non rientrano nel tema trattato nel seminario.Certo nulla impedisce di trovare un modo diverso dalle materie prime di esprimere il proprio legame con il territorio, ed esempi in questo senso già ce ne sono: chi punta sul solo fattore acqua (e magari a ragion veduta, dato che è pur sempre l'ingrediente di partenza); chi esprime nei nomi e nella presentazione delle birre alcuni specifici aspetti culturali del territorio; chi utilizza "adjuncts" (i prodotti diversi dalle materie prime di base, ndr) tipici del territorio in questione; chi si inserisce, in quanto impresa locale, nelle reti di promozione del turismo e dei prodotti di quella zona. Una strada percorribile più facilmente da birrifici già affermati e con una certa storia alle spalle, per i quali già il semplice fatto di essere "il birrificio storico del paese X" (anche se "storico" significa dieci anni di attività) dà titolo per essere espressione del territorio stesso. Per i nuovi, se davvero - come si afferma nel sondaggio citato nell'incontro - quasi l'80% dei consumatori afferma di fare attenzione alla provenienza del prodotto, l'espressione del radicamento sul territorio appare più legata al fattore materie prime - non necessariamente coltivate in proprio, peraltro.Ripropongo, tuttavia, la riflessione con cui avevo chiuso il post citato sopra un anno e mezzo fa. L'attenzione alla filiera locale, osservavo, "la vedrei rientrare non tanto nella promozione della birra artigianale in sé (che come tale può essere di ottima qualità anche con materie prime acquistate altrove), quanto nella promozione dei prodotti agricoli locali: se le due cose vanno di pari passo, ben venga (e anzi ci sono diversi esempi virtuosi in questo senso), ma credo sia bene tenere presente che non sono del tutto sovrapponibili. Anzi, tenere insieme questi due aspetti richiede un'ancora maggiore consapevolezza da parte dei birrai: se rifornirsi di materie prime locali implica, per forza di cose, limitare la varietà di malti e di luppoli a cui si ha accesso, è necessario lavorare di conseguenza - se non altro per l'ovvia ragione di non arrivare alla forzatura di utilizzare luppoli autoprodotti di qualità scadente a causa delle condizioni ambientali inadeguate a quella specifica varietà, o a non usare le tipologie di malto più appropriate per un certo stile semplicemente perché queste non rientrano tra quelle prodotte con il proprio orzo. Insomma, come tutte le cose la filiera locale va usata con consapevolezza, perché sia funzionale allo sviluppo dell'azienda e non le tarpi le ali per la scarsa qualità o la scelta limitata delle materie prime". La consapevolezza di questa tematica c'è, o almeno si è colta dai discorsi fatti non solo in sede di questo incontro: da tempo ormai si parla della necessità di crescita della filiera in termini quantitativi e qualitativi, della sua integrazione in un processo più ampio di promozione territoriale, e le iniziative in questo senso ci sono. Resta però a mio avviso il fatto che, pur dando per assodato che la birra prodotta con materie prime locali abbia qualcosa di più da raccontare - e "raccontare" è un termine chiave nel mercato attuale - al consumatore e possa fare da volano di sviluppo territoriale, non sia possibile (o sia quantomeno riduttivo) pensare ad una strategia di rilancio post Covid imperniata esclusivamente su questo: sarà pur vero che "la birra è terra", ma è altrettanto vero che questa non è una via percorsa (e percorribile, dati gli investimenti necessari) da molti birrifici, e per i motivi più svariati - chi per semplici ragioni logistiche e di costi, chi perché tiene ad avere materie prime di un certo tipo che in patria non potrebbe avere. E chiarire che posto occupano queste imprese nella visione proposte nel seminario è utile e necessario, perché non si può pensare ad una ripresa che coinvolga solo una parte del settore.

Birra italiana, filiera e ripresa del settore: che cosa significa il legame con il territorio?

Ho seguito alcuni giorni giorni fa un seminario online promosso da Unionbirrai  e Cia (di cui trovate il comunicato stampa di resoconto qui) sul tema “La birra indipendente artigianale e la filiera brassicola in Italia: il difficile presente, le azioni a supporto, le sfide del 2021”. Al di là degli aspetti "tecnici" (numeri del settore, richieste al legislatore in merito alla questione del codice Ateco, ecc), su cui si sofferma appunto il comunicato stampa, l'incontro mi ha stimolato alcune riflessioni (peccato non fosse attivo un sistema per poter rivolgere domande ai relatori tramite chat, come si usa ad esempio nelle conferenze stampa online: non è detto che ci sia il tempo di rispondere a tutte subito né che non si possa rispedire al mittente quelle inopportune, ma almeno le si raccoglie e le si "evade" poi, per quanto possibile).Essendo un incontro promosso in collaborazione con la Confederazione degli agricoltori, è stato incentrato sul tema della filiera agricola in campo brassicolo: un tema particolarmente sentito in questi ultimi anni e che sta dando risultati tangibili (ho scritto più volte in passato sul tema degli agribirrifici e della loro crescita, ad esempio qui). Si è molto parlato delle ricadute positive della filiera anche sul resto del territorio, con collaborazioni tra birrifici e aziende agricole che vedono il loro orzo meglio valorizzato; degli investimenti necessari nella coltivazione del luppolo, e dell'opportunità di registrare varietà italiane; del legame tra filiera e turismo brassicolo, e del legame con il territorio come via principale per il rilancio.Tutte considerazioni condivisibili e nate già in tempi pre-Covid, che ora trovano una nuova e ancor più cruciale declinazione in vista della ripartenza - e bene fanno quindi Unionbirrai e Cia a parlarne e ad agire di conseguenza; mi è rimasta però, a fine conferenza, una sorta di dubbio (che ho peraltro provato a porre tramite altri mezzi, ma purtroppo senza riuscirci, a due dei relatori intervenuti).  Dai ragionamenti fatti è emersa, dicevamo, la centralità del legame tra birra e territorio, sia in termini di utilizzo delle materie prime locali (proprie nel caso degli agribirrifici, o di altri coltivatori) che di promozione del turismo. Mi chiedo però: in questo percorso di valorizzazione, che ruolo hanno quei birrifici che non utilizzano materie prime locali o italiane (e ce ne sono anche di noti e rinomati)? Dal dibattito ho infatti ricavato la sensazione che il processo di valorizzazione per la ripartenza della birra artigianale italiana debba necessariamente passare attraverso un legame con il territorio espresso dalla materia prima. Sarà che era appunto il tema dell'incontro e quindi il discorso ha per forza di cose preso questa piega specifica, che riguarda un numero sempre più ampio di produttori (come avevo scritto già lo scorso anno, nell'articolo linkato sopra); però appunto mi chiedevo che ruolo ci possa essere in quest'ottica per le realtà di altro tipo, che appunto non rientrano nel tema trattato nel seminario.Certo nulla impedisce di trovare un modo diverso dalle materie prime di esprimere il proprio legame con il territorio, ed esempi in questo senso già ce ne sono: chi punta sul solo fattore acqua (e magari a ragion veduta, dato che è pur sempre l'ingrediente di partenza); chi esprime nei nomi e nella presentazione delle birre alcuni specifici aspetti culturali del territorio; chi utilizza "adjuncts" (i prodotti diversi dalle materie prime di base, ndr) tipici del territorio in questione; chi si inserisce, in quanto impresa locale, nelle reti di promozione del turismo e dei prodotti di quella zona. Una strada percorribile più facilmente da birrifici già affermati e con una certa storia alle spalle, per i quali già il semplice fatto di essere "il birrificio storico del paese X" (anche se "storico" significa dieci anni di attività) dà titolo per essere espressione del territorio stesso. Per i nuovi, se davvero - come si afferma nel sondaggio citato nell'incontro - quasi l'80% dei consumatori afferma di fare attenzione alla provenienza del prodotto, l'espressione del radicamento sul territorio appare più legata al fattore materie prime - non necessariamente coltivate in proprio, peraltro.Ripropongo, tuttavia, la riflessione con cui avevo chiuso il post citato sopra un anno e mezzo fa. L'attenzione alla filiera locale, osservavo, "la vedrei rientrare non tanto nella promozione della birra artigianale in sé (che come tale può essere di ottima qualità anche con materie prime acquistate altrove), quanto nella promozione dei prodotti agricoli locali: se le due cose vanno di pari passo, ben venga (e anzi ci sono diversi esempi virtuosi in questo senso), ma credo sia bene tenere presente che non sono del tutto sovrapponibili. Anzi, tenere insieme questi due aspetti richiede un'ancora maggiore consapevolezza da parte dei birrai: se rifornirsi di materie prime locali implica, per forza di cose, limitare la varietà di malti e di luppoli a cui si ha accesso, è necessario lavorare di conseguenza - se non altro per l'ovvia ragione di non arrivare alla forzatura di utilizzare luppoli autoprodotti di qualità scadente a causa delle condizioni ambientali inadeguate a quella specifica varietà, o a non usare le tipologie di malto più appropriate per un certo stile semplicemente perché queste non rientrano tra quelle prodotte con il proprio orzo. Insomma, come tutte le cose la filiera locale va usata con consapevolezza, perché sia funzionale allo sviluppo dell'azienda e non le tarpi le ali per la scarsa qualità o la scelta limitata delle materie prime". La consapevolezza di questa tematica c'è, o almeno si è colta dai discorsi fatti non solo in sede di questo incontro: da tempo ormai si parla della necessità di crescita della filiera in termini quantitativi e qualitativi, della sua integrazione in un processo più ampio di promozione territoriale, e le iniziative in questo senso ci sono. Resta però a mio avviso il fatto che, pur dando per assodato che la birra prodotta con materie prime locali abbia qualcosa di più da raccontare - e "raccontare" è un termine chiave nel mercato attuale - al consumatore e possa fare da volano di sviluppo territoriale, non sia possibile (o sia quantomeno riduttivo) pensare ad una strategia di rilancio post Covid imperniata esclusivamente su questo: sarà pur vero che "la birra è terra", ma è altrettanto vero che questa non è una via percorsa (e percorribile, dati gli investimenti necessari) da molti birrifici, e per i motivi più svariati - chi per semplici ragioni logistiche e di costi, chi perché tiene ad avere materie prime di un certo tipo che in patria non potrebbe avere. E chiarire che posto occupano queste imprese nella visione proposte nel seminario è utile e necessario, perché non si può pensare ad una ripresa che coinvolga solo una parte del settore.

Tra session ale e birre natalizie

In virtù del ritorno del Friuli Venezia Giulia in zona gialla già da una settimana, ho potuto, dopo diverso tempo, tornare a pranzo in uno dei pub che frequento d'abitudine - la birreria Brasserie di Tricesimo; che domenica 13 aveva peraltro preparato un menù ad hoc, in occasione della presentazione della session ale Refrain di Birrra Garlatti Costa - che il realtà avrebbe dovuto tenersi già qualche tempo fa, e che poi era saltata con l'ingresso del Fvg in zona arancione. A dire il vero avevo già avuto occasione di provare questa birra direttamente in birrificio, ma naturalmente non mi è dispiaciuto provarla di nuovo; anche perché questa volta ho avuto occasione di farlo con abbinamento gastronomico - un bis di focacce, l'una con bacon, gorgonzola e radicchio, e l'altra con ricotta, spinaci e salsiccia. Al di là dei complimenti alla cucina, dato che ho trovato le focacce davvero molto buone, la cosa che più si è imposta all'attenzione è stata la versatilità di questa birra a tavola: data la semplicità, non invasività e pulizia dell'insieme, si è a mio avviso dimostrata adatta ad accompagnare anche due farciture molto diverse come erano quelle in questione - andando semplicemente a fare da "rinfrescante", senza imporsi in alcun modo sui sapori decisi.In quanto alla birra in sé e per sé, non posso che ribadire quanto già affermato nella scorsa degustazione: peculiare aroma di uva spina, frutta acidula e agrumi - pompelmo e mandarino su tutti -, elegante ma sufficientemente robusto da celare le note del lievito belga caro a Severino - che emerge leggermente al salire della temperatura, ma molto ben amalgamato con il fruttato della luppolatura; corpo estremamente snello come da manuale, finale fresco, secco e corto.In più questa volta ho notato, complici forse i sapori del cibo, quasi una sorta di "sapidità" in chiusura, come se la componente speziata del lievito belga andasse a "giocare" con la luppolatura in amaro e apputo ciò che stava nel piatto.A mo' di dolce sono poi passata alla Olaf-Some people are worth melting for (anche qui il nome è una citazione cinematografica, come per tutte le altre birre della casa) del Birrificio Bondai: una natalizia, la prima del birrificio in questione, che è nato lo scorso aprile. Aroma di cannella e scorza d'arancia - le due aromatizzazioni utilizzate - ben percepibili all'aroma, insieme alla speziatura del lievito, che lasciano poi spazio ad un corpo robusto, clado e avvolgente sui toni del biscotto e dello zucchero candito; e chiudere nuovamente con un richiamo a cannella e arancia, che tuttavia non cancellano la persistenza dolce. Una birra che definirei "semplice", pur nella complessità organolettica, nella misura in cui si coglie che non è fatta per stupire, ma intende rientrare nei canoni delle birre stagionali dell'inverno senza pregiudicare la bevibilità di fondo.Chiudo con un ringraziamento a Maltilde, sempre publican di spessore, e a Severino Garlatti Costa, presente alla giornata.