Cinque (anzi sei) birrifici per cinque birre

La sera del 18 giugno, con l'occasione dell'apertura del giardino estivo (purtroppo rovinata dal maltempo) la birreria Brasserie di Tricesimo ha messo alla spina cinque nuove birre di altrettanti birrifici artigianali della regione (più uno in realtà, come vedremo poi) - alcune in realtà già presentate nei giorni precedenti, altre delle anteprime propriamente dette.La prima che ho degustato è la Let's kill the noia, una American Lager di Garlatti Costa. Una birra che rispetta pienamente ciò che risulta essere sulla carta: colore dorato e leggermente velata, schiuma candida e a grana sottile, aromi tra l'agrumato e il floreale molto delicati, corpo fresco e snello senza particolari persistenze di cereale, finale con un taglio amaro secco ma misurato e non persistente. Semplice e estiva, la classica birra da bere a litri che, pur senza cadere nella banalità, può andare incontro ai gusti di tutti. In seconda battuta la So good was singing a beer, la nuova saison al basilico del birrificio Campestre (che sa anche sempre sorprendere con i nomi, devo dire....). Ammetto che ero scettica, perché altre birre al basilico assaggiate in passato non mi avevano convinta: nella maggioranza dei (pochi) casi avevo trovato l'aromatizzazione troppo spinta e slegata dal resto. In questo caso invece non solo il birraio ha optato per la sobrietà, ma ha trovato il modo di legare bene l'erbaceo balsamico e amarognolo del basilico con l'amaro del luppolo in chiusura, che diventano un tutt'uno. Interessante anche la scelta dello stile saison che, per quanto la tipica speziatura rimanga nelle retrovie a favor di basilico, fa comunque da cornice all'aromatizzazione creando una serie di rimandi olfattivi e gustativi.Terza la Tuff Gong, collaborazione tra Foglie d'Erba e Birra Perugia, definita come “Resistance Rye India Pale Beer” - una sui generis insomma, trattandosi di una lager alla segale con luppolatura americana. Al naso si fa subito sentire quello che i birrai stessi definiscono "massiccio dry hopping di mosaic" - e a onor del vero, ancora prima di sentire questa dichiarazione, avevo sentito in questa girandola tropicale la mano di Luana Meola: un suo marchio di fabbrica rispetto a Gino Perissutti, più incline agli aromi resinosi e citrici -, corpo biscottato ma scorrevole in cui si colgono le note peculiari della segale locale, e finale persistente di un amaro citrico-resinoso. Pulita e fresca, molto caratterizzata.In anteprima assoluta debuttava poi la double Ipa Magic Bus, l'ultima nata del birrificio Bondai - che come sempre lega i nomi delle sue birre alla citazione di un film, in questo caso Into the wild. Luppolatura tutto sommato sobria per il genere - non nel senso che non sia intensa, ma nel senso che non cerca fuochi d'artificio: un resinoso netto e deciso, senza fronzoli - a fare il paio con un corpo dal tostato robusto con qualche calda nota caramellata al salire dellla temperatura, e un amaro finale notevole e persistente, sempre su toni tra il resinoso e l'agrumato. Equilibrata e semplice pur nei toni decisi, per gli amanti delle Ipa vecchio stile.Da ultima la Tripel Barrel, una "chicca" nella misura in cui si tratta di una produzione limitata di Antica Contea - la loro Triple Threat di cui avevo già parlato in questo post, passata dodici giorni in barrique di Bordeaux. Un vero tripudio di aromi e sapori, che varia al variare della temperatura - mi sono annotata nell'ordine petali di rosa, uvetta, frutta sotto spirito, ibisco, tè nero, miele di castagno e dattero, ma credo che ciascuno potrebbe sentirci cose diverse -; con sullo sfondo una birra dalla spiccata dolcezza, mitigata da un'acidità appena percettibile e dai toni di legno (senza astringenza, o almeno io non l'ho colta). Finale lungo e dolce, ma senza persistenze alcoliche pastose. Curioso come basti una barricatura così breve per ottenere effetti tanto intensi.Concludo con una nota di merito che ritengo la Brasserie si sia guadagnata, organizzando una serata di significativo spessore - erano presenti anche i birrai - nonostante il momento difficile, le pur necessarie norme di sicurezza, e il nubifragio della serata (che non ha comunque scoraggiato gli avventori, a conferma che l'interesse c'era); e con un grazie a Matilde e al suo staff, nonché ai birrai.

Cinque (anzi sei) birrifici per cinque birre

La sera del 18 giugno, con l'occasione dell'apertura del giardino estivo (purtroppo rovinata dal maltempo) la birreria Brasserie di Tricesimo ha messo alla spina cinque nuove birre di altrettanti birrifici artigianali della regione (più uno in realtà, come vedremo poi) - alcune in realtà già presentate nei giorni precedenti, altre delle anteprime propriamente dette.La prima che ho degustato è la Let's kill the noia, una American Lager di Garlatti Costa. Una birra che rispetta pienamente ciò che risulta essere sulla carta: colore dorato e leggermente velata, schiuma candida e a grana sottile, aromi tra l'agrumato e il floreale molto delicati, corpo fresco e snello senza particolari persistenze di cereale, finale con un taglio amaro secco ma misurato e non persistente. Semplice e estiva, la classica birra da bere a litri che, pur senza cadere nella banalità, può andare incontro ai gusti di tutti. In seconda battuta la So good was singing a beer, la nuova saison al basilico del birrificio Campestre (che sa anche sempre sorprendere con i nomi, devo dire....). Ammetto che ero scettica, perché altre birre al basilico assaggiate in passato non mi avevano convinta: nella maggioranza dei (pochi) casi avevo trovato l'aromatizzazione troppo spinta e slegata dal resto. In questo caso invece non solo il birraio ha optato per la sobrietà, ma ha trovato il modo di legare bene l'erbaceo balsamico e amarognolo del basilico con l'amaro del luppolo in chiusura, che diventano un tutt'uno. Interessante anche la scelta dello stile saison che, per quanto la tipica speziatura rimanga nelle retrovie a favor di basilico, fa comunque da cornice all'aromatizzazione creando una serie di rimandi olfattivi e gustativi.Terza la Tuff Gong, collaborazione tra Foglie d'Erba e Birra Perugia, definita come “Resistance Rye India Pale Beer” - una sui generis insomma, trattandosi di una lager alla segale con luppolatura americana. Al naso si fa subito sentire quello che i birrai stessi definiscono "massiccio dry hopping di mosaic" - e a onor del vero, ancora prima di sentire questa dichiarazione, avevo sentito in questa girandola tropicale la mano di Luana Meola: un suo marchio di fabbrica rispetto a Gino Perissutti, più incline agli aromi resinosi e citrici -, corpo biscottato ma scorrevole in cui si colgono le note peculiari della segale locale, e finale persistente di un amaro citrico-resinoso. Pulita e fresca, molto caratterizzata.In anteprima assoluta debuttava poi la double Ipa Magic Bus, l'ultima nata del birrificio Bondai - che come sempre lega i nomi delle sue birre alla citazione di un film, in questo caso Into the wild. Luppolatura tutto sommato sobria per il genere - non nel senso che non sia intensa, ma nel senso che non cerca fuochi d'artificio: un resinoso netto e deciso, senza fronzoli - a fare il paio con un corpo dal tostato robusto con qualche calda nota caramellata al salire dellla temperatura, e un amaro finale notevole e persistente, sempre su toni tra il resinoso e l'agrumato. Equilibrata e semplice pur nei toni decisi, per gli amanti delle Ipa vecchio stile.Da ultima la Tripel Barrel, una "chicca" nella misura in cui si tratta di una produzione limitata di Antica Contea - la loro Triple Threat di cui avevo già parlato in questo post, passata dodici giorni in barrique di Bordeaux. Un vero tripudio di aromi e sapori, che varia al variare della temperatura - mi sono annotata nell'ordine petali di rosa, uvetta, frutta sotto spirito, ibisco, tè nero, miele di castagno e dattero, ma credo che ciascuno potrebbe sentirci cose diverse -; con sullo sfondo una birra dalla spiccata dolcezza, mitigata da un'acidità appena percettibile e dai toni di legno (senza astringenza, o almeno io non l'ho colta). Finale lungo e dolce, ma senza persistenze alcoliche pastose. Curioso come basti una barricatura così breve per ottenere effetti tanto intensi.Concludo con una nota di merito che ritengo la Brasserie si sia guadagnata, organizzando una serata di significativo spessore - erano presenti anche i birrai - nonostante il momento difficile, le pur necessarie norme di sicurezza, e il nubifragio della serata (che non ha comunque scoraggiato gli avventori, a conferma che l'interesse c'era); e con un grazie a Matilde e al suo staff, nonché ai birrai.

Triveneto, birra artigianale e Despar

Già si è parlato in questi giorni dell'accordo stretto tra Aspiag Service - concessionaria del marchio Despar per Triveneto ed Emilia Romagna - per aprire ai birrifici artigianali locali gli scaffali dei loro punti vendita. Inizialmente era uscito un comunicato di Aspiag; ora è stato diramato anche quello di Unionbirrai, che riposto qui sotto (tanto più che ha il pregio di essere più breve):Grazie alla collaborazione tra Unionbirrai e Despar, le birre di 12 realtà brassicole artigianali di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige sono già disponibili sugli scaffali di 39 punti vendita del territorio di appartenenza del birrificio. La cooperazione tra Unionbirrai e Aspiag Service, concessionaria del marchio Despar per Triveneto ed Emilia Romagna, nasce per dare la possibilità ai microbirrifici artigianali di raggiungere più facilmente gli appassionati ed entrare in contatto con un maggior numero di clienti, anche alla luce del calo di consumi da parte del settore Horeca. “Questa collaborazione è una grande opportunità di visibilità per tutti i piccoli artigiani della birra – spiega Simone Monetti, Segretario Nazionale di Unionbirrai – che potranno far conoscere e apprezzare le proprie birre e le loro peculiarità a un pubblico sempre più vasto. Assieme a Despar abbiamo scelto di attuare una cooperazione a livello territoriale, in modo da rendere più agile il rapporto tra la clientela e il birrificio: dopo aver acquistato la birra speriamo che i consumatori siano incuriositi a tal punto da visitarlo di persona per assaggiare anche le altre birre non inserite nella selezione per la GDO”.Al netto del fatto che, come di consueto, c'è stata una certa polarizzazione tra favorevoli e contrari al "matrimonio" tra birra artigianale e gdo, c'è evidentemente una certa dose di pragmatismo che in questa fase si impone. Se tutte le statistiche sono concordi nel rilevare un aumento delle vendite di birra (anche artigianale, almeno quella che già c'era) nella GDO in fase di lockdown, c'è da considerare che nello stesso periodo abbiamo assistito ad un fioccare di bottiglie vendute a prezzi più che promozionali (con tanto di consegna gratuita a domicilio) da parte dei birrifici: che sia una concorrenza "a ribasso" proprio nei confronti della GDO, che sia semplicemente perché vendere a margine zero è pur sempre meglio che avere la birra ferma in magazzino, in entrambi i casi si tratta di un cortocircuito non sostenibile sul lungo termine. Cercare quindi una visibilità e condizioni adeguate - e sottolineo adeguate, in termini di posizionamento e di prezzo - per la birra artigianale nella GDO, che peraltro sempre più spesso riserva spazio a prodotti locali e di gamma più alta, è quindi comprensibilmente una delle strade che si possono percorrere, cercando di superare un annoso dissidio; tanto più se un'associazione di categoria, qual è Unionbirrai, si pone da garante, mitigando la sproporzione nella forza contrattuale tra il singolo birrificio e la GDO.Non può però non saltare all'occhio il fatto che abbiano aderito solo in 12: per quanto nelle fasi iniziali di qualsiasi progetto i numeri non possano assolutamente considerarsi indicativi della bontà del progetto stesso, possono però rivelare le perplessità presenti. In questo senso ho raccolto i punti di vista di due birrai (che mi hanno chiesto di restare anonimi), che a mio avviso ben riassumono i termini della questione."Credo che questo sia un chiaro segnale di quanti di noi per svariati motivi non vogliano aderire - ha affermato il primo -. Per quanto mi riguarda credo rovinerebbe “i rapporti” con i clienti come pub e ristoranti, che hanno creduto in noi negli anni. Difficilmente un locale che vede il tuo prodotto nella GDO lo vuole proporre ai sui clienti, anche se con etichette diverse; per non parlare poi delle problematiche di prezzo, di confronto del prezzo fra GDO e HORECA, dell’attenzione al prodotto come la catena del freddo"."Secondo me avere la birra in GDO di un certo livello, e sottolineo di un certo livello - ha invece ribattuto un altro -, è qualcosa di cui andare fieri. I prodotti offerti sono tutti controllati e, come si sa, hanno un’ampia gamma di prezzi per tutte le tasche ed anche un buon assortimento degli stessi. Nel caso delle birre, avere una vasta gamma tra le quali poter scegliere in un posto dove si fa la spesa ogni giorno, è una opportunità sia per il cliente sia per il marchio.Il problema prezzi delle birre artigianali forse è quello più sentito da parte dei pub e dei negozi specializzati, ma tutti sanno che questi negozi non hanno il giro di affari dei GDO e di conseguenza sono costretti a fare un ricarico maggiore ai prodotti. Se parliamo dei pub, dobbiamo mettere in conto anche l’obbligo agli studi di settore, al costo della SIAE per la musica ecc. Nessuno si sogna di protestare se in un bar ti fanno pagare una bibita 3 euro, mentre la stessa la paghi 50 centesimi al supermercato. In sintesi, avere la birra in GDO è come averla in un qualsiasi negozio dove passa tanta gente. Se la birra viene reclamizzata molto ed è anche buona, viene venduta bene, altrimenti rimane lì".Naturalmente, è del tutto prematuro trarre conclusioni: per quanto ne sappiamo la cosa potrebbe essere un successone - cosa che non ci si può che augurare per il bene del settore - e stimolare molti altri birrifici ad aderire, così come entrare nel triste novero delle iniziative con buonissime intenzioni e scarsissimi risultati. Al di là di questo, ritengo significativo il fatto che i termini della questione continuino sostanzialmente a non smuoversi: che sia un bene o un male è questione di opinione, ma in ogni caso impone una riflessione sulla staticità, sia sotto il profilo economico che culturale, del rapporto tra birra artigianale e gdo.

Triveneto, birra artigianale e Despar

Già si è parlato in questi giorni dell'accordo stretto tra Aspiag Service - concessionaria del marchio Despar per Triveneto ed Emilia Romagna - per aprire ai birrifici artigianali locali gli scaffali dei loro punti vendita. Inizialmente era uscito un comunicato di Aspiag; ora è stato diramato anche quello di Unionbirrai, che riposto qui sotto (tanto più che ha il pregio di essere più breve):Grazie alla collaborazione tra Unionbirrai e Despar, le birre di 12 realtà brassicole artigianali di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige sono già disponibili sugli scaffali di 39 punti vendita del territorio di appartenenza del birrificio. La cooperazione tra Unionbirrai e Aspiag Service, concessionaria del marchio Despar per Triveneto ed Emilia Romagna, nasce per dare la possibilità ai microbirrifici artigianali di raggiungere più facilmente gli appassionati ed entrare in contatto con un maggior numero di clienti, anche alla luce del calo di consumi da parte del settore Horeca. “Questa collaborazione è una grande opportunità di visibilità per tutti i piccoli artigiani della birra – spiega Simone Monetti, Segretario Nazionale di Unionbirrai – che potranno far conoscere e apprezzare le proprie birre e le loro peculiarità a un pubblico sempre più vasto. Assieme a Despar abbiamo scelto di attuare una cooperazione a livello territoriale, in modo da rendere più agile il rapporto tra la clientela e il birrificio: dopo aver acquistato la birra speriamo che i consumatori siano incuriositi a tal punto da visitarlo di persona per assaggiare anche le altre birre non inserite nella selezione per la GDO”.Al netto del fatto che, come di consueto, c'è stata una certa polarizzazione tra favorevoli e contrari al "matrimonio" tra birra artigianale e gdo, c'è evidentemente una certa dose di pragmatismo che in questa fase si impone. Se tutte le statistiche sono concordi nel rilevare un aumento delle vendite di birra (anche artigianale, almeno quella che già c'era) nella GDO in fase di lockdown, c'è da considerare che nello stesso periodo abbiamo assistito ad un fioccare di bottiglie vendute a prezzi più che promozionali (con tanto di consegna gratuita a domicilio) da parte dei birrifici: che sia una concorrenza "a ribasso" proprio nei confronti della GDO, che sia semplicemente perché vendere a margine zero è pur sempre meglio che avere la birra ferma in magazzino, in entrambi i casi si tratta di un cortocircuito non sostenibile sul lungo termine. Cercare quindi una visibilità e condizioni adeguate - e sottolineo adeguate, in termini di posizionamento e di prezzo - per la birra artigianale nella GDO, che peraltro sempre più spesso riserva spazio a prodotti locali e di gamma più alta, è quindi comprensibilmente una delle strade che si possono percorrere, cercando di superare un annoso dissidio; tanto più se un'associazione di categoria, qual è Unionbirrai, si pone da garante, mitigando la sproporzione nella forza contrattuale tra il singolo birrificio e la GDO.Non può però non saltare all'occhio il fatto che abbiano aderito solo in 12: per quanto nelle fasi iniziali di qualsiasi progetto i numeri non possano assolutamente considerarsi indicativi della bontà del progetto stesso, possono però rivelare le perplessità presenti. In questo senso ho raccolto i punti di vista di due birrai (che mi hanno chiesto di restare anonimi), che a mio avviso ben riassumono i termini della questione."Credo che questo sia un chiaro segnale di quanti di noi per svariati motivi non vogliano aderire - ha affermato il primo -. Per quanto mi riguarda credo rovinerebbe “i rapporti” con i clienti come pub e ristoranti, che hanno creduto in noi negli anni. Difficilmente un locale che vede il tuo prodotto nella GDO lo vuole proporre ai sui clienti, anche se con etichette diverse; per non parlare poi delle problematiche di prezzo, di confronto del prezzo fra GDO e HORECA, dell’attenzione al prodotto come la catena del freddo"."Secondo me avere la birra in GDO di un certo livello, e sottolineo di un certo livello - ha invece ribattuto un altro -, è qualcosa di cui andare fieri. I prodotti offerti sono tutti controllati e, come si sa, hanno un’ampia gamma di prezzi per tutte le tasche ed anche un buon assortimento degli stessi. Nel caso delle birre, avere una vasta gamma tra le quali poter scegliere in un posto dove si fa la spesa ogni giorno, è una opportunità sia per il cliente sia per il marchio.Il problema prezzi delle birre artigianali forse è quello più sentito da parte dei pub e dei negozi specializzati, ma tutti sanno che questi negozi non hanno il giro di affari dei GDO e di conseguenza sono costretti a fare un ricarico maggiore ai prodotti. Se parliamo dei pub, dobbiamo mettere in conto anche l’obbligo agli studi di settore, al costo della SIAE per la musica ecc. Nessuno si sogna di protestare se in un bar ti fanno pagare una bibita 3 euro, mentre la stessa la paghi 50 centesimi al supermercato. In sintesi, avere la birra in GDO è come averla in un qualsiasi negozio dove passa tanta gente. Se la birra viene reclamizzata molto ed è anche buona, viene venduta bene, altrimenti rimane lì".Naturalmente, è del tutto prematuro trarre conclusioni: per quanto ne sappiamo la cosa potrebbe essere un successone - cosa che non ci si può che augurare per il bene del settore - e stimolare molti altri birrifici ad aderire, così come entrare nel triste novero delle iniziative con buonissime intenzioni e scarsissimi risultati. Al di là di questo, ritengo significativo il fatto che i termini della questione continuino sostanzialmente a non smuoversi: che sia un bene o un male è questione di opinione, ma in ogni caso impone una riflessione sulla staticità, sia sotto il profilo economico che culturale, del rapporto tra birra artigianale e gdo.

Coronavirus e prospettive future, parte seconda

In questi giorni è giunto nella mia disponibilità uno strumento per analizzare meglio quanto avevo già discusso in questo post (ossia le prospettive che si aprono per i birrifici artigianali in seguito alla serrata per coronavirus): i risultati del sondaggio realizzato dall'Associazione Le Donne della Birra, dal titolo "Birra e nuovi stili di consumo". Va precisato che non si tratta di un'indagine statistica (e quindi effettuata su un campione rappresentativo scientificamente costruito) ma di un sondaggio, ossia una serie di domande fatta circolare al largo; però si tratta comunque di dati di interesse in quanto non solo la sostanziale totalità dei rispondenti consuma birra (ma dai, direte voi), ma quasi l'80% consuma birra artigianale; l'85% consuma birra una o più volte a settimana, con un terzo dei rispondenti operatori di settore (birrai, distributori, publican, sommelier, ecc) e poco più di un quinto homebrewer. Insomma, lo "zoccolo duro" della platea a cui si rivolgono i birrifici artigianali italiani, e le cui opinioni e comportamenti rivestono di conseguenza particolare rilevanza.Innanzitutto, va notato che solo il 23,5% ha diminuito i propri consumi di birra in quarantena: quasi la metà l'ha mantenuta invariata, e il 31% l'ha addirittura aumentata. Per quanto questo non ci dica nulla sulle vendite totali di birra, ci fa comunque capire che, almeno gli appassionati, non si sono fatti scoraggiare - e anzi, hanno probabilmente colto il lockdown come ragione in più per sostenere i birrifici loro cari.Nel mio post mi ero però concentrata in particolare sul tema consegne a domicilio e e-commerce: e su questo fronte i dati sono netti. Se prima del lockdown solo il 10,5% dei rispondenti acquistava birra dai siti di birrifici, pub o beershop, e l'11% da piattaforme di e-commerce, dopo la serrata queste percentuali sono salite rispettivamente al 39% e al 22,5%, per il 61,5% di rispondenti in totale che afferma di aver fatto acquisti online. Balzo in avanti prevedibile, ma ciò che è interessante sono le prospettive future: il 52% degli intervistati ha risposto che vi farà ricorso in futuro sicuramente su base regolare o qualche volta, e il 19% che forse lo farà. Un netto cambiamento delle intenzioni di consumo, se contiamo che solo il 21% afferma di aver fatto ricorso all'e-commerce in epoca pre-Covid. I margini per gli aumenti totali dei consumi a cui facevo riferimento nel mio post probabilmente si annidano in quel 28,6% che prevede di far ricorso all'e-commerce "qualche volta", facendo intuire che intende affiancarlo all'abitudine di frequentare pub e tap room; e, se oltre l'80% degli interpellati ha risposto che la birra significa "condivisione e svago", c'è di che ritenere improbabile un passaggio totale dal bere la birra nei locali al bersela chiusi in casa.Ma anche se gli aumenti totali non ci dovessero essere, non ci sono dubbi (se mai ci fossero stati) sul fatto che i birrifici debbano d'ora in poi attrezzarsi per questa modalità di vendita (cosa che prima non sempre si verificava), direi che ora non li ha più. Del resto, tutti i birrai con cui ho avuto modo di parlare affermano di voler mantenere e-commerce e consegna a domicilio (o il rafforzamento che hanno messo in campo in questo senso durante la serrata) almeno nel medio periodo, anche perché gli ordini tramite questo canale sono per ora sostanzialmente costanti rispetto al lockdown. Certo si impone un ricalibramento delle strategie perché il delivery impone minor marginalità e difficoltà logistiche non indifferenti, però se la virata in questo senso sarà, come pare, abbastanza stabile, potrebbe non essere un male.L'e-commerce poi ha anche cambiato la qualità del consumo, stimolando a provare birre nuove - che magari non si conoscevano perché non erano disponibili nel proprio pub di fiducia, o non erano di birrifici locali abitualmente frequentati: un altro punto che sollevavo nel post, unitamente alle considerazioni sull'uso delle iniziative di comunicazione via social network - canale da cui oltre la metà degli intervistati riceve informazioni in questo campo. Significativo anche che 7 su 10 intervistati affermino di essere disponibili ad ordinare anche birre sconosciute. C'è poi un altro dato che a mio avviso vale la pena sottolineare. Il 43% degli intervistati afferma di aver acquistato birra anche dalla gdo, contro il 36% pre-lockdown: prevedibile nella misura in cui il supermercato è stato per due mesi sostanzialmente la nostra unica frequentazione, e di nuovo una carta in più in mano a quei birrifici artigianali presenti anche su quegli scaffali - dato che, se il 77% dei rispondenti afferma di aver acquistato birre artigianali, è lecito dedurre che siano andati a cercare prima di tutto quelle.Insomma, gli spunti di riflessione per ripartire sono molti, e altri ancora ce ne sarebbero. Personalmente, mi confermano la sensazione già avuta che i cambiamenti imposti dal lockdown saranno almeno in parte permanenti, e che sta ai birrifici usarli in loro favore dopo averli analizzati. Ringrazio l'Associazione Le Donne della Birra per questa iniziativa.

Coronavirus e prospettive future, parte seconda

In questi giorni è giunto nella mia disponibilità uno strumento per analizzare meglio quanto avevo già discusso in questo post (ossia le prospettive che si aprono per i birrifici artigianali in seguito alla serrata per coronavirus): i risultati del sondaggio realizzato dall'Associazione Le Donne della Birra, dal titolo "Birra e nuovi stili di consumo". Va precisato che non si tratta di un'indagine statistica (e quindi effettuata su un campione rappresentativo scientificamente costruito) ma di un sondaggio, ossia una serie di domande fatta circolare al largo; però si tratta comunque di dati di interesse in quanto non solo la sostanziale totalità dei rispondenti consuma birra (ma dai, direte voi), ma quasi l'80% consuma birra artigianale; l'85% consuma birra una o più volte a settimana, con un terzo dei rispondenti operatori di settore (birrai, distributori, publican, sommelier, ecc) e poco più di un quinto homebrewer. Insomma, lo "zoccolo duro" della platea a cui si rivolgono i birrifici artigianali italiani, e le cui opinioni e comportamenti rivestono di conseguenza particolare rilevanza.Innanzitutto, va notato che solo il 23,5% ha diminuito i propri consumi di birra in quarantena: quasi la metà l'ha mantenuta invariata, e il 31% l'ha addirittura aumentata. Per quanto questo non ci dica nulla sulle vendite totali di birra, ci fa comunque capire che, almeno gli appassionati, non si sono fatti scoraggiare - e anzi, hanno probabilmente colto il lockdown come ragione in più per sostenere i birrifici loro cari.Nel mio post mi ero però concentrata in particolare sul tema consegne a domicilio e e-commerce: e su questo fronte i dati sono netti. Se prima del lockdown solo il 10,5% dei rispondenti acquistava birra dai siti di birrifici, pub o beershop, e l'11% da piattaforme di e-commerce, dopo la serrata queste percentuali sono salite rispettivamente al 39% e al 22,5%, per il 61,5% di rispondenti in totale che afferma di aver fatto acquisti online. Balzo in avanti prevedibile, ma ciò che è interessante sono le prospettive future: il 52% degli intervistati ha risposto che vi farà ricorso in futuro sicuramente su base regolare o qualche volta, e il 19% che forse lo farà. Un netto cambiamento delle intenzioni di consumo, se contiamo che solo il 21% afferma di aver fatto ricorso all'e-commerce in epoca pre-Covid. I margini per gli aumenti totali dei consumi a cui facevo riferimento nel mio post probabilmente si annidano in quel 28,6% che prevede di far ricorso all'e-commerce "qualche volta", facendo intuire che intende affiancarlo all'abitudine di frequentare pub e tap room; e, se oltre l'80% degli interpellati ha risposto che la birra significa "condivisione e svago", c'è di che ritenere improbabile un passaggio totale dal bere la birra nei locali al bersela chiusi in casa.Ma anche se gli aumenti totali non ci dovessero essere, non ci sono dubbi (se mai ci fossero stati) sul fatto che i birrifici debbano d'ora in poi attrezzarsi per questa modalità di vendita (cosa che prima non sempre si verificava), direi che ora non li ha più. Del resto, tutti i birrai con cui ho avuto modo di parlare affermano di voler mantenere e-commerce e consegna a domicilio (o il rafforzamento che hanno messo in campo in questo senso durante la serrata) almeno nel medio periodo, anche perché gli ordini tramite questo canale sono per ora sostanzialmente costanti rispetto al lockdown. Certo si impone un ricalibramento delle strategie perché il delivery impone minor marginalità e difficoltà logistiche non indifferenti, però se la virata in questo senso sarà, come pare, abbastanza stabile, potrebbe non essere un male.L'e-commerce poi ha anche cambiato la qualità del consumo, stimolando a provare birre nuove - che magari non si conoscevano perché non erano disponibili nel proprio pub di fiducia, o non erano di birrifici locali abitualmente frequentati: un altro punto che sollevavo nel post, unitamente alle considerazioni sull'uso delle iniziative di comunicazione via social network - canale da cui oltre la metà degli intervistati riceve informazioni in questo campo. Significativo anche che 7 su 10 intervistati affermino di essere disponibili ad ordinare anche birre sconosciute. C'è poi un altro dato che a mio avviso vale la pena sottolineare. Il 43% degli intervistati afferma di aver acquistato birra anche dalla gdo, contro il 36% pre-lockdown: prevedibile nella misura in cui il supermercato è stato per due mesi sostanzialmente la nostra unica frequentazione, e di nuovo una carta in più in mano a quei birrifici artigianali presenti anche su quegli scaffali - dato che, se il 77% dei rispondenti afferma di aver acquistato birre artigianali, è lecito dedurre che siano andati a cercare prima di tutto quelle.Insomma, gli spunti di riflessione per ripartire sono molti, e altri ancora ce ne sarebbero. Personalmente, mi confermano la sensazione già avuta che i cambiamenti imposti dal lockdown saranno almeno in parte permanenti, e che sta ai birrifici usarli in loro favore dopo averli analizzati. Ringrazio l'Associazione Le Donne della Birra per questa iniziativa.

Una birra a “Bondai” Beach

Come chi mi segue già sa, e come già ho scritto sul Giornale della Birra, ho avuto nei giorni scorsi il piacere di provare le birre del birrificio Bondai: una nuova attività nata da Luca Dalla Torre - che ho avuto occasione di conoscere anni fa nel giudicare nei concorsi homebrewer in regione, dove lui faceva regolarmente incetta di premi - e che si è trovata ad aprire proprio in pieno lockdown - con i pro e i contro del caso, come Luca ha spiegato bene nell'intervista linkata sopra (che vi invito a leggere, anche per avere qualche informazione in più sul birrificio). Un passo, a dire il vero, atteso da tempo e da molti; dato che Luca non aveva mai fatto mistero dei suoi sogni brassicoli, e che le sue birre avevano avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare in maniera notevole per un homebrewer anche oltre i confini regionali. Un bene per l'inizio dell'attività, ma forse anche un'arma a doppio taglio: perché si sa che passare dall'impiantino di casa a quello di un birrificio non è facile, e se le aspettative sono alte si rischia di deluderle. Pur fiduciosa in Luca e nella sua ben nota maniacale precisione nel lavoro, ero quindi curiosa di assaggiare le birre uscite dal nuovo impianto - la Pils Beib, la Apa Point Break, la American Ipa Listen e la American Amber Ale Heya!.In quanto alla prima, devo dire che in rima battuta mi aveva lasciata abbastanza perplessa: non tanto perché avessi riscontrato dei difetti, quanto perché all'aroma e al primo sorso mi era sembrata "la solita Pils" - senza che notassi alcuna "firma" di Luca, che tendenzialmente mira a "stupire". In realtà esibisce poi un peculiare e discretamente persistente ritorno di cereale, che in chiusura si amalgama egregiamente con l'amaro elegante: non un "marchio di stupore", ma quantomeno un "marchio di fabbrica" - per quanto gli stili tedeschi non siano propriamente nelle corde del birraio, che preferisce quelli britannici e americani.E lo testimonia senz'altro la Apa Point Break: un tripudio tropicale all'aroma (Mosaic, Citra e Amarillo per la precisione), dall'ananas, alla papaya, al litchi; corpo snello ma non evanescente, con leggera tostatura; prima di un finale di un amaro fruttato, morbido e non troppo persistente. Si capisce che è fatta per stupire, ma ha il merito di non stroppiare - nonché di bersi con estrema facilità, pur senza cadere nel ruffiano.Particolarmente interessante è risultato il confronto con la Listen, in quanto si coglie la precisa volontà di differenziare i due stili (si sa che i confini tra Ipa e Apa a volte risultano sfumati): qui si coglie che la volontà non è quella di stupire con mirabolanze tropicali, ma dando un profilo aromatico estremamente netto, pulito e pungente - dominano i toni tra il resinoso e l'agrumato, con anche una lieve punta erbacea. Corpo biscottato ben sostenuto ma snello, prima di una chiusura nettamente secca ed erbacea. Notevole armonia complessiva.Da ultimo la Heya!: luppolatura tra l'erbaceo e l'agrumato, sostenuta dal biscottato del malto; corpo molto snello, che lascia il caramello solo sullo sfondo, prima di una chiusura erbacea, secca e netta in cui ritorna anche il biscotto. Personalmente avrei apprezzato un corpo in cui il caramello fosse un po' più robusto, ma non si tratta di uno "squilibrio" tale da nuocere alla gradevolezza dell'insieme.Nel complesso, direi che il Bondai non ha deluso le aspettative per la partenza: birre semplici ma non banali, pulite e ben costruite. Per certi versi si sente ancora il "tocco dell'homebrewer", quello intento a "fare le pulci" alle proprie birre e a cercare sempre che cosa si potrebbe migliorare. Che come inizio, si dirà, non è male.

Una birra a “Bondai” Beach

Come chi mi segue già sa, e come già ho scritto sul Giornale della Birra, ho avuto nei giorni scorsi il piacere di provare le birre del birrificio Bondai: una nuova attività nata da Luca Dalla Torre - che ho avuto occasione di conoscere anni fa nel giudicare nei concorsi homebrewer in regione, dove lui faceva regolarmente incetta di premi - e che si è trovata ad aprire proprio in pieno lockdown - con i pro e i contro del caso, come Luca ha spiegato bene nell'intervista linkata sopra (che vi invito a leggere, anche per avere qualche informazione in più sul birrificio). Un passo, a dire il vero, atteso da tempo e da molti; dato che Luca non aveva mai fatto mistero dei suoi sogni brassicoli, e che le sue birre avevano avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare in maniera notevole per un homebrewer anche oltre i confini regionali. Un bene per l'inizio dell'attività, ma forse anche un'arma a doppio taglio: perché si sa che passare dall'impiantino di casa a quello di un birrificio non è facile, e se le aspettative sono alte si rischia di deluderle. Pur fiduciosa in Luca e nella sua ben nota maniacale precisione nel lavoro, ero quindi curiosa di assaggiare le birre uscite dal nuovo impianto - la Pils Beib, la Apa Point Break, la American Ipa Listen e la American Amber Ale Heya!.In quanto alla prima, devo dire che in rima battuta mi aveva lasciata abbastanza perplessa: non tanto perché avessi riscontrato dei difetti, quanto perché all'aroma e al primo sorso mi era sembrata "la solita Pils" - senza che notassi alcuna "firma" di Luca, che tendenzialmente mira a "stupire". In realtà esibisce poi un peculiare e discretamente persistente ritorno di cereale, che in chiusura si amalgama egregiamente con l'amaro elegante: non un "marchio di stupore", ma quantomeno un "marchio di fabbrica" - per quanto gli stili tedeschi non siano propriamente nelle corde del birraio, che preferisce quelli britannici e americani.E lo testimonia senz'altro la Apa Point Break: un tripudio tropicale all'aroma (Mosaic, Citra e Amarillo per la precisione), dall'ananas, alla papaya, al litchi; corpo snello ma non evanescente, con leggera tostatura; prima di un finale di un amaro fruttato, morbido e non troppo persistente. Si capisce che è fatta per stupire, ma ha il merito di non stroppiare - nonché di bersi con estrema facilità, pur senza cadere nel ruffiano.Particolarmente interessante è risultato il confronto con la Listen, in quanto si coglie la precisa volontà di differenziare i due stili (si sa che i confini tra Ipa e Apa a volte risultano sfumati): qui si coglie che la volontà non è quella di stupire con mirabolanze tropicali, ma dando un profilo aromatico estremamente netto, pulito e pungente - dominano i toni tra il resinoso e l'agrumato, con anche una lieve punta erbacea. Corpo biscottato ben sostenuto ma snello, prima di una chiusura nettamente secca ed erbacea. Notevole armonia complessiva.Da ultimo la Heya!: luppolatura tra l'erbaceo e l'agrumato, sostenuta dal biscottato del malto; corpo molto snello, che lascia il caramello solo sullo sfondo, prima di una chiusura erbacea, secca e netta in cui ritorna anche il biscotto. Personalmente avrei apprezzato un corpo in cui il caramello fosse un po' più robusto, ma non si tratta di uno "squilibrio" tale da nuocere alla gradevolezza dell'insieme.Nel complesso, direi che il Bondai non ha deluso le aspettative per la partenza: birre semplici ma non banali, pulite e ben costruite. Per certi versi si sente ancora il "tocco dell'homebrewer", quello intento a "fare le pulci" alle proprie birre e a cercare sempre che cosa si potrebbe migliorare. Che come inizio, si dirà, non è male.

Verso la fase 2…in ordine sparso?

Dopo la lettera da parte del comitato spontaneo dei gestori dei pubblici esercizi milanesi, ho iniziato a fare più attenzione a quelle che sono le istanze di gestori di pub e affini. In particolare dopo l'annuncio del tanto atteso decreto per la fase 2; che, tra stupori e polemiche, ha prospettato al 1 giugno la riapertura di bar e ristoranti (categoria sotto al quale ricadono la grande maggioranza dei pub).Inizialmente le reazioni erano state di contrarietà: impossibile aspettare così a lungo, molti rischiano di chiudere, consentire soltanto l'asporto non risolve perché genera più costi che incassi. Si sono mossi presidenti di Regione - alcuni, al momento in cui scriviamo, intendono anticipare le riaperture -, associazioni di categoria e singoli gruppi, con tanto di raccolte di firme, flashmob e affini.Nel giro di poco tempo però hanno iniziato a farsi sentire anche altre voci - che in realtà c'erano anche prima, semplicemente erano passate più in sordina: ossia quelle che sostengono che riaprire in una fase in cui è ancora necessario osservare pesanti misure per evitare la ripresa del contagio sia in realtà, come si dice dalle mie parti, "un tacòn pedo del sbrech" (per i non venetosinistrapiavofoni: una toppa peggiore dello strappo). Posti a sedere ridotti anche di oltre la metà, spese per l'adeguamento dei locali a fronte di pesanti incertezze su quali saranno effettivamente le normative di sicurezza, prospettive di un flusso di clienti assai ridotto: tutti elementi che, secondo i sostenitori di questa tesi, condannerebbero ugualmente gli esercizi pubblici al fallimento. Meglio a questo punto, dicono, prevedere adeguate misure di sostegno pubblico per qualche mese in più (e che queste misure arrivino sul serio, senza i pesanti ritardi visti finora), e per poi ripartire a pieno regime o quasi. Tra queste voci c'è stata ad esempio quella del Comitato HoReCa Lombardia, che la settimana scorsa ha simbolicamente consegnato le chiavi dei propri locali al sindaco di Milano con questa richiesta.Si può dire che siano due facce della stessa medaglia, e non solo nella misura in cui sono due punti di vista (diversi ma altrettanto legittimi) su come affrontare un problema che è lo stesso per tutti; ma anche perché è ragionevole credere che, a seconda dei singoli casi, possa essere più adatto l'uno o l'altro approccio. Credo ad esempio non sia un caso che il primo punto di vista sia più diffuso in quelle zone che sono state meno pesantemente colpite dall'epidemia, o che comunque vi hanno fatto meglio fronte (e lo vedo concretamente qui a Nordest); nonché che siano evidentemente molti i fattori da prendere in considerazione per valutare se la riapertura convenga o se la chiusura sia ancora sostenibile (l'essere più o meno grandi e strutturati, l'avere più o meno dipendenti, l'avere o meno cucina, essere proprietari o affittuari della struttura, trovarsi in un luogo con più o meno afflusso di pubblico, ed altro ancora). Questo per dire che, come sempre nelle situazioni complesse, sarebbe illusorio voler cercare una soluzione semplice (che sia il "riapriamo tutto senza se e senza ma" o la chiusura ad oltranza).Senza però voler giudicare le singole posizioni (visto che non sono publican e quindi non potrei mai permettermi di farlo), una considerazione mi sento di farla. Ossia quella che mi dispiacerebbe vedere spuntare i coltelli tra chi vuole riaprire subito, e chi invece invoca il prosieguo della chiusura con sostegno statale. Già ho sentito qualche espressione di astio di una corrente di pensiero verso l'altra, e non vorrei si andasse in peggio. Andare divisi come categoria è spesso (per non dire sempre) pericoloso, e a rischio di trovarsi "cornuti e mazziati" (e no, questo non è un modo di dire veneto). Mi chiedo se sia possibile trovare una posizione di sintesi; o una sorta di soluzione flessibile per cui si possa optare, per un periodo di tempo definito, per l'apertura oppure per la chiusura sostenuta da apposite misure. Sarei felice di ricevere l'opinione di qualche publican o ristoratore in merito.

Verso la fase 2…in ordine sparso?

Dopo la lettera da parte del comitato spontaneo dei gestori dei pubblici esercizi milanesi, ho iniziato a fare più attenzione a quelle che sono le istanze di gestori di pub e affini. In particolare dopo l'annuncio del tanto atteso decreto per la fase 2; che, tra stupori e polemiche, ha prospettato al 1 giugno la riapertura di bar e ristoranti (categoria sotto al quale ricadono la grande maggioranza dei pub).Inizialmente le reazioni erano state di contrarietà: impossibile aspettare così a lungo, molti rischiano di chiudere, consentire soltanto l'asporto non risolve perché genera più costi che incassi. Si sono mossi presidenti di Regione - alcuni, al momento in cui scriviamo, intendono anticipare le riaperture -, associazioni di categoria e singoli gruppi, con tanto di raccolte di firme, flashmob e affini.Nel giro di poco tempo però hanno iniziato a farsi sentire anche altre voci - che in realtà c'erano anche prima, semplicemente erano passate più in sordina: ossia quelle che sostengono che riaprire in una fase in cui è ancora necessario osservare pesanti misure per evitare la ripresa del contagio sia in realtà, come si dice dalle mie parti, "un tacòn pedo del sbrech" (per i non venetosinistrapiavofoni: una toppa peggiore dello strappo). Posti a sedere ridotti anche di oltre la metà, spese per l'adeguamento dei locali a fronte di pesanti incertezze su quali saranno effettivamente le normative di sicurezza, prospettive di un flusso di clienti assai ridotto: tutti elementi che, secondo i sostenitori di questa tesi, condannerebbero ugualmente gli esercizi pubblici al fallimento. Meglio a questo punto, dicono, prevedere adeguate misure di sostegno pubblico per qualche mese in più (e che queste misure arrivino sul serio, senza i pesanti ritardi visti finora), e per poi ripartire a pieno regime o quasi. Tra queste voci c'è stata ad esempio quella del Comitato HoReCa Lombardia, che la settimana scorsa ha simbolicamente consegnato le chiavi dei propri locali al sindaco di Milano con questa richiesta.Si può dire che siano due facce della stessa medaglia, e non solo nella misura in cui sono due punti di vista (diversi ma altrettanto legittimi) su come affrontare un problema che è lo stesso per tutti; ma anche perché è ragionevole credere che, a seconda dei singoli casi, possa essere più adatto l'uno o l'altro approccio. Credo ad esempio non sia un caso che il primo punto di vista sia più diffuso in quelle zone che sono state meno pesantemente colpite dall'epidemia, o che comunque vi hanno fatto meglio fronte (e lo vedo concretamente qui a Nordest); nonché che siano evidentemente molti i fattori da prendere in considerazione per valutare se la riapertura convenga o se la chiusura sia ancora sostenibile (l'essere più o meno grandi e strutturati, l'avere più o meno dipendenti, l'avere o meno cucina, essere proprietari o affittuari della struttura, trovarsi in un luogo con più o meno afflusso di pubblico, ed altro ancora). Questo per dire che, come sempre nelle situazioni complesse, sarebbe illusorio voler cercare una soluzione semplice (che sia il "riapriamo tutto senza se e senza ma" o la chiusura ad oltranza).Senza però voler giudicare le singole posizioni (visto che non sono publican e quindi non potrei mai permettermi di farlo), una considerazione mi sento di farla. Ossia quella che mi dispiacerebbe vedere spuntare i coltelli tra chi vuole riaprire subito, e chi invece invoca il prosieguo della chiusura con sostegno statale. Già ho sentito qualche espressione di astio di una corrente di pensiero verso l'altra, e non vorrei si andasse in peggio. Andare divisi come categoria è spesso (per non dire sempre) pericoloso, e a rischio di trovarsi "cornuti e mazziati" (e no, questo non è un modo di dire veneto). Mi chiedo se sia possibile trovare una posizione di sintesi; o una sorta di soluzione flessibile per cui si possa optare, per un periodo di tempo definito, per l'apertura oppure per la chiusura sostenuta da apposite misure. Sarei felice di ricevere l'opinione di qualche publican o ristoratore in merito.