Covid, settore birrario e chiusure: siamo a un punto di rottura?

Risulta difficile dire qualcosa che non sia già stato detto in merito alle misure previste nel nuovo Dpcm, e in particolare sull'obbligo di chiusura alle 18 per bar e ristoranti - che colpisce in modo particolare il settore birrario, significando la chiusura totale per i pub (eccetto per i pochi che aprono anche a pranzo, però è da vedere se converrà loro rimanere aperti o meno a fronte della riduzione degli introiti).Il sentirsi presi in giro, trovandosi costretti a chiudere dopo tanti investimenti in tempo e denaro nell’adeguarsi ai protocolli (non parliamo delle palestre, che non più tardi di una settimana fa si erano sentite dire di avere una settimana per adeguarsi); il farlo pur in assenza di dati che provino il legame tra la diffusione del virus e l’apertura di questi luoghi; il fatto che il peso delle chiusure ricada sempre sulle stesse categorie; il fatto che è ormai chiaro che, da parte delle istituzioni, non tutto ciò che doveva essere fatto per affrontare questa seconda ondata è stato fatto; l’irresponsabilità di alcuni – perché inutile negare che i comportamenti irresponsabili ci siano stati, sia da parte dei ristoratori e publican che da parte degli avventori – che ricade su tutti. Tutto contribuisce agli sfoghi di rabbia che si vedono in queste ore, e che sicuramente uscirà – auspicabilmente in forme civili – dai confini dei social.Intendiamoci: ogni luogo di aggregazione è, di per sé, fonte potenziale di rischio – compresi i centri commerciali, che però non sono stati chiusi. E onestamente non me la sento di condividere, o almeno non in toto, la narrativa “innocentista” secondo cui in pub e affini non si sono mai verificati episodi di mancato rispetto delle regole (se non altro perché ne ho visti con i miei occhi). Però è evidente che chiudere i luoghi di aggregazione dopo le 18 – nonché quelli con più rigidi protocolli di sicurezza come palestre e piscine – per poi lasciare mezzi pubblici affollati, centri commerciali aperti, e un sistema in cui l’esito di un tampone spesso arriva così tardi da essere ormai inefficace ai fini del contenimento, è inutile oltre che ingiusto.Per quanto riguarda il settore birrario nello specifico, credo che l’ipotesi di un mantenimento della consegna a domicilio che avevo avanzato in questo post, e inizialmente smentita dai fatti (molti birrai mi avevano detto di averla molto ridotta o del tutto abbandonata a fine lockdown) tornerà in auge: chiusi i principali canali distributivi di pub e ristoranti non resta che la vendita diretta, o in birrificio o in delivery. C’è da augurarsi che anche questa volta la risposta del pubblico sia buona. Non so però se davvero tutti i birrifici si reingegneranno, anche questa volta, per trovare una soluzione.Perché temo che con questa seconda stretta si sia davvero giunti ad un punto di rottura. E non solo perché ci saranno aziende (non solo birrifici e pub) che non reggeranno il colpo, con relative conseguenze sull’occupazione. Ma anche perché la rabbia, per definizione, è distruttiva, non costruttiva. E quindi rende difficile ingegnarsi per sfangarla in qualche modo, stringere i denti a fronte di un beneficio comune come è la salute pubblica, facendo preferire piuttosto gettare la spugna e sfogare il proprio risentimento. Mi auguro di sbagliarmi, ma temo di no. p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: #000000; line-height: 115%; orphans: 2; widows: 2 } p.western { font-family: "Liberation Serif", "Times New Roman", serif; font-size: 12pt; so-language: it-IT } p.cjk { font-family: "Noto Sans CJK SC"; font-size: 12pt; so-language: zh-CN } p.ctl { font-family: "Lohit Devanagari"; font-size: 12pt; so-language: hi-IN } a:link { so-language: zxx }

Tra beerfirm, il contrario del beerfirm, e il marketing

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere, sulla bacheca Facebook di un birraio di mia conoscenza, questo stato: "Vedo serate di promozione della birra artigianale, dove sul palco troviamo beerfirm ("birrai" senza impianto, che fanno produrre ad altri) e il contrario dei beerfirm (che non so come definire) che invece hanno l'impianto ma chiamano un birraio esterno a fare la cotta...promuovono le "proprie" birre sfruttando il culo che si sono fatti i birrai veri negli ultimi 10-15 anni...ma il cliente preferisce sempre chi sa raccontare piuttosto che chi sa fare...".La cosa ha naturalmente stimolato diversi commenti, più o meno infuocati. Dato che è un tema che si sta ponendo in maniera sempre più pesante, e che lavoro lavoro con tutte e tre le tipologie di realtà - birrifici propriamente detti, beerfirm, imprenditori che hanno fatto l'investimento affidando poi a qualcun altro il compito di fare la birra - azzardo anch'io alcune considerazioni.La questione si è recentemente fatta scottante, come ben si intuisce dal post, in particolare per quanto riguarda l'ultima categoria; alla quale viene imputato non tanto il fatto di aver intrapreso un'iniziativa evidentemente legittima sotto il profilo imprenditoriale - e anzi meritoria se riesce magari a dare lavoro ad un bravo birraio disoccupato, metterlo nelle condizioni di lavorare al meglio, e fare birra buona - quanto di non comunicare correttamente il fatto di essere appunto una realtà diversa, cavalcando la stima che si sono guadagnati in questi anni tutti quei birrai-imprenditori che hanno spianato la strada allo sviluppo del settore.A mio avviso, la considerazione sulla comunicazione è corretta, ma forse impostata nella maniera sbagliata da entrambe le parti. Da parte dei birrifici artigianali "primitivi" (passatemi l'espressione), che con questa considerazione fanno più o meno consapevolmente coincidere la meritoria opera già fatta negli anni scorsi con una vera o presunta "superiorità morale" che il pubblico dovrebbe cogliere; e da parte dei "birrifici imprenditori", che evidentemente (almeno alcuni, perché non tutti operano così) sono convinti di dover per forza nascondere il fatto di essere diversi dai birrifici di cui sopra - che sarebbero, appunto, "moralmente superiori". Ok, ho forzato i toni, ma era per rendere l'idea. Invece sono dell'opinione che entrambi, per farsi apprezzare, debbano dire le cose come stanno. I primi raccontare la storia del birraio e della sua impresa, di come questa si concretizzi nelle birre, e di come si inserisca in quella più ampia del movimento birrario artigianale italiano; i secondi quella dell'incontro, si spera virtuoso, tra le capacità economiche e manageriali di un imprenditore - sicuramente utile spunto nella gestione aziendale anche per molti birrai - e un birraio o un consulente. Che magari non avrà potuto esprimere liberamente tutto il suo estro creativo, ma magari è stato bravissimo a cogliere al meglio e con passione le richieste del mercato a cui l'imprenditore si rivolgeva. Insomma, credo che tutti e due abbiano da guadagnarci nell'impostare la comunicazione, molto banalmente, sulla trasparenza. Tanto è vero che, in altri Paesi, gli imprenditori che assumono un birraio (anche per le piccole realtà) sono figura più comune che da noi.In secondo luogo, posto che nessun birraio della prima ora fa più il discorso secondo cui la birra buona si vende da sola, se la gente "preferisce chi sa raccontare", allora chi non lo sa fare - a qualunque delle tipologie di cui sopra appartenga - deve porsi qualche domanda. E se, statisticamente, ad essere più bravi a raccontare sono quelli della terza tipologia, allora la soluzione per i primi è imparare a raccontare meglio una storia che, almeno per il pubblico a cui loro mirano, è sicuramente più avvincente di quella dell'imprenditore che assume un birraio. Non dico che sia facile a farsi, ma coltivare acrimonie e sfogarsi sui social non aiuta a far conoscere al pubblico questi retroscena. Mi ha anche dato da pensare il fatto che alcuni, nei commenti, abbiano lamentato il fatto che la birra artigianale sia diventata "un prodotto". A mio parere, dobbiamo definire che cosa intendiamo per "prodotto". Se intendiamo qualcosa che viene fatto per poi essere venduto, allora ovviamente sì, la birra artigianale fatta da un birraio è un prodotto, perché se la fa per non venderla allora si chiama homebrewer e lo fa per hobby e non per lavoro. A meno che, appunto, non vogliamo dare un'accezione diversa al termine, ammettendo che all'interno del concetto stesso di prodotto c'è anche la motivazione che porta a farlo: chi, ad esempio, si sognerebbe di mettere sullo stesso piano un frigorifero e un'opera d'arte venduta in una qualche casa d'aste? Eppure entrambe sono fatte per essere vendute, e dare la giusta (si spera) remunerazione a chi ci ha lavorato. A fare la differenza è, appunto, la motivazione e il processo che porta a questi "prodotti". Se vogliamo fare questa distinzione allora sì, birra artigianale fatta dai birrai "classici", birra fatta da queste altre realtà, e birra fatta dall'industria sono "prodotti" diversi nella misura in cui nascono in maniera differente, cosa che va appunto comunicata correttamente. Ma forse chi lamentava questa "prodottificazione" lamentava in realtà che la birra artigianale sia diventata una sorta di moda, in cui la qualità del (appunto) prodotto finisce per passare in secondo piano rispetto alle dinamiche di marketing e di tendenza - al di là di quale categoria di birrificio l'abbia prodotta. E questo è un problema di non facile risoluzione perché implica il fatto di incentrare la propria comunicazione e le proprie vendite sul rendere il consumatore consapevole, e non sul semplice accattivarsi i suoi gusti.Detto ciò: capisco benissimo la critica che ha fatto partire questo post, e sì, vedere chi non è trasparente sul dove e /o da chi si fa fare la birra o le ricette mi dà estremamente fastidio - e cerco di fare quello che posso per comunicare correttamente le varie realtà. Ma una delle cose che mi porto dietro dalla mia precedente esperienza giornalistica è che qualsiasi storia, se lo si vuole e lo si sa fare, può essere raccontata mettendo in luce nel migliore dei modi anche quegli aspetti che potrebbero altrimenti risultare critici. Facciamolo.

Tra beerfirm, il contrario del beerfirm, e il marketing

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere, sulla bacheca Facebook di un birraio di mia conoscenza, questo stato: "Vedo serate di promozione della birra artigianale, dove sul palco troviamo beerfirm ("birrai" senza impianto, che fanno produrre ad altri) e il contrario dei beerfirm (che non so come definire) che invece hanno l'impianto ma chiamano un birraio esterno a fare la cotta...promuovono le "proprie" birre sfruttando il culo che si sono fatti i birrai veri negli ultimi 10-15 anni...ma il cliente preferisce sempre chi sa raccontare piuttosto che chi sa fare...".La cosa ha naturalmente stimolato diversi commenti, più o meno infuocati. Dato che è un tema che si sta ponendo in maniera sempre più pesante, e che lavoro lavoro con tutte e tre le tipologie di realtà - birrifici propriamente detti, beerfirm, imprenditori che hanno fatto l'investimento affidando poi a qualcun altro il compito di fare la birra - azzardo anch'io alcune considerazioni.La questione si è recentemente fatta scottante, come ben si intuisce dal post, in particolare per quanto riguarda l'ultima categoria; alla quale viene imputato non tanto il fatto di aver intrapreso un'iniziativa evidentemente legittima sotto il profilo imprenditoriale - e anzi meritoria se riesce magari a dare lavoro ad un bravo birraio disoccupato, metterlo nelle condizioni di lavorare al meglio, e fare birra buona - quanto di non comunicare correttamente il fatto di essere appunto una realtà diversa, cavalcando la stima che si sono guadagnati in questi anni tutti quei birrai-imprenditori che hanno spianato la strada allo sviluppo del settore.A mio avviso, la considerazione sulla comunicazione è corretta, ma forse impostata nella maniera sbagliata da entrambe le parti. Da parte dei birrifici artigianali "primitivi" (passatemi l'espressione), che con questa considerazione fanno più o meno consapevolmente coincidere la meritoria opera già fatta negli anni scorsi con una vera o presunta "superiorità morale" che il pubblico dovrebbe cogliere; e da parte dei "birrifici imprenditori", che evidentemente (almeno alcuni, perché non tutti operano così) sono convinti di dover per forza nascondere il fatto di essere diversi dai birrifici di cui sopra - che sarebbero, appunto, "moralmente superiori". Ok, ho forzato i toni, ma era per rendere l'idea. Invece sono dell'opinione che entrambi, per farsi apprezzare, debbano dire le cose come stanno. I primi raccontare la storia del birraio e della sua impresa, di come questa si concretizzi nelle birre, e di come si inserisca in quella più ampia del movimento birrario artigianale italiano; i secondi quella dell'incontro, si spera virtuoso, tra le capacità economiche e manageriali di un imprenditore - sicuramente utile spunto nella gestione aziendale anche per molti birrai - e un birraio o un consulente. Che magari non avrà potuto esprimere liberamente tutto il suo estro creativo, ma magari è stato bravissimo a cogliere al meglio e con passione le richieste del mercato a cui l'imprenditore si rivolgeva. Insomma, credo che tutti e due abbiano da guadagnarci nell'impostare la comunicazione, molto banalmente, sulla trasparenza. Tanto è vero che, in altri Paesi, gli imprenditori che assumono un birraio (anche per le piccole realtà) sono figura più comune che da noi.In secondo luogo, posto che nessun birraio della prima ora fa più il discorso secondo cui la birra buona si vende da sola, se la gente "preferisce chi sa raccontare", allora chi non lo sa fare - a qualunque delle tipologie di cui sopra appartenga - deve porsi qualche domanda. E se, statisticamente, ad essere più bravi a raccontare sono quelli della terza tipologia, allora la soluzione per i primi è imparare a raccontare meglio una storia che, almeno per il pubblico a cui loro mirano, è sicuramente più avvincente di quella dell'imprenditore che assume un birraio. Non dico che sia facile a farsi, ma coltivare acrimonie e sfogarsi sui social non aiuta a far conoscere al pubblico questi retroscena. Mi ha anche dato da pensare il fatto che alcuni, nei commenti, abbiano lamentato il fatto che la birra artigianale sia diventata "un prodotto". A mio parere, dobbiamo definire che cosa intendiamo per "prodotto". Se intendiamo qualcosa che viene fatto per poi essere venduto, allora ovviamente sì, la birra artigianale fatta da un birraio è un prodotto, perché se la fa per non venderla allora si chiama homebrewer e lo fa per hobby e non per lavoro. A meno che, appunto, non vogliamo dare un'accezione diversa al termine, ammettendo che all'interno del concetto stesso di prodotto c'è anche la motivazione che porta a farlo: chi, ad esempio, si sognerebbe di mettere sullo stesso piano un frigorifero e un'opera d'arte venduta in una qualche casa d'aste? Eppure entrambe sono fatte per essere vendute, e dare la giusta (si spera) remunerazione a chi ci ha lavorato. A fare la differenza è, appunto, la motivazione e il processo che porta a questi "prodotti". Se vogliamo fare questa distinzione allora sì, birra artigianale fatta dai birrai "classici", birra fatta da queste altre realtà, e birra fatta dall'industria sono "prodotti" diversi nella misura in cui nascono in maniera differente, cosa che va appunto comunicata correttamente. Ma forse chi lamentava questa "prodottificazione" lamentava in realtà che la birra artigianale sia diventata una sorta di moda, in cui la qualità del (appunto) prodotto finisce per passare in secondo piano rispetto alle dinamiche di marketing e di tendenza - al di là di quale categoria di birrificio l'abbia prodotta. E questo è un problema di non facile risoluzione perché implica il fatto di incentrare la propria comunicazione e le proprie vendite sul rendere il consumatore consapevole, e non sul semplice accattivarsi i suoi gusti.Detto ciò: capisco benissimo la critica che ha fatto partire questo post, e sì, vedere chi non è trasparente sul dove e /o da chi si fa fare la birra o le ricette mi dà estremamente fastidio - e cerco di fare quello che posso per comunicare correttamente le varie realtà. Ma una delle cose che mi porto dietro dalla mia precedente esperienza giornalistica è che qualsiasi storia, se lo si vuole e lo si sa fare, può essere raccontata mettendo in luce nel migliore dei modi anche quegli aspetti che potrebbero altrimenti risultare critici. Facciamolo.

Una serata Slow

Lo scorso 19 settembre ho avuto il piacere di partecipare, al birrificio Basei di Latisana, alla degustazione organizzata con gli undici birrifici del Friuli Venezia Giulia inseriti nell'ultima edizione della Guida alle Birre d'Italia Slow Food.La prima cosa apprezzabile in una serata di questo tipo è stato senz'altro il fatto di avere lì, tutti insieme, i birrai che hanno ricevuto questo riconoscimento: quindi un'occasione come poche altre di discussione, confronto e conoscenza.In secondo luogo, come ho avuto modo di affermare anche nel mio intervento all'inizio della degustazione, conoscere le birre e i birrifici selezionati da Slow Food per la guida significa andare a prendere in considerazione parametri che vanno oltre la sola - pur centrale - qualità delle birre: come testimoniano riconoscimenti come la Chiocciola o il titolo di "Birra Slow", significa tenere in considerazione anche la metodologia di lavoro dell'azienda, il rispetto per le tematiche ambientali, il suo rapporto con il territorio e con le materie prime che offre. Insomma, vuol dire conoscere anche un po' il birrificio, il suo territorio e la sua storia.I birrifici presenti, per la cronaca, erano - oltre a Basei stesso, e in ordine rigorosamente casuale - Meni, Garlatti Costa, The Lure, Dimont, Campestre, Agro, Galassia, Foglie d'Erba, Bondai e Borderline. Personalmente ho partecipato a due delle quattro degustazioni in programma, con la Koelsch di Basei, la Bagan (amber ale) di Dimont, la Maan (belgian stout) di Galassia, la Blanche di Agro, la Lupus (belgian blonde ale) di Garlatti Costa, e la Bird (smoked porter) di The Lure.Conoscevo già buona parte delle birre presenti, ma è stato in ogni caso interessante riprovarle - anche alla luce di alcune modifiche alle ricette. Iniziando dalla Koelsch di Basei, che appunto già conoscevo, l'appunto che mi sento di fare è che si conferma sempre più una sui generis, tanto che personalmente avrei difficoltà ad inquadrarla nello stile; in particolare per quanto riguarda la luppolatura più "esuberante" rispetto alle Koelsch classiche, e l'utilizzo di frumento - ben percepibile sia al naso che al palato. Venendo alla Bagan, anch'essa già nota, mi è viceversa sembrata meno "fuori stile" dell'assaggio precedente, avendo dimostrato una migliore continuità nella bevuta tra il caramellato-tostato del corpo snello e il taglio amaro-resinoso finale - abbastanza rispondente quindi alle amber ale, in tal caso americane vista la luppolatura. Nulla da aggiungere sulla Maan, già più volte descritta.In quanto alla Blanche di Agro, che mi era invece nuova, devo ammettere che mi ha lasciata piuttosto spiazzata il connubio che si crea all'aroma tra il frumento maltato - potremmo quindi definirla un ibrido tra blanche e weizen, sotto questo profilo -, lievito e coriandolo usato generosamente: diciamo che deve piacere, e che - diversamente dalla filosofia "generale" del birrificio - strizza l'occhio più a chi cerca sperimentazioni che a chi cerca una blanche classica. Poco da aggiungere anche sulla Lupus di cui ho già parlato più volte, e che si conferma una di quelle in cui meglio si riconosce il tocco di Severino Garlatti Costa nel gioco tra i profumi del lievito belga e la luppolatura continentale, che torna a chiudere il finale; così come sulla Bird, questa volta in versione leggermente affumicata, tanto che questi profumi vanno ad amalgamarsi con il classico tostato-torrefatto delle porter (dandogli comunque un tocco di peculiarità).Un grazie a tutti i birrai, e in particolare al padrone di casa Giuseppe Ciutto.

Una serata Slow

Lo scorso 19 settembre ho avuto il piacere di partecipare, al birrificio Basei di Latisana, alla degustazione organizzata con gli undici birrifici del Friuli Venezia Giulia inseriti nell'ultima edizione della Guida alle Birre d'Italia Slow Food.La prima cosa apprezzabile in una serata di questo tipo è stato senz'altro il fatto di avere lì, tutti insieme, i birrai che hanno ricevuto questo riconoscimento: quindi un'occasione come poche altre di discussione, confronto e conoscenza.In secondo luogo, come ho avuto modo di affermare anche nel mio intervento all'inizio della degustazione, conoscere le birre e i birrifici selezionati da Slow Food per la guida significa andare a prendere in considerazione parametri che vanno oltre la sola - pur centrale - qualità delle birre: come testimoniano riconoscimenti come la Chiocciola o il titolo di "Birra Slow", significa tenere in considerazione anche la metodologia di lavoro dell'azienda, il rispetto per le tematiche ambientali, il suo rapporto con il territorio e con le materie prime che offre. Insomma, vuol dire conoscere anche un po' il birrificio, il suo territorio e la sua storia.I birrifici presenti, per la cronaca, erano - oltre a Basei stesso, e in ordine rigorosamente casuale - Meni, Garlatti Costa, The Lure, Dimont, Campestre, Agro, Galassia, Foglie d'Erba, Bondai e Borderline. Personalmente ho partecipato a due delle quattro degustazioni in programma, con la Koelsch di Basei, la Bagan (amber ale) di Dimont, la Maan (belgian stout) di Galassia, la Blanche di Agro, la Lupus (belgian blonde ale) di Garlatti Costa, e la Bird (smoked porter) di The Lure.Conoscevo già buona parte delle birre presenti, ma è stato in ogni caso interessante riprovarle - anche alla luce di alcune modifiche alle ricette. Iniziando dalla Koelsch di Basei, che appunto già conoscevo, l'appunto che mi sento di fare è che si conferma sempre più una sui generis, tanto che personalmente avrei difficoltà ad inquadrarla nello stile; in particolare per quanto riguarda la luppolatura più "esuberante" rispetto alle Koelsch classiche, e l'utilizzo di frumento - ben percepibile sia al naso che al palato. Venendo alla Bagan, anch'essa già nota, mi è viceversa sembrata meno "fuori stile" dell'assaggio precedente, avendo dimostrato una migliore continuità nella bevuta tra il caramellato-tostato del corpo snello e il taglio amaro-resinoso finale - abbastanza rispondente quindi alle amber ale, in tal caso americane vista la luppolatura. Nulla da aggiungere sulla Maan, già più volte descritta.In quanto alla Blanche di Agro, che mi era invece nuova, devo ammettere che mi ha lasciata piuttosto spiazzata il connubio che si crea all'aroma tra il frumento maltato - potremmo quindi definirla un ibrido tra blanche e weizen, sotto questo profilo -, lievito e coriandolo usato generosamente: diciamo che deve piacere, e che - diversamente dalla filosofia "generale" del birrificio - strizza l'occhio più a chi cerca sperimentazioni che a chi cerca una blanche classica. Poco da aggiungere anche sulla Lupus di cui ho già parlato più volte, e che si conferma una di quelle in cui meglio si riconosce il tocco di Severino Garlatti Costa nel gioco tra i profumi del lievito belga e la luppolatura continentale, che torna a chiudere il finale; così come sulla Bird, questa volta in versione leggermente affumicata, tanto che questi profumi vanno ad amalgamarsi con il classico tostato-torrefatto delle porter (dandogli comunque un tocco di peculiarità).Un grazie a tutti i birrai, e in particolare al padrone di casa Giuseppe Ciutto.

Una serata Slow

Lo scorso 19 settembre ho avuto il piacere di partecipare, al birrificio Basei di Latisana, alla degustazione organizzata con gli undici birrifici del Friuli Venezia Giulia inseriti nell'ultima edizione della Guida alle Birre d'Italia Slow Food.La prima cosa apprezzabile in una serata di questo tipo è stato senz'altro il fatto di avere lì, tutti insieme, i birrai che hanno ricevuto questo riconoscimento: quindi un'occasione come poche altre di discussione, confronto e conoscenza.In secondo luogo, come ho avuto modo di affermare anche nel mio intervento all'inizio della degustazione, conoscere le birre e i birrifici selezionati da Slow Food per la guida significa andare a prendere in considerazione parametri che vanno oltre la sola - pur centrale - qualità delle birre: come testimoniano riconoscimenti come la Chiocciola o il titolo di "Birra Slow", significa tenere in considerazione anche la metodologia di lavoro dell'azienda, il rispetto per le tematiche ambientali, il suo rapporto con il territorio e con le materie prime che offre. Insomma, vuol dire conoscere anche un po' il birrificio, il suo territorio e la sua storia.I birrifici presenti, per la cronaca, erano - oltre a Basei stesso, e in ordine rigorosamente casuale - Meni, Garlatti Costa, The Lure, Dimont, Campestre, Agro, Galassia, Foglie d'Erba, Bondai e Borderline. Personalmente ho partecipato a due delle quattro degustazioni in programma, con la Koelsch di Basei, la Bagan (amber ale) di Dimont, la Maan (belgian stout) di Galassia, la Blanche di Agro, la Lupus (belgian blonde ale) di Garlatti Costa, e la Bird (smoked porter) di The Lure.Conoscevo già buona parte delle birre presenti, ma è stato in ogni caso interessante riprovarle - anche alla luce di alcune modifiche alle ricette. Iniziando dalla Koelsch di Basei, che appunto già conoscevo, l'appunto che mi sento di fare è che si conferma sempre più una sui generis, tanto che personalmente avrei difficoltà ad inquadrarla nello stile; in particolare per quanto riguarda la luppolatura più "esuberante" rispetto alle Koelsch classiche, e l'utilizzo di frumento - ben percepibile sia al naso che al palato. Venendo alla Bagan, anch'essa già nota, mi è viceversa sembrata meno "fuori stile" dell'assaggio precedente, avendo dimostrato una migliore continuità nella bevuta tra il caramellato-tostato del corpo snello e il taglio amaro-resinoso finale - abbastanza rispondente quindi alle amber ale, in tal caso americane vista la luppolatura. Nulla da aggiungere sulla Maan, già più volte descritta.In quanto alla Blanche di Agro, che mi era invece nuova, devo ammettere che mi ha lasciata piuttosto spiazzata il connubio che si crea all'aroma tra il frumento maltato - potremmo quindi definirla un ibrido tra blanche e weizen, sotto questo profilo -, lievito e coriandolo usato generosamente: diciamo che deve piacere, e che - diversamente dalla filosofia "generale" del birrificio - strizza l'occhio più a chi cerca sperimentazioni che a chi cerca una blanche classica. Poco da aggiungere anche sulla Lupus di cui ho già parlato più volte, e che si conferma una di quelle in cui meglio si riconosce il tocco di Severino Garlatti Costa nel gioco tra i profumi del lievito belga e la luppolatura continentale, che torna a chiudere il finale; così come sulla Bird, questa volta in versione leggermente affumicata, tanto che questi profumi vanno ad amalgamarsi con il classico tostato-torrefatto delle porter (dandogli comunque un tocco di peculiarità).Un grazie a tutti i birrai, e in particolare al padrone di casa Giuseppe Ciutto.

Una serata Slow

Lo scorso 19 settembre ho avuto il piacere di partecipare, al birrificio Basei di Latisana, alla degustazione organizzata con gli undici birrifici del Friuli Venezia Giulia inseriti nell'ultima edizione della Guida alle Birre d'Italia Slow Food.La prima cosa apprezzabile in una serata di questo tipo è stato senz'altro il fatto di avere lì, tutti insieme, i birrai che hanno ricevuto questo riconoscimento: quindi un'occasione come poche altre di discussione, confronto e conoscenza.In secondo luogo, come ho avuto modo di affermare anche nel mio intervento all'inizio della degustazione, conoscere le birre e i birrifici selezionati da Slow Food per la guida significa andare a prendere in considerazione parametri che vanno oltre la sola - pur centrale - qualità delle birre: come testimoniano riconoscimenti come la Chiocciola o il titolo di "Birra Slow", significa tenere in considerazione anche la metodologia di lavoro dell'azienda, il rispetto per le tematiche ambientali, il suo rapporto con il territorio e con le materie prime che offre. Insomma, vuol dire conoscere anche un po' il birrificio, il suo territorio e la sua storia.I birrifici presenti, per la cronaca, erano - oltre a Basei stesso, e in ordine rigorosamente casuale - Meni, Garlatti Costa, The Lure, Dimont, Campestre, Agro, Galassia, Foglie d'Erba, Bondai e Borderline. Personalmente ho partecipato a due delle quattro degustazioni in programma, con la Koelsch di Basei, la Bagan (amber ale) di Dimont, la Maan (belgian stout) di Galassia, la Blanche di Agro, la Lupus (belgian blonde ale) di Garlatti Costa, e la Bird (smoked porter) di The Lure.Conoscevo già buona parte delle birre presenti, ma è stato in ogni caso interessante riprovarle - anche alla luce di alcune modifiche alle ricette. Iniziando dalla Koelsch di Basei, che appunto già conoscevo, l'appunto che mi sento di fare è che si conferma sempre più una sui generis, tanto che personalmente avrei difficoltà ad inquadrarla nello stile; in particolare per quanto riguarda la luppolatura più "esuberante" rispetto alle Koelsch classiche, e l'utilizzo di frumento - ben percepibile sia al naso che al palato. Venendo alla Bagan, anch'essa già nota, mi è viceversa sembrata meno "fuori stile" dell'assaggio precedente, avendo dimostrato una migliore continuità nella bevuta tra il caramellato-tostato del corpo snello e il taglio amaro-resinoso finale - abbastanza rispondente quindi alle amber ale, in tal caso americane vista la luppolatura. Nulla da aggiungere sulla Maan, già più volte descritta.In quanto alla Blanche di Agro, che mi era invece nuova, devo ammettere che mi ha lasciata piuttosto spiazzata il connubio che si crea all'aroma tra il frumento maltato - potremmo quindi definirla un ibrido tra blanche e weizen, sotto questo profilo -, lievito e coriandolo usato generosamente: diciamo che deve piacere, e che - diversamente dalla filosofia "generale" del birrificio - strizza l'occhio più a chi cerca sperimentazioni che a chi cerca una blanche classica. Poco da aggiungere anche sulla Lupus di cui ho già parlato più volte, e che si conferma una di quelle in cui meglio si riconosce il tocco di Severino Garlatti Costa nel gioco tra i profumi del lievito belga e la luppolatura continentale, che torna a chiudere il finale; così come sulla Bird, questa volta in versione leggermente affumicata, tanto che questi profumi vanno ad amalgamarsi con il classico tostato-torrefatto delle porter (dandogli comunque un tocco di peculiarità).Un grazie a tutti i birrai, e in particolare al padrone di casa Giuseppe Ciutto.

Acido Acida, edizione autunnale

Domenica 6 settembre sono stata al festival Acido Acida, eccezionalmente spostato a settembre dall'usuale data di aprile a causa dell'emergenza Covid. Al netto del fatto che, come chi mi segue sa, faccio da addetta stampa al festival e quindi potrei essere accusata di conflitto di interesse sotto questo profilo, una considerazione credo si imponga: per quanto il lockdown e le conseguenze difficoltà poste al movimento (sia di uomini che di merci) da e per l'Inghilterra abbia avuto inevitabili ripercussioni, con un calo tangibile delle birre e dei birrai presenti, non è stato soltanto uno slogan o una vaga promessa quella secondo cui la qualità non ne avrebbe risentito. Prova ne è il fatto che, la domenica, ho dovuto depennare una buona metà delle birre che avrei voluto assaggiare perché, molto banalmente, erano già finite (in particolare la sezione delle birre affinate in botte, sostanzialmente saccheggiata). Ok, la quantità disponibile era minore rispetto agli altri anni, ma lo era anche l'afflusso di pubblico a causa delle limitazioni poste dalle normative anti Covid, per cui non basta il calo della disponibilità a spiegare la cosa: chi c'era, evidentemente, ha apprezzato.Altra considerazione va fatta sul pubblico: la necessità di prenotazione per entrare ha sostanzialmente tagliato l'avventore "occasionale", spostando l'utenza - come confermatomi anche dall'organizzatore, Davide Franchini - sul pubblico "appassionato". Il che, a detta di più o meno tutti gli operatori a cui ho parlato, non è stato un male, e non necessariamente ha fatto rimpiangere le maggiori potenzialità di incasso dovute a un pubblico più ampio.Venendo alle birre: gran predominanza di sour e fruit sour, a scapito dei "classiconi" inglesi (comunque presenti, anche se meno in forze rispetto allo scorso anno, quando avevano viceversa fatto la parte del leone). Se sia meglio o peggio è questione di gusti, ma è anche vero che si trattava per la maggior parte di sour pensate per risultare attrattive anche al pubblico generico: vuoi per la frutta tropicale, vuoi per il cacao, vuoi per affinature in botti con vini "di richiamo", le sour davvero solo per i patiti non erano molte. Il che ha ovviamente un senso per un festival non rivolto solo ad una nicchia ristretta.In realtà ho iniziato con una birra che sarebbe andata piuttosto tra le ultime, ossia la Vingraf 2016 di Antica Contea (uno dei birrifici italiani ospiti): ultimo fusto quasi alla fine, prendere o lasciare (e quindi prendere). Trattasi di una Iga con mosto di Sauvignon dell'azienda agricola Casa delle Rose di Ruttars, maturata in tonneau di rovere. In un primo momento a fare da padrona è la fruttatura, una girandola di aromi che arriva a toccare persino qualche nota di frutta tropicale; poi, al salire della temperatura, emerge anche la componente del legno, che rimane comunque ben bilanciata nel gioco con la fruttatura, prima di un finale secco e di un acidulo fresco. Si conferma, nelle varie annate (avevo già provato la 2014 e la 2015), una birra ben riuscita.Venendo alle fruit sour, sono partita con quelle del canadese Collective Arts Brewing; che a mio avviso si distingue, almeno per quelle che ho provato, per una netta tendenza a far prevalere la frutta. Cito ad esempio la Pina Colada, con lattosio, cocco e ananas; e la Blueberry with Cocoa Nibs, con mirtilli e cacao. Senz'altro gradevoli da bere e dall'acidità ben smorzata dalla frutta, forse eresia per coloro che usano inveire contro le birre che assomigliano un po' troppo a succhi di frutta. Più equilibrata la "Si sente che è diversa", Apa con mango aggiunto in fermentazione del goriziano The Lure (altro ospite italiano), in cui la frutta si armonizza in maniera equilibrata con la luppolatura e con l'acidità stessa, che ha un suo ruolo nel mantenere il gioco d'insieme.Meno scontata sotto questo profilo la Fake Bake di Overworks, che sulla carta sembrava - a dispetto del nome - uuna vera e propria torta frangipane, a cui afferma di essere ispirata: una pastry stout con marmellata di ciliege e mandorle, maturata in botti di rye whisky. Incredibile a dirsi, ma è e rimane una birra, in cui la base di stout gioca a rincorrersi con la frutta e la mandorla. Finale pulito grazie all'acidità elegante, senza persistenze stucchevoli, e più secca di quel che ci si potrebbe aspettare.Chiudo dedicando qualche riga al dialogo che ho avuto il piacere di condurre con Hellsandro, artista goriziano che disegna le etichette delle lattine di The Lure. Un dialogo che ha messo in evidenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, come la questione del design delle lattine e della lattina "come opera d'arte" stia diventando anche in Italia una faccenda serissima; e come si stia esplorando, sia da parte dei birrai che degli artisti, il legame tra arte e birra. Nel caso di specie, poi, è curioso notare come non ci sia solo una questione di identificazione tra disegno e birra, ma la volontà di raccontare una vera e propria storia, una sorta di fumetto, legato in qualche modo alla birra in questione. Una via già esplorata da altri, ma che qui ha raggiunto forme di compiutezza che non mi era capitato di vedere prima.Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai, e all'organizzatore Davide Franchini.

Acido Acida, edizione autunnale

Domenica 6 settembre sono stata al festival Acido Acida, eccezionalmente spostato a settembre dall'usuale data di aprile a causa dell'emergenza Covid. Al netto del fatto che, come chi mi segue sa, faccio da addetta stampa al festival e quindi potrei essere accusata di conflitto di interesse sotto questo profilo, una considerazione credo si imponga: per quanto il lockdown e le conseguenze difficoltà poste al movimento (sia di uomini che di merci) da e per l'Inghilterra abbia avuto inevitabili ripercussioni, con un calo tangibile delle birre e dei birrai presenti, non è stato soltanto uno slogan o una vaga promessa quella secondo cui la qualità non ne avrebbe risentito. Prova ne è il fatto che, la domenica, ho dovuto depennare una buona metà delle birre che avrei voluto assaggiare perché, molto banalmente, erano già finite (in particolare la sezione delle birre affinate in botte, sostanzialmente saccheggiata). Ok, la quantità disponibile era minore rispetto agli altri anni, ma lo era anche l'afflusso di pubblico a causa delle limitazioni poste dalle normative anti Covid, per cui non basta il calo della disponibilità a spiegare la cosa: chi c'era, evidentemente, ha apprezzato.Altra considerazione va fatta sul pubblico: la necessità di prenotazione per entrare ha sostanzialmente tagliato l'avventore "occasionale", spostando l'utenza - come confermatomi anche dall'organizzatore, Davide Franchini - sul pubblico "appassionato". Il che, a detta di più o meno tutti gli operatori a cui ho parlato, non è stato un male, e non necessariamente ha fatto rimpiangere le maggiori potenzialità di incasso dovute a un pubblico più ampio.Venendo alle birre: gran predominanza di sour e fruit sour, a scapito dei "classiconi" inglesi (comunque presenti, anche se meno in forze rispetto allo scorso anno, quando avevano viceversa fatto la parte del leone). Se sia meglio o peggio è questione di gusti, ma è anche vero che si trattava per la maggior parte di sour pensate per risultare attrattive anche al pubblico generico: vuoi per la frutta tropicale, vuoi per il cacao, vuoi per affinature in botti con vini "di richiamo", le sour davvero solo per i patiti non erano molte. Il che ha ovviamente un senso per un festival non rivolto solo ad una nicchia ristretta.In realtà ho iniziato con una birra che sarebbe andata piuttosto tra le ultime, ossia la Vingraf 2016 di Antica Contea (uno dei birrifici italiani ospiti): ultimo fusto quasi alla fine, prendere o lasciare (e quindi prendere). Trattasi di una Iga con mosto di Sauvignon dell'azienda agricola Casa delle Rose di Ruttars, maturata in tonneau di rovere. In un primo momento a fare da padrona è la fruttatura, una girandola di aromi che arriva a toccare persino qualche nota di frutta tropicale; poi, al salire della temperatura, emerge anche la componente del legno, che rimane comunque ben bilanciata nel gioco con la fruttatura, prima di un finale secco e di un acidulo fresco. Si conferma, nelle varie annate (avevo già provato la 2014 e la 2015), una birra ben riuscita.Venendo alle fruit sour, sono partita con quelle del canadese Collective Arts Brewing; che a mio avviso si distingue, almeno per quelle che ho provato, per una netta tendenza a far prevalere la frutta. Cito ad esempio la Pina Colada, con lattosio, cocco e ananas; e la Blueberry with Cocoa Nibs, con mirtilli e cacao. Senz'altro gradevoli da bere e dall'acidità ben smorzata dalla frutta, forse eresia per coloro che usano inveire contro le birre che assomigliano un po' troppo a succhi di frutta. Più equilibrata la "Si sente che è diversa", Apa con mango aggiunto in fermentazione del goriziano The Lure (altro ospite italiano), in cui la frutta si armonizza in maniera equilibrata con la luppolatura e con l'acidità stessa, che ha un suo ruolo nel mantenere il gioco d'insieme.Meno scontata sotto questo profilo la Fake Bake di Overworks, che sulla carta sembrava - a dispetto del nome - uuna vera e propria torta frangipane, a cui afferma di essere ispirata: una pastry stout con marmellata di ciliege e mandorle, maturata in botti di rye whisky. Incredibile a dirsi, ma è e rimane una birra, in cui la base di stout gioca a rincorrersi con la frutta e la mandorla. Finale pulito grazie all'acidità elegante, senza persistenze stucchevoli, e più secca di quel che ci si potrebbe aspettare.Chiudo dedicando qualche riga al dialogo che ho avuto il piacere di condurre con Hellsandro, artista goriziano che disegna le etichette delle lattine di The Lure. Un dialogo che ha messo in evidenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, come la questione del design delle lattine e della lattina "come opera d'arte" stia diventando anche in Italia una faccenda serissima; e come si stia esplorando, sia da parte dei birrai che degli artisti, il legame tra arte e birra. Nel caso di specie, poi, è curioso notare come non ci sia solo una questione di identificazione tra disegno e birra, ma la volontà di raccontare una vera e propria storia, una sorta di fumetto, legato in qualche modo alla birra in questione. Una via già esplorata da altri, ma che qui ha raggiunto forme di compiutezza che non mi era capitato di vedere prima.Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai, e all'organizzatore Davide Franchini.

Acido Acida, edizione autunnale

Domenica 6 settembre sono stata al festival Acido Acida, eccezionalmente spostato a settembre dall'usuale data di aprile a causa dell'emergenza Covid. Al netto del fatto che, come chi mi segue sa, faccio da addetta stampa al festival e quindi potrei essere accusata di conflitto di interesse sotto questo profilo, una considerazione credo si imponga: per quanto il lockdown e le conseguenze difficoltà poste al movimento (sia di uomini che di merci) da e per l'Inghilterra abbia avuto inevitabili ripercussioni, con un calo tangibile delle birre e dei birrai presenti, non è stato soltanto uno slogan o una vaga promessa quella secondo cui la qualità non ne avrebbe risentito. Prova ne è il fatto che, la domenica, ho dovuto depennare una buona metà delle birre che avrei voluto assaggiare perché, molto banalmente, erano già finite (in particolare la sezione delle birre affinate in botte, sostanzialmente saccheggiata). Ok, la quantità disponibile era minore rispetto agli altri anni, ma lo era anche l'afflusso di pubblico a causa delle limitazioni poste dalle normative anti Covid, per cui non basta il calo della disponibilità a spiegare la cosa: chi c'era, evidentemente, ha apprezzato.Altra considerazione va fatta sul pubblico: la necessità di prenotazione per entrare ha sostanzialmente tagliato l'avventore "occasionale", spostando l'utenza - come confermatomi anche dall'organizzatore, Davide Franchini - sul pubblico "appassionato". Il che, a detta di più o meno tutti gli operatori a cui ho parlato, non è stato un male, e non necessariamente ha fatto rimpiangere le maggiori potenzialità di incasso dovute a un pubblico più ampio.Venendo alle birre: gran predominanza di sour e fruit sour, a scapito dei "classiconi" inglesi (comunque presenti, anche se meno in forze rispetto allo scorso anno, quando avevano viceversa fatto la parte del leone). Se sia meglio o peggio è questione di gusti, ma è anche vero che si trattava per la maggior parte di sour pensate per risultare attrattive anche al pubblico generico: vuoi per la frutta tropicale, vuoi per il cacao, vuoi per affinature in botti con vini "di richiamo", le sour davvero solo per i patiti non erano molte. Il che ha ovviamente un senso per un festival non rivolto solo ad una nicchia ristretta.In realtà ho iniziato con una birra che sarebbe andata piuttosto tra le ultime, ossia la Vingraf 2016 di Antica Contea (uno dei birrifici italiani ospiti): ultimo fusto quasi alla fine, prendere o lasciare (e quindi prendere). Trattasi di una Iga con mosto di Sauvignon dell'azienda agricola Casa delle Rose di Ruttars, maturata in tonneau di rovere. In un primo momento a fare da padrona è la fruttatura, una girandola di aromi che arriva a toccare persino qualche nota di frutta tropicale; poi, al salire della temperatura, emerge anche la componente del legno, che rimane comunque ben bilanciata nel gioco con la fruttatura, prima di un finale secco e di un acidulo fresco. Si conferma, nelle varie annate (avevo già provato la 2014 e la 2015), una birra ben riuscita.Venendo alle fruit sour, sono partita con quelle del canadese Collective Arts Brewing; che a mio avviso si distingue, almeno per quelle che ho provato, per una netta tendenza a far prevalere la frutta. Cito ad esempio la Pina Colada, con lattosio, cocco e ananas; e la Blueberry with Cocoa Nibs, con mirtilli e cacao. Senz'altro gradevoli da bere e dall'acidità ben smorzata dalla frutta, forse eresia per coloro che usano inveire contro le birre che assomigliano un po' troppo a succhi di frutta. Più equilibrata la "Si sente che è diversa", Apa con mango aggiunto in fermentazione del goriziano The Lure (altro ospite italiano), in cui la frutta si armonizza in maniera equilibrata con la luppolatura e con l'acidità stessa, che ha un suo ruolo nel mantenere il gioco d'insieme.Meno scontata sotto questo profilo la Fake Bake di Overworks, che sulla carta sembrava - a dispetto del nome - uuna vera e propria torta frangipane, a cui afferma di essere ispirata: una pastry stout con marmellata di ciliege e mandorle, maturata in botti di rye whisky. Incredibile a dirsi, ma è e rimane una birra, in cui la base di stout gioca a rincorrersi con la frutta e la mandorla. Finale pulito grazie all'acidità elegante, senza persistenze stucchevoli, e più secca di quel che ci si potrebbe aspettare.Chiudo dedicando qualche riga al dialogo che ho avuto il piacere di condurre con Hellsandro, artista goriziano che disegna le etichette delle lattine di The Lure. Un dialogo che ha messo in evidenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, come la questione del design delle lattine e della lattina "come opera d'arte" stia diventando anche in Italia una faccenda serissima; e come si stia esplorando, sia da parte dei birrai che degli artisti, il legame tra arte e birra. Nel caso di specie, poi, è curioso notare come non ci sia solo una questione di identificazione tra disegno e birra, ma la volontà di raccontare una vera e propria storia, una sorta di fumetto, legato in qualche modo alla birra in questione. Una via già esplorata da altri, ma che qui ha raggiunto forme di compiutezza che non mi era capitato di vedere prima.Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai, e all'organizzatore Davide Franchini.