Un bicchiere a Gourmandia

Chi segue questo blog sa che sono ormai un habitué di Santa Lucia di Piave, per quanto per una fiera diversa da quella in questione; tanto più per questo non ho potuto non fare un giro a Gourmandia, fiera ideata e curata da Davide Paolini - noto per aver coniato il termine "gastronauta", oggi marchio registrato. La fiera dà spazio all'enogastronomia in senso lato, con forte presenza soprattutto di salumifici e caseifici - stand tra i quali mi sono oltremodo dilettata alla ricerca di potenziali e fantasiosi abbinamenti, data la notevole peculiarità dei prodotti presentati -; e non mancava anche qualche birrificio e beerfirm, che ho chiaramente approfittato per conoscere.Il primo che ho incontrato è stato in realtà un'azienda agricola, l'oleificio Roi di Badalucco (Im); che fa produrre presso il birrificio Nadir di Sanremo la Montefollia, una farmhouse ale con foglie d'olivo. Di farmhouse ale ammetto che mi è sembrata avere piuttosto poco: al naso ho sentito infatti predominare i tipici toni tra il fruttato e lo speziato del lievito belga uniti - in maniera equilibrata, devo dire - al profumo delle foglie d'olivo e a note più erbacee, ricordandomi piuttosto le classiche blonde ale belghe. Corpo snello e fresco, per chiudere su un amaro in cui ritorna la foglia d'ulivo, con una persistenza erbacea tutto sommato delicata ed equilibrata. Insomma: chiamiamola farmhouse ale nella misura in cui si vuole riferire alla tradizione belga di fare birra nelle fattorie con gli ingredienti "della casa", non nel senso in cui l'etichetta è oggi comunemente intesa (tecnicamente rientrano in questa definizione saison e bière de garde, ma oggi vengono spesso chiamate così anche una serie di fermentazioni spontanee e miste non sempre e necessariamente incasellabili in questi stili).Ho poi conosciuto Birra Follina, "emanazione" dell'azienda agricola Gregoletto nata nel 2014. Ho iniziato dalla saison Follinetta; in cui, a voler essere onesti, ho trovato un troppo robusta la presenza del lievito sia all'olfatto che in bocca, imponendosi sugli altri aromi e sapori di una birra di fatto in stile. Sono poi passata alla birra d'abbazia Sanavalle, anche questa dai notevoli aromi di frutta sotto spirito e spezie tipici del lievito e qualche sentore alcolico; e che nonostante la lunga persistenza dolce di orzo caramellato che in sé pregiudicherebbe la bevibilità (che del resto non è una prerogativa dello stile), ha in questo senso dalla sua un corpo relativamente esile e un grado alcolico altrettanto relativamente basso (6 gradi), che la rendono più "abbordabile" sotto questo profilo. Da ultima la tripel Giana, a mio avviso la meglio riuscita: aromi di caramello, toffee e nocciola, senza "sbavature" alla componente lievito, con un tocco di liquirizia nel finale che aiuta a non renderla stucchevole - rischio sempre latente nelle tripel.Infine mi sono fermata alla Malti & Bassi Brew Family, curioso nome dato al beerfirm di Achille Lombardo Pijola (in riferimento all'altezza sua e della moglie), che si è formato a Birra del Borgo ed ha un passato a Eataly di Roma e Bari. Ho iniziato con la mild ale - stile poco noto, ma "progenitore" delle porter e stout - Bocca di Rosa (ogni birra porta il nome di una canzone): un delicato aroma di caramello e di tostato, lievissima luppolatura ai limiti del percettibile di magnum e cascade, corpo snello e beverino per una chiusura dolce ma non stucchevole né troppo persistente. Per gli amanti del luppolo invece la Wonderwall, una apa che al corpo morbido di avena e frumento unisce la luppolatura continua per 60 minuti di simcoe, cascade, columbus e amarillo: la componente di frutta tropicale, agrumi e resine risulta così intensa non solo all'aroma ma anche al palato, dove si amalgama senza spigolosità con i sapori del cereale che ricordano quasi il pane fresco. La chiusura rimane comunque di un amaro elegante e delicato, senza "stacchi" rispetto al resto del corpo né persistenze troppo intense. Una birra del tutto peculiare all'interno del genere - spesso accusato di essere ormai inflazionato e sovraffollato di birre piuttosto anonime -, e ben costruita nell'equilibrio complessivo.Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire sulle conoscenze fatte a Gourmandia, ma mi fermo qui; vi aspetto presto su queste pagine per le notizie riguardo alle numerose manifestazioni e visite birrarie di questi ultimi giorni...

Un bicchiere a Gourmandia

Chi segue questo blog sa che sono ormai un habitué di Santa Lucia di Piave, per quanto per una fiera diversa da quella in questione; tanto più per questo non ho potuto non fare un giro a Gourmandia, fiera ideata e curata da Davide Paolini - noto per aver coniato il termine "gastronauta", oggi marchio registrato. La fiera dà spazio all'enogastronomia in senso lato, con forte presenza soprattutto di salumifici e caseifici - stand tra i quali mi sono oltremodo dilettata alla ricerca di potenziali e fantasiosi abbinamenti, data la notevole peculiarità dei prodotti presentati -; e non mancava anche qualche birrificio e beerfirm, che ho chiaramente approfittato per conoscere.Il primo che ho incontrato è stato in realtà un'azienda agricola, l'oleificio Roi di Badalucco (Im); che fa produrre presso il birrificio Nadir di Sanremo la Montefollia, una farmhouse ale con foglie d'olivo. Di farmhouse ale ammetto che mi è sembrata avere piuttosto poco: al naso ho sentito infatti predominare i tipici toni tra il fruttato e lo speziato del lievito belga uniti - in maniera equilibrata, devo dire - al profumo delle foglie d'olivo e a note più erbacee, ricordandomi piuttosto le classiche blonde ale belghe. Corpo snello e fresco, per chiudere su un amaro in cui ritorna la foglia d'ulivo, con una persistenza erbacea tutto sommato delicata ed equilibrata. Insomma: chiamiamola farmhouse ale nella misura in cui si vuole riferire alla tradizione belga di fare birra nelle fattorie con gli ingredienti "della casa", non nel senso in cui l'etichetta è oggi comunemente intesa (tecnicamente rientrano in questa definizione saison e bière de garde, ma oggi vengono spesso chiamate così anche una serie di fermentazioni spontanee e miste non sempre e necessariamente incasellabili in questi stili).Ho poi conosciuto Birra Follina, "emanazione" dell'azienda agricola Gregoletto nata nel 2014. Ho iniziato dalla saison Follinetta; in cui, a voler essere onesti, ho trovato un troppo robusta la presenza del lievito sia all'olfatto che in bocca, imponendosi sugli altri aromi e sapori di una birra di fatto in stile. Sono poi passata alla birra d'abbazia Sanavalle, anche questa dai notevoli aromi di frutta sotto spirito e spezie tipici del lievito e qualche sentore alcolico; e che nonostante la lunga persistenza dolce di orzo caramellato che in sé pregiudicherebbe la bevibilità (che del resto non è una prerogativa dello stile), ha in questo senso dalla sua un corpo relativamente esile e un grado alcolico altrettanto relativamente basso (6 gradi), che la rendono più "abbordabile" sotto questo profilo. Da ultima la tripel Giana, a mio avviso la meglio riuscita: aromi di caramello, toffee e nocciola, senza "sbavature" alla componente lievito, con un tocco di liquirizia nel finale che aiuta a non renderla stucchevole - rischio sempre latente nelle tripel.Infine mi sono fermata alla Malti & Bassi Brew Family, curioso nome dato al beerfirm di Achille Lombardo Pijola (in riferimento all'altezza sua e della moglie), che si è formato a Birra del Borgo ed ha un passato a Eataly di Roma e Bari. Ho iniziato con la mild ale - stile poco noto, ma "progenitore" delle porter e stout - Bocca di Rosa (ogni birra porta il nome di una canzone): un delicato aroma di caramello e di tostato, lievissima luppolatura ai limiti del percettibile di magnum e cascade, corpo snello e beverino per una chiusura dolce ma non stucchevole né troppo persistente. Per gli amanti del luppolo invece la Wonderwall, una apa che al corpo morbido di avena e frumento unisce la luppolatura continua per 60 minuti di simcoe, cascade, columbus e amarillo: la componente di frutta tropicale, agrumi e resine risulta così intensa non solo all'aroma ma anche al palato, dove si amalgama senza spigolosità con i sapori del cereale che ricordano quasi il pane fresco. La chiusura rimane comunque di un amaro elegante e delicato, senza "stacchi" rispetto al resto del corpo né persistenze troppo intense. Una birra del tutto peculiare all'interno del genere - spesso accusato di essere ormai inflazionato e sovraffollato di birre piuttosto anonime -, e ben costruita nell'equilibrio complessivo.Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire sulle conoscenze fatte a Gourmandia, ma mi fermo qui; vi aspetto presto su queste pagine per le notizie riguardo alle numerose manifestazioni e visite birrarie di questi ultimi giorni...

Le birre italiane più influenti di sempre – Parte I

Il movimento italiano della birra artigianale è ancora molto giovane, avendo da poco superato i 20 anni di età. Un periodo praticamente irrilevante se paragonato alla storia secolare della nostra bevanda, ma che a livello internazionale ha coinciso con trasformazioni profonde e decisamente repentine, capaci di modificare l’evoluzione stessa della birra. Così in soli 20 anni è ...

Ancora eventi a maggio: Pint of Science, Birra in B… rocca e altri

Quello che stiamo vivendo è un maggio carico come non mai di eventi birrari, quindi è d’obbligo aggiornare le nostre agende con altri appuntamenti previsti nella parte restante del mese. Non è propriamente “on topic” con Cronache di Birra ma merita comunque una menzione la terza edizione di Pint of Science, l’iniziativa di divulgazione scientifica in ...

Quant’è bella l’autarchia

Il dibattito sui canali di approvvigionamento delle materie prime per i piccoli birrifici - luppolo in particolare - e su come la grande industria ossa influenzarli non è certo nuovo: chi bazzica nel settore ha certo sentito più volte i birrai parlare della necessità di procacciarsi i luppoli per tempo (almeno alcune varietà), di come il buono o cattivo raccolto - così come l'aumentare del numero di microbirrifici - influenzi prezzi e forniture, e via dicendo.Il tema è ritornato di attualità recentemente, sollevato in più occasioni da associazioni come Unionbirrai e siti come Cronache di Birra, e da diversi articoli provenienti dal mondo anglosassone. L'ultimo in ordine di tempo è quello pubblicato lo scorso 10 maggio da Draft, senz'altro una buona lettura da fare in integrale cliccando qui: detta per sommissimi capi (e mi perdonerà l'autore se semplifico fin troppo), si fa riferiemento a come AB-InBev - che controlla dal punto di vista societario i luppoleti sudafricani SAB Hop Farms - abbia deciso quest'anno di non vendere ai distributori il proprio surplus produttivo, motivando la cosa con la scarsità dell'annata. Il che significa che i birrifici indipendenti non avranno accesso per il 2017 a queste varietà di luppolo, con conseguenti difficoltà. Certo il danno è relativamente circoscritto, in quanto il luppolo sudafricano rappresenta una quota minoritaria del mercato (meno dell'1%, secondo la multinazionale); ma la cosa ha una forte valenza simbolica, perché pare concretizzarsi ciò che da tempo si paventava: la nuova strategia di "big beer", complementare all'acquisizione di marchi artigianali, sarà quella di assumere il controllo delle forniture di materie prime e "prendere per fame" i concorrenti.Certo immaginare un futuro in cui Ab Inbev e analoghi si impadroniscano passo dopo passo di tutti i luppoleti e tutte le malterie rimane (almeno per ora, di grazia) relegato al rango di fantaeconomia; però la questione è reale, perché gli assalti all'arma bianca per procurarsi i pochi lotti di luppolo disponibili (almeno per alcune varietà) potrebbero non essere altrettanto "fanta" (no, non la bibita).Leggendo questo ed altri articoli non ho potuto non sorridere pensando all'enfasi che da tempo si pone sugli agribirrifici, sulla produzione in proprio di materie prime, e sul percorso verso una sempre maggiore autosufficenza: cito su tutti il caso del birrificio BioNoc' con i progetti BioLupo e Birre della Terra di cui ho parlato nel precedente post, ma non è certo l'unico. Dai luppoleti sperimentali, all'impegno per poter acquisire a livello nazionale quote per la coltivazione così da farli uscire da questo rango, alle piccole malterie sperimentali che già sono nate e che sono in progetto, il filone è in pieno movimento. Certo arrivare davvero alla completa "autarchia" non è semplice, però c'è chi ci sta provando.Chi si sarà mosso per tempo per fare da sé potrà quindi godere di un vantaggio competitivo in vista di una possibile stretta sulle forniture da parte delle multinazionali, ed imporsi di conseguenza su chi non l'avrà fatto? E' presto per dirlo, ma la domanda è aperta.

Quant’è bella l’autarchia

Il dibattito sui canali di approvvigionamento delle materie prime per i piccoli birrifici - luppolo in particolare - e su come la grande industria ossa influenzarli non è certo nuovo: chi bazzica nel settore ha certo sentito più volte i birrai parlare della necessità di procacciarsi i luppoli per tempo (almeno alcune varietà), di come il buono o cattivo raccolto - così come l'aumentare del numero di microbirrifici - influenzi prezzi e forniture, e via dicendo.Il tema è ritornato di attualità recentemente, sollevato in più occasioni da associazioni come Unionbirrai e siti come Cronache di Birra, e da diversi articoli provenienti dal mondo anglosassone. L'ultimo in ordine di tempo è quello pubblicato lo scorso 10 maggio da Draft, senz'altro una buona lettura da fare in integrale cliccando qui: detta per sommissimi capi (e mi perdonerà l'autore se semplifico fin troppo), si fa riferiemento a come AB-InBev - che controlla dal punto di vista societario i luppoleti sudafricani SAB Hop Farms - abbia deciso quest'anno di non vendere ai distributori il proprio surplus produttivo, motivando la cosa con la scarsità dell'annata. Il che significa che i birrifici indipendenti non avranno accesso per il 2017 a queste varietà di luppolo, con conseguenti difficoltà. Certo il danno è relativamente circoscritto, in quanto il luppolo sudafricano rappresenta una quota minoritaria del mercato (meno dell'1%, secondo la multinazionale); ma la cosa ha una forte valenza simbolica, perché pare concretizzarsi ciò che da tempo si paventava: la nuova strategia di "big beer", complementare all'acquisizione di marchi artigianali, sarà quella di assumere il controllo delle forniture di materie prime e "prendere per fame" i concorrenti.Certo immaginare un futuro in cui Ab Inbev e analoghi si impadroniscano passo dopo passo di tutti i luppoleti e tutte le malterie rimane (almeno per ora, di grazia) relegato al rango di fantaeconomia; però la questione è reale, perché gli assalti all'arma bianca per procurarsi i pochi lotti di luppolo disponibili (almeno per alcune varietà) potrebbero non essere altrettanto "fanta" (no, non la bibita).Leggendo questo ed altri articoli non ho potuto non sorridere pensando all'enfasi che da tempo si pone sugli agribirrifici, sulla produzione in proprio di materie prime, e sul percorso verso una sempre maggiore autosufficenza: cito su tutti il caso del birrificio BioNoc' con i progetti BioLupo e Birre della Terra di cui ho parlato nel precedente post, ma non è certo l'unico. Dai luppoleti sperimentali, all'impegno per poter acquisire a livello nazionale quote per la coltivazione così da farli uscire da questo rango, alle piccole malterie sperimentali che già sono nate e che sono in progetto, il filone è in pieno movimento. Certo arrivare davvero alla completa "autarchia" non è semplice, però c'è chi ci sta provando.Chi si sarà mosso per tempo per fare da sé potrà quindi godere di un vantaggio competitivo in vista di una possibile stretta sulle forniture da parte delle multinazionali, ed imporsi di conseguenza su chi non l'avrà fatto? E' presto per dirlo, ma la domanda è aperta.

Nuove birre da Pontino, Hilltop + Amiata, Birradamare, PicoBrew e Menaresta

Appare ormai evidente che l’interesse per le New England Ipa si sia trasformato in una vera e propria moda, ripresa da tutti i principali movimenti birrari del mondo. In Italia non siamo da meno e accanto alle tante “juicy” lanciate negli ultimi mesi ora bisogna registrare anche la Brain Damage (6,5%) del Birrificio Pontino. Chiaramente la ...

La minaccia delle multinazionali alla birra craft, spiegata da chi ha lavorato nell’industria

Perché l’industria sta rafforzando il suo controllo nel mondo della birra artigianale? Perché le multinazionali sembrano interessate a confondere le acque? Qual è il fine ultimo delle loro strategie commerciali? Queste e altre domande sono ormai all’ordine del giorno e comuni a un numero sempre maggiore di consumatori. L’invasione delle industria nel segmento della birra ...

Viaggio nelle Fiandre: tra Bruxelles e Lovanio

Nel post di ieri vi ho raccontato la mia esperienza al Toer de Geuze, l’evento biennale dedicato ai produttori a fermentazione spontanea del Belgio. La mia trasferta in terra straniera non si è però limitata alla manifestazione organizzata da Horal: il sempre efficientissimo Ente del Turismo delle Fiandre ha creato per l’occasione un programma molto ricco, che ...

Viaggio nelle Fiandre: il Toer de Geuze

Come accennavo giovedì scorso, questo periodo per me è stato molto ricco in termini di viaggi birrari. A fine aprile sono stato a Düsseldorf e Colonia per scoprire le locali Altbier e Kölsch, mentre nel fine settimana appena concluso ho avuto l’onore di girare per le Fiandre, regione come sempre straordinaria. Grazie all’invito dell’Ente del ...