Birra, si riapre: ma con il rischio di un dialogo tra sordi

Domani nella maggior parte d'Italia si potrà tornare - almeno in parte, posto che non tutti i locali sono nelle condizioni di offrire spazi all'esterno - a bere una birra al pub. "Traguardo" atteso da tempo da molti posto che la modalità di consegna a domicilio o di eventi online, che nel primo lockdown aveva funzionato bene, ha poi dimostrato una certa stanchezza con la seconda e terza ondata; e che in ogni caso publican e birrifici hanno bisogno di "tornare in presenza" per fare davvero il proprio lavoro, sia sotto il profilo del far quadrare i conti economicamente che sotto quello di un'adeguata promozione dei prodotti e servizio ai clienti.Al di là della grafica fatta circolare da Unionbirrai e qui riportata, che offre senz'altro utili spunti, mi è sorta qualche riflessione; congiuntamente al comunicato che sempre Unionbirrai ha fatto circolare qualche giorno fa, e che trovate qui sotto.  NO ALLA "SUPERLEGA" DELLA BIRRA ARTIGIANALE ITALIANALe notizie che ci giungono da Roma sono a dir poco preoccupanti. In quest’anno di pandemia i birrifici artigianali sono stati sistematicamente esclusi da ogni tipo di ristoro a causa dei meccanismi legislativi più disparati.In questo contesto drammatico ci viene confermato che gli unici provvedimenti di natura finanziaria relativi alla birra artigianale che verranno discussi in Parlamento prevedono l’innalzamento del limite per l’applicazione dello sconto del 40% sulle accise dagli attuali 10000hl a 50000hl. Tale provvedimento prevede una dotazione finanziaria di 1 milione di Euro e, per quanto di nostra conoscenza, riguarderebbe solo 8 birrifici italiani, ovvero meno del 1% dei produttori presenti sul territorio nazionale.Unionbirrai ha sempre sostenuto la necessità di avere uno sgravio sulle accise anche per i birrifici aventi produzione superiore a 10000hl, ma con una logica di progressività fiscale, che in questo provvedimento sarebbe totalmente assente.Un milione di Euro di certo non risolleverebbe le sorti del nostro comparto, ma potrebbe essere una grande boccata di ossigeno per decine di piccole aziende produttrici. Distribuirli a pochi e grossi costituirebbe un messaggio tragico per tantissimi piccoli imprenditori.  Partiamo dall'inizio: domani, dicevamo, si riapre. E spiace vedere che non c'è molto spazio alla gioia per la buona notizia, quanto disappunto per una riapertura che è percepita come non risolutiva per diverse ragioni - non tutti i pub e tap room dispongono di spazi all'aperto, possibilmente coperti per tutelarsi dal maltempo; esistono ancora pesanti limiti d'orario; la riapertura è stata comunicata poco più di una settimana prima, con conseguenti problemi di approvvigionamento e organizzazione; senza contare chi si chiede se a conti fatti non convenga incassare un pur misero ristoro (per chi l'ha incassato), piuttosto che tenere aperto a queste condizioni.Mi ha dato molto da riflettere il botta e risposta avvenuto alla trasmissione di La7 L'aria che tira tra il microbiologo Andrea Crisanti - probabilmente il più esposto mediaticamente in tutta la pandemia - e un ristoratore, che a fronte della contrarietà del primo alle riaperture ha ribattuto "Allora mi dia 200.000 euro, perché tanti ne ho persi quest'anno"; ricevendo in tutta risposta la replica "Mi spiace, non sono abituato a questo genere di discorsi, se lei avesse ricevuto i ristori non saremmo qui a parlarne". Ecco, credo che nel "non sono abituato a questi discorsi" stia il nocciolo della questione: è ormai un anno che il dialogo tra operatori economici, politica e scienziati (peraltro spesso additati di avere opinioni contraddittorie, più sul piano mediatico che su quello strettamente scientifico a dire il vero) appare sempre più un dialogo tra sordi. Gli uni paiono "non essere abituati" ai discorsi degli altri, finendo per non capire e non farsi capire, rendendo impossibile trovare una conciliazione almeno parziale tra posizioni inconciliabili. Difficile spiegare a chi vede il mondo dal punto di vista della circolazione virale, potendo contare al tempo stesso su uno stipendio, che non è solo questione di ristori, ma anche della dignità del poter lavorare; così come chi si è più che legittimamente sentito preso in giro da una serie di provvedimenti contraddittori, che hanno imposto requisiti stringenti prima di costringere comunque alla chiusura e senza adeguati sostegni, sarà disposto a dare fiducia a chi dice che è necessario attendere ancora. Non so se queste riaperture potranno costituire l'occasione per tornare a parlarsi trovando un nuovo equilibrio tra gli opposti, per quanto me lo auguri; sicuramente costituiranno un momento delicato per tutti, consumatori compresi, dato che il fattore tempo - perché la voglia di bere c'è ed è tanta, il problema è quando lo si potrà fare davvero, perché potrebbe essere troppo tardi per pub, birrifici e affini - è dirimente. In questo si inserisce anche il comunicato di Unionbirrai, in quanto legato agli aiuti previsti per fronteggiare il calo di fatturato dovuto alla pandemia. Ora, chi ha un po' di dimestichezza con l'ambiente potrà facilmente fare quello che gli inglesi chiamano educated guess su chi siano almeno i più noti tra questi otto; peraltro, tra quelli che io personalmente ho individuato, nessuno risulta essere socio Unionbirrai (stando all'elenco pubblicato nel sito dell'associazione). Il che, più che a fare inutile dietrologia su una vera o presunta volontà di Unionbirrai di tutelare i piccoli facendo guerra ai "grandi", porta semplicemente a ipotizzare che effettivamente ci siano esigenze diverse tra i birrifici più piccoli e quelli più grandi di questa soglia, portando a scegliere forme diverse per farsi rappresentare.  Anche qui pare di essere di fronte ad un altro caso di dialogo tra sordi: Unionbirrai era infatti sempre stata chiara su questo punto, come esplicitato nel comunicato; e, a meno di non ipotizzare retroscena di strane pressioni da parte di qualcuno degli otto birrifici interessati (cosa che non ho elementi per fare, e sarebbe davvero notevole se un qualche birrificio in Italia avesse tale peso politico), non si vede ragione diversa rispetto al voler includere qualcuno in più (ben otto imprese, signori!) nella platea di chi riceve un qualche beneficio - poi bisognerebbe naturalmente vedere caso per caso quanto effettivamente questo sconto incida per gli otto "grandi", per capire se questo finisca per essere di fatto un inefficace aiuto a pioggia.È un messaggio tragico? Tragico non lo so, grave sicuramente sì, perché c'è di che ritenere che i grandi abbiano in generale comunque avuto più strumenti per far fronte alla pandemia: in buona parte sono presenti nella gdo (dove le vendite sono cresciute), sono più strutturati per l'e-commerce; oltre a non essere di fatto imprese familiari, come molti piccoli birrifici sono, con un impatto più pesante sotto il profilo sociale oltre che economico sulle famiglie coinvolte. Investire di più su tante piccole imprese, piuttosto che su poche più grandi, avrebbe sicuramente avuto un ritorno maggiore.

Birra, si riapre: ma con il rischio di un dialogo tra sordi

Domani nella maggior parte d'Italia si potrà tornare - almeno in parte, posto che non tutti i locali sono nelle condizioni di offrire spazi all'esterno - a bere una birra al pub. "Traguardo" atteso da tempo da molti posto che la modalità di consegna a domicilio o di eventi online, che nel primo lockdown aveva funzionato bene, ha poi dimostrato una certa stanchezza con la seconda e terza ondata; e che in ogni caso publican e birrifici hanno bisogno di "tornare in presenza" per fare davvero il proprio lavoro, sia sotto il profilo del far quadrare i conti economicamente che sotto quello di un'adeguata promozione dei prodotti e servizio ai clienti.Al di là della grafica fatta circolare da Unionbirrai e qui riportata, che offre senz'altro utili spunti, mi è sorta qualche riflessione; congiuntamente al comunicato che sempre Unionbirrai ha fatto circolare qualche giorno fa, e che trovate qui sotto.  NO ALLA "SUPERLEGA" DELLA BIRRA ARTIGIANALE ITALIANALe notizie che ci giungono da Roma sono a dir poco preoccupanti. In quest’anno di pandemia i birrifici artigianali sono stati sistematicamente esclusi da ogni tipo di ristoro a causa dei meccanismi legislativi più disparati.In questo contesto drammatico ci viene confermato che gli unici provvedimenti di natura finanziaria relativi alla birra artigianale che verranno discussi in Parlamento prevedono l’innalzamento del limite per l’applicazione dello sconto del 40% sulle accise dagli attuali 10000hl a 50000hl. Tale provvedimento prevede una dotazione finanziaria di 1 milione di Euro e, per quanto di nostra conoscenza, riguarderebbe solo 8 birrifici italiani, ovvero meno del 1% dei produttori presenti sul territorio nazionale.Unionbirrai ha sempre sostenuto la necessità di avere uno sgravio sulle accise anche per i birrifici aventi produzione superiore a 10000hl, ma con una logica di progressività fiscale, che in questo provvedimento sarebbe totalmente assente.Un milione di Euro di certo non risolleverebbe le sorti del nostro comparto, ma potrebbe essere una grande boccata di ossigeno per decine di piccole aziende produttrici. Distribuirli a pochi e grossi costituirebbe un messaggio tragico per tantissimi piccoli imprenditori.  Partiamo dall'inizio: domani, dicevamo, si riapre. E spiace vedere che non c'è molto spazio alla gioia per la buona notizia, quanto disappunto per una riapertura che è percepita come non risolutiva per diverse ragioni - non tutti i pub e tap room dispongono di spazi all'aperto, possibilmente coperti per tutelarsi dal maltempo; esistono ancora pesanti limiti d'orario; la riapertura è stata comunicata poco più di una settimana prima, con conseguenti problemi di approvvigionamento e organizzazione; senza contare chi si chiede se a conti fatti non convenga incassare un pur misero ristoro (per chi l'ha incassato), piuttosto che tenere aperto a queste condizioni.Mi ha dato molto da riflettere il botta e risposta avvenuto alla trasmissione di La7 L'aria che tira tra il microbiologo Andrea Crisanti - probabilmente il più esposto mediaticamente in tutta la pandemia - e un ristoratore, che a fronte della contrarietà del primo alle riaperture ha ribattuto "Allora mi dia 200.000 euro, perché tanti ne ho persi quest'anno"; ricevendo in tutta risposta la replica "Mi spiace, non sono abituato a questo genere di discorsi, se lei avesse ricevuto i ristori non saremmo qui a parlarne". Ecco, credo che nel "non sono abituato a questi discorsi" stia il nocciolo della questione: è ormai un anno che il dialogo tra operatori economici, politica e scienziati (peraltro spesso additati di avere opinioni contraddittorie, più sul piano mediatico che su quello strettamente scientifico a dire il vero) appare sempre più un dialogo tra sordi. Gli uni paiono "non essere abituati" ai discorsi degli altri, finendo per non capire e non farsi capire, rendendo impossibile trovare una conciliazione almeno parziale tra posizioni inconciliabili. Difficile spiegare a chi vede il mondo dal punto di vista della circolazione virale, potendo contare al tempo stesso su uno stipendio, che non è solo questione di ristori, ma anche della dignità del poter lavorare; così come chi si è più che legittimamente sentito preso in giro da una serie di provvedimenti contraddittori, che hanno imposto requisiti stringenti prima di costringere comunque alla chiusura e senza adeguati sostegni, sarà disposto a dare fiducia a chi dice che è necessario attendere ancora. Non so se queste riaperture potranno costituire l'occasione per tornare a parlarsi trovando un nuovo equilibrio tra gli opposti, per quanto me lo auguri; sicuramente costituiranno un momento delicato per tutti, consumatori compresi, dato che il fattore tempo - perché la voglia di bere c'è ed è tanta, il problema è quando lo si potrà fare davvero, perché potrebbe essere troppo tardi per pub, birrifici e affini - è dirimente. In questo si inserisce anche il comunicato di Unionbirrai, in quanto legato agli aiuti previsti per fronteggiare il calo di fatturato dovuto alla pandemia. Ora, chi ha un po' di dimestichezza con l'ambiente potrà facilmente fare quello che gli inglesi chiamano educated guess su chi siano almeno i più noti tra questi otto; peraltro, tra quelli che io personalmente ho individuato, nessuno risulta essere socio Unionbirrai (stando all'elenco pubblicato nel sito dell'associazione). Il che, più che a fare inutile dietrologia su una vera o presunta volontà di Unionbirrai di tutelare i piccoli facendo guerra ai "grandi", porta semplicemente a ipotizzare che effettivamente ci siano esigenze diverse tra i birrifici più piccoli e quelli più grandi di questa soglia, portando a scegliere forme diverse per farsi rappresentare.  Anche qui pare di essere di fronte ad un altro caso di dialogo tra sordi: Unionbirrai era infatti sempre stata chiara su questo punto, come esplicitato nel comunicato; e, a meno di non ipotizzare retroscena di strane pressioni da parte di qualcuno degli otto birrifici interessati (cosa che non ho elementi per fare, e sarebbe davvero notevole se un qualche birrificio in Italia avesse tale peso politico), non si vede ragione diversa rispetto al voler includere qualcuno in più (ben otto imprese, signori!) nella platea di chi riceve un qualche beneficio - poi bisognerebbe naturalmente vedere caso per caso quanto effettivamente questo sconto incida per gli otto "grandi", per capire se questo finisca per essere di fatto un inefficace aiuto a pioggia.È un messaggio tragico? Tragico non lo so, grave sicuramente sì, perché c'è di che ritenere che i grandi abbiano in generale comunque avuto più strumenti per far fronte alla pandemia: in buona parte sono presenti nella gdo (dove le vendite sono cresciute), sono più strutturati per l'e-commerce; oltre a non essere di fatto imprese familiari, come molti piccoli birrifici sono, con un impatto più pesante sotto il profilo sociale oltre che economico sulle famiglie coinvolte. Investire di più su tante piccole imprese, piuttosto che su poche più grandi, avrebbe sicuramente avuto un ritorno maggiore.

Birra, si riapre: ma con il rischio di un dialogo tra sordi

Domani nella maggior parte d'Italia si potrà tornare - almeno in parte, posto che non tutti i locali sono nelle condizioni di offrire spazi all'esterno - a bere una birra al pub. "Traguardo" atteso da tempo da molti posto che la modalità di consegna a domicilio o di eventi online, che nel primo lockdown aveva funzionato bene, ha poi dimostrato una certa stanchezza con la seconda e terza ondata; e che in ogni caso publican e birrifici hanno bisogno di "tornare in presenza" per fare davvero il proprio lavoro, sia sotto il profilo del far quadrare i conti economicamente che sotto quello di un'adeguata promozione dei prodotti e servizio ai clienti.Al di là della grafica fatta circolare da Unionbirrai e qui riportata, che offre senz'altro utili spunti, mi è sorta qualche riflessione; congiuntamente al comunicato che sempre Unionbirrai ha fatto circolare qualche giorno fa, e che trovate qui sotto.  NO ALLA "SUPERLEGA" DELLA BIRRA ARTIGIANALE ITALIANALe notizie che ci giungono da Roma sono a dir poco preoccupanti. In quest’anno di pandemia i birrifici artigianali sono stati sistematicamente esclusi da ogni tipo di ristoro a causa dei meccanismi legislativi più disparati.In questo contesto drammatico ci viene confermato che gli unici provvedimenti di natura finanziaria relativi alla birra artigianale che verranno discussi in Parlamento prevedono l’innalzamento del limite per l’applicazione dello sconto del 40% sulle accise dagli attuali 10000hl a 50000hl. Tale provvedimento prevede una dotazione finanziaria di 1 milione di Euro e, per quanto di nostra conoscenza, riguarderebbe solo 8 birrifici italiani, ovvero meno del 1% dei produttori presenti sul territorio nazionale.Unionbirrai ha sempre sostenuto la necessità di avere uno sgravio sulle accise anche per i birrifici aventi produzione superiore a 10000hl, ma con una logica di progressività fiscale, che in questo provvedimento sarebbe totalmente assente.Un milione di Euro di certo non risolleverebbe le sorti del nostro comparto, ma potrebbe essere una grande boccata di ossigeno per decine di piccole aziende produttrici. Distribuirli a pochi e grossi costituirebbe un messaggio tragico per tantissimi piccoli imprenditori.  Partiamo dall'inizio: domani, dicevamo, si riapre. E spiace vedere che non c'è molto spazio alla gioia per la buona notizia, quanto disappunto per una riapertura che è percepita come non risolutiva per diverse ragioni - non tutti i pub e tap room dispongono di spazi all'aperto, possibilmente coperti per tutelarsi dal maltempo; esistono ancora pesanti limiti d'orario; la riapertura è stata comunicata poco più di una settimana prima, con conseguenti problemi di approvvigionamento e organizzazione; senza contare chi si chiede se a conti fatti non convenga incassare un pur misero ristoro (per chi l'ha incassato), piuttosto che tenere aperto a queste condizioni.Mi ha dato molto da riflettere il botta e risposta avvenuto alla trasmissione di La7 L'aria che tira tra il microbiologo Andrea Crisanti - probabilmente il più esposto mediaticamente in tutta la pandemia - e un ristoratore, che a fronte della contrarietà del primo alle riaperture ha ribattuto "Allora mi dia 200.000 euro, perché tanti ne ho persi quest'anno"; ricevendo in tutta risposta la replica "Mi spiace, non sono abituato a questo genere di discorsi, se lei avesse ricevuto i ristori non saremmo qui a parlarne". Ecco, credo che nel "non sono abituato a questi discorsi" stia il nocciolo della questione: è ormai un anno che il dialogo tra operatori economici, politica e scienziati (peraltro spesso additati di avere opinioni contraddittorie, più sul piano mediatico che su quello strettamente scientifico a dire il vero) appare sempre più un dialogo tra sordi. Gli uni paiono "non essere abituati" ai discorsi degli altri, finendo per non capire e non farsi capire, rendendo impossibile trovare una conciliazione almeno parziale tra posizioni inconciliabili. Difficile spiegare a chi vede il mondo dal punto di vista della circolazione virale, potendo contare al tempo stesso su uno stipendio, che non è solo questione di ristori, ma anche della dignità del poter lavorare; così come chi si è più che legittimamente sentito preso in giro da una serie di provvedimenti contraddittori, che hanno imposto requisiti stringenti prima di costringere comunque alla chiusura e senza adeguati sostegni, sarà disposto a dare fiducia a chi dice che è necessario attendere ancora. Non so se queste riaperture potranno costituire l'occasione per tornare a parlarsi trovando un nuovo equilibrio tra gli opposti, per quanto me lo auguri; sicuramente costituiranno un momento delicato per tutti, consumatori compresi, dato che il fattore tempo - perché la voglia di bere c'è ed è tanta, il problema è quando lo si potrà fare davvero, perché potrebbe essere troppo tardi per pub, birrifici e affini - è dirimente. In questo si inserisce anche il comunicato di Unionbirrai, in quanto legato agli aiuti previsti per fronteggiare il calo di fatturato dovuto alla pandemia. Ora, chi ha un po' di dimestichezza con l'ambiente potrà facilmente fare quello che gli inglesi chiamano educated guess su chi siano almeno i più noti tra questi otto; peraltro, tra quelli che io personalmente ho individuato, nessuno risulta essere socio Unionbirrai (stando all'elenco pubblicato nel sito dell'associazione). Il che, più che a fare inutile dietrologia su una vera o presunta volontà di Unionbirrai di tutelare i piccoli facendo guerra ai "grandi", porta semplicemente a ipotizzare che effettivamente ci siano esigenze diverse tra i birrifici più piccoli e quelli più grandi di questa soglia, portando a scegliere forme diverse per farsi rappresentare.  Anche qui pare di essere di fronte ad un altro caso di dialogo tra sordi: Unionbirrai era infatti sempre stata chiara su questo punto, come esplicitato nel comunicato; e, a meno di non ipotizzare retroscena di strane pressioni da parte di qualcuno degli otto birrifici interessati (cosa che non ho elementi per fare, e sarebbe davvero notevole se un qualche birrificio in Italia avesse tale peso politico), non si vede ragione diversa rispetto al voler includere qualcuno in più (ben otto imprese, signori!) nella platea di chi riceve un qualche beneficio - poi bisognerebbe naturalmente vedere caso per caso quanto effettivamente questo sconto incida per gli otto "grandi", per capire se questo finisca per essere di fatto un inefficace aiuto a pioggia.È un messaggio tragico? Tragico non lo so, grave sicuramente sì, perché c'è di che ritenere che i grandi abbiano in generale comunque avuto più strumenti per far fronte alla pandemia: in buona parte sono presenti nella gdo (dove le vendite sono cresciute), sono più strutturati per l'e-commerce; oltre a non essere di fatto imprese familiari, come molti piccoli birrifici sono, con un impatto più pesante sotto il profilo sociale oltre che economico sulle famiglie coinvolte. Investire di più su tante piccole imprese, piuttosto che su poche più grandi, avrebbe sicuramente avuto un ritorno maggiore.

La Grape Ale e la battaglia per rimanere Italian: i campanilismi del vino stanno entrando nella birra?

Sta tenendo banco online in questi giorni il dibattito sulla possibilità, resa nota da Gianriccardo Corbo - noto degustatore e giudice diplomato BJCP italiano - che nelle prossime linee guida appunto del BJCP (le ultime risalgono al 2015) non ci sia la tanto attesa "promozione" della Italian Grape Ale (IGA per gli amici) dall'appendice B degli stili locali alla sezione principale: ad entrare tra gli stili ufficiali potrebbe infatti essere una più generica "Grape Ale", senza riferimenti al Paese d'origine. La possibilità è stata giustificata, riferisce sempre Corbo, con il fatto che alcuni Paesi diversi dall'Italia in cui vengono prodotte birre con mosto d'uva hanno chiesto che venisse eliminato il riferimento esclusivo al nostro Paese, così da rimanere neutro a fronte di vitigni provenienti anche da altre parti del mondo.La motivazione è immediatamente apparsa assurda nell'ambiente birrario: in tutta la classificazione del BJCP gli aggettivi di provenienza legati ad un certo stile non stanno infatti ad indicare il Paese in cui questo viene attualmente prodotto (dato che qualunque stile viene ormai prodotto ovunque), né quello da cui provengono le materie prime (ve la immaginate una Belgian Pale Ale fatta sempre e solo con malto e luppolo belgi?), ma quello in cui lo stile si è originato. Non si vede dunque perché in questo caso l'approccio dovrebbe essere contrario, arrecando notevole pregiudizio al movimento birrario italiano che ha creato questo stile riconosciuto in tutto il mondo: e per questo lo stesso Corbo, oltre ad essersi attivato nei confronti del BJCP, ha promosso una petizione online che trovate a questo link per la firma.Posta quindi l'evidente incongruenza, rimane da chiedersi: perché? È "solo" una questione di, diciamo così, scarso potere contrattuale (essenzialmente per ragioni storiche) dei birrai italiani, rispetto a coloro - cechi, belgi, irlandesi, americani, britannici - che vantano una tradizione più lunga? O c'è dell'altro?Non faccio parte del board del BJCP, e quindi non posso sapere quali considerazioni siano effettivamente state avanzate né eventuali retroscena; però, da persona nata e cresciuta tra le colline del Prosecco, dove si combatte a suon di denominazioni d'origine e si litiga su nomi, luoghi e certificazioni da tempi immemorabili, e dove bastano pochi metri di distanza nella collocazione per dire che un terreno corrisponde ai criteri per produrvi Prosecco Docg oppure no, simili rivendicazioni (pur con i distinguo del caso) non suonano nuove. Appena c'è andato di mezzo il vino - o meglio, il mosto - pare che anche per la birra le cose abbiano preso la stessa piega: là dove prima contava l'origine dello stile (anche in tempi come quelli attuali dove le materie prime locali hanno assunto primaria importanza), ora conta quella dell'elemento caratterizzante, che sottostà appunto a logiche e certificazioni diverse; nonché ai ben noti campanilismi e cavilli che coinvolgono i vari vitigni.Credo quindi che la domanda da porsi, senza voler stimolare inutili antagonismi tra birra e vino che certo non hanno bisogno di essere rintuzzati (tantomeno ora che sono nate significative e promettenti sinergie tra le due bevande), sia quella se vogliamo ricadere nelle stesse logiche, riconoscendo al vino di avere il diritto di pretendere l'eccezione; o viceversa rivendicare che di birra in ogni caso si tratta, e come tale classificarla rendendo giustizia alla storia dello stile.

La Grape Ale e la battaglia per rimanere Italian: i campanilismi del vino stanno entrando nella birra?

Sta tenendo banco online in questi giorni il dibattito sulla possibilità, resa nota da Gianriccardo Corbo - noto degustatore e giudice diplomato BJCP italiano - che nelle prossime linee guida appunto del BJCP (le ultime risalgono al 2015) non ci sia la tanto attesa "promozione" della Italian Grape Ale (IGA per gli amici) dall'appendice B degli stili locali alla sezione principale: ad entrare tra gli stili ufficiali potrebbe infatti essere una più generica "Grape Ale", senza riferimenti al Paese d'origine. La possibilità è stata giustificata, riferisce sempre Corbo, con il fatto che alcuni Paesi diversi dall'Italia in cui vengono prodotte birre con mosto d'uva hanno chiesto che venisse eliminato il riferimento esclusivo al nostro Paese, così da rimanere neutro a fronte di vitigni provenienti anche da altre parti del mondo.La motivazione è immediatamente apparsa assurda nell'ambiente birrario: in tutta la classificazione del BJCP gli aggettivi di provenienza legati ad un certo stile non stanno infatti ad indicare il Paese in cui questo viene attualmente prodotto (dato che qualunque stile viene ormai prodotto ovunque), né quello da cui provengono le materie prime (ve la immaginate una Belgian Pale Ale fatta sempre e solo con malto e luppolo belgi?), ma quello in cui lo stile si è originato. Non si vede dunque perché in questo caso l'approccio dovrebbe essere contrario, arrecando notevole pregiudizio al movimento birrario italiano che ha creato questo stile riconosciuto in tutto il mondo: e per questo lo stesso Corbo, oltre ad essersi attivato nei confronti del BJCP, ha promosso una petizione online che trovate a questo link per la firma.Posta quindi l'evidente incongruenza, rimane da chiedersi: perché? È "solo" una questione di, diciamo così, scarso potere contrattuale (essenzialmente per ragioni storiche) dei birrai italiani, rispetto a coloro - cechi, belgi, irlandesi, americani, britannici - che vantano una tradizione più lunga? O c'è dell'altro?Non faccio parte del board del BJCP, e quindi non posso sapere quali considerazioni siano effettivamente state avanzate né eventuali retroscena; però, da persona nata e cresciuta tra le colline del Prosecco, dove si combatte a suon di denominazioni d'origine e si litiga su nomi, luoghi e certificazioni da tempi immemorabili, e dove bastano pochi metri di distanza nella collocazione per dire che un terreno corrisponde ai criteri per produrvi Prosecco Docg oppure no, simili rivendicazioni (pur con i distinguo del caso) non suonano nuove. Appena c'è andato di mezzo il vino - o meglio, il mosto - pare che anche per la birra le cose abbiano preso la stessa piega: là dove prima contava l'origine dello stile (anche in tempi come quelli attuali dove le materie prime locali hanno assunto primaria importanza), ora conta quella dell'elemento caratterizzante, che sottostà appunto a logiche e certificazioni diverse; nonché ai ben noti campanilismi e cavilli che coinvolgono i vari vitigni.Credo quindi che la domanda da porsi, senza voler stimolare inutili antagonismi tra birra e vino che certo non hanno bisogno di essere rintuzzati (tantomeno ora che sono nate significative e promettenti sinergie tra le due bevande), sia quella se vogliamo ricadere nelle stesse logiche, riconoscendo al vino di avere il diritto di pretendere l'eccezione; o viceversa rivendicare che di birra in ogni caso si tratta, e come tale classificarla rendendo giustizia alla storia dello stile.

Quando gli haters colpiscono la birra: Joe Kearns lascia The White Hag

Qualcuno di voi forse ricorderà della mia partecipazione, in qualità di addetta stampa, ai tour italiani del birrificio artigianale irlandese The White Hag organizzati dall'importatore Beergate; e di come in tali occasioni avessi avuto modo di entrare in contatto con il birraio, l'americano Joseph Kearns, trasferitosi nell'Isola di Smeraldo sette anni fa chiamato per dar vita al birrificio. E pare lo avesse fatto pure bene, dato il successo delle birre e i numerosi premi vinti.Eppure, come lo stesso birrificio ha ufficializzato tramite la propria pagina Facebook, il birraio ha rassegnato le dimissioni in seguito ad una controversa storia nata sui social poco più di un mese fa. Joe aveva infatti postato, sul proprio account Instagram personale, una foto della Statua della Libertà in lacrime; facendo riferimento al fatto che c'era da aspettarsi un "ritorno alla guerra, meno libertà civili, più tasse, meno lavoro, ho già detto guerra? Ancora la stessa m***a che abbiamo da decenni". Un riferimento, mi ha spiegato quando l'ho contattato chiedendogli chiarimenti, non tanto alla vittoria di Biden su Trump in quanto tale; quanto al fatto che, considerando anche gli altri deputati e senatori eletti, riteneva che ci fossero molti politici inclini prima di tutto ad una politica estera aggressiva, oltre che a tutte le altre cose citate (Joe peraltro non si identifica né come repubblicano né come democratico).Al netto dei toni infelici, il problema è stato che questo post è stato poi diffuso (nella fattispecie da un distributore del birrificio: verrebbe da chiedersi se avesse qualche interesse a farlo, visto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina) taggando anche il birrificio stesso; cosa a cui è seguita una valanga di post offensivi, in cui non solo si dava del fascista, dell'omofobo e finanche del seguace di QAnon al birraio (i post sono ancora lì, si possono vedere) ma soprattutto si minacciava di non acquistare più le birre. Un danno d'immagine tale da spingere birrificio e birraio ad adottare questa soluzione, vista come "obbligata".Ora Joe intende tornare nella sua città d'origine, in Ohio: sia per tornare "a casa", dice, che per ricostruirsi una carriera in Paese diverso da quello in cui la sua reputazione risulta compromessa. E in tempi di pandemia non è facile né tornare a casa - i voli sono pochi e a costi proibitivi, tanto che il birraio afferma di aver avuto bisogno di chiedere aiuto economico ad amici e parenti per organizzare il trasloco per lui, moglie e figli - né pensare, appunto, ad una carriera futura.Al di là di ciò che ciascuno possa pensare dei contenuti del post di Joe, una cosa appare tuttavia evidente: questa cosa del riversare ogni nostra più becera pulsione su web sta veramente sfuggendo di mano. Perché che una persona debba perdere il lavoro nell'azienda che ha praticamente costruito, birraio o altro che sia, in un modo del genere, è francamente disdicevole. Perché quand'anche volessimo considerare effettivamente offensivi e suscettibili di danneggiare l'immagine del birrificio i post del birraio, la cosa andava risolta tra lui e il resto dell'azienda com'era giusto che fosse, non certo al tribunale dei leoni da tastiera.Che dire: non posso che augurare comunque a Joe il meglio per il suo futuro, dato il suo curriculum di tutto rispetto e le indubbie capacità brassicole. Certo diventa urgente fare una riflessione su quale sia il peso, quantomai reale, dei nostri commenti virtuali.

Quando gli haters colpiscono la birra: Joe Kearns lascia The White Hag

Qualcuno di voi forse ricorderà della mia partecipazione, in qualità di addetta stampa, ai tour italiani del birrificio artigianale irlandese The White Hag organizzati dall'importatore Beergate; e di come in tali occasioni avessi avuto modo di entrare in contatto con il birraio, l'americano Joseph Kearns, trasferitosi nell'Isola di Smeraldo sette anni fa chiamato per dar vita al birrificio. E pare lo avesse fatto pure bene, dato il successo delle birre e i numerosi premi vinti.Eppure, come lo stesso birrificio ha ufficializzato tramite la propria pagina Facebook, il birraio ha rassegnato le dimissioni in seguito ad una controversa storia nata sui social poco più di un mese fa. Joe aveva infatti postato, sul proprio account Instagram personale, una foto della Statua della Libertà in lacrime; facendo riferimento al fatto che c'era da aspettarsi un "ritorno alla guerra, meno libertà civili, più tasse, meno lavoro, ho già detto guerra? Ancora la stessa m***a che abbiamo da decenni". Un riferimento, mi ha spiegato quando l'ho contattato chiedendogli chiarimenti, non tanto alla vittoria di Biden su Trump in quanto tale; quanto al fatto che, considerando anche gli altri deputati e senatori eletti, riteneva che ci fossero molti politici inclini prima di tutto ad una politica estera aggressiva, oltre che a tutte le altre cose citate (Joe peraltro non si identifica né come repubblicano né come democratico).Al netto dei toni infelici, il problema è stato che questo post è stato poi diffuso (nella fattispecie da un distributore del birrificio: verrebbe da chiedersi se avesse qualche interesse a farlo, visto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina) taggando anche il birrificio stesso; cosa a cui è seguita una valanga di post offensivi, in cui non solo si dava del fascista, dell'omofobo e finanche del seguace di QAnon al birraio (i post sono ancora lì, si possono vedere) ma soprattutto si minacciava di non acquistare più le birre. Un danno d'immagine tale da spingere birrificio e birraio ad adottare questa soluzione, vista come "obbligata".Ora Joe intende tornare nella sua città d'origine, in Ohio: sia per tornare "a casa", dice, che per ricostruirsi una carriera in Paese diverso da quello in cui la sua reputazione risulta compromessa. E in tempi di pandemia non è facile né tornare a casa - i voli sono pochi e a costi proibitivi, tanto che il birraio afferma di aver avuto bisogno di chiedere aiuto economico ad amici e parenti per organizzare il trasloco per lui, moglie e figli - né pensare, appunto, ad una carriera futura.Al di là di ciò che ciascuno possa pensare dei contenuti del post di Joe, una cosa appare tuttavia evidente: questa cosa del riversare ogni nostra più becera pulsione su web sta veramente sfuggendo di mano. Perché che una persona debba perdere il lavoro nell'azienda che ha praticamente costruito, birraio o altro che sia, in un modo del genere, è francamente disdicevole. Perché quand'anche volessimo considerare effettivamente offensivi e suscettibili di danneggiare l'immagine del birrificio i post del birraio, la cosa andava risolta tra lui e il resto dell'azienda com'era giusto che fosse, non certo al tribunale dei leoni da tastiera.Che dire: non posso che augurare comunque a Joe il meglio per il suo futuro, dato il suo curriculum di tutto rispetto e le indubbie capacità brassicole. Certo diventa urgente fare una riflessione su quale sia il peso, quantomai reale, dei nostri commenti virtuali.

Quando gli haters colpiscono la birra: Joe Kearns lascia The White Hag

Qualcuno di voi forse ricorderà della mia partecipazione, in qualità di addetta stampa, ai tour italiani del birrificio artigianale irlandese The White Hag organizzati dall'importatore Beergate; e di come in tali occasioni avessi avuto modo di entrare in contatto con il birraio, l'americano Joseph Kearns, trasferitosi nell'Isola di Smeraldo sette anni fa chiamato per dar vita al birrificio. E pare lo avesse fatto pure bene, dato il successo delle birre e i numerosi premi vinti.Eppure, come lo stesso birrificio ha ufficializzato tramite la propria pagina Facebook, il birraio ha rassegnato le dimissioni in seguito ad una controversa storia nata sui social poco più di un mese fa. Joe aveva infatti postato, sul proprio account Instagram personale, una foto della Statua della Libertà in lacrime; facendo riferimento al fatto che c'era da aspettarsi un "ritorno alla guerra, meno libertà civili, più tasse, meno lavoro, ho già detto guerra? Ancora la stessa m***a che abbiamo da decenni". Un riferimento, mi ha spiegato quando l'ho contattato chiedendogli chiarimenti, non tanto alla vittoria di Biden su Trump in quanto tale; quanto al fatto che, considerando anche gli altri deputati e senatori eletti, riteneva che ci fossero molti politici inclini prima di tutto ad una politica estera aggressiva, oltre che a tutte le altre cose citate (Joe peraltro non si identifica né come repubblicano né come democratico).Al netto dei toni infelici, il problema è stato che questo post è stato poi diffuso (nella fattispecie da un distributore del birrificio: verrebbe da chiedersi se avesse qualche interesse a farlo, visto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina) taggando anche il birrificio stesso; cosa a cui è seguita una valanga di post offensivi, in cui non solo si dava del fascista, dell'omofobo e finanche del seguace di QAnon al birraio (i post sono ancora lì, si possono vedere) ma soprattutto si minacciava di non acquistare più le birre. Un danno d'immagine tale da spingere birrificio e birraio ad adottare questa soluzione, vista come "obbligata".Ora Joe intende tornare nella sua città d'origine, in Ohio: sia per tornare "a casa", dice, che per ricostruirsi una carriera in Paese diverso da quello in cui la sua reputazione risulta compromessa. E in tempi di pandemia non è facile né tornare a casa - i voli sono pochi e a costi proibitivi, tanto che il birraio afferma di aver avuto bisogno di chiedere aiuto economico ad amici e parenti per organizzare il trasloco per lui, moglie e figli - né pensare, appunto, ad una carriera futura.Al di là di ciò che ciascuno possa pensare dei contenuti del post di Joe, una cosa appare tuttavia evidente: questa cosa del riversare ogni nostra più becera pulsione su web sta veramente sfuggendo di mano. Perché che una persona debba perdere il lavoro nell'azienda che ha praticamente costruito, birraio o altro che sia, in un modo del genere, è francamente disdicevole. Perché quand'anche volessimo considerare effettivamente offensivi e suscettibili di danneggiare l'immagine del birrificio i post del birraio, la cosa andava risolta tra lui e il resto dell'azienda com'era giusto che fosse, non certo al tribunale dei leoni da tastiera.Che dire: non posso che augurare comunque a Joe il meglio per il suo futuro, dato il suo curriculum di tutto rispetto e le indubbie capacità brassicole. Certo diventa urgente fare una riflessione su quale sia il peso, quantomai reale, dei nostri commenti virtuali.

Birraio dell’anno, alcune riflessioni

E' di poche ore fa la notizia dell'annuncio del vincitore di Birraio dell'Anno 2020, titolo riconosciuto a Giovanni Faenza di Ritual Lab: non una sorpresa nella misura in cui era tra i più quotati della disfida, e in generale uno dei birrai più stimati in Italia (cosa che del resto si può dire anche degli altri candidati). Non posso (ahimé) dire di conoscere bene la sua produzione perché mi è di difficile reperibilità per ragioni geografiche, per cui non mi lancio in considerazioni in questo senso; mi limito dunque alle congratulazioni a lui e a tutti gli altri.Qualche riflessione mi è sorta ascoltando le interviste ai birrai. In primo luogo è emersa per tutti una tendenza che già dalla scorsa primavera ha preso piede, ossia quella di utilizzare il tempo di lockdown o di aperture limitate per avviare progetti a lungo rimandati o elaborati ex novo (per quanto fare investimenti non sia facile in questo frangente) e che tra questi occupino un posto di rilievo, giocoforza, quelli relativi a bottaie e affini: aspettiamoci dunque un significativo incremento di barricate e più in generale birre da invecchiamento, di cui si è fatto di necessità virtù in tempi di pub chiusi o semichiusi. Certo si tratta di birre che presumono quantità più basse e costi più alti, nonché un tipo di pubblico più ristretto (per quanto meno di un tempo): per cui difficilmente potranno costituire la panacea nel far quadrare di nuovo i conti. In ogni caso promettono di essere un segnale di rilancio, e sarà interessante vedere quanti e quali tra questi progetti sopravviveranno anche oltre.In secondo luogo, mi ha colpito vedere tra i birrai intervistati notevoli differenze nella maniera in cui affrontano le difficoltà di questo momento nonché nell'entità delle difficoltà stesse. Se da un lato l'abruzzese Luigi Recchiuti di Opperbacco ha parlato di un calo del 24% nella produzione e di una situazione tutto sommato gestibile, Pietro Fontana e Matteo Bonfanti del Carrobiolo hanno invece affermato di essere poco sopra il 10% delle loro possibilità; e anche un nome blasonato come Marco Valeriani di Alder, pur non avendo dato numeri, ha tracciato un quadro che dell'ottimismo per il futuro evidenziato da Ritual Lab, Opperbacco e Mastino aveva ben poco. Mi ha dato da pensare come i due, se non più pessimisti, quantomeno dagli umori più bassi, siano lombardi: a conferma di come la pandemia abbia colpito duro in questa Regione non solo sotto il profilo dei contagi, ma anche economico e psicologico. Non dimentichiamo ad esempio che anche l'Abruzzo è stato zona rossa, ma per molto meno tempo e quindi con un impatto di minore entità: anche, ribadisco, sotto il profilo psicologico, sia per i produttori che per i consumatori. E credo che anche questo fattore peserà nel momento in cui - che sia il 2022 come pronosticano i più ottimisti, o il 2023 come sostengono altri - si ritornerà ad una parvenza di normalità e quindi a frequentare pub e affini ai ritmi pre-Covid.

Birraio dell’anno, alcune riflessioni

E' di poche ore fa la notizia dell'annuncio del vincitore di Birraio dell'Anno 2020, titolo riconosciuto a Giovanni Faenza di Ritual Lab: non una sorpresa nella misura in cui era tra i più quotati della disfida, e in generale uno dei birrai più stimati in Italia (cosa che del resto si può dire anche degli altri candidati). Non posso (ahimé) dire di conoscere bene la sua produzione perché mi è di difficile reperibilità per ragioni geografiche, per cui non mi lancio in considerazioni in questo senso; mi limito dunque alle congratulazioni a lui e a tutti gli altri.Qualche riflessione mi è sorta ascoltando le interviste ai birrai. In primo luogo è emersa per tutti una tendenza che già dalla scorsa primavera ha preso piede, ossia quella di utilizzare il tempo di lockdown o di aperture limitate per avviare progetti a lungo rimandati o elaborati ex novo (per quanto fare investimenti non sia facile in questo frangente) e che tra questi occupino un posto di rilievo, giocoforza, quelli relativi a bottaie e affini: aspettiamoci dunque un significativo incremento di barricate e più in generale birre da invecchiamento, di cui si è fatto di necessità virtù in tempi di pub chiusi o semichiusi. Certo si tratta di birre che presumono quantità più basse e costi più alti, nonché un tipo di pubblico più ristretto (per quanto meno di un tempo): per cui difficilmente potranno costituire la panacea nel far quadrare di nuovo i conti. In ogni caso promettono di essere un segnale di rilancio, e sarà interessante vedere quanti e quali tra questi progetti sopravviveranno anche oltre.In secondo luogo, mi ha colpito vedere tra i birrai intervistati notevoli differenze nella maniera in cui affrontano le difficoltà di questo momento nonché nell'entità delle difficoltà stesse. Se da un lato l'abruzzese Luigi Recchiuti di Opperbacco ha parlato di un calo del 24% nella produzione e di una situazione tutto sommato gestibile, Pietro Fontana e Matteo Bonfanti del Carrobiolo hanno invece affermato di essere poco sopra il 10% delle loro possibilità; e anche un nome blasonato come Marco Valeriani di Alder, pur non avendo dato numeri, ha tracciato un quadro che dell'ottimismo per il futuro evidenziato da Ritual Lab, Opperbacco e Mastino aveva ben poco. Mi ha dato da pensare come i due, se non più pessimisti, quantomeno dagli umori più bassi, siano lombardi: a conferma di come la pandemia abbia colpito duro in questa Regione non solo sotto il profilo dei contagi, ma anche economico e psicologico. Non dimentichiamo ad esempio che anche l'Abruzzo è stato zona rossa, ma per molto meno tempo e quindi con un impatto di minore entità: anche, ribadisco, sotto il profilo psicologico, sia per i produttori che per i consumatori. E credo che anche questo fattore peserà nel momento in cui - che sia il 2022 come pronosticano i più ottimisti, o il 2023 come sostengono altri - si ritornerà ad una parvenza di normalità e quindi a frequentare pub e affini ai ritmi pre-Covid.