Santa Lucia, weekend terzo

Data la concomitanza della seconda parte del corso di biersommelier della Doemens Akademie - di cui scriverò a breve - il terzo weekend a Santa Lucia per mè è stato un po' più breve del consueto; ma non per questo non mi ha riservato qualche conoscenza interessante.La prima è stato il valtellinese Revertis - luppolo in dialetto locale -, cosa che potrei definire "un nome, un programma": tutte le birre in repertorio, con poche eccezioni, si caratterizzano infatti per la centralità del ruolo del luppolo nel risultato finale - centralità che significa comunque anche saperlo dosare, per non varcare la sottile linea di confine tra la birra e la spremuta di luppolo. Non a caso poi tutte le loro birre sono identificate con un numero, nella fattispecie quello del'Ibu (l'unità di misura dell'amaro, chi non la conoscesse può clicare sul glossario): un dato puramente tecnico, dato che la percezione effettiva dell'amaro è influenzata anche da altri fattori, ma che è comunque indicativo di quale sia il centro dell'attenzione dei birrai. I ragazzi mi hanno indicato come punta di diamante della casa la apa 72 - che mi sarei aspettata nettamente amara, basti dire che generalmente sopra gli 80 ulteriori incrementi di amarezza non vengono nemmeno percepiti: in realtà, data la generosa ma elegante luppolatura in aroma tra l'agrumato e la frutta tropicale, e un corpo in cui la componente maltata conferisce note di tostato e caramello sufficientemente robuste da bilanciare il netto e persistente amaro citrico finale, risulta una birra equilibrata e dall'amaro non invasivo. Positiva la prima impressione dunque, che mi auguro possa essere confermata in futuro da altri assaggi.Nuova conoscenza è stato il White Pony, sorta di trait d'union tra Italia e Belgio, in quanto il titolare - figlio di padovani emigrati a Liegi - è oggi rientrato nella terra d'origine dei genitori, ma fa sostanzialmente beerfirm nelle Fiandre esportando in diversi Paesi - tra cui appunto l'Italia, dove ha anche aperto un pub in quel di Padova. Stile belga in tutto e per tutto, e pure di quelli "tosti" (basti citare il barley wine con lievito di Westmalle): anche in una birra non di stile belga come la Black Sheep, una Imperial stout dal corpo tanto pieno da far venir quasi voglia di prendere un cucchiaino per mescolarla a mo' di cioccolata calda o di caffè, spiccano comunque sotto i generosissimi aromi di cacao, caffè e liquirizia i profumi del lievito d'abbazia - quella di Rochefort, nella fattispecie.Ho poi ritrovato con piacere le birre di The White Hag allo stand di Beergate - questa volta ho provato la Puca, una sour al limone che nonostante gli aromi che possono apparire pungenti risulta poi morbida e fruttata al palato - nonché quelle di Rogue alla Birroteca - di cui ho provato la la brown ale alle noccioline: sentori di frutta secca e di tostato predominano, a coronare una dolcezza che però non è stucchevole. Da ultimo le barricate di Retorto, "nate" dalla tripel Vincent Vega - la Marsellus W in botti di rum, e la Mia W in botti di whisky. In entrambi i casi le note provenienti dalle botti in cui sono state affinate sono nettamente predominanti, sia all'aroma che al corpo, con notevoli sentori caldi ed alcolici - a titolo personale ammetto che le avrei preferite più delicate -, per cui le consiglierei agli amanti di rum e whisky rispettivamente.Anche per questo terzo ci sarebbe naturalmente altro da aggiungere, ma mi fermo qui; a presto risentirci con ulteriori aggiornamenti...

Santa Lucia, weekend terzo

Data la concomitanza della seconda parte del corso di biersommelier della Doemens Akademie - di cui scriverò a breve - il terzo weekend a Santa Lucia per mè è stato un po' più breve del consueto; ma non per questo non mi ha riservato qualche conoscenza interessante.La prima è stato il valtellinese Revertis - luppolo in dialetto locale -, cosa che potrei definire "un nome, un programma": tutte le birre in repertorio, con poche eccezioni, si caratterizzano infatti per la centralità del ruolo del luppolo nel risultato finale - centralità che significa comunque anche saperlo dosare, per non varcare la sottile linea di confine tra la birra e la spremuta di luppolo. Non a caso poi tutte le loro birre sono identificate con un numero, nella fattispecie quello del'Ibu (l'unità di misura dell'amaro, chi non la conoscesse può clicare sul glossario): un dato puramente tecnico, dato che la percezione effettiva dell'amaro è influenzata anche da altri fattori, ma che è comunque indicativo di quale sia il centro dell'attenzione dei birrai. I ragazzi mi hanno indicato come punta di diamante della casa la apa 72 - che mi sarei aspettata nettamente amara, basti dire che generalmente sopra gli 80 ulteriori incrementi di amarezza non vengono nemmeno percepiti: in realtà, data la generosa ma elegante luppolatura in aroma tra l'agrumato e la frutta tropicale, e un corpo in cui la componente maltata conferisce note di tostato e caramello sufficientemente robuste da bilanciare il netto e persistente amaro citrico finale, risulta una birra equilibrata e dall'amaro non invasivo. Positiva la prima impressione dunque, che mi auguro possa essere confermata in futuro da altri assaggi.Nuova conoscenza è stato il White Pony, sorta di trait d'union tra Italia e Belgio, in quanto il titolare - figlio di padovani emigrati a Liegi - è oggi rientrato nella terra d'origine dei genitori, ma fa sostanzialmente beerfirm nelle Fiandre esportando in diversi Paesi - tra cui appunto l'Italia. Stile belga in tutto e per tutto, e pure di quelli "tosti": anche in una birra non di stile belga come la Black Sheep, una Imperial stout dal corpo tanto pieno da far venir quasi voglia di prendere un cucchiaino per mescolarla a mo' di cioccolata calda o di caffè, spiccano comunque sotto i generosissimi aromi di cacao, caffè e liquirizia i profumi del lievito d'abbazia - quella di Rochefort, nella fattispecie.Ho poi ritrovato con piacere le birre di The White Hag allo stand di Beergate - questa volta ho provato la Puca, una sour al limone che nonostante gli aromi che possono apparire pungenti risulta poi morbida e fruttata al palato - nonché quelle di Rogue alla Birroteca - di cui ho provato la la brown ale alle noccioline: sentori di frutta secca e di tostato predominano, a coronare una dolcezza che però non è stucchevole. Da ultimo le barricate di Retorto, "nate" dalla tripel Vincent Vega - la Marsellus W in botti di rum, e la Mia W in botti di whisky. In entrambi i casi le note provenienti dalle botti in cui sono state affinate sono nettamente predominanti, sia all'aroma che al corpo, con notevoli sentori caldi ed alcolici - a titolo personale ammetto che le avrei preferite più delicate -, per cui le consiglierei agli amanti di rum e whisky rispettivamente.Anche per questo terzo ci sarebbe naturalmente altro da aggiungere, ma mi fermo qui; a presto risentirci con ulteriori aggiornamenti...

Assaggio e neuroscienza: intervista ad Andrea Bariselli e Mario Ubiali (Thimus)

Una stretta di mano, qualche rapida indicazione e pochi secondi più tardi avevo un elettroencefalogramma piazzato in testa. Questo in sintesi il mio primo incontro con Thimus, azienda che si occupa di neuroscienza applicata. Non badai granché al contesto e nemmeno al tema, pensai piuttosto a quanto sarebbe stato interessante parlare del luogo dove tutto diventa reale (il cervello) ...

Sostenibilità della birra ed economia circolare: ha senso parlarne?

Una delle cose che mi fa sorridere quando si parla di birra è il riferimento al concetto di sostenibilità. Come ebbi modo di spiegare in passato, è inutile che i birrifici (o i loro uffici marketing) si arrovellino per limitare l’impatto ambientale di bottiglie, etichette e altri elementi di contorno, quando poi la solfa è ...

Santa Lucia, weekend – e capitolo – secondo

Ed eccomi qui per la seconda giornata della mia visita a Santa Lucia. Ho avuto occasione di conoscere un nuovo partecipante, il birrificio La Ru di Cornuda, nato come iniziativa imprenditoriale di due fratelli che - dopo 42 anni nel mondo dell'abbigliamento - hanno deciso di intraprendere una nuova avventura nel mondo della birra artigianale insieme ad un birraio uscito dall'accademia Dieffe. Otto le birre prodotte, a copertura di altrettanti stili; tra cui una Iga al cabernet, la Caberbì, e una saison affinata in botti di grappa, la Del Priore. Ho avuto modo di provare la Thymus, una blanche con scorza d'arancia, bergamotto, coriandolo e timo selvatico. Il timo è ben percepibile all'aroma, che rimane assai delicato e senza spiccati sentori di lievito; mentre il bergamotto si fa sentire di più in bocca, per unirsi alle spezie nel finale leggermente pepato. Il birraio mi ha riferito di aver fatto ben otto sperimentazioni nell'impianto pilota di cui il birrificio è dotato: che avidentemente hanno dato i loro frutti, essendo nel complesso una birra vellutata, che amalgama bene tutte le sue componenti.Ho poi ritrovato Forgotten Beer, beer firm conosciuto a Pordenone, che ha portato a santa lucia la seconda ricetta creata la Raffaele - la red ale Goblin. Devo dire che rispetto alla precedente, la golden ale Coboldo, si coglie un passo avanti: stiamo infatti parlando non solo di una birra più caratterizzata - dai profumi di caramello con qualche nota di tostato e di biscotto, al corpo ben pieno, ai leggeri toni speziati del luppolo simcoe - ma anche di un maggior sforzo verso un risultato equilibrato, con un buon bilanciamento tra il dolce al palato e la chiusura di un amaro abbastanza netto. A mio avviso beneficerebbe di una secchezza un po' più pronunciata, ma sicuramente si nota una maggiore dimestichezza da parte di Raffaele nel creare le sue birre.Ho trovato novità anche in quel di Villa Chazil con la Konikazil, una kolsch con luppolo cascade della casa e citra in dry hopping. Ammetto che ero un po' scettica rispetto al risultato che potessero dare i luppoli americani su una kolsch; ma per quanto il cascade sia ben percepibile - più su toni di frutta matura che di agrume - rimane comunque delicato, per lasciare il posto al palato al cereale snello tipico dello stile, e chiudere su un agrumato pulito, secco e non invadente - non avrei colto il dry hopping - che a conti fatti ha una sua ragion d'essere in uno stile che vuol appunto essere leggermente profumato, snello, secco e pulito. Nel complesso piacevole, fresca e dissetante.Una sperimentazione un po' più audace l'ho invece trovata in casa SantJago, con quella che è stata definita "ipa" ma in realtà è a tutti gli effetti un fuori stile, unendo camomilla, baccelli di vaniglia, luppoli cechi e luppoli americani. Una birra che, mi è stato raccontato, è nata come espriemnto puro e semplice, senza velleità di commercializzarla, ma che poi è piaciuta ed è quindi arrivata al banco. Personalmente, per quanto camomilla e vaniglia - ben percepibili all'aroma - si armonizzassero bene, le ho trovate cozzare con la luppolatura - altrettanto ben percepibile; e anche in bocca il contrasto dolce/amaro permane senza amalgamarsi, in una birra che eccentrica vuol essere ed eccentrica rimane. E' stato tuttavia rivelatore l'abbinamento con i salumi dell'azienda agricola da cui il birrificio nasce: questo stesso contrasto ha infatti un potere "sgrassante" e pulente in bocca che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa.Da ultimo una nota sulla Valkirija di Plotegher, che ieri mi era rimasta la curiosità di provare. In effetti, come mi era stato preannunciato, è "grezza": al naso si percepisce bene il cereale "verace" - mi ha ricordato un po' certe keller -, quasi sgraziato, che però in bocca si rivela meno aggressivo di quanto si possa credere; e che rimane poi molto persistente, su toni più di cereale crudo che di pane, insieme ai toni erbacei dei luppoli tedeschi e quello peculiare di un luppolo selvatico che, così Matteo mi ha raccontato, i fratelli Plotegher si fanno mandare direttamente dalla Danimarca.Come lo scorso weekend, ci sarebbe molto altro da dire; mi fermo qui per ora, e vi aspetto al varco per il prossimo...