Le fatiche di crescere

Sono due le notizie che in questi giorni hanno tenuto in fibrillazione il mondo birrario italiano: l'unione tra Toccalmatto e Caulier, e la cessione del 35% delle quote del Birrificio del Ducato a Duvel (per chi si fosse perso qualcosa, suggerisco le interviste e Bruno Carilli e a Giovanni Campari su Fermentobirra, e il commento di Andrea Turco su Cronache di Birra). Non mi soffermo sulle considerazioni già fatte da loro e da molti altri, in merito a se e in che misura questo possa rappresentare una minaccia per il mondo della birra artigianale; e che sviluppi futuri possa riservare (dato che i dettagli dell'accordo Toccalmatto-Caulier non sono ancora stati del tutto resi noti). Al netto della diatriba sul fatto che questi birrifici possano o meno definirsi ancora artigianali, c'è stato un aspetto in particolare che mi ha colpita.Sia Carilli che Campari parlano in termini di "crescita obbligata", di insostenibilità economica della "media dimensione", di saturazione dei tradizionali canali di distribuzione - e fin qui è la conferma di quanto già emerso da una ricerca di MoBi -; ma soprattutto di difficoltà nel reperire risorse per crescere, impraticabilità del crowdfunding e di altri canali di credito (banche in primo luogo). Queste scelte quindi vengono presentate come unica via per garantire all'azienda la liquidità necessaria - e quindi in prospettiva la stessa attività del birrificio -, pur senza perderne il controllo. La domanda che mi è sorta è quindi: davvero il settore birrario italiano è in una fase in cui i birrifici sono destinati a trovarsi "alle corde" sotto questo profilo? Troppe volte sento parlare di birrifici che "sono piccoli, sì, ma sono così bravi, se solo investissero un po' potrebbero fare grandi cose, è un peccato...."; considerazioni a cui i birrai prontamente rispondono di voler rimanere piccoli perché il passo da fare sarebbe troppo lungo (in barba alle teorie secondo cui "troppo piccolo non è sostenibile"). O viceversa vedo birrai che, quando decidono di crescere, lo fanno in grande stile, cercando magari chi entri nella compagine societaria come finanziatore. Tutti aspetti non certo nuovi; ma che evidenziano come i birrifici italiani si trovino una sorta di "trappola asfittica" per cui sono costretti o a rimanere piccoli (per forza o per scelta, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male), o viceversa a dover fare scelte anche non del tutto "ortodosse" pur di riuscire a proseguire il cammino intrapreso (anche qui, per scelta o per forza).Se la lettura è corretta, è utile chiedersi come agire, perché la questione va oltre gli "impuntamenti ideologici" a cui alcuni in questi giorni hanno gridato. Una questione che sicuramente non può essere ignorata - e del resto non credo lo sia - da Unionbirrai: se è giusto e doveroso che l'associazione tuteli i birrifici artigianali attraverso una puntuale precisazione normativa (come notato da Andrea Turco), è altrettanto verso che il suo operato deve anche essere mirato a far sì che vengano rimossi quegli ostacoli che possono impedire ai birrifici - mi si permetta l'espressione - di "esercitare al meglio l'artigianalità" (penso ad esempio alle azioni che alcune associazioni di categoria fanno sul fronte della concessione del credito). Perché altrimenti la discussione su chi sia e non sia artigianale rischia di diventare un dibattito sì utile e legittimo, ma svuotato di una componente fondamentale del suo senso.Intanto la cosa pare fare il paio con il lancio, da parte dell'americana Brewers Association, del logo "Birrificio indipendente": un marchio di cui potranno fregiarsi appunto i birrifici artigianali (secondo la definizione data dall'associazione) che "portano avanti la loro attività senza alcuna influenza da parte di altre aziende produttrici di bevande alcoliche che non siano anch'esse birrifici artigianali". Anche in questo caso è stato quindi abbandonato l'abusato termine "craft", artigianale, ormai travisato in mille modi; per preferire il concetto di "indipendente", che - afferma lo stesso comunicato - "ha vasta eco tra chi beve birra artigianale".Insomma, che l'indipendenza (e non già l'artigianalità) sia "il nuovo must" è una notizia ormai non più tanto nuova; ma diciamo che arrivano sempre più tasselli a confermarla.

Sempre più formazione birraria?

E' di oggi - pubblicata su Il Trentino - la notizia che la Fondazione Mach, rinomato ente formativo e di ricerca di San Michele all'Adige, avvierà a gennaio 2018 un corso di alta formazione professionale volto a fornire la qualifica di "Tecnico superiore delle bevande": un percorso all'interno del quale troveranno spazio - a seconda dell'indirizzo scelto - birra, distillati, succhi di frutta e altre bevande diverse dal vino. Il dirigente del Centro di Istruzione e Formazione Marco Dal Rì, si legge nell'articolo, ha motivato la scelta dell'avvio del corso con il fatto che "il settore delle bevande diverse dal vino, in particolare di distillati e birra, è in forte crescita: tuttavia non esistono figure formate specificatamente per esso, e le aziende devono procedere alla formazione sia direttamente, sia inviando i dipendenti in realtà straniere". Il corso sarà articolato su 2 anni, con 1200 ore di praticantato, e aperto ai diplomati dei settori enologico, agrario, chimico e biologico.La cosa mi ha stimolato alcune riflessioni. Intanto, evidentemente c'è una richiesta di maggiore formazione: vuoi da parte delle aziende, vuoi da parte dei ragazzi stessi - che sempre in maggior numero vogliono intraprendere questo percorso (qui poi si può aprire la diatriba sugli sbocchi lavorativi, specie in ambito birrario, ma questo è un altro capitolo) - con conseguente risposta da parte degli enti preposti. In secondo luogo, qui stiamo parlando di una formazione più ampia a livello di "industria del beverage": così come nel visitare la Doemens Akademie a Monaco di Baviera ho constatato che gli studenti imparano a cimentarsi anche su macchinari per la produzione di succhi e bibite - dato che, mi è stato riferito, in Germania è prassi per molti birrifici dedicarsi anche ad una linea di analcolici - così la fondazione Mach propone un corso di respiro più ampio, fatta salva la possibilità di scegliere la specializzazione. Un'offerta quindi almeno in parte complementare a quella di realtà come il master in tecnologie birrarie dell'Università di Perugia, i corsi dell'Accademia Dieffe o quelli dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo o di Udine - per citarne solo alcuni, e peraltro significativamente diversi tra loro.Certo non è possibile esprimere valutazioni su un corso che non è nemmeno inziato; ma rimane ad ogni modo una notizia significativa il fatto che un ente come la Fondazione Mach abbia rivolto la sua attenzione al settore. Stiamo andando anche in Italia - pur ancora lontani da isittuzioni come quelle presenti in Germania e Belgio - verso una formazione sempre più "accademica" anche nel campo birrario? Parrebbe di sì, il tempo ne darà prova.

Sempre più formazione birraria?

E' di oggi - pubblicata su Il Trentino - la notizia che la Fondazione Mach, rinomato ente formativo e di ricerca di San Michele all'Adige, avvierà a gennaio 2018 un corso di alta formazione professionale volto a fornire la qualifica di "Tecnico superiore delle bevande": un percorso all'interno del quale troveranno spazio - a seconda dell'indirizzo scelto - birra, distillati, succhi di frutta e altre bevande diverse dal vino. Il dirigente del Centro di Istruzione e Formazione Marco Dal Rì, si legge nell'articolo, ha motivato la scelta dell'avvio del corso con il fatto che "il settore delle bevande diverse dal vino, in particolare di distillati e birra, è in forte crescita: tuttavia non esistono figure formate specificatamente per esso, e le aziende devono procedere alla formazione sia direttamente, sia inviando i dipendenti in realtà straniere". Il corso sarà articolato su 2 anni, con 1200 ore di praticantato, e aperto ai diplomati dei settori enologico, agrario, chimico e biologico.La cosa mi ha stimolato alcune riflessioni. Intanto, evidentemente c'è una richiesta di maggiore formazione: vuoi da parte delle aziende, vuoi da parte dei ragazzi stessi - che sempre in maggior numero vogliono intraprendere questo percorso (qui poi si può aprire la diatriba sugli sbocchi lavorativi, specie in ambito birrario, ma questo è un altro capitolo) - con conseguente risposta da parte degli enti preposti. In secondo luogo, qui stiamo parlando di una formazione più ampia a livello di "industria del beverage": così come nel visitare la Doemens Akademie a Monaco di Baviera ho constatato che gli studenti imparano a cimentarsi anche su macchinari per la produzione di succhi e bibite - dato che, mi è stato riferito, in Germania è prassi per molti birrifici dedicarsi anche ad una linea di analcolici - così la fondazione Mach propone un corso di respiro più ampio, fatta salva la possibilità di scegliere la specializzazione. Un'offerta quindi almeno in parte complementare a quella di realtà come il master in tecnologie birrarie dell'Università di Perugia, i corsi dell'Accademia Dieffe o quelli dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo o di Udine - per citarne solo alcuni, e peraltro significativamente diversi tra loro.Certo non è possibile esprimere valutazioni su un corso che non è nemmeno inziato; ma rimane ad ogni modo una notizia significativa il fatto che un ente come la Fondazione Mach abbia rivolto la sua attenzione al settore. Stiamo andando anche in Italia - pur ancora lontani da isittuzioni come quelle presenti in Germania e Belgio - verso una formazione sempre più "accademica" anche nel campo birrario? Parrebbe di sì, il tempo ne darà prova.

Birra artigianale e Gdo: né il male né la panacea?

Il rapporto tra birra artigianale e gdo è da tempo sotto i riflettori. Tra chi lo avversa pervicacemente, a motivo dello svilimento del prodotto e dei rapporti di forza impari che si creano tra grandi gruppi e piccoli birrifici, e chi invece vi vede una via per avvicinare al mondo dell'artigianale una fetta di mercato che altrimenti vi rimarrebbe lontano, le posizioni sono antitetiche. Senza contare quelle intermedie: se c'è chi non ha remore a comparire con il proprio marchio, c'è chi invece preferisce entrarvi solo con una linea dedicata - creata in beerfirm o comunque esclusivamente per questo canale. Pochi giorni fa, entrata in un negozio della grande distribuzione, non ho potuto non buttare l'occhio sullo scaffale "birra artigianale"; dove ho trovato appunto alcune birre che rispondevano a questo secondo caso. Ho verificato in etichetta chi fossero i birrifici produttori e li ho contattati: il primo (e per ora unico) a rispondermi è stato uno che chiede di rimanere anonimo perché "Molti distributori e grossisti del mercato horeca (ossia quello tradizionale) sono pronti a eliminare dai loro listini un birrificio che si approcci troppo apertamente alla grande distribuzione". Rispetto quindi questa sua volontà, riportando semplicemente le risposte alle mie domande.Come siete arrivati alla scelta di entrare nella gdo, e come mai non con il vostro marchio?Fin dai primi anni del birrificio mi sono posto il problema di approcciare la gdo, in quanto la maggior parte dei consumi di birra avviene tramite questo canale. Per cui se si spera di raggiungere un certo equilibrio dimensionale è fondamentale valutare anche questa strada. I primi approcci sono però stati deludenti, perchè quando in una città riuscivamo a inserire la birra in un supermercato, immediatamente scattavano le lamentele del canale tradizionale: per cui alla fine dovevamo tornare sui nostri passi. Alcuni marchi più forti, ad esempio Baladin, riescono a resistere su entrambi i canali perché la popolarità raggiunta garantisce che né l'uno né l'altro li voglia perdere; purtroppo invece, per i marchi più piccoli, il mercato tradizionale vede nella difficile reperibilità del prodotto da parte dei consumatori un valore aggiunto; e quindi pretende che non si trovino facilmente (non solo nei supermercati, ma nemmeno nei bar più semplici, o in altre situazioni "easy"). Per questo motivo, almeno per ora, lasciamo che in gdo arrivino solo birre prodotte per beer firm o distributori specializzati in questo canale, lasciando le ricette e i prodotti a nostro marchio ad uso esclusivo del canale tradizionale. Questo è un grosso limite per la crescita, mentre all'estero questa dicotomia è molto meno sentita: si pensi ai mitici Brewdog per cui l'entrata nella catena di distribuzione Tesco è stata la scintalla che ha innescato la loro crescita dimensionale.Quali sono i vantaggi e quali viceversa le condizioni che la grande distribuzione impone e che possono "stare strette" ai birrifici artigianali (tempistiche delle forniture, esigenze di shelf life e conseguente qualità del prodotto, prezzo, ecc)?Per la mia esperienza non è vero che la Gdo tratta i prodotti peggio della distribuzione tradizionale. Ho riscontrato invece che molto spesso i buyer richiedono ad esempio un'analisi microbiologica del prodotto che stanno per acquistare (cosa che non mi è mai stata chiesta da un grossista), o pretendono nel contratto che vengano inviati lotti di prodotto non prima di una certa data. E' vero che la gdo non conserva la birra artigianale in celle, ma è anche vero che quasi nessun grossista lo fa: quindi il problema è comune, e il birraio deve saper scegliere quali dei suoi prodotti possono superare meglio un certo periodo a temperatura ambiente.Per quella che è la vostra esperienza sinora, ritenete possa essere un buon modo di avvicinare dei consumatori che altrimenti non proverebbero la birra artigianale, o ritenete che possa "sviare" e fare il gioco delle crafty (birre industriali che imitano le artigianali, ndr)?Credo che la birra artigianale in gdo possa avvicinare molti consumatori a questo mondo, anche se - questo è vero - per contro darà credibilità ai prodotti crafty che di solito vengono messi nello stesso comparto. Ma questa è la vita. Ci si trova a condividere gli spazi con i concorrenti, e bisogna dimostrare con la qualità del proprio prodotto che il prezzo leggermente più alto è giustificato.

Tra le cime delle Dolomiti

Qualche giorno fa è apparso Giornale della Birra un mio articolo sul birrificio Monpiër di Ortisei: al di là di quanto già scritto, aggiungo alcune considerazioni più personali riguardo al pomeriggio che ho passato lì.La visita è iniziata con l’accoglienza da parte di Thomas e la possibilità di assistere ad una piccola lezione a beneficio dei dipendenti del locale: una cosa che a La Betüla sperimentavano per la prima volta, ma che chissà, può preludere a momenti di formazione continua per cuochi e camerieri – cosa che personalmente auspico, essendo cruciale per un brewpub; e che anche solo come sperimentazione fa comunque onore alla buona volontà della squadra.Riguardo alle birre,quella che più mi è apparsa ben riuscita è stata la ale chiara Sasplat: corpo pieno di cereale, nota leggera di miele, aromi eleganti di luppoli tedeschi e finale secco di un persistente amaro floreale. Può ben rappresentare la buona riuscita dell’intento di Thomas di controllare al meglio un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse, minimizzando la componente degli esteri, raggiungendo nel contempo un buon equilibrio e una birra pulita che ricordi le helles tedesche.In stile e senza particolari annotazioni da fare la Odles, ale ambrata dai classici toni tra il tostato e il caramello, con note di nocciola sul finale; mentre devo ammettere che mi ha lasciato qualche perplessità la weizen Meisules, volutamente fuori stile – Thomas mi ha riferito di essersi ispirato alla Die Weisse di Salisburgo. I classici aromi di banana sono infatti praticamente assenti, preferendo lasciare spazio ad una luppolatura agrumata e ad un finale citrico, forse fin troppo per i miei gusti. Certo l’intenzione era quella di fare appunto qualcosa di diverso da una weizen, e che rimanesse fresco e beverino; però ho avuto l’impressione che le varie componenti – il frumento pur ben percepibile, e la parte più agrumata sia in aroma che nel finale – tendessero a non armonizzarsi al meglio.In quanto alla cucina, i piatti erano senz’altro – oltre che gustosi – anche ben presentati – nella fattispecie abbiamo provato la tartare di manzo e le costicine di maiale alla birra. Curiosità finale, il birramisù alla Odles: non aspettatevi il classico birramisù alla stout, però comunque la Odles, con i suoi toni caramellati ma senza risultare eccessivamente zuccherina, si accompagna bene ai biscotti e alla crema.Nota di merito infine all’arredamento, curato da Diego Perathoner, e realizzato interamente con materiali di recupero: e il merito sta essenzialmente nell’aver messo insieme con gusto elementi di per sé eterogenei.Concludo con un ringraziamento a tutto lo staff de La Betüla per la calorosa accoglienza e l’ottimo servizio: un locale giovane e che in quanto tale sta ancora costruendo la sua strada, ma che senz’altro presenta buone potenzialità.

Tra le cime delle Dolomiti

Qualche giorno fa è apparso Giornale della Birra un mio articolo sul birrificio Monpiër di Ortisei: al di là di quanto già scritto, aggiungo alcune considerazioni più personali riguardo al pomeriggio che ho passato lì.La visita è iniziata con l’accoglienza da parte di Thomas e la possibilità di assistere ad una piccola lezione a beneficio dei dipendenti del locale: una cosa che a La Betüla sperimentavano per la prima volta, ma che chissà, può preludere a momenti di formazione continua per cuochi e camerieri – cosa che personalmente auspico, essendo cruciale per un brewpub; e che anche solo come sperimentazione fa comunque onore alla buona volontà della squadra.Riguardo alle birre,quella che più mi è apparsa ben riuscita è stata la ale chiara Sasplat: corpo pieno di cereale, nota leggera di miele, aromi eleganti di luppoli tedeschi e finale secco di un persistente amaro floreale. Può ben rappresentare la buona riuscita dell’intento di Thomas di controllare al meglio un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse, minimizzando la componente degli esteri, raggiungendo nel contempo un buon equilibrio e una birra pulita che ricordi le helles tedesche.In stile e senza particolari annotazioni da fare la Odles, ale ambrata dai classici toni tra il tostato e il caramello, con note di nocciola sul finale; mentre devo ammettere che mi ha lasciato qualche perplessità la weizen Meisules, volutamente fuori stile – Thomas mi ha riferito di essersi ispirato alla Die Weisse di Salisburgo. I classici aromi di banana sono infatti praticamente assenti, preferendo lasciare spazio ad una luppolatura agrumata e ad un finale citrico, forse fin troppo per i miei gusti. Certo l’intenzione era quella di fare appunto qualcosa di diverso da una weizen, e che rimanesse fresco e beverino; però ho avuto l’impressione che le varie componenti – il frumento pur ben percepibile, e la parte più agrumata sia in aroma che nel finale – tendessero a non armonizzarsi al meglio.In quanto alla cucina, i piatti erano senz’altro – oltre che gustosi – anche ben presentati – nella fattispecie abbiamo provato la tartare di manzo e le costicine di maiale alla birra. Curiosità finale, il birramisù alla Odles: non aspettatevi il classico birramisù alla stout, però comunque la Odles, con i suoi toni caramellati ma senza risultare eccessivamente zuccherina, si accompagna bene ai biscotti e alla crema.Nota di merito infine all’arredamento, curato da Diego Perathoner, e realizzato interamente con materiali di recupero: e il merito sta essenzialmente nell’aver messo insieme con gusto elementi di per sé eterogenei.Concludo con un ringraziamento a tutto lo staff de La Betüla per la calorosa accoglienza e l’ottimo servizio: un locale giovane e che in quanto tale sta ancora costruendo la sua strada, ma che senz’altro presenta buone potenzialità.

Tra le cime delle Dolomiti

Qualche giorno fa è apparso Giornale della Birra un mio articolo sul birrificio Monpiër di Ortisei: al di là di quanto già scritto, aggiungo alcune considerazioni più personali riguardo al pomeriggio che ho passato lì.La visita è iniziata con l’accoglienza da parte di Thomas e la possibilità di assistere ad una piccola lezione a beneficio dei dipendenti del locale: una cosa che a La Betüla sperimentavano per la prima volta, ma che chissà, può preludere a momenti di formazione continua per cuochi e camerieri – cosa che personalmente auspico, essendo cruciale per un brewpub; e che anche solo come sperimentazione fa comunque onore alla buona volontà della squadra.Riguardo alle birre,quella che più mi è apparsa ben riuscita è stata la ale chiara Sasplat: corpo pieno di cereale, nota leggera di miele, aromi eleganti di luppoli tedeschi e finale secco di un persistente amaro floreale. Può ben rappresentare la buona riuscita dell’intento di Thomas di controllare al meglio un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse, minimizzando la componente degli esteri, raggiungendo nel contempo un buon equilibrio e una birra pulita che ricordi le helles tedesche.In stile e senza particolari annotazioni da fare la Odles, ale ambrata dai classici toni tra il tostato e il caramello, con note di nocciola sul finale; mentre devo ammettere che mi ha lasciato qualche perplessità la weizen Meisules, volutamente fuori stile – Thomas mi ha riferito di essersi ispirato alla Die Weisse di Salisburgo. I classici aromi di banana sono infatti praticamente assenti, preferendo lasciare spazio ad una luppolatura agrumata e ad un finale citrico, forse fin troppo per i miei gusti. Certo l’intenzione era quella di fare appunto qualcosa di diverso da una weizen, e che rimanesse fresco e beverino; però ho avuto l’impressione che le varie componenti – il frumento pur ben percepibile, e la parte più agrumata sia in aroma che nel finale – tendessero a non armonizzarsi al meglio.In quanto alla cucina, i piatti erano senz’altro – oltre che gustosi – anche ben presentati – nella fattispecie abbiamo provato la tartare di manzo e le costicine di maiale alla birra. Curiosità finale, il birramisù alla Odles: non aspettatevi il classico birramisù alla stout, però comunque la Odles, con i suoi toni caramellati ma senza risultare eccessivamente zuccherina, si accompagna bene ai biscotti e alla crema.Nota di merito infine all’arredamento, curato da Diego Perathoner, e realizzato interamente con materiali di recupero: e il merito sta essenzialmente nell’aver messo insieme con gusto elementi di per sé eterogenei.Concludo con un ringraziamento a tutto lo staff de La Betüla per la calorosa accoglienza e l’ottimo servizio: un locale giovane e che in quanto tale sta ancora costruendo la sua strada, ma che senz’altro presenta buone potenzialità.

Tra le cime delle Dolomiti

Qualche giorno fa è apparso Giornale della Birra un mio articolo sul birrificio Monpiër di Ortisei: al di là di quanto già scritto, aggiungo alcune considerazioni più personali riguardo al pomeriggio che ho passato lì.La visita è iniziata con l’accoglienza da parte di Thomas e la possibilità di assistere ad una piccola lezione a beneficio dei dipendenti del locale: una cosa che a La Betüla sperimentavano per la prima volta, ma che chissà, può preludere a momenti di formazione continua per cuochi e camerieri – cosa che personalmente auspico, essendo cruciale per un brewpub; e che anche solo come sperimentazione fa comunque onore alla buona volontà della squadra.Riguardo alle birre,quella che più mi è apparsa ben riuscita è stata la ale chiara Sasplat: corpo pieno di cereale, nota leggera di miele, aromi eleganti di luppoli tedeschi e finale secco di un persistente amaro floreale. Può ben rappresentare la buona riuscita dell’intento di Thomas di controllare al meglio un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse, minimizzando la componente degli esteri, raggiungendo nel contempo un buon equilibrio e una birra pulita che ricordi le helles tedesche.In stile e senza particolari annotazioni da fare la Odles, ale ambrata dai classici toni tra il tostato e il caramello, con note di nocciola sul finale; mentre devo ammettere che mi ha lasciato qualche perplessità la weizen Meisules, volutamente fuori stile – Thomas mi ha riferito di essersi ispirato alla Die Weisse di Salisburgo. I classici aromi di banana sono infatti praticamente assenti, preferendo lasciare spazio ad una luppolatura agrumata e ad un finale citrico, forse fin troppo per i miei gusti. Certo l’intenzione era quella di fare appunto qualcosa di diverso da una weizen, e che rimanesse fresco e beverino; però ho avuto l’impressione che le varie componenti – il frumento pur ben percepibile, e la parte più agrumata sia in aroma che nel finale – tendessero a non armonizzarsi al meglio.In quanto alla cucina, i piatti erano senz’altro – oltre che gustosi – anche ben presentati – nella fattispecie abbiamo provato la tartare di manzo e le costicine di maiale alla birra. Curiosità finale, il birramisù alla Odles: non aspettatevi il classico birramisù alla stout, però comunque la Odles, con i suoi toni caramellati ma senza risultare eccessivamente zuccherina, si accompagna bene ai biscotti e alla crema.Nota di merito infine all’arredamento, curato da Diego Perathoner, e realizzato interamente con materiali di recupero: e il merito sta essenzialmente nell’aver messo insieme con gusto elementi di per sé eterogenei.Concludo con un ringraziamento a tutto lo staff de La Betüla per la calorosa accoglienza e l’ottimo servizio: un locale giovane e che in quanto tale sta ancora costruendo la sua strada, ma che senz’altro presenta buone potenzialità.

Tra le cime delle Dolomiti

Qualche giorno fa è apparso Giornale della Birra un mio articolo sul birrificio Monpiër di Ortisei: al di là di quanto già scritto, aggiungo alcune considerazioni più personali riguardo al pomeriggio che ho passato lì.La visita è iniziata con l’accoglienza da parte di Thomas e la possibilità di assistere ad una piccola lezione a beneficio dei dipendenti del locale: una cosa che a La Betüla sperimentavano per la prima volta, ma che chissà, può preludere a momenti di formazione continua per cuochi e camerieri – cosa che personalmente auspico, essendo cruciale per un brewpub; e che anche solo come sperimentazione fa comunque onore alla buona volontà della squadra.Riguardo alle birre,quella che più mi è apparsa ben riuscita è stata la ale chiara Sasplat: corpo pieno di cereale, nota leggera di miele, aromi eleganti di luppoli tedeschi e finale secco di un persistente amaro floreale. Può ben rappresentare la buona riuscita dell’intento di Thomas di controllare al meglio un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse, minimizzando la componente degli esteri, raggiungendo nel contempo un buon equilibrio e una birra pulita che ricordi le helles tedesche.In stile e senza particolari annotazioni da fare la Odles, ale ambrata dai classici toni tra il tostato e il caramello, con note di nocciola sul finale; mentre devo ammettere che mi ha lasciato qualche perplessità la weizen Meisules, volutamente fuori stile – Thomas mi ha riferito di essersi ispirato alla Die Weisse di Salisburgo. I classici aromi di banana sono infatti praticamente assenti, preferendo lasciare spazio ad una luppolatura agrumata e ad un finale citrico, forse fin troppo per i miei gusti. Certo l’intenzione era quella di fare appunto qualcosa di diverso da una weizen, e che rimanesse fresco e beverino; però ho avuto l’impressione che le varie componenti – il frumento pur ben percepibile, e la parte più agrumata sia in aroma che nel finale – tendessero a non armonizzarsi al meglio.In quanto alla cucina, i piatti erano senz’altro – oltre che gustosi – anche ben presentati – nella fattispecie abbiamo provato la tartare di manzo e le costicine di maiale alla birra. Curiosità finale, il birramisù alla Odles: non aspettatevi il classico birramisù alla stout, però comunque la Odles, con i suoi toni caramellati ma senza risultare eccessivamente zuccherina, si accompagna bene ai biscotti e alla crema.Nota di merito infine all’arredamento, curato da Diego Perathoner, e realizzato interamente con materiali di recupero: e il merito sta essenzialmente nell’aver messo insieme con gusto elementi di per sé eterogenei.Concludo con un ringraziamento a tutto lo staff de La Betüla per la calorosa accoglienza e l’ottimo servizio: un locale giovane e che in quanto tale sta ancora costruendo la sua strada, ma che senz’altro presenta buone potenzialità.

Tra le cime delle Dolomiti

Qualche giorno fa è apparso Giornale della Birra un mio articolo sul birrificio Monpiër di Ortisei: al di là di quanto già scritto, aggiungo alcune considerazioni più personali riguardo al pomeriggio che ho passato lì.La visita è iniziata con l’accoglienza da parte di Thomas e la possibilità di assistere ad una piccola lezione a beneficio dei dipendenti del locale: una cosa che a La Betüla sperimentavano per la prima volta, ma che chissà, può preludere a momenti di formazione continua per cuochi e camerieri – cosa che personalmente auspico, essendo cruciale per un brewpub; e che anche solo come sperimentazione fa comunque onore alla buona volontà della squadra.Riguardo alle birre,quella che più mi è apparsa ben riuscita è stata la ale chiara Sasplat: corpo pieno di cereale, nota leggera di miele, aromi eleganti di luppoli tedeschi e finale secco di un persistente amaro floreale. Può ben rappresentare la buona riuscita dell’intento di Thomas di controllare al meglio un lievito ad alta fermentazione a temperature più basse, minimizzando la componente degli esteri, raggiungendo nel contempo un buon equilibrio e una birra pulita che ricordi le helles tedesche.In stile e senza particolari annotazioni da fare la Odles, ale ambrata dai classici toni tra il tostato e il caramello, con note di nocciola sul finale; mentre devo ammettere che mi ha lasciato qualche perplessità la weizen Meisules, volutamente fuori stile – Thomas mi ha riferito di essersi ispirato alla Die Weisse di Salisburgo. I classici aromi di banana sono infatti praticamente assenti, preferendo lasciare spazio ad una luppolatura agrumata e ad un finale citrico, forse fin troppo per i miei gusti. Certo l’intenzione era quella di fare appunto qualcosa di diverso da una weizen, e che rimanesse fresco e beverino; però ho avuto l’impressione che le varie componenti – il frumento pur ben percepibile, e la parte più agrumata sia in aroma che nel finale – tendessero a non armonizzarsi al meglio.In quanto alla cucina, i piatti erano senz’altro – oltre che gustosi – anche ben presentati – nella fattispecie abbiamo provato la tartare di manzo e le costicine di maiale alla birra. Curiosità finale, il birramisù alla Odles: non aspettatevi il classico birramisù alla stout, però comunque la Odles, con i suoi toni caramellati ma senza risultare eccessivamente zuccherina, si accompagna bene ai biscotti e alla crema.Nota di merito infine all’arredamento, curato da Diego Perathoner, e realizzato interamente con materiali di recupero: e il merito sta essenzialmente nell’aver messo insieme con gusto elementi di per sé eterogenei.Concludo con un ringraziamento a tutto lo staff de La Betüla per la calorosa accoglienza e l’ottimo servizio: un locale giovane e che in quanto tale sta ancora costruendo la sua strada, ma che senz’altro presenta buone potenzialità.